Scrittori
.: Home page .: Preferiti .: Testi pubblicati .: Libri .: Link utili .: Login
Cosa cerchi ?

Quello che non mi hai mai dettoparte 1 - di Kitty

Sei in: Autori emergenti > testi pubblicati > Romanzi > Quello che non mi hai mai dettoparte 1

© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 05/04/2007 alle ore 19:36:13

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Prologo:7 settembre 1950
il tempo tuonava e il cielo era squarciato da lampi.la nave sembrava stare in balìa delle onde,come su un filo che da un minuto all’altro si sarebbe spezzato.il capitano Friedrich Moore,sentiva scorrere le gocce di sudore sul proprio viso.O erano forse lacrime?era arrivato il momento che temeva:il timone si era improvvisamente bloccato,l’acqua aveva ormai invaso il ponte di comando e la costruzione di legno massiccio stava ormai cedendo.presto il”Supreme Flower”avrebbe abitato per sempre nell’abbisso come uno dei tanti relitti nascosti tra le acque impenetrabili dell’Atlantico.era stato un’errore enorme,sapeva che non avrebbe dovuto allontanarsi quel giorno,in mare aperto.aveva avuto un brutto presentimento al momento della partenza,ma Friedrich che non’era scaramantico lo mise subito a tacere dentro il proprio cuore. con conseguenze inimmaginabili .
Da piccolo Friedrich era il solito bambino che cercava di fuggire dal mondo con la fantasia. “Da grande-diceva-voglio fare il marinaio,e combattere mostri,draghi,e dominare il mare.”Poi correva a giocare con il suo modellino di un galeone pirata gridando frasi tipo:“All’attacco”o “ciurma!ai comandi”.sua madre,una donna cara e paziente osservava la scena,sospirando stanca.probabilmente,avendo una famiglia numerosissima,aveva poca energia per rincorrere quel terremoto.suo padre invece, divertito,continuava a raccontargli storie,di intrepidi giovani che compivano imprese e salvavano la nazione e lui lo ascoltava con gli occhi sgranati dallo stupore,bevendosi ogni singola parola.Il vento aveva ripreso a soffiare,impertubabile,impetuoso,crudele .veniva da destra,e il capitano ,dopo 7 anni passati nella Marina Britannica,sapeva che non prometteva niente di buono.non si prese nemmeno piu’la briga di cercare di fare un’ultimo tentativo, non tento’ piu’ di smuovere il timone.Sapeva di avere perso.se ne stava li’,sul ponte inondato dall’acqua,aggrappato all’albero maestro ,mentre contemplava la maestosita’della natura,cosi’perfetta,ma anche infida e brutale.il mare,per cui aveva sacrificato la sua vita,che gli era stato amico,lo stava tradendo,premeva per vederlo morire insieme agli altri,rideva degli attimi di terrore che stavano vivendo.la nave ondeggiò pericolosamente.un’ondata d’acqua travolse,i passeggeri,che gridavano come stessero bruciando tra le fiamme dell’inferno,trascinando con sé tutti i bambini e gli anziani.con le lacrime agli occhi Friedrich aveva capito di essere diventato un’uomo.spinse il timone verso destra,con tutta la forza che aveva in corpo,ma non si mosse di un solo cm.tremante dal freddo e dall’ansia,cercava di ignorare le urla dei passeggeri che erano ancora a bordo,che gli incutevano ancor più timore.provò una chiamata radiofonica,ma invano, la linea era disturbata.prese un pezzo di legno che aveva trovato,e lo schiantò contro l’apparecchio.era furioso con sé stesso.si sentiva l’artefice di ciò che stava accadendo.”Calma,-si disse tra sè e sé -tu non hai nessuna colpa.Cerca di usare la testa.”estrasse dalla giacca zuppa una fotografia consunta che ritraeva il volto di una splendida ragazza sorridente.”Benedit,potrò,mai dimenticarti?neanche la morte potrà mai dividerci”.ma a quest’ultima affermazione non credeva molto.Benedit era giovane,bella,e desiderata e presto avrebbe sposato un altro.dovevano sposarsi i primi di novembre,al ritorno della sua partenza.partenza senza una foce.per un attimo gli sembrò di sentire dei passi avvicinarsi sul ponte.”Capitano Moore,che piacere rivederti.”il capitano si girò di scatto, come un automa.aveva riconosciuto quella voce carica di un’ironia crudele,voce che gli aveva fatto raggelare il sangue nelle vene.”Voi-gridò,il labbro sanguinante colpito da una scheggia,i nervi a mille -Peterson.schifoso bastardo!sei stato tu a impastoiare il timone!vero?”.l’uomo era alto,robusto, sui 40 anni.sorrise compiaciuto,facendo schioccare la lingua al palato più volte,producendo un suono simile a dei colpi di frusta consecutivi.”Si, e ne vado fiero.per eliminare te,ho dovuto sacrificare altre vite,ma tu ci vali.sei come la gramigna,non ti si può ammazzare!”-ringhiò con la voce mozza.poi gli sputò in faccia. Friedrich ruggì indicandolo con l’indice rozzo,l’indice di chi ha usato molto le mani nel suo lavoro:”ti avverto:cerca di morire annegato come tutti,perché il mio giudizio,non sarà come quello di Dio”.l’altro lo squadrò da capo a piedi,sprezzante:”aspettavo da tanto questo momento,sai, Benedit sarà una moglie eccezzionale “”lei non ti sposerà mai,le fai schifo,sporco assassino,bastardo!le hai ucciso la sorella!-poi lo guardò dritto negli occhi scuri,incavati-e hai avuto il coraggio di far passare tutto per un incidente!come pensi che lei ti ami?assassino!”” si, lei non mi ama,ma mi sposerà lo stesso.le ho fatto firmare il contratto,il giorno dopo che sei partito.credimi,un’uomo che ha carattere e denaro può tutto -sorrise,poi continuò-ho ancora i segni delle sue unghiate.””Cosa le hai fatto,schifoso,cosa le hai fatto?”gridò Friedrich.ora non si conteneva più.si avventò sull’uomo cercando di colpirlo alle tempie.l’altro estrasse una revolver grigia e prese la mira .Friedrich si buttò a terra appena in tempo da schivare il proiettile,che si conficcò nel legno con un tonfo sordo,alle sue spalle. fu un attimo:un’onda fece capovolgere la nave.Jonh Peterson cadde in acqua.lo sentì urlare. anche Friedrich,aggrappato a un’asse, capì che ormai era giunta la sua ora:inspirò e si tuffò in acqua sperando in un miracolo. Che forse avvenne.

PRIMO SETTEMBRE 2006:

Gli Atwood avevano messo al bando gli indumenti comuni e si erano vestiti completamente di nero.Come già accaduto in precedenza,quel giorno si trovavano fuori dalla porta,sullo spiazzale della casa.Si sforzarono di salutare i vicini,anche se pensavano ad altro.Persino il più piccolo,un ragazzino sui nove anni,aveva smesso di rincorrere le formiche e le belle farfalle sul davanzale.La moglie si appoggiava al marito,dallo sguardo forte,e l’amabile figlia corse dentro a prendere un mazzo di fiori bianchi dimenticato. Poi impassibili,salirono in macchina.Il funerale era stato breve ma intenso,come quello precedente. I nipoti erano quelli che avevano sofferto di più:prima il nonno,adesso anche la nonna.Il cimitero era a pochi passi dalla cappella,e Clelia ripensò quante volte ci fosse entrata. In effetti c’era già stata parecchie volte e aveva accumulato un certo sangue freddo ormai,ma ora credeva di non poter reggere più il colpo. Con nonna Benedit era diverso,con lei aveva passato molti momenti della sua infanzia, e ora se n’era andata. Dopo la morte del marito Steve Ferguson era caduta in depressione,peggiorata dall’età avanzata. Ma poi si fece forza dicendosi che anche i momenti più terribili hanno la loro fine.Sua nonna ormai aveva smesso di vivere tre giorni fa,ed era sopravvissuta.E sicuramente l’avrebbe fatto ancora.L’avrebbe dovuto fare.Al funerale erano presenti molte persone,tra cui-e provò un tuffo al cuore nel vederli-la sua migliore amica Alixia,e suo fratello Jason. Con lei aveva diviso tutto,e ora avrebbe sopportato anche questo.Sapeva infatti quest’evento cos’avrebbe causato in famiglia:liti,sensi di colpa,discussioni,e le domande curiose del piccolo Tommy.Si guardò intorno: la fila era formata da persone molto distinte,con lo sguardo fisso nel vuoto.Molte erano le vecchiette che avevano conosciuto Benedit,e che erano lì,vestite di nero,piangenti e dolenti,il lizza per darle l’ultimo,estremo saluto.Arrivati al cimitero,dopo la benedizione, il momento di calare la lucida bara scura sotto terra arrivò e ognuno gettò il proprio mazzo di fiori. Anche Clelia,lo sguardo vacuo,gli occhi stanchi,gettò il suo.Sua nonna era morta mercoledì mattina nel suo piccolo appartamento.Erano stati avvisati dalla donna delle pulizie,che affermava di averla vista mutare tutta d’un tratto.La poveretta era rimasta scioccata,e anche lì,in prima fila, fissava la bara con uno sguardo pieno di apprensione e risentimento. Benedit Ferguson era morta d’infarto,causato probabilmente da un’abuso eccessivo di ansiolitici che prendeva contro la sua depressione,nata, in seguito alla morte dell’adorato marito.Dopo la morte di Steve meno di un anno fa, la madre di Clelia e figlia di Benedit, Marianne,nonostante tra le due non corresse buon sangue negli ultimi tempi,decise di ospitarla in casa propria,per farla stare in compagnia. Ma la donna rifiutò.Avrebbe trascorso gli ultimi giorni della sua vita nel suo tranquillo appartamento. Purtroppo nonostante le visite dei parenti fossero diventate più assidue,cadde in una profonda depressione,aveva continui scatti d’ansia e divenne claustrofoba.La sua reazione peggiorò quando il dottore le prescrisse i calmanti:iniziò a prenderli senza limite. La situazione andò avanti così per qualche mese,fino al triste epilogo.Aveva settantaquattro anni. A tavola si mangiò poco,e in silenzio. Alla fine Clelia decise di fare qualcosa.Era raro che si arrabbiasse,era una persona mite per natura.Si alzò,sbattendo il piatto,gridando: “Poteva dircelo che prendeva quelle pillole!” Il padre si alzò, guardò Tommy che era con gli occhi sgranati,e urlò: “Ora basta, vai in camera tua!”-sbattendo il pugno sul tavolo.Ma Clelia,continuò: “Poteva dirci che prendeva gli antidepressivi!L’avremmo aiutata!” “Non prendere-più- quest’argomento- davanti- a Tommy.”-sembrava dirle la madre con lo sguardo sincero e stanco.Infatti gli avevano detto che la nonna era morta semplicemente di vecchiaia,non da un’infarto causato da un’abuso di antidepressivi,di cui loro non ne sapevano niente.Ma non le interessava più niente fingere,la realtà era una cosa ben diversa.Sua nonna negli ultimi tempi era diventata un vegetale,incapace di intendere e di volere.Fisicamente non aveva problemi,a parte i comuni acciacchi provocati dalla vecchiaia,ma soffriva di molti problemi psicologici. Di questo lei avrebbe voluto parlarne apertamente con i suoi,ma quando non ci fosse stato suo fratello-ancora piccolo per comprendere certi discorsi-il che era completamente impossibile.Così decise di farla finita. Avrebbe detto realmente ciò che pensava. Inoltre non sopportava il carattere del padre.Decise di andarsene,ma si girò di scatto,dicendo: “Credete forse che io non stia soffrendo,come voi?Mia nonna era farmaco-dipendente!”-urlò,scandendo le ultime due parole ad alta voce.Sua madre,aveva gli occhi persi nel vuoto,ma suo padre continuò : “Ho detto basta Clelia!Siamo tutti arrabbiati per questo,ma ormai è successo”-finì di dire suo padre,abbassando la voce.Probabilmente anche lui non voleva essere arrabbiato in un momento simile. “Lo so che è successo.” Anche Clelia mantenne un tono calmo,rispetto alla frase urlata dove accusava Benedit di essere farmaco-dipendente.“E ripensandoci,credo che sia stato meglio così:negli ultimi tempi era diventata un mostro. E mi dispiace dirlo.Sapete quanto le ero affezionata.Questo è il mio parere.-sottolineò decisa-e non cambierà neanche di una virgola”.Sua madre decise d’intromettersi. “Basta Clelia,non dire parole di cui potresti pentirti e sentirti in colpa. Anche se almeno così ha smesso di soffrire.Non posso immaginare quanto ancora avrebbe dovuto farlo.”Riviveva la sua giovinezza,e capì che Clelia in realtà non aveva tutti i torti per sentirsi in quel modo. Suo marito Carl non doveva assolutamente prendersela se sua figlia chiedeva un po’di verità.La verità-pensò Marianne- in questa famiglia non era mai esistita:sua madre Benedit avrebbe voluto che lei avesse sposato un altro, perchè non amava il fatto che lei e Carl si fossero conosciuti mentre erano in vacanza:la donna fece di tutto per farli lasciare, anche se non ci riuscì; suo cognato Claudus 16 anni fa aveva avuto una figliastra da un’altra donna,e la povera figlia Annie e la moglie Michelle ignare di tutto,invitavano l’amante Jenny e la figlia Cleliane come se niente fosse,poichè si erano conosciute al teatro;suo padre Steve,anche in età avanzata non disdegnava spendere i suoi risparmi alle corse dei cavalli,e sua madre Benedit che lo aveva scoperto,iniziò a rubargli i soldi di nascosto- “per proteggerli”-diceva lei;suo fratello Mark faceva lo spogliarellista a Las Vegas con la scusa di partire per dei viaggi-studio;suo cugino Felipe vendeva animali esotici illegali;e poi la clamorosa scoperta fatta quando aveva ventisette anniI suoi pensieri e il silenzio vennero interrotti da Clelia e dalle sue parole furiose: “Io vorrei sapere perchè la nonna negli ultimi tempi era diventata intrattabile,e non a causa della depressione,secondo me c’era dell’altro,Benedit non era una stupida!E cercare di parlare con voi non serve un granchè.Quando vi chiedo delle risposte voi mi trattate così?Specialmente tu,papà:non mi ascolti mai,quando ti parlo fai finta di niente perché sei troppo stanco del lavoro e ti dobbiamo comprendere,ma quando c’è da parlare di un discorso così importante mi dici di andarmene via?Non l’ho fatto mai ma lo farò adesso. E tu mamma,è inutile che mi guardi così,tanto lo so che tu e la nonna non andavate molto d’accordo negli ultimi tempi!”.E senza neanche guardarli in faccia,corse via. Prese il telefonino, un Samsung X460 ,cercò sull’agenda e senza pensarci troppo su compose il numero. “Alixia,hai ancora quel materasso in più nel soggiorno?Ok stasera dormo da te!”Poi iniziò a preparare il borsone.Aprì il cassetto,e prese le sue banconote di scorta.Aprì un altro cassetto ed estrasse un microscopico lettore mp3 portatile. “Caro i-pod sei la mia consolazione”-pensò tra sé.”Se continuerà così tanto vale richiedere carte false ed espatriare in Iraq”.Prese il necessario.Non voleva essere troppo invadente,anche se Ali era amica sua da quando erano vicine di culla all’ospedale Poitre.Fortunatamente sua madre era partita per questioni di lavoro,e aveva lasciato a casa la figlia sedicenne sotto la guardia del fratello diciottenne.E suo padre?Si era risposato e si era trasferito in un’altra città.Sì cambiò:indossò un jeans sfilacciato che adorava nella sua praticità, un top rosso corto abbastanza da scoprire l’ombelico e delle sneakers. Poi si infilò una felpa nera che chiuse fino al collo per passare alla dogana di amici e conoscenti. Mentre preparava i vestiti nel borsone (sperava di rimanere da Alixia almeno due giorni),sentì arrivare qualcuno alle sue spalle.Si girò di scatto. “Mamma -disse frettolosamente- c’è uno spettacolo per caso?Sai,non vedo tutto questo panorama...” “Vergognati delle ultime cose che hai detto!” –fu la gentile risposta.“Di cosa mi dovrei vergognare,eh!Del fatto che mia nonna senza pasticche non poteva vivere e che non era in grado di pensare lucidamente? O forse che tu la odiavi a morte magari per un motivo inutile,e non te ne frega niente di scoprire il perchè della sua depressione?.”Marianne in quel momento trasalì. Il ricordò di quello che aveva vissuto molti anni fa,nonostante tutti i suoi sforzi,riemerse provocandole un turbinio di emozioni contrastanti. “Ragazzina,se solo sapessi che genere di persona era veramente tua nonna,non parleresti così!”-pensò Marianne.” Ma si limitò a rispondere: “In effetti tua nonna nei miei-poi si corresse volontariamente- nostri confronti non si è comportata sempre bene,prima che cadesse in depressione ovviamente. Non era quella graziosa fatina buona che appariva agli occhi dei vicini!Io la conoscevo anche meglio di suo marito”-sbottò con rabbia e decisione.Rimase in silenzio. Anche Clelia,come per analizzare la situazione.Il modo in cui sua madre aveva chiamato suo nonno buonanima ‘il marito di mia madre’,e non ‘mio padre’ le risultò molto strano.Comunque quello non era il momento adatto per continuare:presto sarebbero arrivati vicini e conoscenti per onorare la memoria di Benedit Ferguson. Clelia lo capì e in silenzio uscì fuori dalla stanza trascinandosi il bagaglio.Aveva bisogno di pensare,dedicare un momento a sé stessa.E poteva farlo.Per questo andava da Alixia:lì complici una tazza di tè,la tranquillità, e le parole dell’amica avrebbe potuto pensarci su in santa pace.“ Dimmi cosa fai con quel borsone!”-urlò sua madre.” “Ho intenzione di venderlo al mercatino dell’usato”-rispose sarcasticamente lei. “Ma forse lo farò lo stesso. Con i soldi comprerò un biglietto per l’Australia e chi si è visto si è visto.”Aprì la porta di casa e sentì gli uccellini cantare.”Sembra una giornata comune -pensò- be’almeno esiste qualcuno che non ha scordato mia nonna!”Infatti due distinte vecchiette vestite di nero erano venute a visitare i suoi genitori.”Oh Cleliane che dispiacere!Benedit era una donna eccezionale,immagino che la perdita del marito,l’età avanzata,e i reumatismi abbiano giocato il loro ruolo!”Questa era la sapientona,che anche nella terza età aveva ancora tanto fiato sufficiente per rompere le scatole a tutti. “Già,ma comunque il nome è Clelia”-sbuffò.Non ne poteva più di sentirsi chiamare come l’odiata cuginastra che abitava a 37,28 miglia da Quater Valley .”Ma ovviamonte,qui”-fece l’altra.Questa invece era la zitella francese, accompagnata dalla moglie del dottor Fleckam.Se la signora Laurette fosse stata al paese suo le avrebbe risparmiato quest’ora di tempo prezioso. “Si,ok i miei genitori sono in cucina voi accomodatevi sul divano.”Le spinse dentro casa,poi chiese se avessero voluto qualcosa da bere.Nessuna delle due evidentemente voleva ubriacarsi e Clelia che avrebbe voluto avvelenarle rimase delusa.Si limitò a preparare del tè alla pesca e ad offrire dei biscotti al burro. “Sei adorabile”-fece la signora Fleckam .Poi la squadrò da capo a piedi,emettendo un urlo. “O Dio,copri quella pancia”Clelia si guardò:la cerniera aveva ceduto rivelando il top “succinto”.Era in realtà solo un capo sportivo,comodo e pratico,mai volgare insomma. Be’,Clelia non lo era stata mai.Sua madre arrivò di corsa “Cos’è successo?”-chiese riferendosi all’urlo. “Sua figlia è indescente”-fece la francese.Sua madre le rivolse un’occhiataccia del tipo:proprio adesso devi? “Mamma non è stata colpa mia”-Clelia trovava indecente solo il discutere per una cerniera, ,ma con l’età si sa che si diventa rimbambiti... Poi il miracolo :Miss Fleckam concentrò la sua attenzione sulla madre Marianne. “Oh Marianne sei splendida,ma come fai a rimanere sempre uguale?Hai 40 anni! –poi continuò con la velocità di un Honda Civic –io ho provato lo yoga, lo shiatsu...” “Io avrei voluto provare il Botux al viso!”-si ridicolizzò la signora Laurette.Questo fece scoppiare la “so tutto io” miss Fleckam in un eccesso di risate. “Si,è molto interessante”aggiunse Mariane a disagio. “Vorrà dire divertente!”-la corresse miss Fleckam. “Sì,certo intendevo proprio quello”-concluse Marianne esibendosi nel suo migliore sorriso tirato. Clelia approfittò della distrazione per “congedarsi”dalle simpatiche occhiate. Afferrò il borsone ed uscì fuori.Erano le 15,40. Alixia per fortuna non abitava molto lontano,giusto 2 isolati più in là. Li fece tutti d’un fiato,per liberarsi di quell’orribile peso che le opprimeva il petto e i polmoni da due giorni. Arrivata,si fermò un attimo per riprendere fiato. Suonò al citofono. “Chi è?”. “Venditrice di hashis a vostra disposizione”. “Sempre la solita”.Alixia le era andata ad aprire. “Come ti butta?Per tua nonna,mi dispiace tantissimo” “Grazie”-rispose lei all’unico sorriso amico che le avevano fatto in quella giornata. “Umh che casino,come sta Jason ?”-continuò,imperturbabile osservando vestiti,riviste e lattine di coca qua e là. “Aarff,aarff”.Un’ammasso peloso le venne addosso. “Buono Bounty,come stai cucciolone?”-fece Clelia accarezzando un magnifico esemplare color miele di Golden Retriever sui tre anni. “Seduto Bounty,dai,ora vai nella cuccia!Ciao pacioccone!”Così Alixia fece uscire il cane che accompagnò fuori,nel suo recinto che era situato dentro allo spazioso giardino che circondava l’enorme villetta.Rientrarono e si sedettero sul divano. “Comunque mi dispiace tantissimo,sai che mi piaceva tua nonna.La depressione può uccidere,non è la prima volta che succede” “Sì, lo so”.Con Alixia si sentiva libera perchè poteva parlare di tutto,senza problemi.O di quasi tutto. Tanto per cambiare discorso Clelia chiese: “Dov’è lo metto questo?”-alludendo al borsone. “Di là,nella tua stanza”. Indicò. “Sorpresa!-esclamò notando l’espressione stranita che era spuntata sul volto di Clelia -non avrai mica pensato che ti avrei fatta dormire su quello squallido materasso nello studio!”.Quando entrarono rimase scioccata: “Avete ristrutturato la stanza degli ospiti!”-esclamò stupita,mentre osservava le quattro pareti che un tempo erano state dipinte di un sobrio verdino pallido,e ora erano di un colore simile al giallo limone. Le tende erano velate e di una calda tonalità arancio.Il copriletto era arancio e verde.Lo specchio era moderno,lineare,così come l’ampio armadio e la cassettiera.Sulla parete centrale troneggiavano i volti di Jhonny Depp e Orlando Bloom inchiodati alle pareti sotto forma di- ahimè -posters.Di fronte al letto ,era sistemato,sull’apposito sgabello,un televisore di medie dimensioni. “Guarda qua!Questi li ho messi appositamente per te.Ti terranno compagnia stanotte!” –disse Alixia indicando i posteroni. “A proposito tua madre sa che sei qui?”-chiese inarcando un sopracciglio,che caratterizzava la sua tipica espressione da niente–guai-please!. “Be non gliel’ho detto,ma credo che avrebbe già chiamato la polizia se le fosse venuto in mente di cercarmi,no?”-rispose cercando di convincerla. “Ma ti ha chiamato almeno al cellulare?” “Per la verità l’ho spento appositamente per questo.Oggi sono fuori dal mondo.” “Vorrai dire fuori da casa tua!”-sbottò Alixia sorridendo.Clelia forse l’aveva convinta. “Bè in fondo è quello il mio mondo!”-rispose abbandonandosi al suo naturale umorismo. “A parte la scuola,gli amici,i Big Mac di Mc Donald’s,la voce dei Dido,la gelateria Albatros,Orlandom Bloom,le nostre uscite,le cabriolet,e altre cose che non ricordo,sì,quello è il mio mondo.”Alixia si mise a ridere. “Ah aggiungi i jeans strappati”-concluse Clelia raggiante. “Sei sempre la solita!”-rispose alla fine Alixia sorridendo-davvero,non cambierai mai” “Oggi me l’hanno detto in tanti,ma non solo oggi,anche ieri,l’altro ieri...Comunque grazie Alixia,-continuò seriamente - davvero. Mi serviva un posto dove staccare un po’ la spina.E pensare che questa stanza non si riconosce più!”-continuò guardandosi intorno,contemplando le pareti,per cercare di cambiare discorso. “Prima sembrava la cella di un monastero!” MIAO,MIAOOO! “Oh scusa Milly,non ti avevo visto!No niente Alixia,ho pestato la coda al gatto!”-Clelia si controllò la suola della scarpa destra. “Milly,esci dalla stanza,subito!”-sbraitò Alixia. “Quante volte ho detto a mio fratello di non fare entrare il gatto nelle camere da letto!”Il corpo agile e snello dello splendido gatto Blu di Russia uscì da sotto al letto dove si era rifugiato. Poi con un’elegante balzo,uscì dalla stanza. “Alixia si sedette sul letto e si mise una mano sulla fronte. “Ma tu guarda che roba!Mia madre è sempre fuori per lavoro,e io e Jason dobbiamo occuparci della casa.Un tempo ci dividevamo i compiti: ad esempio io facevo il bucato e stiravo,lui faceva la spesa e cucinava.Adesso invece non fa più niente,tutto il peso della casa è sulle mie spalle,trovo il cane e il gatto che se la spassano in cucina perchè lui ha lasciato la porta aperta,mi accorgo del computer rimasto acceso da due giorni perchè aveva dimenticato di spegnerlo,e così via.E questo sai perchè?Ha la testa a quella là.Quando mio fratello si innamora diventa super strano.Non parla,non mangia,non ride,bo’!Ed è più preoccupato di fare bella figura con lei,che di tenere un appartamento in ordine. Non trovo niente di male che abbia una ragazza,ma che la tipa in questione che lo distrae così tanto sia quella smorfiosa di Hamlin!”. Clelia osservò il modo con cui Alixia enfatizzò l’ultima parola:terribile. Quella ragazza non doveva piacerle proprio.Come del resto a lei. Aveva sempre avuto un debole per Jason. Aveva un corpo da modello,alto,slanciato, sodo e muscoloso-vuoi mettere anni ed anni di piscina? Un fascino intrigante anche solo quando sorrideva(e questo mandava in visibilio tutte le ragazze della scuola,professoresse comprese),una buona dose di romanticismo e umorismo e peraltro condividevano le stesse passioni e gli stessi gusti. Amavano gli stessi film,la stessa musica,e avevano le stesse idee su auto e moto.Avrebbe dovuto compiere 19 anni di lì a poco,ma ne dimostrava di più.Insomma era perfetto! Quanto all’essere disordinato, be’ anche lei lo era.Peccato fosse impegnato,irraggiungibile,e magari non si era mai accorto della sua esistenza,come possibile ragazza ovviamente. Qualsiasi ragazza al suo passaggio rimaneva ipnotizzata.Però interruppe i suoi pensieri per mostrarsi solidale ai discorsi dell’amica. “Stai tranquilla,ti capisco:a casa mia non va’affatto meglio- confessò- e anche oggi che c’e’ stato il funerale ho litigato per l’ennesima volta con i miei.E solo perché ho esclamato che non sopportassi l’idea che mia nonna fosse farmaco-dipendente!E mio padre da giorni continua a dirmi di mettermi la testa a posto!Ma te lo immagini?”.Non disse però del clima teso che si respirava quando Marianne e Benedit sedevano nella stessa stanza. Lei stessa non ne aveva ancora capito il perchè. “Già giovane Atwood quando metterai la testa a posto?.”Clelia e Alixia si girarono e all’unisono esclamarono: “Jason!” .Un ragazzo alto circa 1,85 varcò la soglia. Clelia dovette utilizzare tutto il suo autocontrollo per non cedere alla sua bellezza e rimanere in piedi. Detestava fare la figura dell’imbambolata. Quindi mantenne un tono neutro e pacato,come richiedevano le circostanze.Non doveva esagerare. Jason e Alixia,nonostante fossero fratello e sorella,non si somigliavano molto.Il primo aveva capelli castano-rossicci,era alto parecchio e aveva lineamenti delicati e perfetti;Alixia invece era alta circa 1,65,e aveva una massa di riccioli castani.Ma anche lei aveva lineamenti sottili e armoniosi. Jason era la copia perfetta di suo padre Sam, Alixia quella stampata della madre Susan. Per fortuna Alixia non si era mai accorta del suo amore per Jason.Si,lei era consapevole dell’effetto che suo fratello faceva alle ragazze,ma mai avrebbe pensato,che la sua migliore amica fosse una di quelle.Lei la sopravvalutava. “Clelia mi dispiace per Benedit.Era una brava donna”. “Lo so”. Rispose. Poi, accorgendosi della risposta data,aggiunse: “Grazie,Sono ancora sotto shock”. “Be’ ,è normale”-concluse lui. “Se non vi dispiace io dovrei uscire.Alixia fa’ attenzione, e se dovreste aver bisogno d’aiuto,fammi uno squillo sul cellulare.” “Esci con quella Hamlin?Quella puttanella da due soldi?”.Clelia si girò di scatto.Il suo sguardo saettò da Alixia-che aveva pronunciato la frase con un tono parecchio pungente a Jason che la osservava furente. “Ti odio quando fai così!”-urlò lui,sbattendo un pugno sul tavolo.Il rumore riecheggiò in silenzio. Poi riprendendo un po’ il controllo,rispose: “Alixia non ne posso più,capito?Sembri la mamma!Questi sono fatti miei,te lo dico chiaramente:non ti impicciare” –ringhiò.Il gatto schizzò per la stanza. “Non ti accorgi che quella non va’ bene per te?”-continuò Alixia prendendo in braccio un miagolante Milly,adesso con tono supplichevole,spaventata forse dalle parole dette dal fratello e che avrebbe potuto dire una volta aizzato. Lui fece finta di niente,avanzò verso la porta,toccò la maniglia,poi si girò: “Comunque ora esco con Tom,con Hamlin stasera.E tu non ti impicciare più,capito? Tu credi di essere migliore forse,sempre a sbavare dietro a quel Mike Steventon?Lui neanche ti considera,Alixia,sei ridicola!La prossima volta il tavolo lo spaccherò veramente.Ciao Clelia,di nuovo per tua nonna”-concluse poi, come se della sua presenza se ne fosse accorto solo ora. Lo guardarono uscire,infilare il casco,salire sulla moto- una splendida Honda nera- e partire a tutto gas sull’asfalto. Alixia aveva il volto di chi avesse ricevuto un ceffone in piena faccia.‹‹Tranquilla io non ho visto ne sentito niente,perciò non guardarmi così!››-azzardò Clelia mettendo le mani avanti. “Non ne posso più,mi arrabbio così solo perchè sono gelosissima!Non voglio che soffra con quella stupida”-confessò,triste. Poi,continuò : “Non posso credere che stia con una ragazza di questo stampo!”. Clelia le dava ragione.Chiunque abbia conosciuto una tipa come Hamlin aveva il dovere di sentirsi in apprensione per chi amasse. Era bellissima,ma anche altezzosa,snob e antipatica.La tipica figlia di papà, cheerleader sognata dai ragazzi,a scuola andava avanti solo grazie alle mazzette che suo padre sborsava di volta in volta da professore a professore. “E la cosa orribile sai qual è? Si è accorto che muoio dietro a Mike ,te ne rendi conto? Vuol dire che si nota benissimo!Mi sento davvero un’idiota!”. Clelia ascoltò il discorso,ma nonostante i suoi sforzi non riuscì a trovare niente da dire.Era ovvio che Alixia aveva ricevuto un’orribile delusione.Mike era il suo sogno,la sua speranza.E ora se ne era andato.Chissà quante volte ne avrà parlato con Jason.Poveraccia. Dopo lo sfogo, Alixia uscì fuori dalla stanza,dicendo che doveva stirare una pila di vestiti suoi e di Jason.Clelia cercò di aiutarla come faceva tante volte quando si trovava lì,ma lei si rifiutò dicendole: “Oggi sei mia ospite,non devi fare niente”- lasciandola solo in compagnia del propri pensieri. Le 17.40.Clelia sbuffò dopo aver osservato l’orario. Quella giornataccia desiderava non finire mai. Era di cattivo umore. Gli ultimi tre giorni erano stati ricchi di tensione.Almeno per quattro motivi. Il primo: la morte della sua Mary-Poppins; seguito da un litigio ad alto contenuto di grida scagliate contro i familiari; poi aveva assistito all’atteggiamento cavalleresco di Jason nei confronti della sua ragazza,che aveva fatto crescere in lei la gelosia canaglia e in Alixia un desiderio omicida,e l’ultimo:stava piovendo. Il cielo compativa le sue disgrazie:sembrava rispecchiasse i suoi pensieri. Sì,la pioggia le metteva un cattivissimo umore.E in questo momento il suo era pari a zero.La malinconia repressa degli ultimi due giorni stava riaffiorando a poco a poco,diradandosi nelle vene,raggiungendo il cervello,che emanava il suo verdetto. Sì,Clelia desiderava solo chiedere scusa ai suoi genitori,e aiutare sua madre nell’impresa molto ardua di accogliere in casa propria i soliti parenti impertinenti,a cui importava poco essere sostegno morale facendo le proprie condoglianze,ma bensì far vedere alla comunità che sapevano condurre un comportamento perfettamente ortodosso.Poi ad un tratto le venne in mente una cosa:voleva di più,voleva sapere perchè sua madre e sua nonna si sopportavano come il gatto e il topo negli ultimi anni.Ripensando al casino a casa da Alixia,Benedit e Marianne si sopportavano come il cane e il gatto. Avrebbe voluto sapere i motivi del loro continuo nascondino anche alle cene di famiglia. Si offendevano a vicenda,ma non stavano mai sulla stessa lunghezza d’onda degli altri parenti,c’era sotto qualcosa. E Clelia era intenta a scoprirlo.Ma come?Non era ne una medium,ne una sibilla.


Come possono odiarsi a morte una madre e una figlia? La pioggerella leggera stava diventando un vero e proprio acquazzone coi fiocchi.Il rumore dei tuoni pervase l’aria.Alixia entrò nella stanza,e si sedette sul letto.Clelia tolse gli occhi di scatto dalla finestra:la nuova arrivata aveva interrotto i suoi pensieri d’inquisizione,o meglio da terzo grado. “Perdonami se te lo dico,ma non ti ho mai vista in questo stato.Lo so,che oggi hai avuto il funerale di tua nonna,però non credi che i tuoi abbiano anche bisogno di te?”.Alixia aveva perfettamente ragione. “Lo so ma il guaio è che già al mio arrivo inizieranno a dirmi cose tipo “Ti sembra questo il modo di comportarsi?”e così via .Sicuramente litigheremo di nuovo,lo sento.Tutto rimarrà tale e quale,persino le parole che ci urleremo,saranno le stesse di stamattina ,ci scommetto.”Alixia allora rispose in modo apprensivo queste parole,che Clelia ricordò per tutta la vita: “Non se tu non lo vuoi”.Poi,imperturbabile,rompendo il silenzio, continuò: “Ascolta Clelia,so di non essere la persona adatta per farti la predica,poi,dopo la scenata che ho fatto a Jason,ancora meno. Però una cosa te la voglio dire: la tua è una famiglia solida,unita.I tuoi genitori te li ho sempre invidiati. Anche noi prima eravamo così”-e mentre parlava tirò su col naso e si asciugò le lacrime elegantemente con le dita. Poi,senza perdere altro tempo, continuò : “Così , insomma felici!Ma da quando mio padre è scappato con quella lì,Carmen forse,tutto questo equilibrio è ...insomma svanito.Tu non sai cosa voglia dire tornare a casa da scuola e trovarla vuota! Quindi ascolta:non ti farò perdere neanche solo un minuto di più con le mie noiosissime lagnanze-e mentre disse questo scoppiò a ridere nonostante le lacrime appena spuntate -ma tu va’ a scusarti coi tuoi.Se lo meritano.I litigi sono il pane quotidiano delle famiglie ormai,nessuno ci fa’ tanto caso.Tua nonna era malata gravemente.Non puoi fargliene una colpa. Anche loro stanno soffrendo,solo che non lo danno a vedere in modo teartale. ”Clelia capì che stava dicendo la verità.I suoi non si meritavano altri pensieri. “Eccome, se hai ragione!”. Rispose abbracciandola. “Mi ci sono così abituata anch’io che non oso andare a scuola se prima non grido un po’ con mia madre almeno per sette motivi diversi!”-concluse la frase sorridendo:anche lei non aveva mai visto Alixia in questo stato .Decise di tirarle su il morale.Anche se li ne aveva bisogno anche lei.Una persona che piangeva era una che aveva bisogno d’aiuto.Questa era la sua filosofia di vita.Questo era quello che cercava qualche anno fa(sembrava quasi un secolo!) di far capire a sua madre,quando ancora undicenne,si sentiva in classe isolata da tutti perchè più brava. Il risultato?Lei conveniva che gli altri erano invidiosi e che lei avrebbe dovuto continuare la sua strada.Ma lei si ribellò.Odiava la solitudine più di qualsiasi altra cosa al mondo.Alle persone che le facevano dei torti rispondeva allo stesso modo. Così nel giro di un anno Clelia si modificò.In meglio.Era più grintosa,forte,decisa che gli altri non si dovevano permettere di prendersi la briga di dirle cos’avrebbe dovuto fare. Rimasero unite per un po’poi Clelia si alzò dicendo: “Adesso vado,hanno bisogno di me.Ci sentiamo domani”.Quando Clelia si chinò per prendere il borsone,Alixia si alzò di scatto dicendo: “Eh no,questo lo tengo in ostaggio,così stasera avrai un motivo valido per passare di qui e dirmi com’è andata” . “Alixia!”.La richiamò sorpresa per quello che aveva sentito.Poi però capì che la sua amica aveva bisogno di compagnia.Cos’erano in fondo pochi metri? “Ok,vedrai che andrà tutto bene!”-la ammonì,comunque.Alixia era sorridente.Poi ebbe un ripensamento. “D’accordo ma non avrai mica intenzione di andare a piedi no?Clelia ti zupperai tutta!”. In realtà l’acquazzone era cessato da un pezzo,era rimasta solo un po’ di delicata pioggerella leggera. Con senso pratico fece due svolte ai jeans ,si infilò la felpa e disse: “Perchè no?”-si sentiva in qualche modo rinata. “Clelia!-sbottò Alixia arrabbiata-ti prenderai un raffreddore!”. “Tanto c’è l’ho già”-e tirò su col naso per darne dimostrazione. Poi varcò la soglia. “Alixia -chiamò,e lei si girò- lo sai che sei la mia migliore amica?”.Lei finalmente si addolcì ,ma disse lo stesso: “Me lo dici ogni volta che sono triste”. Clelia rispose sorridendo,poi si mise a correre.Alixia in quel momento esclamò: “Sì prenderà la polmonite!”.In effetti la temperatura si era abbassata. Clelia,a qualche metro di distanza pensò che non era solo l’unica a stare soffrendo in quel momento:Alixia aveva ragione,da quando suo padre se n’era andato tre anni fa,la famiglia Forst era cambiata.Sua madre Susan era sempre fuori città a causa di stage promozionali(faceva la manager in un’industria di computer),e l’unica sua soddisfazione erano Jason,il cane e il gatto,gli unici inquilini fissi in quella casa. Scoprì che la sua amica aveva dovuto imparare a cavarsela da sola:sapeva cucinare l’indispensabile,fare il bucato e le piccole faccende domestiche.In queste cose Jason l’aiutava.Da quando il loro padre Sam li aveva abbandonati era lui l’uomo di casa.Era tremendo credere che un padre potesse abbandonare i loro figli.Risposarsi sì,ma non dimenticarsi dei bambini che aveva cresciuto e che ora erano diventati dei ragazzi.A lui non importava niente di loro,e a loro più niente di lui. Povera Alixia,menomale che c’era Jason.Era sempre stato il suo fratellone protettivo,che la controllava a scuola proteggendola dai ragazzacci,e ora che l’aiutava a cucinare.Ma poi si ricordò della loro sfuriata,e pensò che tra i due non ci fosse un vero e proprio idillio.Almeno negli ultimi tempi:mai li aveva visti litigare così.Certo che quella Hamlin era davvero una sfascia -famiglie.Pensò all’espressione possibile di Alixia se lei fosse stata la ragazza di Jason.Sarebbe stata felice,o ancora più gelosa? E lui,avrebbe minacciato di spaccare di nuovo il tavolo? Comunque doveva ammettere che Jason quando era arrabbiato era ancora più affascinante. I suoi occhi nocciola chiaro dai riflessi verdi,ipnotizzanti,sprizzavano lampi da tutti i pori.Contro ogni sua razionalità desiderava tornare al liceo di Quater Valley solo per rivederlo tutti i giorni:lei avrebbe frequentato il terzo anno,lui il quinto dello stesso corso,il corso B. La pioggerella era fresca e piacevole più di quanto pensasse.Le picchiettava il viso dolcemente,e le inzuppava l’orlo dei pantaloni.Il pro e il contro. Già immaginava Jason che le veniva incontro al ballo di fine anno con la sua camicia nera mozzafiato un po’ sbottonata,dicendole: “Sei bellissima”-e lei che avrebbe risposto maliziosa: “Solo stasera?”-e lui tendendole la mano sorridendo affascinante come solo lui sapeva fare: “Sempre”.Lei l’avrebbe afferrata e insieme sarebbero andati al ballo scolastico di fine anno.Avrebbe dovuto aspettare così tanto?Ah,fra un mese ci sarebbe stato quello di Halloween. Be’ sognare non costava nulla.Anche se dubitava di essere bellissima con un cappello a forma di zucca in testa. Una macchina le passò vicino schizzandole in piena faccia l’acqua di una pozzanghera. Questo oltre a destarla dalle proprie fantasie romantiche,le fece salire la collera alle stelle: “Ma impara a guidare!”-urlò al guidatore.Così continuò a camminare più velocemente,per non farsi notare in questo stato dai passanti e non diventare un cubetto di ghiaccio da Aperol. A un certo punto eccola. La sua villetta sembrava maestosa ,tanto l’aveva desiderata.Corse verso il citofono.Il cuore batteva a mille,i polmoni erano a pezzi,come le gambe del resto. Suonò “Chi è?”- sua madre,nonostante tutto, sembrava di buonumore. “Babbo Natale”-rispose. Sì,doveva ammetterlo anche a lei era ritornato,nonostante fosse infangata dalla testa ai piedi, infreddolita da morire,e avesse partecipato al funerale di sua nonna la mattina stessa. “Clelia?Che cretina che sei.Ti apro,ma vedi che siamo al piano di sopra.”. “Grazie,bel complimento”-pensò Clelia,ma avrebbe dovuto aspettarselo:quello non era il momento adatto per comportarsi da sadica insensibile.Magari però sarebbe potuta sembrare la nipote della befana. Ma poi si ricordò che le aspettavano due piani di scale. Perchè i suoi non avevano fatto mettere un ascensore nel palazzo? Così iniziò a camminare,contando gradino per gradino.Sua madre l’aspettava davanti la porta,a braccia conserte,sorridente.La sua bambina alla fine era ritornata.Poi si accorse dell’errore commesso:Clelia non era ancora un’adulta,ma non era neanche una bambina. “Mamma”- Clelia,dal passo lento,pigro e ansimante era arrivata alla fine dell’ultima rampa di scale.Per un attimo si scrutarono negli occhi.Sì- pensò Marianne,- Clelia non era più una bambina,aveva il volto di chi aveva sofferto ...in silenzio,di chi aveva trattenuto le lacrime e il proprio sudore.Di chi aveva lottato per ottenere la propria autostima. E di chi era stata una lottatrice nel fango.Pensando a questo non riuscì a trattenere un sorriso anche un po’ tirato e disgustato. Poi, tra le due,accadde l’inevitabile. Fu Clelia a iniziare dicendo: “Ho bisogno di un bicchiere d’acqua”-seguito... da un abbraccio . Interrotto subito perchè si ricordò di avere un gradevole colorito marrone in faccia. “Ah mamma scusa,un cretino con una jeep mi ha schizzata con l’acqua di una pozzanghera.Proprio ora che ha smesso di piovere”-si scusò. Poi continuò le proprie confessioni. “ Mamma senti, mi dispiace di avervi detto quelle cose,non è vero ,la nostra è una famiglia fantastica perchè voi siete fantastici!”.Sua madre sapeva perchè Clelia aveva reagito così a pranzo:voleva solo sapere delle risposte.E lei,sapendo che sua figlia le avrebbe scoperte prima o poi,aveva deciso di dargliele.Ma in un altro momento,quando Tommy -curioso come sempre-non fosse stato in casa. “Entra -fu la risposta,seguita da- aspetta un attimo:con quei jeans bagnerai tutto il pavimento!”. Clelia con un sorriso si limitò a rispondere: “No problem”-mentre li arrotolava fino al ginocchio.Poi si pulì i piedi sull’apposito tappetino,ed entrò per prima. Sua madre chiuse la porta. “E il borsone?”-chiese con un tono d’allerta. “Passo a prenderlo da Alixia fra un po’,prima ho bisogno di bere qualcosa e di parlare.E magari di uno shampoo e di una doccia.Papà?”-chiese alla fine. “Dorme sulla poltrona in camera di Tommy,ha cercato di farlo calmare un po’.Nessuno di noi ha dormito in questi due giorni.Comunque è stata dura farlo addormentare”-commentò sua madre con tenerezza. “Me lo immagino”-pensò Clelia conoscendo bene il carattere vivace del fratellino. “Sono state tre giornate pesanti per tutti”-concluse sua madre versandole una tazza di tè direttamente dal bollitore. “L’ho messo su quando hai suonato”-lo indicò togliendo ogni dubbio. Clelia iniziò a sorseggiare la bevanda bollente.Sentiva il calore che le scioglieva le tensioni.Sua madre si sedette di fronte a lei. “Eri da Alixia”-decretò. Clelia sobbalzò, e il tè le andò di traverso.Quella frase era stata pronunciata con un tono un po’ acidulo e pungente. “Mamma,non mi dire che vuoi ancora litigare!Sono venuta a scusarmi,e mi dispiace non avervi dato una mano con i parenti e con Tommy.Ho solo voluto riordinare le idee,in un posto lontano da qui.Ho sentito il bisogno di evadere per un po’,tutto qua.Non volevo affatto offendervi.”.Be’se essere evasa significava liberare per un po’ la mente da tutto questo casino allora era d’accordo:sarebbe potuta partire subito anche per le Hawaii. Ma Alixia aveva ragione:la sua famiglia in un modo o in un altro aveva bisogno di lei,come lei ne aveva di loro,per ritrovare la pace e la serenità. Insieme.Del resto come sempre. “Clelia,non voglio litigare.Ho solo riflettuto su quello che mi hai detto oggi.Hai afferrato il nocciolo della questione.In fondo era così evidente!”. Sua madre aveva fatto questo discorso mantenendo un tono calmo e pacato,conciliante.Era chiaro che non volesse altre liti in famiglia.Clelia sbuffò confusa,di quale nocciolo stava parlando? Poi posò la tazza vuota nel lavabo. Si girò guardando negli occhi sua madre.Aspettava che continuasse.Diavolo ma cos’ era così evidente?Poi si fece coraggio: “Emh,cos’era così evidente?”.Sua madre la guardò: “Morendo ha smesso di soffrire”-rispose con franchezza.Clelia la guardò stavolta con più decisione.Sua madre stava mentendo.Non reggeva il suo sguardo.Era una copertura. Ma conoscendola sapeva che non le avrebbe estorto altro,neanche sotto tortura.In questo aveva preso da lei.Tanto per interrompere il silenzio chiese:“Com’è andata?Intendo dire con i parenti e il resto.La signora Laurette alla fine l’ha piantata di dire come annienterà le sue rughe?Botux o lifting?E la signora ...”-ma non finì la frase,perchè Marianne la interruppe: “Clelia è andata bene,molto bene.Comunque penso che tu abbia ragione:sei abbastanza grande per capire che io e tua nonna negli ultimi tempi ci sopportavamo a malapena.O meglio,io non sopportavo lei”. “Posso saperne il motivo?”-chiese incerta.Sua madre non perse tempo:“Diciamo che avrebbe voluto farmi sposare un altro.Odiava tuo padre perchè non l’avevo conosciuto qui.Ero in vacanza in California.Avevo ventun’anni,e be’-sorrise-mi venne una caria dolorosissima a un dente.Corsi al primo studio dentistico che trovai.Lui,al tempo lavorava lì.E poi il resto lo conosci già. Appena tua nonna seppe che ci saremo sposati,divenne una furia.Iniziò a presentarmi giovani e valenti avvocati,addirittura disse a Carl in privato di non fidarsi di me perchè avevo avuto delle storie con delle ragazze.Ma ti rendi conto che fandonie riuscì a inventare pur di farci separare?”. Si guardarono intensamente.Clelia rimase scioccata dalla rilevazione. “E’ una cosa terribile!-sospirò-mi dispiace non averti capito!” “Tu non potevi sapere,non ti posso biasimare:hai creduto che io fossi il lupo cattivo e Benedit l’ingenua Cappuccetto Rosso. Non puoi neanche immaginare quello che mi ha fatto passare quella donna.” Certo che non poteva capire.Clelia ascoltava con molta attenzione.Sua madre aveva dato a sua nonna dell’estranea.Il che non era da poco.Poi,Marianne continuò: “Ma era sempre mia madre,e la nonna dei miei figli.Così col tempo cercai di dimenticare l’accaduto.Ma ogni volta lei era pronta a ricominciare”-concluse la frase con la voce un po’ più addolcita,come se non stesse ricordando un fatto spiacevole.Ma,come Clelia aveva imparato,quando passavano degli anni e magari c’erano anche dei morti in mezzo,i ricordi si addolcivano,e ora aveva avuto una dimostrazione più che soddisfacente che confutasse questa teoria.Sua madre era passata dal chiamare sua nonna ‘quella donna’ a esclamare: “Poveretta ha fatto di tutto per separarci ma non ci è riuscita!”.Carino,no? Si scrutarono di nuovo per l’ennesima volta.Poi sua madre di nuovo sorridendo esclamò: “Comunque Laurette ha detto che si farà un lifting”-interrompendo il silenzio.Clelia si accorse che era tornata quella di sempre.E adesso anche lei. “Oh mamma,sai cosa dovremmo fare?”-le chiese contenta,mettendole un braccio intorno al collo.Voleva ripagarla della dolorosa rivelazione che le aveva fatto.L’affetto non costava nulla,in fondo.Faceva del bene a sé stessi e a gli altri. “Cosa!”-esclamò Marianne di risposta. “Fra un mese e mezzo sarà il vostro anniversario di matrimonio,potremmo organizzare qualcosa!”.La proposta era spumeggiante. “Già Clelia che bell’idea,tuo padre non fa mai niente per me!”-rispose sarcastica. “E il viaggio in Egitto due anni fa cos’era?”-chiese la figlia,fingendosi irritata. “Egitto?-sua madre fece orecchie da mercante -Ah,ricordo solo vecchi cammelli puzzolenti che sputavano come dei lama.Il loro odoraccio era così terribile che non se ne andò dai vestiti neanche dopo venti lavaggi con la candeggina.”Clelia guardò sua madre.Era impossibile non ridere.Ma ad un certo punto esclamò: “Mamma devo andare a prendere il borsone da Alixia,farò in un secondo.Tu ora vai a riposarti un po’,perchè stasera-e si preparò a scandire bene le ultime parole-la cena la preparo io!.Sua madre trasalì,adesso Clelia si sentiva in colpa per non averla aiutata con le visite: “No Clelia non ce n’è bisogno...”-provò. “No niente ma,passo da Alixia e poi preparo io:oggi sono mancata abbastanza da casa,devo pur rimediare in qualche modo,no?”.E senza aspettare una risposta corse via. “Clelia”-sua madre la chiamò,e lei fu obbligata a girarsi. “Volevo solo dirti...prima di cucinare potresti farti una doccia?E magari uno shampoo?Quel cretino con la macchina ti ha preso in pieno”. Clelia le rivolse un sorriso.Un sorriso pieno d’’affetto,di amore e di ammirazione.Come dice il saggio:un sorriso vale più di mille parole. E Clelia ne aveva fatto uno da duemila.Percorse il solito tragitto a piedi,di corsa,stavolta però alla luce dei lampioni e dei fari delle macchine.Suonò al campanello. “Com’è andata?”-chiese Alixia concitata non appena Clelia mise il primo piede dentro casa. “Meglio delle mie aspettative!-rispose-Ma ho parlato solo con mia madre:mio padre stava dormendo.Be’ è comprensibile:ha dovuto fare da balia a Tommy tutta la giornata!”. Appena Alixia l’ebbe di fronte,dopo averla squadrata da capo a piedi le chiese: “Una macchina ti ha fatto la doccia?Vieni,il borsone è ancora nella stanza.Sai,ti confesso che mi dispiace che tu non abbia dormito più qui.”.Clelia dapprima imbarazzata per il look nature, e poi un po’ in apprensione per la solitudine dell’amica rispose:“Non mancherà tempo.Senti mi devo sbrigare perchè ho promesso a mia madre che avrei cucinato io per cena,dopo essermi tolta queste tracce di fango urbanizzato,ovviamente-e sorrise nel dirlo- ma se vuoi,domani, potremmo fare qualcosa.Che ne pensi?”.Alixia stava per rispondere,ma venne interrotta da una voce familiare.Jason era sbucato da camera sua.Indossava una camicia bianca e dei Jeans scuri che gli stavano da Dio.Clelia si sentì fuori dal mondo:lui era così perfetto che sembrava un’apparizione.Alixia dominava perfettamente la situazione con i suoi modi delicati e gentili, la sua felpa bianca e i suoi jeans chiari,mentre solo adesso lei si ricordò di essere ricoperta di un leggero strato di sporcizia cittadina. Eh no,non era giusto.Quello era il paradiso,mentre lei sarebbe dovuta andare all’inferno solo per aver rovinato questa perfetta visione. “Come sto?”-fece lui,rigirando su sé stesso come un modello sulla passerella. “Bene”-rispose Clelia sforzandosi di non tralasciare nessun’emozione dalla voce,a parte quella di un sincero commento. Alixia sembrava in preda a una lotta con sé stessa. “Sei perfetto”-decretò alla fine. “Ok allora esco con Hamlin”.Tutti e tre sembravano aspettare una possibile reazione,che non avvenne subito.Il gatto sollevò la testa,in attesa di un buon motivo per darsela a gambe.Alixia aprì la bocca come per emettere un importante verdetto. “Sono felice per te”-sorrise infine. “Anch’io di questo”-concluse Jason,visibilmente sollevato.Lo videro prendere un mazzo di chiavi,e girare la maniglia.Poi si voltò. “Alixia,non c’è bisogno che mi aspetti,puoi anche andare a dormire se vuoi,ok?Ci vediamo Atwood-sorrise,sapeva quanto Clelia odiasse essere chiamata solo per il cognome,poi continuò-fanno brutti scherzi le macchine quando piove,vero?Ci vediamo ragazze”. Poi uscì. “ Mi sono persa qualcosa?”-sbottò Clelia. “Be’,in effetti sì!Mentre tu non c’eri mi ha detto che solo per stavolta –e sottolineò la parola solo con ampi gesti circolari -chiuderà un occhio sulla nostra graziosa discussione” . “Sono felice per voi”-rispose Clelia.E lo era davvero.Detto questo salutò Alixia,e ripercorse per l’ennesima volta la strada di casa.Mezz’ora più tardi era sotto la doccia.Sentiva le tensioni della giornata svanire e fondersi con l’odore dello shampoo alla vaniglia. Non faceva lo shampoo da cinque giorni.Certo,quando ti muore qualcuno,lavarti i capelli è l’ultimo dei tuoi pensieri.Ma Clelia aveva ormai pianto abbastanza. Li spazzolò solo un po’,perchè li aveva mossi e altrimenti le si sarebbero appiattiti e afflosciati come sempre.Li aveva così,nè lisci,né ricci,insomma ribelli.Si strinse nell’accappatoio millerighe,aveva freddo.Mentre si asciugava la,ripensava alle parole della madre.Eh si non c’era ombra di dubbio: la nonnina tutta premure e delicatezze era in realtà una strega.Avrebbero dovuto chiamarla Samantha.Solo perchè si erano conosciuti in vacanza,non sarebbe dovuto essere per forza un amore passeggero!Come poi dimostrò il tempo.Lei avrebbe compiuto diciasette anni giorno dieci.I suoi genitori ne erano sposati da 18.Era incredibile.Negli ultimi tempi entrambi gli eventi erano passati nel dimenticatoio.La malattia della nonna e gli impegni vari le avevano fatto dimenticare il suo compleanno.Se c’era una cosa che avrebbe voluto ricevere era la macchina.Aveva preso la patente e la sapeva guidare benissimo.Lo sapevano bene i suoi amici:ogni volta che si organizzava una gita o un campeggio,era lei la guidatrice più quotata,la più affidabile.Per andare al liceo utilizzava l’auto di sua madre,una Peugeot 206 grigia metallizzata.Ma nei giorni in cui non era possibile,prendeva l’autobus,oppure si faceva dare un passaggio da Jason e Alixia.Dopo essersi imburrata con chili e chili di crema corpo controllò le unghie di mani e piedi-potevano andare-,si aggiustò le sopracciglia,indossò la biancheria e il pigiama-w la comodità-ed uscì dal bagno. Tamponò i capelli con un asciugamano, avrebbe voluto farli asciugare all’aria,ma poiché la temperatura non era proprio caraibica ,gli diede una botta di phon.Arrivò in cucina che erano le 20,25.Avrebbe voluto cucinare la pasta ai funghi che le riusciva benissimo.Calcolò le altre alternative.Nel freezer c’erano carne,pesce e pollo,ma qualsiasi cosa si sarebbe dovuta scongelare.E lei non voleva perdere altro tempo.Controllò la pasta:ok le farfallette c’erano.Uscì dal frigo il prosciutto cotto tagliato a dadini,due carote,e poi prese i piselli e i funghi champignon surgelati.Iniziò a far rosolare i funghi,i piselli,e le carote tagliuzzate in padella.Al posto della panna mise due cucchiai di latte parzialmente scremato.Era un trucco che le aveva insegnato sua madre,la patita del viver sano.Era stata abituata a mangiare senza grassi:niente panna,niente burro,poco olio,e pochissima margarina.Diciamo che sua madre era riuscita nell’intento desiderato.Anche se Clelia sapeva di non cucinare molto bene......Ma tutto dalla vita non si può avere.Apparecchiò e servì la pasta nei piatti. “Questa è proprio venuta bene”-disse fra sé e sé.Poi sentì che suo padre e Tommy stavano parlando. “A tavola e ditemi com’e venuta”-chiamò sorridendo.Appena vide suo fratello esclamò: “Non c’è niente di meglio che una bella dormita per crescere sani e forti,eh?Bravo il mio campione!”-e lo baciò sui capelli spettinati.Suo fratello si aggiustò i capelli castani con fare schizofrenico.‹‹Che simpatia››-pensò.Poi suo padre si avvicinò chiamandola: “Clelia-lei si girò-volevo dirti che oggi ti ho sgridato soltanto perchè ero anch’io stanco e preoccupato.Ma in realtà non hai detto niente di male. Anzi,la verità.” Lei lo guardò poi gli gettò le braccia al collo dicendogli: “Grazie papà!” “Umh,questa roba ha un profumino invitante,complimenti stai superando tua madre!”-rispose lui sedendosi.‹‹Che ipocrita››-pensò lei.Sua madre non era un granché,figuriamoci lei.... “Be’comunque ho imparato da lei.Quello che so fare è grazie a lei”-disse decisa.Sua madre le sorrise.Poi assaggiarono il suo esperimento. “E’ buonissima!”-esclamò. “Senz’altro è meglio della bistecca che ho fatto a Natale,ve l’ha ricordate?”-chiese ridendo di gusto.Gli altri si guardarono,sconcertati. Ricordavano fin troppo bene l’errore di Clelia,che aveva scambiato il pepe di Caienna per il curry.E così,dopo tante notti insonni,fatte di veglia a Benedit che stava sempre più male,al punto di delirare e di scappare di casa -una volta la trovarono addirittura alla stazione ferroviaria- e successivamente di preparativi per il funerale,la famiglia Atwood, potè dormire sonni tranquilli.

Clelia si girava e rigirava nel letto.Domani-pensò-avrebbe preso la macchina e sarebbe andata a casa di Benedit.Avrebbe preso le sue cose più care e le avrebbe portate qui con uno scatolone.Chissà cos’avrebbe trovato.Confezioni di pillole nei cassetti,tra i gioielli,o tra i portafoto?Con questo pensiero in testa si addormentò.Un sonno lungo,pieno,tranquillo,come non lo faceva da mesi.O almeno ebbe quest’impressione.



Clelia correva,doveva scappare.Si trovava su una nave in balìa delle onde.Fuori tutto era tempesta.Le persone correvano come indiavolate,spingevano, urlavano. Anche lei cercava di spingere per liberarsi da coloro che la sorpassavano.Poi osservò i loro vestiti.Eccentrici.Ma come facevano ad avere gli occhiali così spessi e tondi,quei pizzi che spuntavano ovunque,quelle borse così...Poi capì,si trovava nel passato. “Cammina tu,muoviti!Che fai,scema,corri!”-la esortò un vecchio.Così anche lei si ritrovò a correre.Non voleva annegare,non voleva.Ma un’onda assassina invase la costruzione,facendola rovesciare.Sentì il contatto dell’acqua gelida dell’oceano ,e iniziò a nuotare,verso un’appiglio.Ma errore,solo allora,si accorse di avere le braccia bloccate dall’orrenda lavorazione in pizzo della maglia che indossava. “Clelia!”-una voce la chiamò.Lei si voltò. Sulla scialuppa c’era un’uomo,anzi un ragazzo sui vent’anni,dai penetranti occhi azzurri che le tendeva la mano.Lei l’afferrò e lui l’aiutò a salire. “Sono il capitano Friedrich Moore,e mi dispiace di quello che sta succedendo.”Nella sua voce c’era dolore. “Come fai a conoscermi?”-chiese. “Sono il capitano e so tutto di tutti”.Lei rispose: “Capisco”. “E pensare che mi sarei dovuto sposare!Da questa tempesta non uscirò vivo,la scialuppa è troppo fragile!”- esclamò con un misto di tristezza e certezza. “Con chi ti dovevi sposare?”-chiese,non s