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Quando Ho Visto I Tuoi Occhi Parte Prima - di Valentina

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 05/06/2007 alle ore 16:27:19

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Parte Prima

CAPITOLO 1.

Ero arrivata da poco in quella città straniera, avevo così tanto desiderato quel viaggio, praticamente da quando ero una bambina sognavo che un giorno me ne sarei andata. Non avrei mai pensato però che davvero avrei avuto il coraggio di prendere e partire, lasciare la piccola cittadina in cui ho sempre vissuto, lasciare gli affetti e tutto ciò che fa parte della vita di una qualsiasi ragazza della mia età.
Invece un giorno, così di punto in bianco, ho detto: “Io parto!”, non c’erano alternative alla mia decisione, non c’era un “forse ... un però...”, assolutamente niente, la scelta era stata fatta.
In quel momento non sapevo e non potevo sapere che di lì a poco niente sarebbe più stato come prima, non immaginavo neanche lontanamente che da quell’istante anche ogni più piccola cosa sarebbe cambiata, io sarei cambiata, e non avevo neanche mai preso in considerazione l’idea che qualsiasi cosa avessi fatto e qualsiasi cosa avessi pensato non ci sarebbe stato niente da fare.
Il cambiamento doveva esserci, soprattutto quando ho visto i tuoi occhi.
Un incontro non programmato, non voluto, non desiderato.
Un incontro inaspettato.
Qualcuno che, probabilmente, avrei dovuto incontrare in un’altra vita.
E’ bastato un solo sguardo, una sera per capire tutto.
Casualmente, in un locale affollato, i miei occhi hanno incrociato i tuoi.
Tu barista, io cliente. Niente di più classico, niente di più scontato eppure qualcosa di così inaspettatamente forte, che da quel momento avrebbe cambiato per sempre le nostre vite, la mia non sarebbe stata più la stessa.
Io non sarei stata più la stessa e neanche tu.
Lo leggevo nei tuoi occhi.
I tuoi occhi.
Mesi e mesi di conversazione con le mie ormai esasperate coinquiline a parlare dei tuoi occhi, occhi belli, misteriosi, profondi. Uno sguardo che a fatica dimenticherò perché quando quegli occhi mi guardavano mi facevano sentire strana, quasi imbarazzata, qualcosa che poche persone erano riuscite a fare con me.
I tuoi occhi, il tuo sguardo, niente era più come prima.
Come spiegare tutto quello che in questo anno è successo?
Come spiegare quest’emozione così forte, tutte le sensazioni vissute e sentite, non è facile soprattutto per chi, come me sta ancora cercando di elaborare.
È bastata una sera perché tutto avesse inizio.
Quella sera.
Mi sono avvicinata al bancone per prendere da bere, semplicemente avvicinandomi per un drink.
Lì ho incrociato il tuo sguardo e li tutto ha avuto inizio, niente di più banale, niente di più classico, un drink e poi via.
Per me un altro barista conosciuto in uno dei tanti pub in cui ero stata, io per te una delle tante clienti che si avvicinavano per prendere da bere, niente di più.
Una volta uscita di lì io avrei continuato la mia vita e tu avresti continuato la tua. Invece, non so come, già da quel primo sguardo avevo capito che non sarebbe stato così, era la prima volta che mi capitava, spiazzata ho preferito non badarci, non avevo fatto i conti con un problema però, a volte il destino non permette cambi di rotta.
Entri in un posto, conosci una persona e poi pensi: “ Se non fossi entrata in quel posto non l’avrei mai conosciuto...” ed è effettivamente così.
Resta il fatto che in quel posto ci sei entrata. Non lo avresti mai immaginato, di certo non l’hai programmato, ma è successo e non lo puoi cambiare.

CAPITOLO 2

Sono sempre stata dell’idea che nessuno può cambiare il destino, possiamo dargli una mano e possiamo cercare di modificarlo ma basandomi su quello che in questo anno mi è accaduto ho capito che non gli si può sfuggire, puoi provarle tutte, puoi cercare in tutti i modi di deviare ma tornerà tutto sempre allo stesso punto. Non si sfugge al proprio destino.
Dopo quella sera ne sono seguite altre in cui per me e te era solo un susseguirsi di sguardi, di sorrisi e nulla di più. Mai una frase pronunciata, mai una parola in più del solito saluto, niente, io guardavo te e tu guardavi me.
Poi una di quelle sera finalmente, qualcosa si è mosso. Ero seduta come sempre, con la mia inseparabile amica, al bancone del bar. Tu avevi appena finito il turno, con mio forte disappunto per non poterti ammirare tutta la sera, ti eri cambiato ed ero convinta che di li a poco saresti andato via, invece con stupore ancora più intenso del disappunto hai preso una sedia e ti sei seduto ordinando una birra, lì proprio al mio fianco.
Non potevo crederci, non sapevo se pensare che era una cosa che facevi spesso dopo il lavoro oppure no, pensavo solo che eri lì a pochi centimetri da me e le mie viscere si contorcevano come non mi succedeva ormai da anni. Al di fuori il mio comportamento era il solito, niente lasciava sospettare quello che mi si stava scatenando interiormente, parlavo con la mia amica, ridevo e scherzavo, facendo un po’ la civetta ma mai puntando dritto a te.
Sempre sostenendo la parte della donna vissuta, di colei che non sta provando niente in quel momento ma già il fatto che ti davo le spalle senza riuscire a girarmi parlava da sé, già il fatto che ridevo così rumorosamente, parlavo così ad alta voce diceva molte cose.
Credo che dipenda molto da come si è fatti, ci sono persone che quando si sentono a disagio si chiudono in sé, non parlano e fanno fatica a stare a testa alta.
Poi c’è un altro genere di persone, quelle come me che quando sono imbarazzate fanno rumore, si fanno sentire di più, si fanno notare cercando così di nascondere l’imbarazzo.
Io quella sera ero come un castello costruito con le carte, cercavo di proteggermi, coprendo l’imbarazzo con qualsiasi mezzo però anche per me come con le carte sarebbe bastato un minimo movimento o anche solo un soffio di vento per far si che tutto crollasse, ed è esattamente questo che è accaduto.
Alzavo la voce, ridevo, scuotevo la testa ma è bastato un attimo, è bastato captare la tua voce e non che parlava con qualcun altro, ma la tua voce che si rivolgeva a me, mi è bastato sentire:
“Scusa, hai una sigaretta?”
Una frase banale, quattro parole senza alcun significato, ma è stato abbastanza per far si che il mio castello di carte franasse.

CAPITOLO 3
“Scusa, hai una sigaretta?”
L’avevi ripetuto una seconda volta pensando forse che non ti avessi sentito, invece ti avevo sentito benissimo solo che la mia bocca non riusciva ad emettere suono, il cuore batteva all’impazzata e un calore improvviso mi aveva fatto avvampare.
Quello che stavo pensando da un mese finalmente accadeva e io cosa facevo? Rimanevo lì a guardarti immobile, come un stoccafisso, senza avere il coraggio di spiccicare parola, non era assolutamente da me, non era nella mia natura.
Io sempre così coraggiosa, sfacciata e senza peli sulla lingua non mi ero mai ritrovata senza parole, allora ci ho dato un taglio, il mio cuore e la mia ragione dopo una lunga lotta sembravano aver trovato una specie di accordo era il momento di provare, di buttarmi. La mia ragione cercava di convincere il mio cuore che era tutto a posto, era semplicemente una conversazione come le altre, una persona come le altre, il mio cuore cercava di ascoltare la ragione e si lasciava convincere ma in fondo sapeva che era una bugia.
Non era una semplice conversazione e tu non eri una persona come le altre.
“Certo, che ce l’ho.”
“Grazie”
Ti stavi per girare ma io non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione di parlarti, di poterti conoscere, volevo queste cose ed ora che c’ero così vicina non avrei permesso a niente e nessuno di impedirmelo, neanche dall’ostacolo della lingua, che non era la mia ma che ero lì per imparare, quindi ci ho provato.
“Come ti chiami?”
“Io? Dave”
“Piacere, Beatrice.”
“Piacere”
Ecco qua, ce l’avevo fatta. Il primo passo era stato fatto, ora dovevo solo intavolare una conversazione, provare a non farti scappare ma non sapevo da che parte cominciare.
Per quel poco che avevo potuto capire di te mi ero resa conto che non eri assolutamente una persona facile, sembravi antipatico, scontroso eppure forse, soprattutto per questo motivo mi piacevi. Il fascino dell’uomo misterioso, di colui che non deve chiedere mai.
Tutte le ragazze dicono che sognano il principe azzurro, un ragazzo romantico, che le riempia di attenzioni, di pensieri e di parole dolci e io non ero da meno. Poi però tutte, nessuna esclusa, cedono di fronte a qualcuno che sfugge, qualcuno enigmatico, qualcuno che non sai cosa sarà in grado di darti né tantomeno se te lo darà. Sono sempre stata una persona che ama le sfide, non mi sono mai fermata di fronte a niente, punto sempre i piedi per ottenere quello che voglio e la maggior parte delle volte lo ottengo perché sono determinata e caparbia.
Anche con te era quello che stava capitando perché oltre al fatto che eri bellissimo e che i tuoi splendidi occhi avrebbero ammaliato chiunque, c’era la questione che per la prima volta davanti a me avevo qualcuno che mi metteva curiosità e quel desiderio di sapere mi spingeva a continuare.
“Allora dimmi, quanti anni hai??”
“Tu cosa ne dici?”
“Ehi, non si risponde ad una domanda con un’altra domanda!”
“Ah no? 24 comunque”
“Di dove sei?”
“Slovacchia, tu?”
“Italia”
“Mi piace l’Italia, parlo anche un po’ di italiano.”
“Davvero?”
“Ci sono stato a vivere, per tre mesi. A Jesolo, facevo il cameriere”
“Davvero? Che bello, lo parli bene per essere stato solo tre mesi.”
“No, non è vero però ci provo e mi piace parlare con te perché così posso rispolverarlo.”
“Sono contenta”
Un gran sorriso e poi l’illuminazione, lo capivi e lo parlavi, io davanti a te per quasi un mese con la mia amica parlavo in italiano convinta che tanto tu non capissi niente di quello che stavo dicendo, mi rendevo conto solo in quell’istante che, allora, tutta la mia farsa poteva tranquillamente andare a farsi benedire, sapevi bene cosa pensavo di te, avevi sicuramente sentito tutto quello che dicevamo. Quante volte ti avevo visto sorridere? Forse era proprio perché sentivi frasi forse troppo esplicite uscire dalla mia bocca. In quel momento avrei voluto avere tra le mani una bella pala così avrei potuto scavare una fossa, per poi tuffarmici dentro senza pensarci due volte. Non potevo crederci.
“Tante volte ascoltavo i vostri discorsi, vi vedevo ridere e veniva da ridere anche a me”
“Scusami è, ma se parli e capisci l’italiano, perché hai sempre fatto finta di niente?”
“Non ho fatto finta di niente, ho solo pensato che non mi potevo intromettere nei vostri discorsi”
“ E quindi preferivi ascoltare di nascosto?”
“Non di nascosto, ero davanti a voi. Ascoltavo e basta”
“Hai sentito qualcosa di particolare?”
Cuore in gola. Attendendo risposta. Sembrava stessi soppesando le parole.
“No, solo quello che bastava.”
Subito dopo hai sorriso, che cosa avevi sentito non l’ho mai scoperto ma credo fosse abbastanza per incuriosirti e per farti decidere di conoscermi.
La tua birra era finita, stavi dando i soldi e poi saresti andato via. Fosse stato per me mi sarei aggrappata a te chiedendoti di restare ma non mi sembrava un’idea particolarmente brillante, ti sei girato verso di me, hai fatto un sorriso.
“Devo andare, ci si vede. Ciao”
“Ciao”
Ti ho guardato mentre ti avviavi verso le scale, mentre le scendevi, proprio non riuscivo a toglierti gli occhi di dosso, anche quando non c’eri più avevo continuato a fissare il vuoto.
“Ci sei??”
Sofia mi chiamava da molto lontano.
“Si si ci sono”
“Sei contenta? Finalmente ti ha parlato no? Non era quello che volevi?”
“Non so se mi basterà solamente parlarci.”
“Comincia ad accontentarti di questo, poi anche il resto arriverà”
“Come sei saggia!!”
Una battuta e una risata, era proprio quello che mi serviva in quel momento, ora sarei andata a casa dalle mie coinquiline a raccontare tutto, per filo e per segno, senza tralasciare neanche il più piccolo particolare.
Arrivata a casa ancora non ci credevo ancora, in cucina, il nostro luogo di ritrovo, cercavamo di ricordare cosa esattamente fosse successo quando si è aperta la porta, Stefania arrivava ora dal lavoro.
“Ciao Ragà!”
“Ciao”
Sulla mia fronte probabilmente c’era una scritta luminosa che diceva “ Chiedimi tutto!” perché subito è partita la raffica di domande e io ho iniziato a raccontare questa piccola cosa che era successa ma in quel momento mi sembrava la più grande del mondo.
Nel letto mi giravo e mi rigiravo convinta di non riuscire a trovare la posizione adatta, in realtà non era il mio corpo quello che non riusciva a trovare pace ma la mia mente, sono sempre stata una persona molto razionale e dovevo assolutamente cercare una motivazione razionale a quello che stava accadendo, non ero più una ragazzina, a 25 anni non si prendono queste cotte adolescenziali, non è possibile rimanere stordita in questo modo da quattro parole messe in croce. Sicuramente stavo prendendo un abbaglio, era una cosa passeggera, passato il momento di quell’intensa attrazione fisica mi sarebbe sicuramente passata. Ora che stavo razionalizzando e il sonno stava lentamente arrivando.
Mi stavo autoconvincendo e di certo in quel preciso momento non potevo sapere quanto mi stavo sbagliando.

CAPITOLO 4.

Passavano i giorni, in modo caotico e confusionale, in una città dove niente si ferma e tutto scorre in fretta, anche la tua mente non ha il tempo di sostare e riflettere. Venivo spinto ad andare avanti, non potevo fermarmi, il lavoro assorbiva la maggior parte delle mie giornate e alla sera distrutta andavo a letto. Erano due settimane che non passavo in quel locale, non perché fossi troppo stanca la sera ma semplicemente perché mi ero ripromessa di non provare neanche a pensarti, era una semplice sbandata, una cosa che nel giro di poco tempo sarebbe passata.
Cercavo di convincermi che quando si è lontani da casa, privati dei propri affetti e delle propri abitudini l’equilibrio interiore ne risente, dovevo cercare di superare questo piccolo ostacolo in qualche maniera purtroppo però non avevo fatto i conti con le mie emozioni e mano a mano che i giorni passavano mi rendevo sempre più conto, che quasi ogni momento il mio pensiero tornava a quella sera, negli attimi in cui il mio cervello riusciva a concedersi uno svago, quello svago eri tu. Nient’altro.
In quel momento iniziavo a rendermi conto che probabilmente stavo sbagliando, avevo deciso di fare morire quest’esperienza senza neanche averla fatta nascere.
Ero scappata davanti alla prima avvisaglia di pericolo e questa cosa non era da me, non l’avrei mai fatto in un’altra occasione e non avevo nessuna intenzione di farlo neanche in quel momento.
“Ciao Sofia. Stasera usciamo???”
“ Finalmente! Certo!!Ti vengo a prendere dopo il lavoro, dove andiamo?”
“Non lo immagini?”
“Pensavo che...”
“Ti sbagliavi. A più tardi.”
Mentre riponevo il telefono nella borsa mi rendevo conto che il mio cuore aveva riniziato a battere, dovevo assolutamente viverla questa esperienza perché il mio cuore batteva in maniera folle e anche se in quel momento avevo una paura folle dovevo cercare di affrontarla.
Pensavo anche se poi le cose fossero andate per il verso sbagliato almeno avrei avuto la consapevolezza di averci provato e per quel poco che fosse durata sarei stata felice, avrei vissuto qualcosa che mi avrebbe lasciato ricordi, emozioni, sensazioni e comunque ne sarà valsa la pena.
Al lavoro quel giorno la mia testa era sempre da un’altra parte, non pensavo ad altro che a quella stessa sera. Ci sarebbero ancora stati quegli sguardi? O nel frattempo un’altra seduta a quello stesso bancone aveva cercato di strappartene uno? Non lo sapevo e non sapevo cosa pensare, sapevo solo che in quel momento avevo voglia di rivederti. Quel giorno avevo deciso di viverla, i giochi sarebbero iniziati, avrei smesso di continuare a fantasticare e provato a vivere.
“Allora dove andiamo? Davvero li? Non avevi detto che era una cosa da niente e che non volevi più andare? Sinceramente ho pensato che se non volevi più andare era perché non era vero che era una cosa da niente, anzi tutto il contrario ma non volevo sembrarti troppo invadente”
Questa ragazza è favolosa, certe volte un po’ sulle nuvole è vero, ma quando c’è da capire gli stati d’animo del mio carattere così contorto ci prende sempre, è vero anche che probabilmente poi si capiva fin troppo bene qual era la realtà dei fatti però è bello avere qualcuno che senza bisogno di parole capisce le tue emozioni.
“Ho deciso che comunque ne vale la pena, erano anni che nessuno mi faceva provare le sensazioni che mi sta facendo provare lui. Non voglio rinunciare in partenza a qualcosa che magari può anche andare bene. Non mi sembra corretto nei confronti di me stessa. E poi se dovesse andare male non è mica la fine del mondo no?”
“Ben detto! E’ così che ti voglio sentire parlare!”
Peccato che dentro di me sapevo che non era assolutamente vero, non ero così ottimista. Non valeva la pena, però, di stare li a parlarne in quel momento, eravamo solo all’inizio e ce ne sarebbe stato di tempo per poter commentare.
Dentro di me, però quella sera, sentivo che c’era qualcosa che mi disturbava, una sensazione strana. Come una vocina che sussurrava “ si provaci però stai attenta”, quei segnali di avvertimento che io, sento solo quando c’è qualcosa che davvero può rovinare tutto e non mi sbagliavo.
Eravamo entrate da dieci minuti nel locale affollatissimo, ti vedevo correre su e giù per il bancone, ti guardavo e non mi capacitavo, come avevo fatto due settimane senza vedere quel viso?
Ad un tratto hai alzato la testa, probabilmente hai sentito i miei occhi che ti fissavano, o forse chissà volevi riprendere fiato, sta di fatto che i tuoi occhi per l’ennesima volta hanno incrociato i miei. È fantastico provare quella sensazione di farfalle nello stomaco, sentire il mio viso accendersi ma con la freddezza di un iceberg continuare a guardarti fisso, dopodichè ti ho sorriso.
“Ciao, come stai?”
“Benissimo. Stanca.”
“Anch’io. Vuoi qualcosa da bere?”
“Certo. Una birra per favore”
“Ecco qui.”
Ti stavi allontanando di nuovo, ovviamente, per servire le altre innumerevoli persone presenti nel locale e io non riuscivo a toglierti gli occhi di dosso. Non riuscivo a capire che cosa mi attirasse tanto di te, eri bello si, ma non era solo quello, c’era qualcosa di più che mi attirava.
A lavorare con te c’era un altro ragazzo quella sera, qualcuno che poi sarebbe rimasto nella mia vita e mi avrebbe aiutato a capire delle cose fondamentali di te, in quel momento non lo conoscevo ancora. Ridevate insieme, scherzavate e io non potevo fare a meno di osservarvi, di stare lì impalata. Forse era per quella ragione o non so per cos’altro che dopo un po’ quel ragazzo si era avvicinato a me.
“Ciao, io sono Chris.”
“Ciao, Beatrice.”
“Senti so che ti sembrerò magari un po’ invadente, perché neanche ti conosco però Dave è il mio migliore amico e ho visto come lo guardi.”
“No, cioè, guarda che ti sbagli”
“Non credo di sbagliarmi, ho capito che ti piace ma...”
“No davvero, guarda ti sbagli.”
“Ok, forse mi sbaglio però te lo dico lo stesso. Lascia stare. Non perderci tempo. Ha la ragazza, è molto innamorato e lei è molto gelosa.”
“Si va bene, ma guarda ti assicuro che ti sbagli.”
Ecco qual era la strana sensazione che avevo, ecco cosa mi aveva spinto a tenermi ben distante da te. Nonostante non sapessi niente e non avessi mai neppure preso in considerazione questa possibilità ora capivo che cosa mi aveva frenato, era come se lo avessi sempre saputo. Avevo cercato di mantenere un certo autocontrollo per non far capire a Chris cosa stavo provando in quel momento, ma dentro di me qualcosa aveva fatto crack. Mi sentivo come quando ci si trova sull’orlo di un dirupo e qualcuno, in quell’attimo, mi aveva appena dato un bel calcio per buttarmi giù.
Ha la ragazza.
Tre parole, tre semplici stupide parole, ma io per queste tre semplici parole avevo perso l’equilibrio.

CAPITOLO 5

“Ha la ragazza? Ma com’è possibile? Cioè ho visto come ti guarda. E’ impossibile”
“Beh è il suo migliore amico, saprà di cosa sta parlando no?”
“Mi spiace”
“E di che? Io non sono mica gelosa!”
Una battuta, una risata, quello che mi serve sempre in questi momenti, mentre ridevo mi sono girata verso di te, eri li che mi guardavi mentre Chris all’orecchio probabilmente ti riferiva quello che mi aveva appena detto e mentre ascoltavi lui ma guardavi me hai sorriso.
Non capivo se era un sorriso di incoraggiamento oppure volevi farmi capire che questo non ti avrebbe fermato. Era tutto un mistero e probabilmente proprio questo mi spingeva sempre più verso di te, ora eri ancora più irraggiungibile e forse proprio per questo mi piacevi ancora di più.
Sarei caduta, mi sarei fatta del male ma non avevo il coraggio di dire basta, non volevo dirlo e non l’avrei fatto.
Un paio di ore dopo, ti eri cambiato ed ora sedevi al bancone con i tuoi colleghi a ridere e a scherzare, per tutta la sera avevo cercato di mantenermi allegra, non volevo farti capire che ero rimasta disorientata dal fatto che avevi la ragazza e inoltre non ti avrei mai dato la soddisfazione di vedere il mio disappunto.
Ti sei avvicinato come quella sera di due settimane prima e ti sei seduto accanto a me.
“Ciao, hai una sigaretta?”
“Ho scritto forse tabacchino in fronte?”
“Dai su. Perché le finisco sempre dopo il lavoro.”
“Con tutta la gente che c’è qui perché proprio io?”
“Perché mi sembra che tu sia più buona”
“Non sai quanto ti sbagli.”
“Non credo, penso che tu sia molto di più di quello che lasci far vedere.”
“Io non credo che tu possa giudicare molto dato che neanche mi conosci.”
“Vorrei farlo però.”
“Cosa?”
“Conoscerti.”
“E a quale pro?”
“Così. Mi sembri simpatica.”
“Ok ascoltami, non so che cosa pensi e sinceramente ora non mi interessa neanche molto.”
“Invece ti interessa sapere cosa penso e io credo di sapere cosa pensi tu.”
“Cos’è un scioglilingua? E poi tu non puoi sapere cosa penso io. Non sai neanche chi sono.”
“Dimmi cosa pensi e ti dirò se mi sbagliavo?”
“Stasera hai voglia di giocare?”
“No, tu dimmelo e basta.”
“Ma assolutamente no. Non ci penso nemmeno.”
“Va bene, allora te lo dico io. Io ti piaccio.”
“Cosa? Tu sei pazzo e anche un po’ arrogante lasciatelo dire!”
“Vuoi dire che non è vero?”
“Non ho detto questo. E’ che...”
“Visto? Avevo ragione.”
“E quindi?”
“Niente. Però lo immaginavo. Sono contento che sei sincera. E so anche che Chris ti ha detto già quello che avrei dovuto dire io.”
“Si me l’ha detto. Ma io non ho assolutamente problemi. Questa cosa non mi frena. E dato che mi vuoi conoscere come dici tu, ti dirò una cosa davvero importante di me, è difficile fermarmi quando mi metto in testa di ottenere qualcosa. Direi quasi impossibile.”
Occhi negli occhi, ti avevo fatto stare zitto. Non mi capacitavo, avevamo appena avuto una conversazione un po’ complicata, ero stata un po’ acida e lo sapevo ma non mi aspettavo certo che dopo un mese di silenzio saresti stato così diretto. Arrogante ma bellissimo. Troppo sicuro di te ma con due occhi da urlo. Impegnato ma troppo interessato. Che cosa dovevi aspettarmi? Non lo sapevo ma stava diventando interessante. Una sfida. Che avrei vinto. A qualunque costo.

CAPITOLO 6
Decisa, intraprendente, ora la paura era svanita, c’era solo un gran voglia di vincere. Tutte le sere, appuntamento fisso con le mia amiche al pub, non avevo più nessuna intenzione di farti sfuggire, non avevo più nessuna intenzione di stare lì a guardarti. Tutte le sere, un passo alla volta, per un mese e ogni sera una piccola soddisfazione, un sassolino tolto dalla scarpa. Un mese. Era passato già un mese.
“Ciao, come va stasera?”
Eri di nuovo li, seduto su quello sgabello di fronte a me, ormai una consuetudine. Ora tutti avevano imparato a vederci insieme, tutti sapevano e tutti ne parlavano.
“Io bene. Tu?”
“Bene.”
“Ti vedo qui tutte le sere. Pensavo che dopo quello che ti avevo detto avresti rinunciato e non capisco.”
“Non puoi capire.”
“Se lo dici tu.”
“Me lo dai il tuo numero?”
L’avevo detto si, l’avevo detto davvero. Non so perché, non so cosa mi sia preso in quel momento. Sapevo solo che mi ero stufata di stare allo stesso punto. Le cose o nel bene o nel male dovevano procedere. Mi avessi detto di no avrei capito. E punto. Avrei voltato pagina.
“Perché?”
“Così. Mi piacerebbe averlo, tutto qui.”
Vedevo che mi guardavi strano, probabilmente stavi cercando di capire dove volessi andare a parare o molto più semplicemente stavi valutando i pro e i contro di quella situazione, cosa ti avrebbe dato o che problemi ti avrebbe creato. Ero sicura, da come mi stavi guardando che mi avresti detto di no.
E mentre nella mia mente pensavo una scusa per tirarmi fuori dall’imbarazzo di quella richiesta miseramente fallita, tu tiravi fuori il cellulare. Non ci credevo. E anche li il cuore ha iniziato per l’ennesima volta a battere all’impazzata.
“Ok. Segna.”
“Scusa ma la tua ragazza non si arrabbierà?”
“No, perché dovrebbe?”
“ Io mi arrabbierei.”
“Si ma io ho tante amiche. Ho tanti numeri di amiche.”
“Io non sono una tua amica.”
“Lo so.”
“E quindi?”
“Niente. Lo vuoi o no il numero?”
“Si”
“Ok. Ora devo andare. Ciao”
Una mano passata sui capelli e un brivido lungo la schiena.
Non capivo però.
Sempre più enigmatico e sempre più interessata a capire. Più non capivo e più cercavo di afferrarti. Eri sfuggente. Un po’ davi e un po’ toglievi. Diventava sempre più complicato. E proprio per questo sempre più stimolante.
“Non capisco scusami. Questo qui ha la ragazza, la ama, la vorrebbe sposare, tra un po’ farci dai figli ma da il suo numero a te che sa che sei interessata?”
“Non capisco neanch’io.”
La solita cucina, una delle tante notti passate li con le mie inseparabili compagne di viaggio.
“Probabilmente sta giocando. Vuole vedere fino a che punto sei disposta ad arrivare. E probabilmente è molto vanitoso, vuole attenzioni, vede che gliele dai e ci marcia su”
La piccolina di casa. La più piccola tra di noi ma sempre più la saggia. Mai una parola fuori luogo. Mai un discorso che con lei non avesse senso. Sempre pronta a dispensare consigli. Sempre pronta ad ascoltare.
“A modo nostro abbiamo ragione tutte. Penso che ognuno di noi abbia capito qualcosa di lui. Ma penso anche che in quattro non siamo ancora riuscite ad arrivare ad una soluzione. Non so. Tu, Bea?”
“Sapete cosa vi dico? Mi piace e basta. Sta giocando, è vanitoso, potrebbe anche essere un alieno per quel che mi riguarda ma non mi interessa. Mi piace e ora gli scrivo perfino un messaggio.”
“Scrivigli che vorresti essere con lui stanotte!”
“Ma dai! Non esagerare Ste! Sei sempre la solita!”
“Perché?”
“Si allora scrivigli, sono qui ad aspettarti come un tappetino, calpestami!”
“Ma non è vero. E’ carino come messaggio ed è sincero.”
“E’ sincero si, ma troppo esplicito.”
“Non è esplicito!”
“No infatti! Non è esplicito è solo troppo diretto!”
“Cosa ne dite se gli scrivo: “Le mie amiche sono pazze stanno litigando per scriverti un messaggio e io le sto per uccidere una per una! Dai andiamo a dormire”.
Troppo fuori le mie amiche ma sincere, oneste. Potevo sempre contarci.
Nel letto con il cellulare in mano, pensavo a cosa scriverti. Non sapevo davvero come iniziare e ho pensato di rimanere sul semplice.
“Buonanotte Dave. Bea”
Banale? Forse si, ma onesto, in quel momento volevo solo che avessi una buonanotte.
Magari pensando un po’ a me prima di addormentarti.

CAPITOLO 7

Svegliandomi il giorno dopo ero rimasta un po’ delusa, nessuna risposta. Mi chiedevo che senso avesse dare il numero ad una persona se poi non si ha intenzione di rispondere. Dare un premio di consolazione forse, una cosa assolutamente certa però è che io non sono assolutamente il tipo giusto con cui farlo. Non mi accontento mai e non l’avrei fatto neanche questa volta.
“Ciao, non è carino dare il numero ad una persona e poi non rispondere. Tanto vale dire di no. E’ la stessa cosa. Buona giornata.”
Meno di un minuto dopo. Il cellulare suona. Un messaggio.
“Ma dai perché sei arrabbiata? Cos’è successo? Io l’italiano non sono capace a scriverlo lo parlo e basta.”
Mi avevi risposto.
“Scusa un po’ banale non trovi? Potevi rispondere in inglese. Dopotutto siamo in Inghilterra.”
Un altro messaggio.
“Il problema non è quello. Io ho la ragazza. Che senso hanno i messaggi. Non vedo il punto.”
Sinceramente ero rimasta un po’ scioccata, ero io a non vedere il punto. Non capivo cosa significava, prima mi davi il numero e mi dici che la tua ragazza non si arrabbia e ora tiravi fuori questa argomentazione. Era completamente assurdo. Non sapevo neanche che cosa risponderti, non avrei potuto dirti niente in quel momento, niente che avesse un senso. Avevo deciso di aspettare, quella sera ti avrei visto di sicuro quindi tanto valeva dirtelo di persona. Si, era sicuramente la soluzione migliore, non avevo dubbi.
Entrando nel locale quella sera ti ho cercato al bancone, non c’eri. Un senso forte delusione mi stava per prendere quando mi sono girata e ti ho visto. Probabilmente non lavoravi perché eri seduto tranquillamente e stavi sorseggiando la tua birra, la tua Fosters, che per me ormai era la tua birra. Mi sono avvicinata e per la prima volta ho iniziato io la conversazione. Volevo farti capire che non ero affatto intimorita o delusa e dimostrarti che non mi interessava più tanto.
“Ciao!”
“Ciao.”
Freddo, distaccato come non eri mai stato per tutti quei mesi.
La mia mente aveva preso a farneticare in maniera incontrollabile. Ho rovinato tutto, non dovevo spedire quel messaggio, forse dovevo essere più dolce. Non capivo perché ti comportavi così, poi un illuminazione o più che altro avevo visto cosa ti aveva fatto apparire distaccato e freddo. Prima, presa dalla mia intraprendenza, non mi ero accorta che di fianco a te sedeva una bellissima ragazza bionda con due grandi occhi blu. Era davvero bella e dal modo in cui ti teneva la mano ho capito chi era.
Lei.
La tua ragazza. Lei che ti poteva avere sempre, lei che ti poteva baciare, toccare e guardare sempre negli occhi. Lei che non permetteva che tu fossi mio. Lei che in quel momento mi squadrava da capo a piedi mentre tu facevi di tutto per non guardarmi negli occhi. Ero inebetita, non sapevo cosa fare, non sapevo cosa dire. Essere il più naturale possibile era la cosa migliore, non potevo e non dovevo far vedere che ero in imbarazzo.
“Ci si vede.”
“Ok. Ciao”
Tutto qui. Praticamente tutto il giorno perso a cercare cosa dirti e ora ti avevo detto un semplice “Ci si vede”.
Avrei voluto voltare le spalle ed andarmene, ma non potevo farlo, non volevo dare a nessuno la soddisfazione di vedere che ero, in un certo senso, stata sconfitta. Il mio orgoglio, forse troppo, mi chiedeva di restare e divertirmi. Farti capire che davvero avrei vinto. Senza guardare in faccia niente e nessuno. Sbagliando, magari, ma in quel momento contavo solo io e come mi sentivo.
Seduta al bancone cercavo di capire che tipo di rapporto avevate, da come ci si tocca, da come ci si guarda negli occhi, da tutte queste cose si può capire o almeno carpire qualcosa. Pensavo, guardandovi, che eravate così diversi anche solo fisicamente. Lei così bionda, occhi azzurri, piccolina, magra e tu con quei capelli scuri, occhi neri e così alto. No, non stavate bene insieme, mi dicevo che non eravate una bella coppia e con Sofia era un susseguirsi di battute. Ogni tanto, magari quando ridevo un po’ più forte, ti vedevo guardare verso di noi e sorridere. Voi due, invece, eravate seduti vicini ma non vi sfioravate. Lei scriveva messaggi con il suo cellulare mentre tu sorseggiavi la tua birra pensieroso. Poi l’ho vista alzarsi, un lieve bacio sulla bocca e per me una fitta allo stomaco. Se ne stava andando. Appena scese le scale, ti sei girato e mi hai guardata. Lei era appena andata via e tu ti giravi a cercare me e io iniziavo a non capire perché facessi la parte di quello tanto innamorato. Come si faceva a crederti visto come ti comportavi?
“Ehi.”
“Cosa vuoi una sigaretta per caso??”
“Esatto.”
“Ok.”
“Grazie.”
“Prego”
“Ascolta, riguardo a quel messaggio.”
“Non ti preoccupare. Ho già deciso di cancellare il tuo numero.”
“Ma non l’hai cancellato”
“Vorresti che lo facessi?”
“Se vuoi farlo, fallo”
“Ti ho chiesto se tu vorresti che lo facessi”
“ E io ti ripeto che se lo vuoi fare, fallo”
“Non capisco se vuoi che lo tengo o lo devo cancellare”
“Si capisce invece”
“Non credo. Quindi lo cancello.”
“Va bene.”
“Comunque state davvero bene insieme. E’ un peccato però.”
“Che cosa?”
“Questo. Noi due. Mi sembra proprio un peccato.”
“Eh già.”
“Cosa scusa?”
“Ho detto che hai ragione. E’ un peccato.”
Avevi proprio detto questo. Era un peccato. Capivo sempre meno ma il gioco si faceva sempre più interessante, non avrei mollato adesso per niente al mondo. Se volevo risposte dovevo provocarti. Era questa una delle poche cose che avevo capito di te.
“Ah si. Forse in un altro momento.”
Ho sussurrato guardandoti negli occhi, e che occhi. Mai visti occhi così profondi. Così intensi. Quasi ci parlavi con quegli occhi.
“Sai, penso che se ci fossimo incontrati anche solo un anno fa le cose sarebbero andate diversamente”
“Cosa vuoi dire esattamente?”
“Avrei potuto innamorarmi sul serio di te.”
Si, l’avevi detto. Non credevo alle mie orecchie, ero incredula.
“Forse.”
“No, sono sicuro.”
“Resta il fatto che non siamo ad un anno fa. Siamo ad oggi. E tu sei impegnato. Complimenti, una bella ragazza, lo penso davvero.”
“Anche tu sei bella”
Ma a che gioco stavi giocando?
“Grazie.”
Ancora occhi negli occhi, ancora a guardarci. La gente intorno era completamente sparita. Solo io e te. Solo noi due. Una sensazione bellissima. Unica pecca in questo bellissimo quadro era che non si poteva tornare indietro nel tempo.
Eravamo nel presente e nel presente le cose forse non sarebbero andate come avrei voluto.

CAPITOLO 8

I giorni scorrevano veloci, e dopo quella sera non ero più passata al locale, avevo deciso che forse era meglio se mi fossi staccata per un po’, magari avrei capito che, tutto quello che pensavo di aver provato per te era un abbaglio, poteva essere che fosse diventata solamente una sfida perché sapevo di non poterti avere e questo mi spingeva ancora di più a volerti. Mano a mano che il tempo andava avanti però mi accorgevo di quanto sentivo la mancanza di quegli occhi e di quelle nostre strane conversazioni, non c’era mai stato niente ancora tra di noi eppure mi sentivo come quando finisce una storia. Sentimenti fortemente contrastanti dominavano quei giorni perché oltre alla mancanza avvertivo che non era giusto nei confronti della persona che ti stava accanto e nei tuoi, in fondo se mi fossi trovata io in quella situazione non ho idea di come avrei reagito. D’altra parte, però, mi dicevo anche che eri una persona adulta e quando dicevi certe cose sapevi di cosa stavi parlando e che la ragazza era la tua e se non la rispettavi tu perché dovevo farlo io? Mi vorticavano milioni di pensieri in mente, probabilmente non ero abbastanza lucida per riuscire a capire, fare il punto e procedere.
Sarebbe bello se si potesse conoscere una persona, piacersi e stare insieme. Così, semplice. Invece no, ci deve essere sempre qualcosa che ostacola, forse per il gusto della conquista o che so io.
Sta di fatto che è sempre tutto così complicato, continuamente tutto contorto, mai una cosa chiara nella vita, si è continuamente sottoposti a questa sorta di verifiche. È come se fosse una specie di test incessante, ci sono 20 domande se rispondi correttamente almeno a 15 di queste allora lo hai passato, altrimenti sei inesorabilmente bocciato e devi rifare tutto d’accapo.
I test sono difficili da superare non per quanto ne sappiamo ma perché siamo tesi e agitati, esattamente lo stesso che succede nella vita.
Devi fare delle scelte e nel momento in cui le fai, preso dall’emozione di quell’attimo, non ti rendi conto se siano giuste o sbagliate. Le fai seguendo il tuo cuore e il tuo istinto, senza pensare alle conseguenze.
Ed è quello che io ho fatto con te, non mi sono mai soffermata a pensare se quello che stavo facendo in quel momento fosse giusto o sbagliato, mai ho riflettuto perché ero e sono convinta che le migliori decisioni sono quelle dettate dall’emozione. Troppo ragionamento disfa il risultato e puoi anche stare a ragionarci giorni e giorni sulle questioni di cuore ma non ne verrai mai a capo perché nelle emozioni non c’è né capo né coda.
Devi viverle e basta, ed è quello che ho fatto.
Dopo tanti e tanti giorni passati senza vederti avevo deciso di tornare li. Forse dopo questo distacco sarei riuscita finalmente a vedere le cose con chiarezza o almeno avrei cercato di farlo, non ne potevo più di stare in questo limbo, ero arrivata quasi al limite. Generalmente quando tiro troppo la corda rischio di spezzarla senza poter tornare indietro. Ed era quello che stavo facendo con me stessa senza neanche rendermene conto, continuavo a tirare la corda nella speranza che prima o poi qualcosa sarebbe successo. Ma ero stufa.
Ero stufa di aspettare, ero stufa di accontentarmi di due parole scambiate ogni tanto e di uno sguardo. Non potevo e non volevo perdere ancora tempo. Nel bene o nel male le cose sarebbero dovute procedere, stavo completamente perdendo di vista chi ero e come avrei reagito in tante altre situazioni, non potevo permettere che questa situazione mi rendesse debole.
La sera stessa avevo detto tutto alle mie amiche, ero decisa a fare il possibile per avere risposte certe, non mi interessava la risposta in se, volevo solo avere una risposta. Capivo che c’era un interesse da parte tua, ma se avresti mai avuto il coraggio di passare dalle parole ai fatti lo ignoravo.
Ero arrivata presto perché così avrei avuto tutto il tempo necessario per cercare di parlare con te. Mi ero data un termine, alla fine di quella stessa settimana avrei dovuto sapere come stavano le cose, meglio se quella sera stessa.
“Ciao, una birra per favore!”
“Ciao bella come stai?”
“Benissimo, tu?”
“Bene anch’io.”
“Ok.”
Mi avevi dato la mia birra e continuato il tuo lavoro, avrei aspettato che finivi, avrei aspettato anche tutta la notte se fosse stato necessario e così avevo fatto fino a quando non ti avevo visto staccare e andare a cambiarti.
“Sigaretta?”
“D’accordo. Vuoi che ti compro un pacchetto?”
“Ahah simpatica...”
“Non c’è molto da ridere, praticamente mantengo tutti e due”
“Dai che ti piace”
“Non credo proprio”
“Non fare l’antipatica”
“Io antipatica? Senti chi parla! Fai un sorriso ogni due o tre mesi”
“Io ci sono nato così.”
“Beh anch’io”
“No, non è vero”
“Ti dico di si”
“E’ impossibile. Te lo leggo negli occhi e poi voi italiane siete le ragazze migliori del mondo”
“Cosa vorresti dire?”
“Adoro le ragazze italiane, davvero. Ho avuto anche una breve storia con una italiana.”
“Perché mi stai dicendo queste cose?”
“Perché è la verità.”
“Si ma a che pro? Cioè voglio dire, resti comunque impegnato.”
“Già e tu resti una delle mie preferite tra le italiane.”
“Guarda che davvero non ne posso più. Una risposta chiara, è quello che ci vuole.”
“Ma io non posso dartela, mi spiace. Buonanotte.”
E te ne eri andato, così come se niente fosse, come sempre.
Ero arrabbiata, stufa e avevo deciso che non avrei perso un minuto di più dietro ad un egoista, immaturo e per di più vanitoso.
Non ne valeva la pena, il mare è pieno di pesci, non è possibile fissarsi con l’unica persona che crede che il mondo ruoti intorno a sé. Ero davvero satura. Niente mi avrebbe fatto cambiare la mia idea, credevi di essere l’unico? Pensavi che nessuno avrebbe potuto attirare la mia attenzione e che quindi sarei rimasta ad aspettarti per sempre? Volevo farti capire che non era così.
Cambiare aria, cambiare posto, cambiare gente, era sicuramente la soluzione migliore o almeno era quello che pensavo in quel momento, senza sapere a che cosa stavo andando incontro.

CAPITOLO 9

“Non è possibile!Non ci credo! Adesso basta!! Non ne posso più!”
“Dai stai calma, sei solo nervosa, ti passerà!”
“No, cioè si, sono nervosa però non è per questo, puoi non crederci ma sono davvero stufa. E’ due mesi che sono dietro a questo ragazzo, mi devo mettere l’anima in pace.”
“Ma, tu gli piaci, perché rinunciare proprio ora?”
“Perché la pazienza ha un limite, credo di aver aspettato anche troppo e aver perso troppo tempo. Devo guardare avanti.”
“Sei sicura, voglio dire, magari è solo che...”
“Sono sicura e adesso chiudiamo questa conversazione, stasera voglio solo divertirmi!”
Quella stessa sera avevamo deciso di cambiare locale, in fondo eravamo in una città in cui i locali non mancavano di certo, anzi ce n’erano anche troppi, una delle mie amiche aveva proposto un pub.
“Andiamo li vi prego! Ho scoperto che come barista ci lavora il ragazzo che mi piace! Vi ricordate quello che mi aveva detto che ero bellissima?”
“Ti aveva detto che era impegnato anche lui non ti ricordi?”
“Si ma voglio almeno rivederlo! Una volta sola!”
“Non andarti ad invischiare anche tu in una storia del genere! Sono anche amici in caso te ne fossi dimenticata.”
“Non mi sono dimenticata e comunque voglio solo rivederlo, non chiedergli di sposarmi.”
E così avevamo deciso, un po’ per gioco un po’ per provare un posto nuovo. Di certo non sapevo in quel momento che cosa sarebbe successo, con l’ultima persona che mai mi sarei immaginata al mondo.
Mentre entravamo ci siamo subito rese conto di che posto fosse, musica a tutto volume, baristi che salivano e scendevano dal bancone, un miliardo di persone. Un posto divertentissimo, dove finalmente avrei potuto dimenticarmi di te almeno per un po’, divertirmi con le amiche e lasciarmi andare.
Dopo qualche birra di troppo anche io stavo lasciandomi andare, si ballava e si cantava a squarciagola e qualcuno dietro a quel bancone aveva attirato la mia attenzione, se solo avessi saputo chi era non mi sarei mai neanche girata a guardarlo ma in quel momento non sapevo chi fosse ed era veramente carino.
Alto, capelli corti e due bellissimi occhi azzurri.
Sveglio, simpatico e soprattutto così diverso da te. Esplicito forse anche troppo, tanto da lasciarmi quasi interdetta. Dopo due mesi passati dietro a qualcuno che non lasciava trapelare nulla se non una frase ogni tanto, ora avevo di fronte qualcuno che da subito mi aveva fatto intendere che gli piacevo, senza mezzi termini, senza giri di parole e questa cosa mi allettava.
A fine serata mi aveva salutato con un “Spero di rivederti presto” e io mi sentivo finalmente appagata. Con lui non avevo paura di sentirmi rifiutata, sapevo esattamente cosa aspettarmi.
Nonostante tutto la sera dopo ero di nuovo nel tuo locale, a cercare i tuoi occhi. Che non trovavo. Non c’eri.
“E’ in vacanza”
“Cosa?”
“E’ in vacanza. Due settimane. E’ partito con la sua ragazza.”
Angel provvidenziale, senza che chiedessi niente, mi aveva letto dentro. Eri partito, in vacanza con lei. Io sarei partita di li a tre settimane, sarei riuscita a vederti? Morale sotto i piedi, ero li che guardavo il bancone nella speranza che tu saresti uscito dicendo che era tutto uno scherzo, ma ovviamente non sarebbe stato così. Non c’eri.
“Avanti Bea,andiamo”
“Dove?”
“Al pub! Non puoi star qui tutta la sera ad autocommiserarti! Forza su!”
“Non ne ho voglia”
“Non mi interessa se hai voglia o no. Andiamo e basta! E poi dai c’è quel barista tanto carino.”
Ci avevo pensato su un attimo.
“Ma si perché no. Piuttosto che stare qui a far nulla”

CAPITOLO 10

“Ciao bellissima, sei tornata”
“Si”
“Sono contento”
Che differenza. Non avrei mai pensato che nel giro di soli due giorni qualcun altro sarebbe riuscito a catturare la mia attenzione in quel modo. Serata bellissima e divertente tanto da non accorgerci di essere rimaste le ultime nel pub.
Giacche alla mano ci stavamo dirigendo verso l’uscita, la serata era finita e il locale stava chiudendo.
“Ehi!”
“Si”
“Ti va di rimanere per bere qualcosa?”
Ho guardato le mie amiche, ampi cenni fatti con le braccia dicevano “Vai!!! Cosa aspetti???”
Non so cosa mi sia passato per la mente in quel momento, ma ho detto di si.
Spesso mi sono chiesta se l’ho fatto semplicemente per far vedere a me stessa che non ero poi così interessata a te, per convincermi che mi piacevi si ma in maniera superficiale, che in realtà potevo superare bene questa cosa. Di certo non sapevo quello che ne sarebbe conseguito e non me l’aspettavo proprio.
“Si perché no?”
“Perfetto, entra!”
“Certo.”
Quanto imbarazzo in quel momento, entrare in un locale chiuso, solo io e lui. Nessun altro.
“Prendi una sedia. Devo abbassare le luci perché da fuori non si deve vedere che siamo qui dentro.”
“Allora, dimmi quanti anni hai?”
“Io ne ho 24 tu?”
“22”
“Nome?”
“Justin”
“Beatrice. Piacere.”
“Il piacere è tutto mio.”
Da li abbiamo iniziato a conoscerci, ho scoperto una bella persona, abbiamo parlato un’ora, l’atmosfera era perfetta.
Mi ero anche, quasi, dimenticata di te.
“Come mai sei entrata?”
“Perché mi andava di entrare.”
“Si ma perché?”
“Che domanda è?”
“Vorrei sapere perché sei qui?”
“Perché volevo bere qualcosa.”
“Hai bevuto tutta sera. Eri in un pub. Ci sarà qualcos’altro.”
“No invece.”
“Dimmi perché sei qui.”
“Dimmelo tu.”
“Io voglio te.”
E’ stato un attimo, fulmineo, ci siamo guardati negli occhi per un minuto, un secondo o forse un’ora e poi ho visto che si avvicinava.
Sempre di più, potevo sentire il suo respiro sul mio viso, ho chiuso gli occhi un attimo prima che le nostre bocche si incontrassero. Un bacio morbido, delicato con delle punte di passione, le sue mani mi sfioravano il viso, i capelli e il corpo. Brividi.
Dopo quel bacio ne sono seguiti molti altri, lunghi, brevi, dolci ma appassionati. Dai baci si è passati oltre, senza rendermene conto ero persa nelle sue braccia. Appassionati e insaziabili. Non so bene quanto sia durata. Eravamo persi l’uno nelle braccia dell’altro, non ci conoscevamo quasi eppure era come se fossimo sempre stati insieme.
Non un attimo di imbarazzo alla fine, ridevamo e scherzavamo tranquillamente.
Tutto sembrava perfetto fino a che cinque parole non hanno fatto crollare tutto, non avrei mai immaginato quello che stava per dirmi.

CAPITOLO 11

“Dai ora dimmi qualcos’altro di te.”
“Cosa vuoi che ti dica?”
“Non so. Quanto tempo è che vivi qui? Che lavori qui. Il tuo inglese è perfetto. Non ti ho chiesto neanche di dove sei.”
“Beh non ce n’è stato il tempo.”
“Hai ragione.”
“Dai su”
“Allora, sono tre anni che sono qui, lavoro in questo locale da quasi un anno e sono della Slovacchia”
No, non è possibile. Per quasi tutta la notte non avevo pensato a te ed ora mi ritrovavo faccia a faccia con qualcuno che proveniva dal tuo stesso paese. Un dubbio iniziava a farsi strada, iniziavo a sentire strane fitte allo stomaco. Il ragazzo che tanto piaceva alla mia amica era lo stesso che mi aveva detto che tu eri impegnato e di essere il tuo migliore amico. Possibile che anche lui?
“Perché quella faccia?”
“No, niente. Conosco qualcuno.”
“Si beh il ragazzo che c’era qui stasera, Chris. E’ il mio migliore amico.”
Tutto cominciava a diventare chiaro ed era sempre peggio. Non volevo crederci. Non potevo crederci.
“No, qualcun altro”
“Non dirmi che hai conosciuto Dave?”
“Ehm... Si...Qualcosa del genere”
“Ma dai! Siamo migliori amici noi tre. Non ci credo.”
“Neanch’io.”
“Dai bellezza ora andiamo, le tue amiche sono in giro? Altrimenti ti accompagno al bus.”
“Ora le chiamo”
Prima di salutarci un bacio e una promessa di rivederci.
Non credevo di poterlo fare. Senza saperlo avevo fatto una delle cose più brutte, senza saperlo quella stessa sera avevo bruciato probabilmente l’unica possibilità che avevo con te. Era impossibile che tu non lo venissi a sapere. Come avrei fatto a guardarti negli occhi dopo questa cosa. Mi ero messa in mezzo a voi due.
Quella notte ero stata con il tuo migliore amico.
“Che cos’hai fatto?”
“Com’è stato??”
“Lo rivedrai?”
“Ragazze, state calme. C’è un particolare che non vi ho detto...”
“Cioè?”
“E’ sposato?”
“Ha figli?”
“No.”
“E allora cos’è? Spara dai”
“E’ il migliore amico di Dave”