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Parafrasando sms, parte 5 - di Elena Visconti

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 22/07/2006 alle ore 10:13:10

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

15 maggio
... ossia che mi manca, porca puttana. Non è questo il segreto e spero che mi si continuerà a seguire; ma a me lo volevo tenere segreto. Per due settimane me lo sono voluta nascondere. È uscito con la Sere a prendere un aperitivo e le ha confessato che non si sente solo. È solo. È solo da che Lale si è fidanzato. Gli avevo fatto promettere che non lo avrebbe lasciato solo ma poi si sa, come fa il buon vecchio Lale quando si concentra in qualcosa. Che poi è ben giusto così: meglio le lunghe gambe dell’Enrica che la schiena pelosa di Samuele, no? È giusto così. Anche Samuele lo sa. Un po’ di solitudine gli farà bene, lo costringerà a rifare i conti con la sua autoreferenzialità. È per questo che non riesco a smettere di pensare a lui. È solo e potrebbe imbattersi nel sentiero sbagliato. Il sentiero sbagliato è quello che lo porterebbe lontano da me: sì, quello è il sentiero sbagliato. Sbagliato in via del tutto eccezionale per me che mi sento legata a lui, come se un misterioso ponte ci unisse, come se delle invisibili catene ci tenessero annodati. Ma sbagliato in fin dei conti anche per lui, che con me potrebbe, boh, presuntuosamente forse, star bene, dico. Oppure potrebbe confondere solitudine e isolamento e potrebbe isolarsi. Lungo il sentiero magari si cammina soli, ma non si è isolati. Che ci venga allora data un’altra occasione per conoscerci meglio: questo è il sentiero che sento giusto per lui e per me. Per noi. Ciò che mi si agita dentro adesso è l’aver presa coscienza che, di questo cammino di cui mi sono messa in testa di scrivere, io e nessun’altra debba essere la guida, l’ideatrice, la scrittrice; e allora non sarei io a dover andare a Santiago con lui, bensì lui con me. Eppur non molto cambierebbe se nessuno scorterebbe nessuno. Come una chioccia ho covati i miei personaggi-pulcini narrando delle loro vicissitudini ma non mi sono mai voluta identificare con la protagonista che tiene legata la raggera di tutte le loro esistenze. Loro dipendono da me ma lei, lei no, lei da me deve a tutti i costi indipendere. Non mi sono mai voluta sostituire a lei: l’ho osservata esistere, crescere, maturare, articolarsi e disarticolarsi senza mai voler intervenire. Che sia giunto il momento di farlo, questo è il sospetto che mi si contorce dentro. Con lei mi sarei dovuta intercambiare, e non con tutti gli altri interpreti che sono veramente degli indipendenti e fanno proprio di testa loro: allora è capitato che con un solo bullone allentato l’intero ingranaggio si sia impallato. È capitato che la vicenda di Lale, che si trascina dietro quella di Samuele, li vuole a teatro dove incontrano Enrica, amica di amici comuni; così capita che a Lale piaccia Enrica e a Enrica Lale; capita anche che di questo non me ne dispiaccia affatto, perché poteva capitare che a Lale piacesse Enrica e a Enrica Samuele, peggio per il povero Lale, o che Enrica piacesse a Samuele, tanto peggio tanto per me quanto per Lale, o peggio del peggio che a Samuele Enrica e a Enrica Samuele! Peggio peggissimo per la povera me. Capita che si scampi miracolosamente al peggio del peggio, ma qualcosa va male comunque perché capita che Lale manda un sms a Enrica, escono, cominciano a frequentarsi e capita che si piacciano ancora e sempre di più; meglio; e allora capita che Lale esca sempre di meno con Samuele; meglio! Capita che anche al venerdì Lale esca con Enrica; meglio del meglio! Capita che anche la domenica quei due si vedano; capita che al trekking e a tutti gli altri progetti Lale non ci pensi davvero più perché gliene sono venuti in mente di nuovi; capita quindi che la vite che saldava Lale e Samuele si sia allentata; anzi, si è proprio svitata e... e capita che la sottoscritta se la prenda nel culo! Siamo allo specchio qui, il meglio del meglio altro non è che il peggio del peggio! Ora sì che percepisco l’interscambiabilità con la giovane protagonista, che se l’è presa nel culo, la vite che è schizzata fuori dal bullone che si è allentato! Non è giusto! Uff! Non è giusto che dopo essermi curata con dovizia di ogni particolare mi debba prendere una vite nel didietro! Posso tentare di evitarla, come Trinity evita i proiettili: prova a schivare questo! Dovrei muovermi, dovrei spostarmi, per schivarla. E nemmeno mi pare di chiedere un granchè al Matrix: mi auguro di eludere il deep impact! Con questo nuovo presupposto dovrei almeno provarci, a prendere in considerazione l’ipotesi di fare qualcosa. Devo agire. Forza Eleonora! Entra in azione! È il momento giusto, ora o mai più... Lo devi scongiurare, il pericolo che te lo si sottragga sotto gli occhi. Questo è il tempismo perfetto! Come quello di Lale, che se la squaglia proprio quando c’è più bisogno di lui. Un personaggio con un’invidiabile tempestività, Lale: a volte riesce a stupire anche me, che l’ho originato... E che sia veramente un tempismo perfetto, il suo? Meglio così, forse. È che trovarsi imprigionati col caso favorevole è un po’ opprimente.
18 maggio
Che per un po’ non avrei scritto me lo ero ripromesso ma talmente tanti importanti episodi si sono succeduti inesorabili che sarebbe stato uno spreco ometterli dal resoconto del quinto atto, che mai e poi mai finge che le cose non stiano come stanno. Per esempio: oggi ho forato. Come niente di sensazionale? È stata la mia prima volta! Ho sverginato le gomme della mia Punto e ora me ne vado in giro col ruotino di scorta a rammentarmi che non sono Damon Hill e che nelle manovre dovrei essere più prudente, che a sterzare come sono solita fare può costare caro! Ho lacerato il pneumatico anteriore sinistro che ha iniziato a fischiare come una pentola a pressione. In principio non ci ho fatto caso, benissimo potevano essere le mie balle che si stavano sgonfiando dopo che tanto la Manu me le aveva ingrossate al lavoro. I suoni sospetti continuavano ma io niente: allora ho pensato al mio pneumotorace e a quel sibilo equivoco che sparge la sera quando fumo un pacchetto di sigarette al dì, o quando abbondo con l’erba; in seguito ho temuto potesse essere la camera d’aria del mio povero cuoricino, tanto che mi si sta spompando a battere da che non vedo il mio angelo. Infine ho ritenuta vagliabile l’ipotesi si fosse potuto trattare del mio stomaco: avrebbe benissimo potuto essere lui a emettere tutti quei rumori, tanto è il restrittivissimo regime al quale lo sto costringendo. Vaglia un’ipotesi, considera l’altra, continuo a guidare e sconquasso completamente la ruota: era lei a fare tutto quel casino. Tanto meglio. O tanto peggio. Dipende dai punti di vista. Con il meglio e il peggio faccio della confusione, ultimamente. Perché è un po’ come la storia del bicchiere... mezzo pieno... o mezzo vuoto... Dal punto di vista di mio padre, che dovrà pagare la spericolatezza di una figlia che (solo) in macchina si sente un dio, sarà sicuramente tanto peggio. Bicchiere mezzo vuoto. Atto quinto, scena... non ricordo: il ruotino fiammante! Atto quinto, scena... boh. Non lo ricordo a che scena sono arrivata, ma la scena è così: l’amore è una burla! Non esiste l’Amore, quello eterno e completo intendo. E se anche dovesse esistere, esisterebbe eterno e completo soltanto in un attimo. O in un attimo o non esiste affatto. Gli uomini, come specie intendo, hanno solo paura di restare soli. Se solo lo accettassero, di essere soli... Ecco quello che è: paura di essere soli! E se anche dovesse essere diversamente, l’Amore esisterebbe eterno e completo soltanto in un attimo. O in un attimo o non esiste affatto. O nell’attimo prodigioso in cui si penserebbe «lui è un dio e mai ho sentita una cosa più divina!» o niente. E se anche si offrisse quell’attimo, poi avrebbe l’effetto di trasformare e di schiacciare e la domanda di fronte ad ogni cosa successiva a quell’attimo sarebbe: «vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?» E questa domanda graverebbe sul proprio agire come il peso più grande e allora si sarebbe comunque fregati! Quindi l’Amore è una beffa. Settimana scorsa mi sono trovata nella condizione di fare da segretaria alla Monica durante una riunione tra le bellicose cooperative A e B in guerra (si capisce, sono una segretaria organizzativa, ora!) e tra i presidenti, i vicepresidenti e i rappresentanti c’era anche quel bell’Emilio di cui se non erro devo aver accennato, da qualche parte; lo stesso bell’Emilio per il quale mi sono infiammata, in un periodo della mia vita in cui ardevo di passione per lui (iperbole...) ma non scrivevo; lo stesso bell’Emilio che mi aveva risvegliata dal torpore di un letargo per troppo tempo prolungato è cronologicamente collocabile tra Lale e Mauro. Una parentesi. Destata che mi fui, mi sfidanzai da Lale, conobbi Mauro, comprai il Ciccio, andai a Santorini, ebbi uno di quelli che si è soliti definire rapporti occasionali con Ivo il portoghese, incontrai Gian, con lui non ebbi alcun rapporto occasionale, seppur ne ebbi l’occasione, ma me la sono lasciata scappare perché tutta presa dalle fiabe; raccolsi allora qualche altra occasione che forse era meglio non cogliere, il carpe diem è fascinoso ma filibustiere; sostenni il mio ultimo esame universitario memore della lezione di De Filippo, non la dimentico mai; infatti le prove non finirono lì, tanto che m’innamorai di Samuele. Insomma, che ci si rilegga tutto da capo se si è perduto il filo! Chiodo schiaccia chiodo e amore è nemico di amore. Nei tempi in cui avvampavo per Emilio (che somiglia a Ben Harper, garantisco! Chiunque s’incendierebbe!) avrei barattata l’anima col trovarmi seduta faccia a faccia con lui a parlar di beghe e bilanci. Oggi, garantisco, me ne sbatto di starmene seduta lì faccia a faccia con lui a proferir di robe di cui me ne sbatto e di cui, per giunta, nulla capisco e, «che palle!», diceva la mia faccia alla sua faccia, vorrei andare a mangiarmi un gelato al bacio! Nei tempi in cui mi attizzavo per lui pensavo non avrei più attizzato il mio braciere per nessun altro. Poi lui si è attizzato per la Linda, io me la sono presa là dove mai picchia il sole, e chiodo schiaccia chiodo e amore è nemico di amore. Ieri ho rivisto Lorenzo. Erano... mi si faccia fare mente locale... tre anni, tre anni sì, che non lo vedevo. Verosimilmente da quando ha svoltato l’angolo con la sua (ex) Punto verde. La storia di Lorenzo però la si conosce bene. Di lui e della sua storia ho a lungo scritto, non su queste pagine, ma chi non la conosce a menadito la sua storia? É talmente nota da fare invidia ad una di quelle leggende metropolitane che si insinuano nell’inconscio collettivo per poi trasmettersi geneticamente col DNA. La storia di Lorenzo è la storia della Sere, che lo aveva nel DNA. Li ho visti assieme ieri, quando sono venuti a portarmi qualcosa da fumare: dacché è capitato che Lale si è fidanzato, lo dicevo che è stata una catastrofe, ho dovuta perfino ipotizzare la sostituibilità di Samuele. Che resta insostituibile, quantomeno per celerità, abbondanza e basso costo. Insomma, li ho visti così carini, assieme, talmente tanto hanno fluidificati i confini dei loro corpi che quasi si assomigliano! Lei si è assentata per una decina di minuti e io e lui abbiamo fatte quattro ciance. Nei tempi in cui ardevo per lui avrei regalata l’anima per dieci minuti sola con lui e quattro ciarle. Io, me e Lorenzo: credevo fosse la mia ultima spiaggia, tipo quella dell’Isola dei famosi, l’unica per poter vincere, tipo Muñiz. Ah... Lorenzo sì che lo amerò per sempre, mi dicevo, ed effettivamente, in sordina, l’ho amato per parecchio tempo; ma poi ieri, che è stato piacevole rivederlo, certamente, così bello e così fedele al Lorenzo che anch’io ho amato, ero felice che la mia migliore amica possa condividere la spiaggia, magari anche l’ultima, con uno come lui; ma poi ieri, ne avrei fatto anche a meno di aspettarli fino alle 20:15, che con la fame che avevo sarebbe stato di certo meglio precipitarsi a casa a magiare l’anatra all’arancia che mi aveva preparata mammà! Allora lo sottotitolo così, l’atto quinto: l’amore è una burla. Mi potrei anche fare tentare dagli ismi più romantici e narrare ancora di Samuele, dire di quanto è bello, di quanto mi emoziona, di quanto ma quanto! mi manca e di quanto ma quanto! mi costa, un ventricolo spompato e un pneumatico scuoiato, ma a che pro se poi fra qualche giorno, settimana, mese, anno dovrò rovistare nella memoria come un segugio per tartufi con la pretesa di far riaffiorare sentimenti infarinati dalla polvere e sfarinati dal vento? La storiella degli scripta manent è un po’ scontata e allora, a questo punto della storia, sarebbe d’ausilio ricevere un qualche altro stimolo. L’amore è una bella cosa, senza dubbi e non ne stiamo a discutere proprio adesso che sta per nascere la piccola Sofia: la Monica e Fabio stanno per diventare genitori! Allora certamente ne vale la pena. Ma che non si tratti in ogni modo di una burlesca pantomima faccio un po’ fatica a raccontarlo, al punto in cui sono arrivata a raccontare della mia distopia con Samuele. Atto quinto, scena non so e non me lo si chieda più a che scena siamo non me lo ricordo! Ah... Lale lo giuro non amerò altri oltre che te. Lorenzo, giuro! Come te nessuno mai. Samuele, stanne certo, dopo di te nessuno più come te. Due o tre scappatelle, Emilio Mauro Gian. Qui ci stiamo prendendo per il culo! Tutti quanti! Beh, non ti resta che la prova del nove: con chi di loro avresti voluto avere dei bambini?
19 maggio
Una volta appurato che l’Amore è un presa per il culo, ascolto il primo dei tre cd che Samuele ha fatti alla Gaia. Che storia picaresca, quella di Samuele: io che mi struggo per lui ricevo in omaggio un cd da Mauro e Samuele prepara tre, ben tre cd alla Gaia che ok, vero è che glieli aveva chiesti lei ma lui, che è uno che mantiene le promesse, glieli ha preparati subito subitissimo esaudendola immediatamente, voglia il cielo non con il medesimo stato d’animo con cui Mauro ha masterizzato quelle canzoni per me. Lo vedo tutto, in quelle note. Lo riconosco tutto, in quei suoni. E mi ci vedo pure io a ballare su quei pentagrammi perché ascolto la sua stessa musica. È solo il primo dei tre cd e mi piace davvero molto: me lo porto dietro e lo ascolto, in macchina con l’autoradio, a palla con lo stereo mentre mi trucco prima di uscire, con le auricolari prima di dormire. Appena posso lo ascolto, play, e inizio a sognare. Me lo porto dietro qualsiasi cosa io faccia. C’è un contrasto, se è vero che qualsiasi cosa fai, la fai per scappare da lui: se infoltisci le pagine della tua agenda di promemoria d’impegni assunti per distoglierti da lui è per privarti del tempo che certamente trascorreresti pensando a lui, no? Sì. Quando sono costretta a fermarmi, perché qualcosa lo si deve pur ingerire, ci si deve per forza sedere a far la pipì e la pupù, o la doccia e lo shampoo, allora realizzo quanto viscerale sia quello che provo per lui e soffro. Soffro come un cane per lui e per un sentimento a tal punto luminescente che irradierebbe tutto il terzo mondo se glielo si lasciasse irrorare. Allora mi porto dietro il cd e, in qualche modo, me lo trasfondo nelle vene e mi sento completa. Subito dopo, però, mi sento una miserabile. E se mi sento una miserabile è perché l’amore è una vera fregatura! Quanta incontenibile energia contenuta e sprecata! Allo spreco è meglio non starci a pensare troppo sù, meglio sopperire all’eccessivo compendio energetico con della buona musica nella testa. Nuova musica per le mie orecchie, nuova vita che viene: "È nata Sofia. Pesa tre chili ed è bellissima. Vi abbraccio forte forte" ci scrive la Monica alle 11:45. "È nata Sofia! Tutto bene. Baci" completa sua sorella alle 12:16. Festa grande, oggi, in cooperativa, dove finalmente si è pianto per la gioia. Gli occhi mi si sono inondati di lacrime, come se la diga della mia cornea avesse ceduto. La Manu piangeva, l’educatrice gravida piangeva, piangeva la psicologa e pure il presidente. Piangevano tutti. E io ho capito: ho capito che aveva ragione Derrida quando diceva che in fondo, in fondo all’occhio, quest’ultimo non sarebbe destinato a vedere ma a piangere. La suprema destinazione dell’occhio: non la sfericità retinica delle natiche dell’amato bensì la preghiera supplichevole; l’implorazione piuttosto che la visione. Indirizzare la preghiera, l’amore, la gioia, la tristezza ma non lo sguardo. Stamattina la felicità mi ha accecata dell’accecamento rivelatore che mi ha fatto esperire che la cecità non impedisce le lacrime, non priva delle lacrime. Sono cieca ma ancora capace di piangere, perché delle lacrime non ce ne si può privare. Anche un occhio cieco piange. È vero. Tutti gli occhi piangono. Non importa se e quanto ancora piangerò per lui; i miei occhi continueranno ad implorarlo e a pregare per lui, che è cieco, cieco come me, perché non vede nulla, come me. Implorerò non di essere vista, no, ma sentita, avvertita, percepita. Questo sì. Sofia è nata. L’amore è una burla ma ne vale la pena. Cazzo se ne vale la pena! La musica di Samuele è allegra, e sprintosa, e grintosa, a tratti proprio dura, e coinvolgente, e trascinante. Per un po’ ascolterò la sua musica. Per un po’ non avrò altro da fare che ascoltare quello che ha da dirmi la sua musica. Per un po’ non scriverò e se non scriverò è perché, da cieca, faccio fatica a scrivere. "Scrivo senza vedere. Sono venuto. Volevo baciarvi la mano... è la prima volta che scrivo nelle tenebre... senza sapere se formo dei caratteri. Dove nulla ci sarà. Leggete che vi amo", diceva Diderot a Sophie. Dove nulla ci sarà, leggete che lo amo. Lui è un piccolo sole calato in un abisso, un piccolo astro del giorno, si capisce, è uno stacanovista e ha fatta carriera da che era il responsabile degli ascensori! Lui è il mio soleil e io sono sola, comme le soleil! Dovevo stare bene attenta, attenta che non mi succedesse quello che succede a coloro che osservano il sole diritto nel centro non accontentandosi di una sua immagine rispecchiata nell’acqua o in qualche altra cosa del genere; alcuni così si compromettono la vista. Non sono stata attenta a sufficienza, dunque. Adesso sorgo quando cala il sole, vado a coricarmi quando il sole si erge e non ci si incontra più, così, io e il sole. Io e lui, da un mese a questa parte, siamo come la luna e il sole. Però non mi perdo d’animo, presumibilmente perché mi viene in mente la teoria del sole e della luna, quella che mi era venuta in mente circa un anno fa, mentre ero al Festivalbar con Stefy, credo. Non era malaccio come teoria, no? Insomma, ho fiducia nel sole e nella luna, mi parrebbe una cosa bruttarella metterne in discussione l’autorevolezza cosmologica! La luna, a cercarla, la si può vedere anche di giorno. Poi magari è nuvoloso o viene buio presto, come d’inverno, e allora non la si trova, la luna, nel cielo, di giorno. E allora ci sono le eclissi. Capitano raramente ma, quando capitano, sole e luna si incontrano. Finalmente. Sofia è nata. La pena ne vale proprio la pena. Non saprei dire a che punto della storia siamo arrivati. E allora chiudo il quinto atto. Sofia è nata, pesa tre chili. Io invece ne peso 59 e ho finiti i trattamenti al centro estetico. Si conclude l’esperienza al beauty center, termina il quinto atto, peso 59 chili e allora mi sa che anche questa storia si avvia all’epilogo. Non la precipito, la fine che avevo anticipata. Dal movimento delle lettere, di ciò che inscrive così quest’occhio nel dito, l’immagine indubbiamente si abbozza in me. Un potere occulto assicura a distanza una sorta di sinergia. Più tardi la sua forma apparirà alla luce del giorno come una fotografia sviluppata. Per il momento, nel momento stesso in cui scrivo, non vedo letteralmente niente delle lettere che traccio. Dove nulla ci sarà, leggete che lo amo. Per il momento non inizio un nuovo atto perché non so neppure di che potrebbe parlare, il nuovo atto. Solo il nulla. Perché è dove c’è il nulla che lo amo.
21 maggio
Ancora qualche parola prima di inabissarmi. Non mi posso tacere. Non posso tacere la bellezza della piccola Sofia. Oggi l’ho vista. Da una storia tanto rara e preziosa come quella della Monica e Fabio non poteva che nascere una creatura a tal punto prodigiosa da mozzare il fiato come la piccola Sofia. Fatico a recuperare l’alito che mi avanza nei polmoni, sarà anche che ultimamente fumo più del consueto, ma la piccola Sofia veramente non ti lascia respirare! Della felicità che poi i due neogenitori trasudano senza ritegno non serve certo che ne parli e nemmeno avrei gli strumenti per farlo. Non conosco la natura di quel genere di felicità, quell’incondizionata e osmotica; posso solo dire di sperare che un giorno toccherà anche a me. Me lo auguro. Non mi resta altro da fare. Siccome non ho altro di meglio da fare ascolto il secondo dei tre cd di Samuele, quelli per la Gaia. In questo secondo ha associate frasi celebri di film che ha amato a canzoni che lo hanno ispirato. È uno creativo. È dotato di quella creatività poietica di cui vorrei che il mio lui fosse fornito, quel maledetto lui che è Samuele, con tutte le sue carte in regola per ammaliare e lasciare a bocca aperta. Sono inderogabilmente senza fiato, ora che sto ascoltando questo suo cd. Non riesco a fiatare. È un bene che non mi sia consentito di vederlo, che se dovesse capitare che mi si reificasse dinanzi, verrei a mancare... che figura... Insostenibilmente sento la nostalgia del passato, delle nostre camminate, dei nostri progetti, delle Cinque Terre, di Budapest e del Ponte delle Catene, di Canzo, Coredo e San Martino. Perché mi è stato sottratto ciò di cui mi nutrivo? Per dimagrire? Un po’ sono dimagrita, infatti. Allora perché non me lo si restituisce? La mia leggerezza, ora, senza di lui, capisco cosa intendeva Kundera, ora, senza di lui, è insostenibile. Una sola cosa è certamente sostenibile: l’opposizione leggero-pesante è la più ambigua tra le opposizioni. Prima del nuovo atto voglio sentirmelo dire, che una mancanza lacerante mi irrequieta facendomi sentire pesante; per sopperire alla pesantezza ho farcite le mie ultime considerazioni con le quattro spicciole frasi del fatalista, ma la malinconia resta. Sono triste, arrabbiata, non mi ritengo meritevole del castigo, saboto la mia punizione e non mi do pace: continuo a chiedermi perché. Perché? Riprendo a tormentarmi coi perché e, gnè gnè gnè, ritorno la bambina che non ho mai smesso di essere. Perché mi è stato tolto? Perché me lo avete tolto? Voi! Voi chi? Perché? Perché tutte queste coincidenze nello stesso momento? Perché proprio quando sarebbe stato meglio che Lale non si trovasse una nuova ragazza? Perché proprio quando sarebbe stato più bello se ci fossimo continuati a frequentare? Perché proprio quando sarebbe stato meglio non lavorare da mane a sera per non sentirlo ancora più lontano? Perché tanta distanza invece della vicinanza? Perché tanta pesantezza invece che la leggerezza? Ci sono periodi in cui non accade niente e periodi in cui accade che tutte le cose vengano insieme e allora i nodi vengono al pettine e i pesci a galla. È questo il momento della resa dei conti, forse. Perché se accade che le cose venute insieme non sono vantaggiosamente combinabili e non collimano, le coincidenze sono nefaste. Da questo, credo, dipende il più o meno lieto finale. E allora, gnè gnè gnè, perché ancora cattive combinazioni per la miserrima me? Perché? Gnè gnè gnè... nessuno mi sa rispondere? Papà! Nemmeno lui. Però lui lo sa bene che nessuno mi può rispondere perché non c’è metodo. C’è il caso. C’è la costrizione. E la casualità esercita su di noi una violenza che rende impotenti e allora si è costretti all’inazione. Sarà per questo che non riesco a muovermi, eh, papà? Beh, almeno di un centimetro dovresti provare a muoverti. Anche un centimetro alla volta basterebbe, per te, ora, che non è ancora la resa dei conti. Non riesco ad agire. Anche lui non fa nulla, nulla che servirebbe a me per riattivarmi. Perché dobbiamo starcene distanti? Non li posso toccare, tutti i punti dello spazio e del tempo che ha occupati e occupa e occuperà. Non li posso toccare, tutti i punti della sua estensione. E io, che li chiamo tutti, i punti della sua estensione, e non li trovo, non mi rispondono, mi sento afflitta, gelosa, diffidente, una perseguitata! Non lo posso toccare. Non posso impossessarmi del suo contatto con un certo luogo, una certa cosa, una certa ora. Così non posso impossessarmi di lui. Perché? Perché! Baaaasta! Tu hai voluto fare del meglio un peggio in una situazione all’interno della quale hai preferito restare ferma ad aspettare e basta! Baaasta! Hai dato ascolto solo alle risposte di Jacques le Fataliste! Se succede succede, se non succede non succede: no! Ma lo sta dicendo anche il secondo cd di Samuele... Ascoltalo, il tuo Samuele! Un altro fantasmatico retore di primissima categoria, pontificante quanto un tarlo! La vita è un gioco di centimetri. Allora dovresti combattere per un centimetro. Dovresti massacrare di fatica te stessa per un centimetro. Dovresti difenderti con le unghie e coi denti per un centimetro. Perché solo quando andrai a sommare tutti quei centimetri, il totale farà la differenza fra la vittoria e la sconfitta. Tra il vivere e il morire. Al Pacino eccede un po’ nell’arringa perché se succede succede, ma se non succede? Se non succede fuori le palle! Se ci si apre, ci si apre a tutto. In ogni scontro solo colui il quale è disposto a morire guadagnerà un centimetro. Ma ci si deve battere per essere disposti a morire. La vita è tutta lì, in quello consiste. In quei dieci centimetri davanti alla faccia. A questo punto si dovrebbe guardare il compagno che abbiamo accanto, guardarlo negli occhi e scommettere che ci si vedrà un uomo determinato a guadagnare terreno con noi, un uomo che si sacrificherà volentieri, consapevole del fatto che quando sarà il momento, noi faremo lo stesso per lui. Non lo so se lui si sacrificherebbe per me e non ho il coraggio di guardarlo negli occhi per scoprirlo. Così rischi di essere annientata individualmente. E se anche lui avesse un bel dì il coraggio di guardarti negli occhi, ci vedrebbe una donna determinata a guadagnare terreno con lui, una donna che si sacrificherebbe volentieri per un centimetro di tempo da condividere con lui? Non credo. Non è questa una coincidenza paralizzante? Però è così, è tutto qui. Questo è l’amore. Non solo la vita, ma anche l’amore è come una partita di football. È una questione di centimetri. Non di possesso. Di centimetri. I cinquanta centimetri della piccola Sofia. Il milione di centimetri del cammino di Santiago. I centimetri del sesso. I centimetri tra le facce. I trentun centimetri perduti con le sedute al beauty center. Siamo sicuri? È veramente tutto qui? Lo dicevo che è una grossissima presa per il culo! Eppure, se non fossi certa che tanta pena ne valga la pena non soffrirei così tanto. Siamo all’inferno, adesso, signori miei. Credetemi. Possiamo rimanerci e farci prendere a schiaffi oppure aprirci la strada lottando verso la luce. Possiamo scalare le pareti dell’inferno un centimetro alla volta. Il margine di errore è ridottissimo. Mezzo passo fatto un po’ in anticipo o in ritardo e non ce la fate e mancate la presa. Ma i centimetri che vi servono sono dappertutto, sono intorno a voi, ce ne sono ad ogni minuto, ad ogni secondo. Questo mi rassicura. Il cd di Samuele mi ha rassicurata. Samuele mi ha rassicurata. La mia storia finirà quando peserò 57 chili, e allora ben altri centimetri mi restano (da perdere) prima che il tempo della partita scada, prima della resa dei conti. Ci sono ancora dei centimetri. Ho ancora dei centimetri a disposizione. Ho ancora qualche centimetro di tempo. Fortunatamente peso ancora poco più di 59 chili. Eccola, una coincidenza favorevole. Ho trovato! Sesto e ultimo atto: delle coincidenze compiacenti! Fai attenzione: ci vogliono molte coincidenze favorevoli perché (quel) qualcosa succeda. Quando due sono nello stesso posto per caso e una sola volta e per un tempo brevissimo e si incrociano soltanto per motivi che non hanno niente a che fare con le abitudini o coi dati di fatto stabili, o ricorrenti, se non succede (quel) qualcosa tra di loro in quel momento non succederà mai più! Stai attenta!
28 maggio
"Non certo la necessità, bensì il caso è pieno di magia. Se l’amore deve essere indimenticabile, fin dal primo istante devono posarsi su di esso le coincidenze, come gli uccelli sulle spalle di Francesco da Assisi" (M. Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere). Non mi si sono poggiati uccelli sulle spalle e allora ho deciso di crearmi una qualche coincidenza favorevole. Il mio sarà un amore indimenticabile! "Sarà colpa di voi interisti comunisti che il Milan ha fatta questa magra figura? Stavo ascoltando i cd che hai fatto alla Gaia... Figata! Me lo faresti pure a me, con le canzoni dei film che ci hai messo?" Questo il 25 maggio. Lui non mi risponde. Cazzo, dopo tutti gli sbattimenti fatti, le lamentele patite, le ore a leggere e scrivere, i mesi a scrivere e leggere, le promesse fatte e quelle mantenute, le promesse fatte e quelle non mantenute, le promesse non fatte e la voglia che veniva a mancare da ritrovare, basta mi fermo qui! Al diavolo tutto il resto! Ma poi no, no! Ancora avanti! ¡Ultreia! Si gira pagina e si ricomincia perché nel profondo si è curiosi di sapere come cavolo andrà a finire, cazzo! Non la posso mica concludere così, la mia storia! Sarà perché voglio, esigo, pretendo un bellissimo compendio che ho passati i due successivi giorni a mangiare e vomitare e ancora a mangiare e ancora a vomitare per trattenere qualcosa che mi avrebbe ingrassata così almeno avrei avuto a disposizione qualche centimetro in più d’adipe di tempo per sperare che il degno finale non tardasse a giungere, l’attesa è snervante! Qualche centimetro sul giro vita in più per temporeggiare aspettando la dignitosa fine a soddisfare le mani avide dello scrittore e lo sguardo insaziabile del lettore; qualche centimetro in più per alleviarli da tanto scotto. Così volevo l’epilogo: lei e lui che imparano a conoscersi e ad amarsi; lei che non ha più paura di lui; lui che vede negli occhi di lei gli occhi della donna che lo ama e che solo accanto a lui sente di potersi dire donna: lei che si sente donna anziché bimbetta, adolescente, ragazza... anoressica... bulimica... e lui che riesce a sentirsi e dirsi uomo soprattutto quando (si) guarda negli occhi di lei. Lo volevo così. Lo voglio così. L’erba voglio cresce solo nel giardino del re, mi diceva la nonna quando ero piccina. E io non capivo cosa cavolo fosse quell’erba voglio. Ora lo so. Ne fumo parecchia. E continuo a volerla, sognarla, sperarla, l’erba voglio. Il finale che voglio mi è talmente ben chiaro in testa che potrei già scriverlo. In fin dei conti sto raccontando una storia; e quando si raccontano le storie si usa la fantasia. Può anche darsi che le cose le si faccia andare a finire male perché si è dotati di una fantasia perversa. Oppure si sceglie di non lasciarsi troppo gongolare dall’immaginazione anche se le cose vanno a finire male, perché non è mica detto che le storie, tutte le storie, abbiano un lieto fine, o sarebbero tutte favole. E si sa che la sottoscritta non è un granché con le favole, visto che la meglio favola che ho tentata di raccontare è stata quella del bel Gian. Quella di Samuele non è una fiaba. È una storia. Anzi: mi piace pensare sia la Storia, la più importante, la trama dominante, il filo di Arianna, il tema portante, il più inaspettato e il più vagheggiato; quello di cui non si sapeva, quello di cui si è sempre saputo. Se non posso pensare ad un bel finale per la storia di Samuele a che mi serve scrivere un libro? Ci ritento, sono testarda. Riprovo a scrivere del lieto fine. Ma non lo voglio lieto del tipo: comunque siano andate le cose, tanto ho appreso e molto sono cresciuta. Basta coi romanzi di formazione, non sono mica una damina dell’Ottocento! Basta con la crescita personale e coi giri di parole per evitare di dire che è andata una merda, che ci si sente una merda, che si sta di merda così, sempre a recitare la parte dello sfigato cronico. Basta con le parafrasi per infarcire l’unica vera verità, e cioè che non c’è limite alle lacrime e che il destino dell’occhio è di piangere. Più di dolore che di gioia, però, ahimè. Il lieto fine è lieto se è lieto del tipo che lei abbassa lo sguardo, lui le solleva il capo carezzandole il mento, lei trema come una foglia al vento e lui (guarda che così vanno a finire le storielle degli Harmony!) ... e allora lui le dice che «perdere la testa per una donna come te è sempre la cosa giusta da fare». No, non è così che finiscono le storielle degli Harmony. Va che avere la certezza di avere persa la testa per la giusta causa non è da Harmony! Che le cose vadano poi come devono andare perché, a quel punto del finale incontestabilmente lieto, le cose non potrebbero andare meglio. Negli Harmony sì che possono andare meglio. Basterebbe un po’ più di fantasia. Ecco perché non ho preso in considerazione di scrivere un Harmony. Beh, insomma, il finale è lieto solo ed esclusivamente se è lieto del tipo che tra la faccia di lei e quella di lui ci fossero solo quei dieci centimetri che cambiano l’esistenza e che rendono inutile la fantasia che, a quel punto del finale, a meno che non fosse un finale alla Harmony, di meglio non si riuscirebbe a fantasticare. Voglio il lieto fine, quel lieto fine. Sto scrivendo dell’ultimo atto, il sesto, e mi sembra che sto andando troppo in fretta. Più piano... Tanto il tempo mantiene sempre i suoi ritmi. Più piano... Allora mi abbuffo. Non basta una volta. Sarebbe meglio ingrassare. Ma no!!! Quando lo rivedrò, se lo rivedrò, sì che lo rivedrò, dovrà trovarmi bella. Bella e magra. Magra e bella. Il suo pensiero mi smagrisce. Ma no!!! Più piano... Se ti alleggerisci troppo, troppo in fretta volerai via e lui si dimenticherà di te. Tu svanirai e sicuramente lui non ti amerà. Più piano... Metti su almeno un chilo così avrai più tempo per riprovarci, ritentarci, ad avvicinarti a lui, da sola. Ma no!!! Devo vomitare perché il grasso che avevo prima mi mortificava, mi nascondeva e lui non mi vedeva. Devo ingrassare o non mi vedrà più. Più piano... Più piano... C’è un sms: "Cd fatto. Te lo darò quando la compagnia del gighello si riunirà per organizzare il cammino. Ciao".
1 giugno
Sto per partire. Da troppo tempo non lo scrivevo. Avevo un disperato bisogno di cambiare aria e allora ho deciso di portare Gas al mare. Qualche giorno ad Alassio farà bene a tutte e due, che ci siamo ritrovate veramente sole e, se è vero che l’unione fa la forza, perché non unirle, le forze delle due nostre solitudini? Le coincidenze hanno voluto che anche Samuele si ritrovasse solo, lui come la maggiorparte degli italiani; lui però non si unirà a noi. Non glielo chiedo quasi mai, di unirsi a noi. Pertanto mi assumo la responsabilità della sua solitudine. Neppure lui ce lo propone, di unirsi a noi, e ancora meno si pone in modo tale da sollecitare chi vorrebbe unirsi a lui di fargli una qualche proposta di aggregazione. Pertanto se la assumerà pure lui, la responsabilità della sua solitudine. In verità, a questo punto, noi tutti ci si dovrebbe assumere le responsabilità dei nostri isolamenti. Dicevo: domattina partirò, come la stragrande maggioranza degli italiani in occasione del ponte del 2 giugno; partirò, come e con la maggiorparte degli italiani (e con la Gaia) ma senza di lui. Ovunque andrò certo è poi che lo cercherò tra la gente, come già ho fatto sul Ponte delle catene e sui colli del Trentino (dove effettivamente non è che ci fosse poi una gran folla, ma c’erano delle bellissime nuvole che si montavano a neve come l’albume delle uova quando la nonna mi preparava la torta margherita). Lui sarà con me come già è stato con me anche quando non era con me perché uno come lui è sempre stato con me. Perché una cosa è prendere un uomo e portarlo in una folla; un’altra è cercare tra la folla un uomo e, solo vedendolo, dire: è lui! È questo! Perché una cosa è vedere mille facce che non ti dicono niente; un’altra è vedere di colpo una faccia che ti riguarda tra le mille facce che non ti dicono niente. Perché una cosa è l’attenzione di una faccia; un’altra è l’attenzione di quella faccia, che ti entra nei vasi sanguigni. Pertanto mi va di rivederlo, prima di andare via, anche se andrò via solo per pochi giorni perché, siamo alle solite: giorni, settimane, mesi, anni si equivalgono e tutto può accadere esattamente come niente. L’ho capito, ormai, come fanno lo spazio e il tempo: anche solo due giornate di viaggio allontanano l’uomo (specie l’uomo giovane le cui radici sono ancora poco abbarbicate alla vita) dal mondo di tutti i giorni, da quelli che si considerano i doveri, gli interessi, gli affanni, le previsioni, e tutto lo spazio che si dipana tra di lui e la sua residenza sviluppa forze che si credevano prerogativa del tempo e invece riguardano anche lo spazio. Anche solo due giornate di viaggio possono trasformare un pedante borghese in un vagabondo. E io adoro vagabondare... Ad Alassio? Perché no. Come a Budapest, come a Coredo e ovunque ci siano delle belle nuvole oltre le quali cercarlo; ma mi va di rivederlo, prima. Stasera la compagnia del gighello si riunirà per decidere del cammino e a me, che ho intrapreso un cammino di isolamento che mi ha allontanata da lui, che è rimasto indietro, o è andato troppo veloce e ora è troppo avanti perché lo possa anche solo intuire, o che ha sbagliata strada boh, mi va di vederlo. Voglio andare a prendere il cd, quello per me, il mio. Mi piace credere che, mentre lo faceva, io gli sia venuta in mente, non fosse altro perché a me stava facendo un cd. Voglio quel cd e pianifico tutto: "Stasera non ti scordar... il cd!" gli ricordo. Che fregatura se poi non me lo dovesse portare. Eppure non me ne stupirei perché, ormai è chiaro, l’amore è un grossa grossissima canzonatura e a me non mi frega più! Ora mi sento energica, basta non lasciarsi ingannare dal fatto che proprio ora mi sia spalmata sul letto come il Rio Mare Snack sulle tartine: di questo ne è colpevole una canna, io non c’entro! Ora mi sento sprintosa e frizzante, come una spremuta d’arance, ecco come mi percepisco, spremuta: ma è sempre colpa della canna, io non c’entro! Mi sento che potrei spaccare il culo ai passeri, ora! Fucilateli, sti passeri che, cip cip cip, qui in mansarda non si riesce a chiudere occhio, un po’ di silenzio, e che cavolo! E anche di questo colpevolizzo la canna, io non c’entro. Nessuno me la succhierà via, tutta questa adrenalina. Adrenalina che sale, sale e sale e poi (dovrà) ridiscende(re) perché non c’è nessun principio ascensionale che dura infinito e allora giù, fragorosa, la cascata, fin nel baratro senza fondo, sembra proprio senza fondo dove non si vede il fondo perché non si vede niente; ma poi il fondo c’è e lo si tocca pure e una volta toccato si dovrà risalire. Poi magari il pozzo si riempie di merdosa fanghiglia, tipo se piove per una settimana di filata, e sembrerà di essere nelle sabbie mobili (la peggiore morte tra le morti, dice Samuele); si dovrà attendere quel prima o poi in cui il pozzo strariperà, e mi rendo conto che lo straripare di merda possa non risultare una gradevole immagine, ma l’espressione è esplosiva e liberatoria; una volta liberati ci si sentirà più leggeri, pronti per riprovarci con la risalita, augurandosi di scampare la ricaduta. Ogni tanto una qualche spinta adrenalinica sopraggiunge e ci solleva dal di dietro e ci tira sù, in barba alla forza di gravità che ci vuole col culo a terra! Per questo suggerisco di trovarsi un angelo dell’ascensore, magari prendendoselo solo in affitto, o a ore, non so. Preferibilmente giù le mani dal mio, mi costa un patrimonio; verosimilmente meno bello del mio, che è il più bello degli angeli da ascensore che ci sono sul mercato oggi; domani non so, dipende dal progresso tecnologico. Lo consiglierei un pelo più disponibile del mio, meglio uno come Michael, antimisogino dunque sì, e prosociale, non come il mio, ma meno rozzo di John Travolta dai, che l’Arcangelo Michele è uno raffinato! Mi convinco sempre più di aver scelto per il mio personaggio un nome inadatto: perché non l’ho chiamato Michele? Tutti gli indizi conducono a quel nome! Vabbé, una volta trovato, sarà bene abituarsi a stare anche senza di lui: in quei momenti sembrerà di essere risucchiati nelle sabbie mobili del deserto. A questo punto sarà più che un bene rievocare la lezione delle filosofie orientali: il deserto è un grandissimo giardino Zen e le dune spostate dai venti sono come i disegni dei giardini Zen, tracce del Nulla che ha lasciate delle tracce e allora, anche se non sembra, la strada la si ritrova, anche senza l’angelo dell’ascensore. A volte ritornano! e allora a volte ritorna anche l’angelo dell’ascensore, ti dà una bella botta di adrenalina e ti fa sentire come mi sento io ora: fluttuante, e non c’entra la canna! Ora sono tutta un fremito. Ma l’amore, a me, non mi frega più!
5 giugno
Quell’ascensore pareva non arrivare mai a destinazione. Per fortuna Lale abita al quarto piano o ci sarei potuta rimanere secca, nell’ascensore. L’ascensore mi stava portando proprio da lui: che strana coincidenza sarebbe stata, morire nell’ascensore... Ho camminato lungo il corridoio sapendo che dietro quella porta là in fondo ci sarebbe stato proprio lui. Normalmente ci avrei impiegati pochi secondi, quante volte ho camminata quella balconata. Se le cose fossero andate così è non così, magari mi ci sarei anche trasferita, in quella casa con Lale e il Cecco, che avrebbero tenuta lì la branda della mia bisnonna dove un tempo riposò il buon vecchio Piero, la branda della nonna morta! povero Piero ospitato per motivi di lavoro, e io avrei dormito accanto al loro cigolante letto a castello. Sono convinta sarebbe stata una guerra: sono due bohèmiens, quei due. Che baraonda sarebbe stata, vivere insieme. Considerando poi che sarei finita col provare sicuramente dell’attrazione più per il Cecco che per Lale, meglio che le cose non siano affatto andate così, dunque. Che poi io sia finita col provare dell’attrazione più per Samuele, che è per Lale equivalente al Cecco in quanto a legami affettivi, non lo considero perché quantomeno non si vive insieme! Solitamente con due falcate pervenivo all’uscio, ma quella sera non sembrava mai sarei arrivata. Finito il corridoio, che invece non finiva mai, cammina cammina cammina, arrivo, mi paro innanzi all’uscio, suono il campanello e li faccio trasalire tutti, non mi aspettavano, non avevo citofonato. Vaffanculo di qui, ci hai fatto venire un colpo di là, sorrido mortificata (li ho fatti proprio sobbalzare!) e subito metto a fuoco una biondina. Chi è questa? La gelosia di folli timori covati nel profondo di un ego tormentato dall’amore taciuto mi ha resa sorda e il cuore che, splat, sarebbe balzato fuori dalla cassa toracica finendo dritto sul tavolo della sala se gli avessi data corda, non l’ho più sentito, perché se l’avessi ascoltato sarei caduta a terra. Pensa che scena da kermesse teatralesca! Tutta concentrata nell’analisi della nuova presenza, chi cazzo è questa? che cazzo ci fa qui come fosse parte della compagnia del gighello? sono riuscita a stare in piedi. Una fortuna quindi, che fosse lì, la biondina, un’amica del Cecco conosciuta al centro siddha-yoga che avrebbe piacere di venire a Santiago con noi. Bene, ne abbiamo piacere tutti, ne ho piacere anche io perché da subito avverto che lei, su di lui, non avrà mai alcun potere. Certe cose le si capisce al volo, così, è una questione di membrane molecolari rilasciate dai corpi che dai corpi si staccano e, se le si ascolta, le si deve sapere ascoltare, dicono molto di più di quanto potrebbe essere detto a parole. Dunque la gelosia immediatamente mi si smorza e si affievolisce. Bene, me la sono scampata anche questa volta, non è lei la mia rivale. Grazie alla biondina, Ilenia, mi sono momentaneamente scordata della gabbia in cui avevo rinchiuso il mio amore, che invece era là, in piedi dietro il tavolo, con in mano Man’s health, lievemente ricurvo come un punto di domanda, mai un sorriso quando ti vede entrare, dolorosa indifferenza nei suoi occhioni velati da un’eretta fragilità che lo torce sensualmente su se stesso rinchiudendolo nell’uccelliera degli interrogativi. Ma ormai lo so, l’ho imparato a memoria, come fa al primo approccio: un’ondata di leggerezza mi è dilagata dentro non appena i miei sensi lo hanno ritrovato tra la gente. Sì, perché in quella stanza avrebbero potuto esserci dieci, cento, mille persone ma io lo avrei ritrovato perché era per lui che ero lì, solo per lui, non per il cd, decisa a sentirmelo tutto sotto la pelle infiltrarmisi tra i vasi sanguigni e i capillari; ero lì per irrorarmi di magia. Non il cd avrebbe avuto questo potere. Solo lui ha questo potere. Sembrava trascorsa un’ora invece erano passati solo pochi secondi: infatti era giusto giunto il momento dei saluti e dei convenevoli. Mi presento all’Ilenia. Le stringo la mano e penso: non sei tu la mia rivale. T’innamorerai di lui, ho motivo di crederlo, non è facile resistergli. Ma non sei tu la mia rivale. Un bacino al Ceccolino: gli passo la mano tra i capelli scuri, sempre più lunghi, afferrandogli la coda di cavallo che adagio sulla spalla sinistra. Una carezza a Lale che comincia a starnazzare «ora che ci siamo tutti dai, facciamo in fretta che domani mattina è levataccia, eh Samuele?» Samuele. Toccava a lui, lasciato debitamente per ultimo perché sapevo che quel saluto mi avrebbe oltremodo impegnata. Pochi minuti per i precedenti. Un’eternità con lui. Ecco il tempo della montagna, che in talune rarissime occasioni fa irruzione nella pianura e sconcorda ogni umana ponderazione. La mano mi tremava mentre la protraevo verso la sua nuca, fremeva perché sapeva che si sarebbe dovuta posare su di lui facendo pressione sulla sua pelle per guidarne il capo al mio. Mi tremavano anche le ginocchia, che immaginavano si sarebbero dovute fare forza a sostenere la tensione delle gambe che si sarebbero dovute allungare sulla punta dei piedi per elevare la mia pelle (un metro e settantatre centimetri) alla sua (un metro e novantadue centimetri). La sua pelle è solita opporre sempre un po’ di resistenza, soprattutto all’inizio, come ogni corazza. Non me ne importava perché in quel momento ero lì appositamente per rigenerarmi di lui, e della sua pelle. Poggiato il palmo della mano sulla sua cervice è stata tutta una questione di epidermide, poi: gittate connettivali sono partite dalla superficie interna del suo derma e gli si sono bloccate all’aponeurosi. Ho fatta pressione e l’ho guidato a me, toccando con mano parte di quello che un tempo la cartografia del suo corpo mi fece sognare. Ma le mie labbra, come tutte le labbra fatte per portare al palato il sapore di ciò che le tenta, si sono dovute accontentare di vagare alla superficie e di urtare contro la chiusura della sua guancia impenetrabile seppur desiderata. Lo dico come lo direbbe Proust che le mie labbra, senza comprendere il loro errore e senza confessare la loro delusione, se lo sarebbero voluto inghiottire tutto. Proprio così! È profondamente radicato nella natura umana il desiderio di portare subito alla bocca e di mangiare tutto ciò che si ama, scomponendolo e, se possibile, riducendolo alle sue parti costitutive. Non sono mica io la pazza! È la sana avidità di sapere che vuole afferrare interamente l’oggetto amato fino a penetrarne i più intimi recessi e a lacerarlo coi denti. Come una Baccante quindi me lo sarei più volentieri sbranato, ma mi sono dovuta limitare ad accarezzargli la guancia con le labbra e... Credi sia aria quella che respiri? Me lo potrebbe chiedere che sò io, un teoretico: gli direi di no, ora che so come ci si sente quando si respira dell’aria. Pertanto me lo sono dovuta imporre, di lasciare la presa: la mano mi si era come saldata alla sua testa; i piedi, sulle punte irrigiditi come fossi una di quelle ballerine di plastica che girano nei carillón, non ne volevano sapere di rilassarsi e, messi così, noi due si poteva essere presi per una scultura. Anche in questo caso sembra trascorsa un’ora (un’ora di convenevoli?! Stucchevole...) ma in realtà erano passati solo pochi minuti, due al massimo, e io dovevo mollare la presa. Allento la morsa perché non sono Pigmaglione: infatti la mia Galatea rimase una statua, di stucco per il mio gesto inatteso. «Cià» gli dico solitamente quando lo vedo, con apparente scazzo (ah... che beffa le apparenze!). In otto anni che me lo trovo intorno l’avrò baciato due, vogliamo esagerare tre volte? Un gesto indubbiamente inatteso. Dopo la manovra imprevista che mi parve lasciò tutto il gruppo di stucco, il tempo si fermò e l’aria s’incendiò, non era più aria quella che gli altri respiravano e allora tutti si trattenne il fiato, si iniziò a straparlare del cammino. A parte per il cd e la sua pelle, perché diavolo ero lì? Cosa avevo deciso? Ci sarei andata o no a Santiago? Questi aspettano una risposta! No, non ci vado. È troppo anche per una sadica come me, fatica fisica ed emozionale insieme, mescolate... Piaghe, ulcere e vesciche, sangue, lesioni ed ecchimosi... Non me la sento... Mi volterei, disperata, lo so, lo ricercherei e... non lo troverei...e... se anche... lo dovessi trovare... i suoi occhi... velati... da cieco... ciclope... la sua pelle... marmorea... da statua neoclassica, tutta contenuta e trattenuta... Non mi sarebbero d’aiuto... No, non lo faccio, non ne ho il coraggio. Non ci vado. Mi decido: ero lì per dire che non sarei andata. Di lì a poco sarei dovuta intervenire a smorzare gli entusiasmi annunciando il primo ammutinamento. Ero lì per direi che non avrei attraversato nessuno specchio, né nessun deserto, che non avrei intrapreso nessun cammino, non con loro, non con lui. Con nessuno. Lui l’avrei voluto spremere e bere ma non volevo più camminare con o per o dietro di o davanti a lui. «Parla! Dì qualcosa! Non startene muta come un pesce» mi diceva mentre mimava il boccheggiare di un cetaceo quella fiamma prometeica del mio ex. E più insisteva e più lo compativo e mi convincevo che col cazzo che sarei andata con loro a fare una cosa da folli! Ad un certo punto mi si sono imbrattati gli occhi di lacrime, l’ossigeno è cominciato a mancarmi, quella che stavo respirando non era più aria! Che inquinamento c’è qui! Allora sono uscita sul balcone a fumare una sigaretta e mi sono calmata: perché tutta questa tristezza, questa voglia incontrollabile di mettersi a piangere, non a singhiozzare sopitamente ma proprio a strillare, tipo un neonato, senza contegno, perché? Perché stai per dire che non andrai con loro a Santiago! Perché stai per dire che non andrai a Santiago? Sei sicura di non volerci andare? Sei sicura che Santiago non sia per te divenuta una meta troppo importante, per la tua vita, per te stessa indipendente(mente, mento?) da lui e da questa storia? «Dai! Facciamo in fretta che poi si va tutti a nanna che domani io e Samuele ci dobbiamo alzare presto, eh Samuele?» Continuava a borbottare quel personaggio felliniano del mio ex, che ha interrotta così la mia morigerata meditazione e allora sono rientrata, mi sono seduta al tavolo e ho sbottato, «Io non vengo», sempre controllata e sempre in apparenza, dentro uh! che gran ciarpame di lupanare! Ho sputato il rospo che ha fatto lo stesso tonfo sordo sul tavolo che avrebbe fatto il mio cuore se non l’avessi ingabbiato. Silenzio. Trattenuti tutti i respiri. Chissà che avrà pensato l’Ilenia di tutta questa ritualità del boccheggio... In che gruppo sono finita? Questi respirano con fatica come pesci all’amo! Mica mi vorranno far abboccare?! Lui ha alzata la testa dacché era chinato sulle carte degli appunti di viaggio. «Perché?» Non mi ha nemmeno dato il tempo di concludere la parola "vengo", quel "non" è bastato, «Io non ven...» «Perché?» e mi ha schiaffeggiata, con gli occhi e con quel "perché" secco, crudo, spoglio. Ho cercato di pararmi dietro il vaso di fiori che faceva da centrotavola, mi vergognavo dei suoi occhi in attesa di sentire cosa avevo da dire. Avrei voluto essere adeguata, incisiva, valida ed efficace; ma l’efficacia mi scivolava tra le mani come il senso delle cose nell’accelerazione e nella loro crescente sovrapposizione. Osservai Lale, l’unico che a sapere l’effettivo perché, come fossi in cerca di un suggerimento, un suggerimento che non mi è stato dato. Lale contraccambia il mio sguardo inquisitorio con un interrogativo: guarda me; poi lui, poi di nuovo me; poi ancora lui. Lui guardava fisso me. Perché? mi domandavano il suoi occhi: aveva strette le palpebre e mi metteva a fuoco, bucandomi con la punta del nervo ottico. Lale lo guarda, mi guarda, guarda l’Ilenia e si chiede «oddio, chissà questa che cazzo pensa adesso!», e alla fine guarda il Cecco, che sa sempre come sbloccare gli attimi. E invece anche il Cecco era basito, perché davvero lui era quello che fra tutti meno da me si sarebbe aspettato un vacillare. Del resto che ne sapeva di me, e di Samuele, e della mia malattia, del mio amore, e del mio dolore? Perché? chiedeva quindi anche lui. «Nuccia, perché?» ha difatti disincagliato il momento. Samuele continuava ad aspettare con lo stesso segno di interpunzione alla fine. Era interessato al mio perché, curioso sì di sapere; mi è parso quasi stupito, per un istante. Ma non ha traballato mai, con quei cazzo di occhi puntati contro. Credevo avrebbe sparato, forse lo avevo ferito, e allora mi sono paralizzata dietro il vaso di fiori. Avevo un vaso tra noi, quindi può essere che abbia visto male, però mi sembrò stupito, non di meraviglia ma di delusione, perché lo stupore maggiore lo si prova con le delusioni, non si creda il contrario. Una delusione che stupisce ha lo stesso rumore del tonfo sordo che fa un rospo che viene sputato. Perché? Non ricordo cosa ho risposto. Davvero. Non lo ricordo. Nell’immobilità di un momento che durava da secoli mi si chiedeva di dare prestissimo una spiegazione credibile e io non l’avevo, a meno che non dichiarassi tutto. E se anche avessi confessato, avrei fatto un pasticcio spaventevole coi tempi verbali. Mi tremavano le labbra; sapevano che presto si sarebbero dovute schiudere per proferire qualcosa di quantomeno sensato, menzogne e bugie comunque. Qualcosa andava detto. Il momento si era ricondensato, come il latte in tubetto. «Vabbé, stasera siamo qui noi cinque e stasera noi tutti e cinque si va a Santiago». Proprio Samuele interrompe il mio patimento (durato per si confidi non più di una ventina di secondi... è che a me, quella sera, il tempo pareva davvero dilatarsi in continuazione). Tutti coloro i quali avevano attesa una giustificazione, verosimilmente a quel punto anche l’Ilenia, che aveva subita un’iniziazione e così entrava a far parte della compagnia del gighello, rimasero a bocca asciutta, tutti a bocca aperta fin tanto che Samuele non dichiarò ufficialmente cominciata la prima giunta del pellegrino. «Allora: chi si occupa di cosa?» Fu così che Samuele si guadagnò la presidenza del consiglio, mettendomi a tacere prima ancora che iniziassi a blaterare non so cosa avrei blaterato, prima ancora che dalla mia bocca incerta potesse sgattaiolare fuori una qualunque impavida fandonia in responso al suo perché. Il suo perché non meritava una fandonia, eppure dicendo che NO, che non sarei andata, avrei detta la bugia madornale che ho detta, perché io ci voglio andare, a Santiago; ormai davvero non vedo altre strade per arrivare alla fine, e per Santiago ci devo passare. Lui questo lo sa. Per questo mi ha interrotta. Per questo non mi ha lasciata parlare. Non aveva voglia di ascoltare panzane. E io ho capito. Ho detto che non sarei andata ma ho capito che sarei andata. Allora ho presa un’altra sedia e l’ho ancorata accanto alla sua: a Santiago ci arriverò con le mie forze. Ma se dovessi scegliermi un compagno di viaggio, quello con cui condividere bende cerotti ago filo e Betadine, quel compagno è lui. Sotto al primo che vuole anche solo tentare a scollarmi da colui che siede accanto a me! Ho gettata l’ancora e la sfida. Nessuno si è fatto avanti. O, almeno, a me così sembrò. Ci fu qualche vano tentativo del mangiafuoco che è il mio ex, qualche spruzzata di benzina infuocata con quei «dai! Facciamo in fretta che poi si va tutti a dormire... eh Samuele?» Ma ancora una volta Samuele sbloccò il momento con un «non è che io abbia poi tutto questo sonno!» e poi uscì sul balcone a fumarsi una sigaretta. Si ansava, in quell’appartamento. Dovevo andargli appresso, l’avevo ancorato e mi trascinava. L’amore prende per il culo, si sa, ma in quel momento avrei ipotecata la casa pur di starmene i cinque minuti di una sigaretta, dieci di due, sul balcone a fumare sola con lui. E pensare mi sarebbe bastato alzare il culo, fare quattro passi, prendere una sigaretta, altri quattro passi e uscire, piegare le ginocchia per rimettere giù il culo e sedermi in terra. Non avrei ipotecata la casa e lui si sarebbe seduto lì a terra con me. «Non preoccuparti, ce la si fa» mi avrebbe detto. «Mi preoccupa l’allenamento» gli avrei confessato. «Credo si dovrebbe partire allenati...» «Se è di esercizio che hai bisogno, non preoccuparti, io ci sono e basta che me lo dici, vengo con te». Il volto mi si sarebbe allora illuminato, anzi infiammato, in barba alle vampate di quel fiammiferaio del mio ex. «Non sarebbe bello voltarsi e trovarsi con un’anche piccola pigna di cose che si volevano fare fatte?» «Appunto. Non so se lo voglio fare...» «Questo è un altro discorso» mi avrebbe risposto. «Se è un problema col corpo allora non è un problema. Se lo è con la testa è un altro discorso». Certo non è un problema di corpo, però non lo so se è un problema di testa... dovrei sgomberare la mente dalle parole che mi ha dette, perché quelle parole me le ha dette tutte, non me le sono inventate; perché non ho ipotecata la casa, ci mancherebbe, e mi sono alzata, ho presa una sigaretta e sono uscita sul balcone, mi sono seduta e si è seduto anche lui: mi vorrei allenare, possiamo allenarci insieme. Se è veramente disposto a fare della propedeutica con me allora non c’è nessun problema di testa e allora non c’è nessun problema, perché del mio corpo posso ciò che voglio. Potrei anche essere in grado di cimentarmi col suo, talmente non c’è problema di corpo. Siamo rientrati poi, perché l’Ilenia ci ha distolti dall’idillio dell’amena balconata con un «ma nel programma si devono preventivare anche le pause sigaretta?» Staremo a vedere, dunque, se non s’infatuerà del bel Samuele! Nel frattempo preventiva un po’ quello che vuoi, le avrei potuto intimare da un momento all’altro; ma non l’ho fatto, sono una caritatevole coi poveri tapini. Se lo sono stata con quel tapino sgargiante del mio ex, perché non lo sarei potuta essere anche con lei, l’ultima venuta, una malcapitata. Ho lasciato che lui rientrasse, tanto l’avevo arpionato, anche se ha fatto il corso di sub per immergersi e andarsene giù, ventimila leghe sotto i mari, pur di non vedere tra le nuvole la luce sfrecciante che con vigorose saette sorregge l’architettura che dà forma ai tre metri che si stagliano sopra il cielo. Ci siamo rimessi al tavolo, ci siamo spartiti gli incarichi: io mi occuperò delle credenziali, Samuele degli orari, dei costi e della prenotazione dei treni e dei voli, Lale dell’equipaggiamento e dei medicinali e il Cecco delle tappe e del tragitto. L’Ilenia non ho ben capito. Sarà una specie di executive producer, credo. Abbiamo pattuite le date, da