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Parafrasando sms il cammino), parte 7 - di Elena Visconti

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 22/07/2006 alle ore 10:26:27

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

24 agosto
Da Boadilla a piedi per 6 chilometri fino a Frómista. Poi il treno che, facendoci passare da Palencia (dove gli altri si sono rimpinzati di churros) saltando Carrión de los Condes, Terradillos de Templarios, El Burgo Ranero, Reliegos e Mansilla de las Mulas, ci ha fatti balzare a León. Uno dei tratti più brutti e meno stimolanti del cammino. Il sentiero è un interminabile rettilineo parallelo alla strada asfaltata P980. Il paesaggio è assolutamente piatto, senza punti di riferimento, dall’orizzonte ininterrotto. La meta sembra non arrivare mai. Queste le parole della guida, confermatemi dal signor Patrizio. E allora si è optato per il treno. Con dispiacere, perché se è vero, ed è vero, che il cammino è metafora esistenziale, la vita è spesso un prolungato rettilineo lungo la statale, senza punti di riferimento e mete. Sarebbe stato un altro tosto test. Ma non abbiamo abbastanza tempo a disposizione. Una fregatura, il tempo. Ora siamo a Puente y Hospital de Orbigo, 35 chilometri dopo León. Ancora marcio con le Converse tagliate e il dito che mi striscia in terra. Ho finite le bende. Me ne servirebbero ancora. Devo comprarle. La legge del taglione, lo sapevo che avrebbe azionato. È stata una tappa divertente, quella di oggi: la tappa dell’apertura; mi sono concessa al gruppo che, per un cospicuo tratto, ha camminato compatto cantando a squarciagola come se si fosse in gita parrocchiale. Piacevole, ogni tanto, la compagnia, mentre si cammina, soprattutto quando non si finisce mai di camminare e si è stufi della stessa musica. Meglio le voci degli amici, oggi. Tranne di Lale, porello, sempre là in fondo, dietro di noi, un puntino sciancato. Lo abbiamo soprannominato El Viejo, personaggio mitico nato a Villamayor, otto le camas, l’ottava occupata da un viejo misterioso, ripresentatosi a Logroño nelle vesti del temibile viejo hospitalero, un vero e proprio gerarca nazista! Questi sono gli inediti protagonisti delle nostre licantropate (ci ho quasi preso gusto anche io!): il druido è diventato el Viejo e la strega, da puta (che non ci pareva carino ripetere, continuamente, a voce alta, tra gli spagnoli... siamo pur sempre pellegrini!) è diventata Suor Consuelo, in omaggio alla gentile benedettina che ci ha accolti a León. Comunque ora siamo tutti qui: il nome delle due località praticamente congiunte è dovuto al famoso ponte sul río Órbigo, testimone di numerose battaglie, tra svevi e visigoti ma anche tra il cavaliere leonense Suero de Quiñones e trecento paladini giunti dall’Europa, contro i quali ha guerreggiato per difendere il suo onore infamato in una faccenda d’amore. Perché l’amore sempre si impiccia. Mi piacciono i ponti. Lo sapete, che ho un debole per i ponti. Questo mi piace proprio: non è altisonante e imperioso eppure nobile e mozzafiato; al suo magnificente cospetto sto scrivendo. Il nome del posto è dovuto anche al fatto che qui, anticamente, c’era un hospital specializzato nell’accoglienza dei pellegrini malati. Allora, per tutte queste ragioni, abbiamo fatto bene a fermarci qui, all’albergue San Miguel. Ho sofferto un po’ di freddo, nei giorni scorsi. Le previsioni ci hanno azzeccato e la Spagna del nord è stata invasa da un’ondata di aria invernale. Pare che a Roncisvalle sia perfino nevicato, ce lo hanno confermato dei ciclisti incontrati qui. Incredibile. In complesso, allora, si può perfino dire che non c’è mese senza neve, qui, dove i mesi equivalgono agli anni. Insomma, ci sono giorni d’estate e giorni d’inverno, giorni di primavera e giorni d’autunno, ma vere e proprie stagioni non ci sono, a rigore, quassù. Roncisvalle innevata... Lo dicevo, che qui succedono cose assurde. Ora però sono tornati i 40 gradi, il cielo si è completamente ripulito delle nuvole e i versanti e le valli hanno ripreso il loro regolare verde estivo. Oggi abbiamo camminato proprio al di sotto del rabattone. Poi questo profilo di luogo ameno ci è apparso, abbiamo attraversato il ponte e siamo arrivati nel Medioevo. Ora sono seduta sulle rive del fiume Orbigo. Più che un fiume lo definirei un ruscello, con le rondini che ci svolazzano tutte intorno per cibarsi e abbeverarsi. Un ruscello in un letto piano e sassoso che scende dalle alture e si riversa spumeggiante su massi disposti a scaglioni per arrivare a valle più tranquillo. Il terreno tutto intorno azzurreggia di campanule e uno scrosciante isolamento regna su questo bel luogo solitario. Gli altri sono andati a fare la spesa per la cena di stasera, il Cecco ha voglia di cucinare un po’, e poi si fermeranno a bersi della Sidra. Alla schiuma della birra invece io prediligo questa del fiume, più fuggente. Preferisco ascoltare il rumore idillico e loquace delle cascatelle, monotono e pur intimamente mutevole, che la sua voce. Tendo ad isolarmi sempre più, pur di non innamorarmi di lui. Tuttavia non mi viene da piangere, sulle rive del fiume Orbigo. Le rondini non mi si poggiano sulle spalle, non sono mica San Francesco! Chissà come faceva, era davvero un santo, a pellegrinare in sandali di cuoio, ora sì che me lo chiedo incuriosita. A me, al contrario, mi eleggeranno Miss Compeed 2005 (un titolo comunque più onorifico del Miss Porro!). Nonostante tutto, insomma, il mio è un amore indimenticabile. Sono dieci giorni che tracanniamo cerveza San Miguel (mi è cresciuta una ventrella! Altro che 57 chili! Mi sa che neppure la promessa del dimagrimento la riuscirò a mantenere, accidenti a me e alle mie promesse!); sui tavolini e sulle sedie dei bar c’è la scritta San Miguel; abbiamo vista anche la fabbrica (sembrano le scene con la birra Duff dei Simpson!) e allora ho fatto bene a chiamarlo Michele. E allora come faccio a dimenticare il mio amore? Michele si è un po’ smollato, oggi, con me; sarà la tendinite che lo indebolisce. Anche a Superman, secondo me, veniva la tendinite, ogni tanto. L’albergue San Miguel è gestito da un pintor che ha fatto il cammino sedici volte, o meglio, ha sedici Compostele. Il pintor mette a disposizione dei pellegrini colori e tavolozze e tutte le pareti sono foderate dei loro lavori. Anche noi abbiamo fatto un quadro. Il disegno è di Michele. Le idee anche, poi noi altri ci abbiamo messa mano qua e là. Io ho dipinta l’ombra del pellegrino: adoro le ombre, soprattutto quelle dei pellegrini, così lunghe e ben nitidamente sagomate; e ho profilato tutto di bianco. Sono contorni che delimitano eppure si sfrangiano. Come i bordi delle ombre, profilate dal più chiaro tutt’intorno. Effetto espressionistico garantito. Osservo il prodotto finito: emozioni dirompenti. Colori irruenti. You’ll never walk alone la scritta al neon che il Cecco ha fatta lampeggiare sotto la concha, che sembra la coda di un pavone. O del fagiano di Maccarini, fate voi che lo guardate. Rimasti soli a dipingere, «ti diverti?» mi domanda. «Sì». Sempre poche, le parole tra di noi. Raramente si arriva alle quattro di una chiacchierata. Eppure pare che in ogni parola ci si possa chiudere un mondo e che, se non ci fossero i lacci emostatici, pare che ci si potrebbe inondare, se tra di noi si cominciasse a parlare. È come se si percepisse l’inadeguatezza del tempo a disposizione: non c’è tempo per noi. È questo che gli dico tutte le volte che lo guardo. Non c’è tempo per noi. È questo che mi dice tutte le volte che mi guarda. Non era esattamente così, con Samuele. Ma con Michele è precisamente così che va. Ti diverti? La stessa domanda che mi aveva fatta a Zubiri. Ma non mi frega più. Lo so che non è Samuele. A Zubiri, infatti, eravamo ambedue soddisfatti. Oggi più mesti. È arrivata una comitiva di ciclisti, quella che ci ha detto della magia bianca a Roncisvalle. C’è un ciclista niente male. Ovviamente non lo avvicino, non mi viene proprio in mente di farlo perché davvero non c’è il tempo, né la voglia, d’incarnare l’amore, qui. Jacopo sostiene il contrario, infatti col farmacista di Los Arcos fu petulante, ma lui è uno estremamente godereccio! Però lo dico: «quel ciclista è proprio... carino!» Lo dico a Jacopo, che inizialmente è d’accordo poi ritratta. Non abbiamo gli stessi gusti, fatta eccezione per il farmacista di Los Arcos, quando parevamo due gatte in calore. E faccio in modo che anche Michele senta. E avrà certamente sentito ma... ma cosa sto facendo? Non cercherò mica di fare ingelosire Michele! Sono divertita da me medesima. Divertita e basta.
Ciao Gas. Altro internet point, altra mail. Mi fa davvero piacere concedermi questa mezz’oretta di connessione a scrivere a te, che sei lontana, ma così mi sembra tu lo sia di meno. Mi mancano tanto, le mie amiche. Tu e la Sere, intendo. Qui sono tutti maschietti: quando attaccano coi loro discorsi da maschietti sei finita. L’Ilenia è una femminuccia, ok... ma lei è una davvero naif e, anche se devo ammettere che lo shopping con lei, ieri, a León, è stato divertente, non riesco ad aprirmi, con lei. Ieri non ho resistito: mi sono comprati una felpa e un paio di pantaloni. Non potevo più sopportare di essere vestita allo stesso modo. Non vivo questa debolezza come un fallimento: accetto piuttosto la mia natura di fashion victim. Una delle mie caratteristiche definitorie: lo shopping compulsivo! In profumeria poi, coi prodotti in esposizione, mi sono truccata: un po’ di ombretto, del lucidalabbra, una riga di matita nera sugli occhi... Ah che sensazione distensiva... Mi trucco dal mio tredicesimo compleanno e... e non ne potevo più! Oggi sono un po’ pentita, lo ammetto: lo zaino pesava più del solito. Mi ci vuole giusto un callo sulle scapole e poi il capolavoro è completo. Insomma: mi mancano le nostre chiacchierate. Riconosco che il Cecco e Jacopo mi stanno parecchio dietro e con loro faccio lunghi discorsi, sotto filigrane di luna, prima di coricarci, mentre ci si fuma qualcosa. Il Cecco: chi lo avrebbe mai detto ma per me, qui, è davvero importante, una presenza indispensabile direi. Come se fosse il mio fratellino, mi carezza, mi cerca, «Nuccia!» mi chiama ogni giorno, e mi coccola. Una dolcezza di ragazzo: ecco la caratteristica definitoria che il cammino sta facendo venire fuori di lui, che mi è sempre apparso quasi arcigno per la sua riservatezza. Anche con Jacopo, l’amico di Mattia, amico del Cecco e dell’Ilenia, ho instaurato un rapporto di reciproco sostegno emotivo e, come se da anni ci si conoscesse, ci si tira sù a vicenda, attenti l’uno agli umori dell’altra e l’altra agli umori dell’uno, non fosse altro perché siamo molto molto affini, accumunati dalle stesse patologiche ipertrofie e dalle medesime afflizioni. Jacopo sì che è un personaggio... con un’introspezione praticamente femminile. È l’amica che qui non ho; però ho lui. È praticamente la mia amichetta, qui, sul cammino. È praticamente... gay! Pensa te, Gasi, se fin qui dovevo arrivare per realizzare il sogno di avere un amico gay! Pensa te... Un sogno realizzato... quindi... Si viene ascoltati, qui, se si prega dal cuore. Jacopo: una stella cadente... una stellina cadente... sul mio pancino... e anche sul tuo... Pertanto continua a desiderare e a pregare per i tuoi desideri Gas, vedrai... Mancano comunque, le mie vere amiche. E le nostre chiacchierate. E allora faccio shopping, che è una panacea! E fare shopping a León non è cosa da tutti i giorni: León è una città stupenda, assolutamente da visitare la cattedrale di Santa María la Regla, tutta orientata verso Gerusalemme, profuma di esotico. C’è anche un’immagine di San Giacomo pellegrino: vai pure a fare shopping, mi ha detto, tanto domani sarai di nuovo pellegrina. Mi sta bene. Il vanto della cattedrale: le vetrate, che sprigionano un amalgama di luce e colori decisamente commovente. Mi sono commossa, infatti. Mi commuovo sempre, qui. Questi luoghi sono tutti commoventi. Se potete, consiglia la guida, dormite nel monastero delle Benedettine, più spartano del nuovo rifugio, ma con un calore nell’accoglienza da non perdere. Le abbiamo dato retta, come al solito. Abbiamo fatto bene. Succedono cose strane, qui: ieri sera, io e Jacopo eravamo fuori dal monastero-albergue a fumarci il consueto gighello pre ypnos; il Cecco ci aveva appena lasciati in preda ad un attacco di sciolta, un chiodo fisso per il bel Cecco; si parlava del più e del meno, Jacopo aveva il terrore di aver bevuto alla fonte del demonio, e... ad un tratto... dal nulla... eravamo in un cortile circondato da alte mura... ad un tratto... una bufera di vento... pochi secondi... uno due tre... una folata di sabbia ci ha sorpresi... sabbia da non si sa dove... all’improvviso... inattesa. La bufera. Il turbine ha convinto Jacopo che gli sarebbe successo qualcosa di spiacevole (poi gli è arrivato un sms del suo ex, quello per cui troppo ha patito, e se ne è andato a letto preso male). Succedono cose veramente assurde, qui. Il tempo si gonfia e sembra di essere nel deserto, si perdono completamente il senso dell’orientamento e la percezione reale delle distanze, e tutto si relativizza... o si dilata... è tutto assurdo. Io non lo so quando... quando? ... potrò rivivere... e se... se! ... potrò rivivere quello che vivo qui. Chilometri su chilometri. Fatica e ancora fatica. E dolore, abbondante, per tutti. Tendinite, per tutti. Pubalgie e strappi, per tutti. Vesciche e ulcerazioni, per tutti. Anche per Samuele, che oggi è azzoppato. Sarà felice, il masochista, di provare dell’altro dolore. Finalmente, avrà pensato. Gli piace, all’eroe, di soffrire. Fa l’eroe, lui. Dalla notte incantata a Roncisvalle non mi capacito di quanto tempo sia passato. E non mi capacito nemmeno di chi possa essere lui. Ogni giorno differente, non è comunque lo stesso che ho conosciuto in questi ultimi mesi. È stato un principe, nella fiaba di Roncisvalle. È stato un servo fedele, nella commedia di Zubiri. Dispettoso come un giullare, sotto la tempesta di Cizur Menor. Poi si è addentrato nel capo di grano sul retro della chiesa, si è fermato al centro e ha chiusi gli occhi. Si è lasciato rapire, senza resistenza. Quando ha riaperti gli occhi, boh, non era più lui. Lui chi? Boh, non lo so. È diventato indifferente, indisponente, a volte cattivo, altre crudele. E allora per davvero non so più chi è che ho "amato". So che per lui, per quel lui che ho "amato", arriverei a Santiago per altre cento volte e cento di fila: il giorno che Lale non riusciva a camminare e lui gli ha portato lo zaino, io, al pensiero di lui con due zaini per strada stanco e madido e non si sapeva a che punto del lungo cammino, non mi sono curata più del sangue dei piedi. In barba al dolore fisico, aveva precedenza l’altro più forte, sono corsa da lui, così, istintivamente, senza pensarci. Quindi boh, non so niente. So che dal 5 settembre un capitolo della mia vita si chiuderà e sarà tutto finito. Un lungo capitolo. Un intero libro, per la verità. Una volta arrivata a Finisterre indietro non torno. Torno a casa. Credimi, dolce Gas. Talmente tanto vorrei dirti di altro, tipo che ho capito di me che sono una davvero indipendente, una che sta bene da sola, alla quale piace stare da sola perché veramente sto trascorrendo i miei migliori momenti qui da sola, completamente e volutamente. Ho capito anche che una cosa di me va spianata: il perfezionismo. Lo sapevo già, ma È ORA IL MOMENTO di farlo. La mia pignoleria va smussata. Se non riesci a camminare come vorresti vai più piano. Arriverai comunque, anche se non per prima. Se non riesci a camminare del tutto, prendi il bus e arriverai anche prima degli altri, in un altro modo ma arriverai. Il faut l’acepter. Vabbé, ma queste sono considerazioni noiose e retoriche. Meglio evitarle. Ti dico l’ultima cosa: l’Ilenia ha un debole per Samuele. Camminava sempre piano, prima. Poi ha scoperta la sinuosità vellutata delle chiappe del bell’ironman e gli sta sempre alle calcagna! Ora sono qui fuori che parlano. Lui pure pare interessato a quello che lei gli dice... e io... boh... non sono certo preoccupata... sono piuttosto divertita. Divertita e basta. È assurdo. È una barzelletta. Ti bacio Gasi. Tanto e forte.
25 agosto
Sono le 7:30 del mattino. Da poco è sorto il sole. Siamo in cammino verso Astorga ma io mi sono dovuta fermare. La pubalgia oggi non è sostenibile. Mi partono fasci di crampi che dalle piante dei piedi si dipanano fin dentro nel... non lo dico. I pellegrini sono gente raffinata. Sono indiavolata ma non sarò scurrile. Ad ogni passo tutto il mio dolore, il mio arrovellamento, l’ira e la collera mi violentano, tutti concentrati in ogni passo. Mi porto sulle spalle nove chili di dolore, ecco perché pesa così tanto! Vorrei che mi venisse amputata la gamba sinistra. E anche il piede destro. Così non li sentirei più. Non resisto: tutta questa sofferenza, porca puttana, non me la merito, faccio anche l’impudica chissenefrega visto che sono appollaiata tutta ampollaiata su un prato dispersa a 16 chilometri da Astorga, nessun centro abitato, solo campi e boschi e io come cazzo faccio ad arrivare ad Astorga che qualcuno me lo dica anche qui in mezzo ai bricchi! Vaffanculo, stamattina sono la pellegrina più sboccata e arrabbiata del mondo! Non ho voglia di camminare ancora! Non a queste condizioni! Voglio fermarmi! Voglio stare tranquilla! Voglio dormire almeno fino alle 8:00 e riposarmi. Voglio stare bene! Non me lo ricordo come si sta se si sta bene. Cosa vuol dire stare bene? Stare senza tendiniti vesciche e pubalgie? No, non solo. Vuol dire stare col cuore al suo posto, nel petto, e non nelle dita dei piedi! Ad ogni passo lo calpesto. Fa troppo male. Non è giusto. Eppure mi devo alzare. E devo andare avanti. Coi tendini che si strappano. Passo... strap... Passo.. strap... Non trovo sia giusto. Mi è appena arrivato un sms della Sere: mi ha letta. Mi ha capita. Mi ha perdonata. Mi rilegge tutti i giorni. Le invio l’alba e poi le scriverò una mail. Le invio l’alba e mi rialzo.
Ciao Gaia e Sere!
Che bello... adesso scrivo anche alla Sere! Qui continuo a trovare degli internet point e allora vi scrivo, tanto capita che spesso gli hospitaleros si dimenticano della mia connessione e, alle cinque del mattino quando ci rimettiamo per strada, non devo neanche pagare. La mattina si cammina al buio almeno per un paio di ore. Non ve lo potete immaginare quanto detesto quel momento della giornata... la sveglia.... La medicazione.... Taccio le condizioni dei miei piedi... bende cerotti Betadine e Compeed, sembrano un patchwork. Colazione da muflone tibetano e poi... viiiia... al buio... a volte con la luna ma non sempre. Perché ci sono anche le nuvole. Le nuvole e la luna non ci lasciano mai. Ci hanno sempre seguiti. Fedeli. Oggi ho rispedita a casa una piccola parte di me, che rientrerò fatta a pezzettini: da Astorga un pacco coi pantaloni e la felpa vecchi; e gli scarponi. Li ho riprovati. Dopo 5 chilometri li ho dovuti levare. Sono impraticabili. Anche le Converse lo sono divenute: si sono squarciate, il piede destro mi esce quasi tutto, la suola è ormai inesistente. Oggi l’ho capito, che non sarei arrivata a Santiago, con le Converse. Stamattina, che praticamente ho camminato sulle calze, ho visto le prime stelline di Campostella che mi hanno illuminata la retta via: arriva ad Astorga e vai a comprarti un paio di scarpe decenti! Questo mi hanno suggerito. Tutti gli altri se ne sono andati davanti e io, bradipo lento, mi sono ritrovata sola. Sola di una solitudine che non si è scelta ma alla quale si è stati destinati. E condannati. Allora non mi è piaciuta, la solitudine di questa mattina. E ho pianto. Che altro potevo fare? Mi sembrava la cosa migliore da fare. Sarà tutto questo dolore fisico che mentalmente non riesco più a gestire, ma a me viene sempre e solo da piangere. Sarà... insomma... non ve lo posso di certo tenere nascosto: sarà la sua indifferenza, totale, che mi sta spezzettando tutta. Arriverò a casa un pezzo alla volta. Conoscente, mi ha definita qualche sera fa. Conoscente... capite? Mi tarla la testa... conoscente... conoscente... conoscente... Non riuscivo a stare in piedi, oggi, sul sentiero, spilli ovunque, e fitte, le gambe inermi pencolano e poco ci manca che cado. Non sento di meritarmi altro dolore. Mi incazzo. Piango. Piango dalla rabbia. Piango fuori tutta la rabbia. Tanto non c’è nessuno che mi può sentire. Non c’è nessuno, sul cammino. Neanche un pellegrino. Sono veramente talmente totalmente incazzata da prendermela con la Provvidenza, aiutami, prego anche io, e non mi ascolta. Di me non si cura. O si cura male. O si cura ma io adesso non posso capire. E allora è come se di me non si curasse. Che altro potevo fare? Certo. Le mie parole non rendono grazia alla completezza di sentimenti che quotidianamente mi vengono a galla sulla pelle, non c’è mica solo il dolore. Solo che il dolore è sempre prioritario, perché non c’è nulla di più fascinoso di un’estenuante lotta col dolore. Qui ci sono paesaggi meravigliosi, città vitali e tinteggiate, paeselli briosi e colorati, tutto ordinato e... antico... l’aria profuma di antico. Poi ci sono la cucina saporita e profumata, a volte troppo speziata, l’ottima compagnia che, ben assortita, è spassosissima; ce n’è da vendere, qui, di ben-essere, tutto intorno. Però non ve lo posso negare: comincio ad essere stanca. Eccola, la stanchezza, che soggiunge. Era preventivabile. La stanchezza fisica era preventivabile. Ma non pensavo mi sarei potuta stancare anche mentalmente. Non è noia: non mi sto affatto annoiando... c’è troppo brio e movimento per annoiarsi. Si vedono troppe cose strane e singolari per annoiarsi. Eppure, d’altro canto, ho come l’impressione di essere qui da talmente parecchio tempo e di essere addirittura diventata più vecchia. Sto invecchiando. Credo sia questa quella stanchezza che provano gli anziani. Ogni sera un nuovo letto, con un nuovo materasso (se tutto va bene) e un altro cuscino (se c’è), altre docce e altri sanitari, altre stoviglie e nuovi volti. Ogni giorno è veramente un altro giorno. Sempre diverso. Tanti piccoli microcosmi. La cognizione del tempo la si perde del tutto. Quanto è che non vi vedo? Tre mesi, vero? O un anno? Vabbé, allora, per tirare le somme: il fisico è stanco e la mente, è giunto per lei il momento di intervenire, si deve attivare propositiva. Se riesco a cavarmela avrò più fortuna che giudizio, questo è certo. Ma a questo punto occorre colpire il servile principio dell’inerzia nel centro, nel nervo vitale della sua resistenza, colpirlo a morte e distruggerlo, vendicando il passato e instaurando un nuovo dominio. Dunque mi sono comprata un nuovo paio di scarpe ultratecnologiche e ammortizzate, mi sembra di rinascere, volo a mezz’aria, 50 euro, questo viaggio mi costa più del previsto. Accomodanti e arieggiate, confido fiduciosa nelle mie nuove tennis da trek. Vi ho comprate anche le solite spillette: due freccette gialle, una ad indicare la strada alla Sere, l’altra alla Gaia. Me le sono appese allo zaino e vi porto dietro. Mi mancate. Vorrei... vorrei tornare... a volte lo vorrei davvero. Ma prima devo arrivare a Santiago. Anzi no: devo arrivare alla fine. Arrivo all’oceano e torno da voi, promesso. E voi, piuttosto, come state? Sere, come va il panciotto? E al mare? Sei stata bene? Il puffolino cresce? Ci arriverò per voi due, alla fine. E Gas? Il lavoro? Riesci a uscire un po’? Ci arrivo per te, alla fine.
Ragazze, sinceramente, mi abbandono a voi: apritemi le braccia perché ho un momento di sconforto... io... non so se ce la faccio... mi fa troppo male... non la tendinite... o la pubalgia... anche... ma l’indifferenza... la freddezza... di più... Ho i crampi. Oggi li ho avuti tutto il giorno... Allo stomaco. Oltre che nelle gambe. E poi nei piedi. I piedi mi pulsano... Lo capite dove cazzo mi è finito il cuore? Sotto i piedi...
Non so se è giusto, però... Non dovrebbe capitare a nessuno mai di calpestare il proprio cuore.
Vi voglio bene. Grazie che ci siete e arrivate fino a qui.
Alla fine oggi ci siamo fermati dopo 21 chilometri. 21 chilometri sono una tappa relax, ormai, per noi. Quando con Lale e Samuele si era andati fino a Turbigo per poi tornare indietro, 20 chilometri ci erano apparsi un’oscenità. E non avevamo lo zaino pesante, non avevamo proprio nessuna zavorra, né tantomeno oltre dieci giorni di chilometri su chilometri e notti sul pavimento e cerotti e bende e infiammazioni alle spalle. Oggi 21 chilometri si presentano dunque una tappa relax. Siamo a Murias de Rechivaldo, 6 chilometri dopo Astorga. Un paesino di... fatemele contare... dieci persone a voler abbondare! Il paesaggio inizia a mutare: ad un soffio già si vedono i Montes de León e gli oltre 2.188 metri del Veleno, che per buona sorte non ci compete. Il rifugio chiude Murias oltre le cui frontiere ha inizio un lungo sentiero che taglia in due nette metà la prateria che si perde là in fondo, anche se il fondo non lo si vede. Per questo abbiamo deciso di fermarci qui, perché non possiamo sapere che ci aspetta là. Visto attraverso gli archi della loggia, il paesaggio duro e brullo fa l’effetto di un dipinto incorniciato. Ci vuole tanta energia, per decidere di attraversare una cornice incamminandosi in un dipinto. I colori ad olio sono densi, non è come dirlo. Già arrivare ad Astorga è stato ostico. Quantomeno per me. Questa è stata la prima tappa in cui l’isolamento mi è pesato, non fosse altro perché non era stato perseguito e neppure lo smaniavo. Ad un certo punto mi sono persa, ho persa la freccia gialla. Qui non è come in Navarra. Qui ci si può smarrire. Pertanto ho rovistato sul terreno friabile per trovare le sue impronte: come un bracco mi sono messa alla ricerca delle orme del Puma e le ho seguite. Fino a quel momento avevo camminato sempre dritto davanti a me; poi, ad un tratto, mi sono fatta insicura. Prendevo una direzione, poi tornavo rapidamente sui miei passi inforcandone un’altra, frattanto ridevo di me stessa. Quando mi sono decisa a pedinare le tracce lasciate dalle sue scarpe, davvero mi veniva da ridere perché ho capito che c’è gente decisamente più attratta da quello che è ambiguo piuttosto che da ciò che è sicuro, più da un’orma sulla sabbia che dall’animale che l’ha lasciata. Sono i sognatori. Sono una di loro. Per questo sono tanto stanca: stanchezza forse non è la parola giusta per definire la mistione delle mie condizioni, ma quando si sogna e si sa di sognare e si vorrebbe svegliarsi e non si può è così che ci si sente. Per i miei compagni questa è l’ora della siesta. Fatta eccezione per Mattia che è in rivolta, gli altri procedono ormai compatti, come fossero un corpo solo. Non lo so, come fanno. O meglio, credo le cose stiano così: il potere decisionale è nelle mani del Cecco e di Lale. Jacopo è uno accomodante e va sempre dove lo porta lo stomaco. Banalmente, se c’è da bere e mangiare pesante, garantito che lo si troverà in prima fila. Poi rutterà e scorengerà come un gaiser, una prece per il malcapitato a cui toccherà la branda nei pressi della sua! Il potere decisionale della Ile è da parecchio che non ha su di lei medesima alcuna voce in capitolo (perché sul gruppo non ne ha mai avuta!), più o meno da Burgos, ossia da quando gli ha dormito accanto e allora si capisce, che effetto fa. È narcotizzante! Quindi lei lo scorta in fattanza, qualsiasi cosa faccia. Quello che fa lui non ve lo so dire, per lo più segue lobotomizzato il Cecco e Lale come se la voluntas non l’avesse del tutto, perché gli va bene tutto, o si fa andare bene tutto. «Va bene. Per me va bene. Va bene tutto. A me va bene tutto». Ecco una cosa che dice sempre. Una badilata di merda fumante in testa? Va bene! Quello che pensa e prova, poi, resta un mistero. Ammesso e non concesso che un lobotomizzato pensi e provi alcunché! Così si sono da poco ubriacati di bocadillos de lomo e vinaccio e Morfeo li sta cullando per far loro passare la cionca. Io, che ad Astorga mi ero mangiata una gigante briosc al cioccolato, non mi sarei autorizzata di più che un gelato. Le mie s(tr)ane abitudini alimentari... le conservo sempre... ognuno ha le tradizioni che si merita. E allora me ne sto qui a scrivere...Scrivo della noia: i pomeriggi non li si sa più come ammazzare, ma un modo lo si deve trovare prima che siano loro ad ammazzare te. Alle tre del pomeriggio, dopo essersi lavati, aver fatto e steso il bucato, essersi fumata una canna e aver pranzato, arrivano le quattro, ossia pomeriggio avanzato. Sì, all’improvviso, prima che ci si possa pensare. Però poi il pomeriggio avanzato lo si deve fare progredire fino a sera: si devono tirare le cinque (il playtime), poi le sei (ora dell’aperitivo), poi le sette (un’altra cannetta magari), poi le otto (ora di cena) fino all’ora dell’ultimo spinello, ma solo per gli aficionados, prima del sonno ristoratore. Ore 22:00: black out. Così è, a voler calcolare un pò all’ingrosso come un’ora si riconduce e riduce all’altra. Poi ognuno ci mette del suo, in base alle proprie inclinazioni: il narcolettico Lale dorme, la Ile prende il sole dopo una toelettatura di tre ore (ergo per lei il tempo passerà certamente più celere), il Cecco e Jacopo si sbronzano di Sidra e allora raggiungono Lale, Mattia scassa il cazzo col playtime, giocherebbe a Licantropi dalle tre alle dieci! Io fumo e scrivo e lui legge, poi sonnecchia, prima scriveva ma è da Villamayor che non lo vedo più col moleskine in mano... Insomma, siamo alle solite: di lui avrei saputo dire come passava il tempo nel caso in cui quel lui fosse ancora Samuele ma ora... Michele cazzeggia, diciamola così. Fa quello che facciamo un po’ tutti, non è uno poi così insolito. La verità è che la monotonia ha smorzate le nostre originalità. Non è proprio noia, è piuttosto la ripetizione a cui è ad esempio sottoposto il malato che è costretto a letto per una lunga serie di giorni, quando è sempre il medesimo giorno che si ripete. Spero che non mi si fraintenda, dato che ho paragonata quest’avventura ad una lunga convalescenza. Quello che volevo dire è che questo è un presente immobile: è l’eternità. Fa così l’eternità. Un presente senza dimensioni nel quale ti si reca la minestra in perpetuo. Ma non è sempre la solita minestra, perché le papille gustative di un malato subiscono quotidianamente inusitate variazioni. Sarebbe di certo paradossale parlare di noia a proposito dell’eternità; e sarebbe di certo meglio evitare i paradossi, specialmente convivendo con tutti i protagonisti di questa storia per i quali io stessa vorrei l’eternità. Tuttavia converrete con me che non è facile, sostenere l’eternità. Bisognerebbe essere Dio. Non degli dèi, quelli inframmezzavano l’eterno con le scappatelle fra i mortali. Bisognerebbe proprio essere Dio! E noi non ce l’abbiamo, la pazienza di Dio. Giunte insomma le 22:00, per alcuni una liberazione, tipo Mattia che si addormenta come fulminato, arriva la notte. La notte è per me la meta più impegnativa delle ventiquattr’ore tutte! Non di rado rimango sveglia, almeno fino alle 24:00. Altre due ore di eterno! Che palle! Sarà il non giusto calore del sangue che mi impedisce di dormire, oppure l’energia necessaria al sonno compromessa dal tenore di vita esclusivamente verticale a cui mi sono assuefatta, che ne so! So che poi, quando mi addormento, le ore del sonno sono comunque animate da sogni mutevoli e troppo vivaci che immancabilmente continuerò da sveglia, inguaribile sognatrice, oppure perché la sveglia suona che è ancora notte. Quindi non è tedio, perché tutta questa articolazione e suddivisione rende tanto i giorni quanto le nottate di certo meno noiosi rispetto a quella che potrebbe essere una nebulosa e uniforme progressione delle ore di pianura. Certo che dormire accanto a Samuele era tutta un’altra cosa. Mi manca da tenermi desta.
26 agosto
Ieri sono stata interrotta dall’arrivo di Mattia. Poverello... «uff... qui si cammina e basta...» Voleva fare una licantropata ma gli altri dormivano. Erano in coma etilico. Mattia comincia ad essere stufo. Anche ora sono stata interrotta: non posso starmene qui a scarabocchiare, gli altri reclamano la mia presenza. Gli altri... che strana espressione se riferita a questa esperienza che credevo avrei fatta da sola, nel senso che davvero credevo ci saremmo sparsi per il cammino incontrandoci magari ogni tanto o magari solo a Santiago. Ed effettivamente con le mie "pizzette" me la devo vedere da sola, chi altro se non io se la potrebbe vedere col mio corpo? E Lale col suo ginocchio. E il Cecco con le sue articolazioni e i suoi problemi gastrointestinali. E Jacopo con la sua unghia nera e le sue ossessioni. E Mattia col suo calo motivazionale. E l’Ilenia coi suoi ritmi e la sua cotta. E Michele col suo passato, con la sua coscia sinistra e con l’Ilenia. Ognuno se la deve sbrigare da sé. Però poi, a tappa conclusa, il desiderio di riunirci è più forte di qualsiasi altra aspettativa, di qualsiasi altra attesa. Se la sera non avessimo la certezza di ritrovarci non sarebbe la stessa cosa. Quando avevo scritto una mail alla responsabile lombarda della Confraternita di San Giacomo per avere informazioni a proposito delle credenziali, mi aveva replicato che la regola, secondo lei ci sono delle regole, è che un gruppo di più di tre persone si porti la tenda (ci mancava il peso delle tende!) oppure che percorra il cammino della costa. Capite, l’infame? Ci voleva dirottare sulla costa! "Solo lì si può sperare di trovare posto" (ignobile fandonia!). Fatelo lettori, il cammino, se vi passa per la testa. Fatelo, vi dico io. "Riguardo all’andare in gruppo", aggiungeva non soddisfatta l’infame, "perché farlo sul cammino perdendo così un’esperienza ben più grande, e cioè l’incontro con la Provvidenza?" Fammi capire: la Provvidenza si cura di te solo se sei solo? E che razza di Provvidenza è? "Potreste andare a Roma (arieccola che ci depista!) o fare un altro cammino, meno sicuro (pure!), dove può aver senso portarsi gli amici". Dunque quello che stiamo facendo non avrebbe senso? No: "la condizione necessaria del pellegrinaggio è percorrerlo da soli (lo metteva anche in grassetto). Non si è pellegrini se non si ha fede sufficiente a rompere con le proprie certezze di casa. Gli amici costituiscono una zavorra". Non farebbe piacere, ai miei amici, di sentirsi dare della zavorra. Non farebbe piacere a nessun amico. Allora mi va di difendere la categoria, anche se sono stata definita conoscente. Nessuno di noi si è portato dietro qualcuno. Solo qualcosa, ossia lo zaino. Di una Provvidenza selettiva, se davvero dovesse esserlo, non ce ne si fa nulla. O dove starebbe di casa la pietas? E la caritas? E tutto il resto? Nessuno ha il diritto di legiferare sul cammino, che è un cammino esistenziale, esattamente come nessuno ha il diritto di legiferare sul come ognuno di noi debba vivere la vita che ha. Sorprendente però, sia pure in senso sgradevole, che godano di una venerazione così assoluta proprio quelle norme che concordano perfettamente con gli interessi economici dei potenti! Invece siamo pellegrini. Lo siamo da sempre. Siamo dei ricercatori. Io lo sono, anche se non sono mai stata a Roma. E tutti noi abbiamo rotto con le certezze di casa: non è stato difficile, visto che neanche a casa ne avevamo, di certezze. Questa storia lo dimostra. Per noi sette c’è sempre stato posto. E anche se non c’era, siamo stati ben accolti. E aiutati, dalla Provvidenza, che non è selettiva. Il cammino non va concepito in maniera monolitica. Il cammino non lo si può invero concepire. Perché non vederlo come tentativo di avvicinamento all’Altro, all’Altro che magari appartiene al nostro gruppo ma che di lui abbiamo paura perché lo vediamo quasi come un nemico. Per esempio, Jacopo non mi aveva fatta una buona impressione la prima volta che lo avevo visto, un mese prima di partire. E ora ho voluto perfino cambiargli nome, lui ne sarà entusiasta, perché lo ambisco tra i miei personaggi. Mi piace troppo. Vorrei che fosse una mia invenzione per vantarmene. E Michele, di lui sono fiera, di lui me ne vanto: è il bello, il brutto, il buono e il cattivo insieme in un prodigio di articolazioni fisionomiche. Dove l’avrei trovato, un simile personaggio, se non qui, nella mia testa, nella lotta con Samuele, sul cammino per Santiago? E se non è per fede che ci siamo imbattuti in questa avventura, è per Amore. Per quanto mi riguarda è così, solo per Amore. Anzi: questa è la più grande prova d’amore di tutta la mia vita. E a me sembra che basti, che sia ok. Gli altri, per me, sono una sorpresa inattesa. Io stessa, la lunatica, la bipolare borderline, l’indipendente, la misantropa, l’agorafobica, ho scoperto il piacere della compagnia dopo la solitudine. E ho bisogno dei miei amici come un pellegrino dell’acqua. Da ognuno di loro assorbo qualcosa di cui mi sento mancante: da Lale l’incapponimento, dal Cecco la dolcezza, da Jacopo la curiosità, da Mattia l’organizzazione, dall’Ilenia il buonumore, da Michele la forza. Certo, quando c’era Samuele con noi era un’altra cosa: grazie a lui m’inzuppavo d’Amore. Senza di lui sono dolori, ma anche il dolore fa parte della vita, no? Ricordo quando gli avevo detto che «ah, non me ne frega un cazzo. Io vado. Chi ce la fa ce la fa, chi no resta indietro!» Spocchiosa e presuntuosa come al solito, lui c’era rimasto male, «ma grazie! Non si era mica deciso di farla insieme, questa cosa?» Allora ha fatto bene, a piantarmi qui da sola andandosene. Bravo Samuele, hai fatto bene, ovunque tu sia. Noi altri invece non ci siamo divisi per l’entroterra jacopeo. C’è stato un momento in cui si pensava che l’Ilenia avrebbe preso il primo volo per Milano, «se sarà sempre così, me ne torno a casa», ci aveva detto dopo la sfacchinata di Cizur Menor. C’è stato un momento in cui si pensava che Lale non sarebbe riuscito a camminare ancora, nonostante non lo si sarebbe mai sentito dire il contrario. C’è stato un momento in cui perfino il Cecco ha sclerato, a Burgos, «vaffanculo a loro! Se domani vogliono fare 30 chilometri io non ce la faccio! Cazzo non ce la faccio!» E gliel’ho visto negli occhi, il guizzo della paura di non farcela. C’è stato un momento in cui ho pensato che io stessa non ce l’avrei fatta, gli altri non so se l’hanno pensato, probabilmente no perché sapevano che sarebbe stata un’umiliazione alla quale mai e poi mai mi sarei arresa. Non ci siamo voluti dividere neanche a Burgos quando di occasioni per farlo ce ne sarebbero state e, se non l’abbiamo fatto, è perché ci veniva il groppo alla gola al solo pensarlo. E resteremo insieme fino alla fine. Di questo sono certa. Questa è la mia nuova certezza. Poi ognuno riprenderà le sue vecchie abitudini e ci si separerà, magari per sempre, magari no. Sta di fatto che, con tutti questi ponti che ci legano, se adesso uno s’intristisce interviene l’altro con una battuta o l’altro con una carezza; se uno sta male interviene l’altro con le bende o l’altro coi cerotti; se uno ha paura interviene l’altro coi consigli o l’altro coi rimproveri. E se ce la si fa tutti, tutti si avanza inesorabili. E se non ce la si fa tutti, tutti aspettano tutti. Questo è l’Amore, no? Anche senza Samuele. Ogni giorno, per ognuno di noi, viene messa a disposizione una vasta gamma di gesti, parole, sguardi, attenzioni, baci e carezze senza la quale non si potrebbe prendere sonno in queste camerate rumorose e maleodoranti dove ci si sente ineluttabilmente isolati, condannati all’isolamento. Probabilmente è per questo che a me, ancora e come agli inizi, immensamente gioverebbe dormirgli accanto. Siamo a El Acebo.
27 agosto
Ieri è andata così, a El Acebo, dopo 32 chilometri, dopo Rabanal del Camino e la Cruz de hierro, e dopo una discesa a picco nella valle; siamo saliti dai 1.012 metri di Santa Catalina da Somoza, 1.030 a El Ganso, ai 1.504 metri della Croce di ferro, sul monte Irago. 1.500 metri... Per curiosità presi come assaggio un profondo respiro di quell’aria ignota. Era fresca... Fresca e basta. Era priva di profumo, di contenuto, di umidità. Entrava con facilità nell’anima e all’anima non imponeva nulla. Squisita. A parte l’olezzo della merda di vacca... Poi la discesa vertiginosa: braccia in alto e adrenalina a mille! No, non eravamo a Gardaland. Eravamo giunti a El Acebo. E io avevo bisogno di averlo vicino per la notte. L’urgenza si era fatta impellente, o non sarebbe stata tale. A cena siamo finiti a casa di un vegetariano taoista che ci ha vezzeggiati di spezie e sesamo e inondati di fiumi di vino liquoroso che sapeva di more. Il Cecco aveva sul volto l’espressione del sollucchero. Vederlo similmente pago mi ha fatto bene ma non mi è bastato. Perché aprire gli occhi, durante la notte, e rivedere Samuele raggomitolato, come al solito, col sacco a pelo puerilmente appallottolato e stretto in un abbraccio con le braccia come fosse un orsacchiotto di pezza... o la persona amata... è molto di più. È la cosmica sospensione del respiro di cui avevo bisogno per riossigenarmi... 1.500 metri di altitudine non sono facili da gestire, a livello polmonare intendo. Mi ha fatto bene. Arrivati al nuovo ostello, più fetido che mai (tanto che lo si è soprannominato l’albergue dei calabresi!), ho fatto di tutto per far sì che le cose andassero come avrei voluto, e visto che vorrei che tutte le sere mi dormisse accanto decisi che modulare la retta combinazione di circostanze in modo da imporre alle cose di andare così fosse la cosa migliore che potessi fare, dopo 1.500 metri di altitudine. Ma le cose non (sempre) vanno (sempre) come si vorrebbe che andassero, anche a costringerle. Non c’erano letti matrimoniali liberi ma quantomeno avrei potuto evitare di dormire vicina ad un vecchio culone che russava in aramaico, questo mi parve il minimo. Allora mi accontentai. Ho imparato a farlo. Mi compiacqui della solita branda in alto, arraffata con un escamotage proprio perché, oltre lo schifo per il sederone, avevo visto che il suo bel culetto lo aveva poggiato sul letto a fianco. In alto. Sono stata costretta dalle coincidenze circostanziali a farlo, non si creda il contrario! Solo per evitare il vecchio culone ho piagnucolato come un micino, gnè gnè gnè lì non ci voglio dormire, e Lale, che a volte mi fa da papà, si è sacrificato. Mica perché mi immagino che l’amore abbia per un oggetto un essere che possa stare disteso vicino a me, rinchiuso in un corpo! I letti non erano uniti, ma mi contentai perché sapevo che il sonno avrebbe realizzata, in una certa misura, l’impossibilità del mio amore. Il suo io non potrà scappare via, mi sono detta, come quando si cammina o come quando si conversa, attraverso i varchi dei pensieri inconfessati e degli sguardi. Solo mentre dorme posso trattenerlo sotto il mio sguardo, e avere quell’impressione di possederlo intero che non ho mai, quando è sveglio. Non chiedevo tanto. Chiedevo solo che con la fine della giornata, quel tutto finito non comportasse necessariamente il non avvenire più nulla, che non ci fossero più commozioni né altre richieste di sforzi ai muscoli cardiaci. Ho motivo di credere che perfino lui me lo avrebbe concesso se avesse saputo, impietosito. Insomma mi fa bene dormire vicina a lui, anche se mi fa male il risveglio. È estremamente doloroso. Il cammino è stato estremamente e dolorosamente dissacrante nei confronti dei miei sentimenti. Ma di errori non se ne commettono, quando ci si racconta: si scrive, si somma, tutt’al più si aggiunge. Ma non si toglie. E la partita va avanti, sulla pagina, registrata come da un contabile. Il cammino non è ancora finito e so che molto ancora c’è da fare e vedere. Molto altro c’è da scrivere, disfare e ricostruire. Ne sarà valsa la pena. Comunque. Anche di questo sono certa. Un’altra nuova certezza. Ne ho più qui che a casa! Quando stanotte ho aperti gli occhi e l’ho visto, lì, così, rincucciato su se stesso come un fagiolo, ho capito che ne è valsa la pena e che tutta la pena ne varrà, anche domani. Anche fra un mese. Anche fra cento anni di solitudine. Perché dischiudere le palpebre e vedere la sua skiagrafia tratteggiarsi dinnanzi, ai confini tra visibile e invisibile, e accorgersi che in quell’ombra, di notte, ogni notte e ogni qual volta si addormenta Michele rivive Samuele, è l’abbandono ad affetti cui la mia coscienza oppone incomode resistenze durante il dì. Ma di notte no. Di notte quei due si ricongiungono. Siamo alla fine. Mancano davvero pochi chilometri. Un tempo mi sarebbero sembrati molti, ma quel tempo non è più. È tempo di accelerare. E allora da El Acebo, stamattina, siamo arrivati a Ponferrada, 16 chilometri. E da Ponferrada, in pullman, ci siamo spinti oltre Villafranca del Bierzo. Siamo a Pereje. Prima, però, è stata la volta della Croce di ferro. Di lei voglio parlare, ora. Abbiamo toccati i punti più alti della rotta jacopea. Il paesaggio era spopolato e scarno, Foncebadón pareva un accampamento fantasma, l’aria tersa della montagna rendeva ancora più ignoto l’aspetto di quei posti, smascheratamene disabitati. Dopo mezzora la Cruz: un alto palo di legno in cima al quale è posta una semplice croce, di ferro. Isolata, lassù, non la si arriva a toccare di certo, sembra quasi voler congiungere cielo e terra. Ma non è ancora il punto più alto, lo è solo simbolicamente; perché due chilometri dopo, a Manjarín, si sfiorano i 1.520 metri: una strana e pittoresca insegna lì, a 1.517 metri, a dirti le distanze. 10 chilometri e sarai in Galizia. 9453 chilometri e arriverai al Machupichu; 2475 a Roma; 5000 a Gerusalemme; 222 a Santiago. 295 a Finisterrae. Dai 1.517 metri siamo scesi ai 1.156 di El Acebo. Ci siamo svegliati e siamo scesi ancora, fino ai 540 metri di Ponferrada. Le ginocchia ci si sono srotolate. E ora siamo a Pereje. Ad anticipare i bilanci, Il peggiore, probabilmente, dei rifugi in cui siamo stati, il più sporco sicuramente tra quelli in cui staremo. E trasandato e diroccato. Domani ci aspetta O Cebreiro. Ci dobbiamo riposare. Tra gli scarafaggi riusciremo a dormire? Vedremo. Comunque è qui, a Pereje, che continuo a scrivere della fine, quattro case e cinque abitanti, l’ostello odora di pipì di gatto e l’hospitalera (detta Misery) non mi fa usare internet perché deve guardarsi i siti porno! Sono le quattro e allora sto qui e scrivo della fine all’ombra del pergolato fatiscente seduta sul muretto con lui nei paraggi, ossia seduto al tavolino a pochi metri da me che fa un solitario. Ecco come passa il tempo lui, giocando a carte. Non c’è nessun altro. Siamo solo noi due all’ombra del pergolato fatiscente di Pereje. Lo sbircio e mi fa strano perché mi viene in mente il viaggio in treno, quando lo spiavo assopito. E mi stupivo del comporre di lui in sua presenza senza che lui neppure se lo potesse immaginare. Non è cambiato nulla, allora. Sono passati anni interi e non è cambiato nulla. Continuo a scrivere di lui e lui nemmeno lo sospetta. Ma mai come qui, adesso, sotto il bersò decrepito di Pereje, ho sentita la pretesa di gridarglielo in faccia: brutto tonto di un cretino, scrivo di te che sei la cosa (perdonami la cosa) più bella e completa di cui io abbia mai potuto dire, brutto ottuso di un fesso che mi hai fatta esperire l’incompletezza del termine bello! Sei così bello... Di notte, l’ho capito ieri notte, Samuele e Michele si ricongiungono. Lo avevate capito? Se lo si osserva con attenzione anche durante il dì, ogni tanto, il coito è visibile. Come adesso qui, a Pereje. È il coito qui, a Pereje, il coire dei due che entrano ed escono nella e dalla medesima persona. E non sarò di certo io a dirvelo che, durante il coito, si potrebbero urlare cose che abitualmente si preferisce trattenere. E allora, lui, non è più né l’uno né l’altro, se è vero, e credo che le cose stiano davvero così, che è tutti e due. Insieme. Mescolati e confusi in un orgasmo. Quindi qualcosa è cambiato: il mio principe azzurro non lo paragono più ad un escremento bensì ad una tensione spasmodica che rende infattibile ogni contenimento. Le mie grida non riesco più davvero a tenerle per me. Un nuovo terzo lui, want a perfect body want a perfect soul, suggeriscono i Radiohead in Creep. Da quel lui devo prendere commiato al più presto, e presto vuol dire prestissimo, o mi alzerei, mi incamminerei verso il tavolino arrugginito, picchierei i pugni sul deschetto facendo cadere in terra tutte le carte, lui leverebbe la testa e farebbe quella faccia, quella faccia da tortora che fa sempre quando disapprova, sposta il mento in avanti e distorce il labbro inferiore; allora a me verrebbe da schiaffeggiarlo, forse perfino lo farei per tutto il fiele amaro che mi ha fatto ribollire nel pancreas! Per lo stracotto di bile lo prenderei a sberle, «piantala coi solitari! Idiota!» Griderei. «Ma non lo capisci che non sono matta? Sei tu che mi fai ammattire!» E lui diventerebbe cattivo, di certo farebbe qualcosa di perfido perché fa così quando lo si prende in contropiede, e io lo odierei per questo, «ma non lo capisci, buzzurro, che ti odio? Come fai a non capire che ti amo?» Non voglio odiarlo. Perché altrimenti sarei costretta ad amarlo. Non voglio amarlo. Devo allontanarmi da quel lui, quel lui al quale non darò un terzo nome o si farebbe proprio una gran confusione. Lo lascio Michele. Samuele è rimasto a Cizur Menor. E qui lascio Michele; certo me ne vorrà, non è proprio un bel posto, ma È ORA IL MOMENTO. Poggio la penna e chiudo il taccuino (datemi giusto il tempo di finire di scrivere di quello che sto per fare), mi alzo e... senza voltarmi me ne vado. Me ne devo andare perché il ssst, mi raccomando! di un tempo non ha davvero più senso. Un addio a chiunque lui sia (diventato) e un ti ho amato (senza virgolette) gettato lì, così, in balia del vento. Coi capelli al vento. Non mi volterò. Che il vento faccia di tutto questo ciò che preferisce.
Ore 16:40
È passata una mezz’oretta. Ora sono al dormitorio. Perché sì, mi sono alzata e sì, me ne sono andata passandogli accanto per lasciargli le sigarette e l’accendino. Chiaramente lui non mi ha degnata di uno sguardo, come fossi invisibile. Anzi, come non fossi affatto. Sempre più incazzata poco ci è mancato che furibonda pestassi i pugni sul tavolino. Ma sono stata brava, non c’è orgasmo che tenga! Me ne sono andata via, senza voltarmi. Coi capelli e un ti amo senza virgolette in balia del vento. Magari fosse solo un ti ho amato... Il vento si è preso il mio ti amo e se l’è portato via. La verità che vi dirò è che poi sono tornata indietro, tanto col ti amo consegnato all’etere delle vallate del leonense non correvo più rischi. Oppure perché mi sono resa conto che, anche tornando indietro, era troppo tardi per tornare indietro. Oppure ancora perché mi lasciai paralizzare dal senso di vuoto tutto intorno e dall’idea di avere tempo quasi illimitato a disposizione. Insomma, non lo so perché sono tornata da lui. Forse e semplicemente perché quel dormitorio mi fa proprio schifo! Puzza. E poi... Dio mio! Quanto è difficile e penoso dire addio ai propri personaggi! Lo scrittore è un essere intimamente sofferente. Prima del distacco definitivo volevo provarci ancora, a fare quattro chiacchiere con la mia creatura. Shelley non mi ha insegnato niente. Non è possibile che non si riesca a parlare! Con fatica, anche con fatica. Perché è faticoso parlare con lui. È faticoso e stancante. È faticoso anche allacciare una banale conversazione con lui che ti dà metodicamente la sensazione di non essere interessato, di non starti a sentire, addirittura sembra neppure abbia voglia di stare lì con te a parlare, a parlare di cosa? Di cosa vogliamo parlare? Sembra che me lo chieda ogni volta che ci si trova da soli. I nostri faccia a faccia sono disarmanti. Se ne esce sempre con domande che non c’entrano niente con quello di cui si stava parlando a confermare che non ti stava ascoltando per niente, tipo pochi minuti fa: «come si chiamano i cittadini di Tokio?» La verità è che sono tornata indietro con l’intenzione di chiedergli scusa per averlo mortificato e per dirgli che sbaglia se pensa di starmi antipatico («evabé che ti sto sul cazzo, però...» mi ripete sempre indispettito. Questa cosa mi dice sempre: evabé che ti sto sul cazzo, ma non esagerare! Non me lo merito. Sono solo un insicuro). Volevo solo che sapesse che non ha senso che me lo ripeta. Non è così che stanno le cose. E poi volevo anche chiedergli perché ho il sentore che con me sia distaccato, non sarò mica io a starti sul cazzo? Eccoci nuovamente nella nostra inusitata affinità; ti sto sul cazzo? non sempre ma sembra quasi, e sembri infastidito, da me; non sempre ma sembra quasi; e allora avrei voluto soprattutto chiedergli il perché di quel quasi. Perché quasi sempre e non quasi mai? Sono tornata indietro per sapere di quel quasi. Ma non gli ho chiesto nulla, né scusa né di quel quasi. Perché è disarmante. E perché in verità avrei solo voluto dirgli che lo amo. Ancora. Il vento aveva ricominciato a soffiare e si era portato tutto appresso. Ancora. Era l’eco del mio sentimento, quello, che rimbalzava e che gli rimbalza, condannandomi ad essere come Eco. Quel lui è infatti disarmante quanto Narciso e io non ho più armi in gioco. Mi ha dato anche della pellegrina ciotazza. Siamo alla frutta. «Come dovrebbe essere allora, sù dimmi, una pellegrina che ci sta dentro?» «Senza spille sullo zaino». Non gli ho chiesto perdono, non gli ho chiesto di quel quasi, figurarsi se gli avrei detto quello che provo, e allora sono ritornata al dormitorio pestilenziale. Perché, come, dove, quando, quasi, quanto, «quanto ti manca alla fine?», mi chiede in tempo reale, è appena rientrato anche lui. È la prima volta che mi richiede della mia storia dopo Torres del Río. Perché, come, dove, quando e quanto non lo so. Alla fine 251 chilometri. Non so altro. So che è così. Solo così. Così. Ora. Solo così stanno le cose ora. Una parte di me mi tormenta con l’incubo della condanna persecutoria per una bellezza di cui a questo punto mi sento davvero sprovvista. Quella stessa parte di me, adesso, mi vuole convincere anche del fatto di non essere né abbastanza sagace né arguta e sveglia né furba e pronta a sufficienza per lui, che d’ora in poi raccoglierà in sé il meglio di tutti quei due. Mentre io mi sento una schiappa, a voler tirare le somme. Lui mi fa sentire una schiappa e pure ciotazza! Malata e stupida! Dio santo, la miseria in persona! Il fatto è semplice: non rimangono altro che la pietà o una scrollata di spalle. Il dilemma, un nuovo dilemma inizia qui, dove la natura è stata crudele al punto di spezzare l’armonia della mia intiera persona. Mentre lui, want a perfect body want a perfect soul, lega uno spirito nobile desideroso di vivere, quello del caro Samuele, ad un corpo assolutamente idoneo alla vita, quello del crudo Michele. Non sto dicendo che quel terzo lui sia realmente perfetto, per carità! Il dubbio che i concetti di uomo e perfetto possano andare d’accordo c’è. Ma così l’ho sentito poco fa, capite? E non lo dimenticherò fin che vivo! Sono cose che si collegano con altre impressioni e memorie, capite!, e ti rimangono dentro, nelle orecchie, finché campi! Nei padiglioni auricolari mi ridonda l’eco delle sue parole... conoscente... don don... ciotazza... don don... Per lui non merito attenzioni e allora quella parte smunta di me si vorrebbe autolesionare tartassandomi col dubbio del se fossi e se non fossi. Ma vaffanculo Narciso! Se non fossi quella che sono, se fossi diversa da quella che sono, verosimilmente non sarei io e allora tutto questo risulterebbe una sterile invenzione e perderebbe di significato. Neanche lui, quel terzo lui che mi è apparso così idoneo sotto il pergolato, esisterebbe più, se non fosse per me, che sono esattamente così. Senza Eco che ha ripetuto instancabile il suo nome, lui sarebbe solo un affogato! Sarebbe annegato nell’anonimato, senza di me! Solo Michele sarebbe scampato alla nullificazione, ossia il peggio di quel terzo mirabolante individuo! Sono le 17:00: è il playtime. È ora di... licantropare! Pertanto sono indispensabile, perché senza di me non possono neanche giocare: ci vogliono minimo sette giocatori. Non mi posso nullificare. Devo loro molti favori. E molte licantropate. Accetto e mi distolgo dalle sudate carte. A lui non ho chiesto né detto nulla ma da lui ho presa licenza e non ho più nulla da dirgli. Sono tornata indietro e mi viene la titubanza che l’altra parte di me continui a nutrire le false speranze di sempre e che non voglia accettare il procinto della fine. Senza quelle speranze che la pungolano non sa come potrebbe fare. Da una parte l’autodenigrazione della colpevolizzazione, dall’altra l’illusione vana. Non è giusto che anche Eco debba morire. Eco è solo una donna, specchio vocale vivente, desiderio votato a non essere altro che risposta. Che colpa ne ha, lei? Allora non è giusto nemmeno che Narciso anneghi, perché Narciso è solo un ragazzo, estraneo al desiderio, che rifiuta di farsi specchio di altri e che gli dèi hanno condannato per questo rifiuto al vano desiderio di sé. Ma questo è un errore, o una negligenza, solo perché anche lui è semplicemente un uomo. Ha già pagato a sufficienza, che colpa ne ha, lui? Neanche io ho colpe. Quale donna d’altronde si sarebbe mai lasciata catturare da uno specchio, se non io? Tuttavia ci deve essere un’alternativa all’aporia. Ci deve essere una terza via. Ho 250 chilometri di tempo per scoprila.
28 agosto
Lele ciao, vorrei abbracciarti forte forte al posto di un monosillabico ciao. Sentire le cose che racconti e sentirle nel modo che solo tu sei, mi fa piangere. Lo sto facendo proprio ora. Mi manchi. Non sai quanto. I nostri cammini estivi, comunque e ancora una volta, hanno qualcosa in comune. Non la marcia, certo. Ormai faccio fatica a camminare e a stare in piedi. Sospetto un’ernia inguinale. Mi prende i nervi delle gambe, mi immobilizza, non mi fa dormire o poco. Prima manifestazione al mare. Ospedale. Controlli in questi giorni. Ti terrò aggiornata. In comune, nemmeno zaini o pesi da restituire al mittente: la pancia è cresciuta di brutto. Il peso non lo sento, ma qualcosa il mio corpo lo avverte, soprattutto la schiena. Al mare la prima settimana tutto bene, con nuvole e piogge. La seconda male: un banale raffreddore senza medicine si è trasformato in febbre durata cinque giorni. Ovviamente sole e cielo azzurro. Scusa questo piccolo sfigato aggiornamento. Vado avanti, ti parlo di quella sensazione di stanchezza solitaria, fisica e mentale. Affrontare una nuova ridefinizione di me mi toglie energia, positività. Ho capito che ci si riconosce anche nelle abitudini. Cambiarle significa non riconoscersi. Non è facile; aspettare un bambino piena di contraddizioni mi ferisce. Non potermi confrontare fino in fondo con nessuno mi disarma. Non mi sono mai sentita così fragile e umile. Ma arriverò in fondo. Come ci arriverai tu. Sono orgogliosa di te, di quello che stai affrontando. L’indifferenza, le vesciche. Sento che sei già più ricca. Sento che avrai tutto quello che cerchi, che sogni, all’alba, sotto la luna. Ti scriverò ancora. Ho tanto da chiederti, da sapere, da dirti. Ti abbraccio. Sere.
Trovo miracolosamente un internet point e mi ci fiondo dentro, letteralmente mi ci catapulto perché troppo, davvero troppo mi mancate... Parte il timer, ho già inserito un euro ma non riesco a connettermi... che imbranata... Chiamo la signora... Mi spiega come fare e, in qualche modo, eccomi. Miracolosamente perché qui parlano gallego, siamo in Galizia! Pertanto non ci ho capito un diavolo eppure... Eccomi. Sarà perché ormai non ho più paura di chiedere, né di rivolgermi ad estranei ai quali un tempo non mi sarei rivolta, anche se lo devo fare in una lingua che non conosco bene. Non ho più paura di niente. Forse è questo il traguardo: sono pronta a tutto. E allora forse sono già arrivata. Di fatto siamo (solo) a O Cebreiro, tappa fondamentale del cammino jacopeo, terza per importanza dopo Santiago (ovviamente) e la Cruz de hierro. È dalla Cruz de hierro che vi ho mandato quell’mms, di cui sicuramente non avrete colto appieno il significato: l’mms era a testimoniare che vi porto con me ad ogni mio passo... e allora mi sono ricordata di quello che vi avevo scritto sui biglietti di Natale, una specie di flashback. Farneticavo (come sempre) della felicità e dei tre metri