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Manuel - di Debora Negrini

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 15/04/07 alle ore 14:30:36

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

“...NON TUTTI GLI ANGELI HANNO LE ALI...”

INTRODUZIONE

“...Ciò di cui abbiamo bisogno è la comprensione emotiva e a questo scopo un solo intimo contatto fisico servirà di più di tutte le belle parole di un dizionario...”

Desmond Morris

PARTE I

E’ il 1976, non ci sono spiragli di luce, tutto è buio, silenzioso, nulla sfiora la mia pelle... ne anche il vento! Sto dormendo in posizione fetale e nei miei sogni racchiudo la forza vitale che mi da pensiero ed espressione quando...
‹‹ Debora... Debora... piccola Debora svegliati... ››
Mi bruciano gli occhi e li apro lentamente. Ho una visuale appannata, non distinguo colori o forme; la vista comincia a stabilizzarsi e capisco che davanti a me vi è solo un’immensa distesa di neve bianchissima: la tocco, è calda e soffice, qualcosa non quadra... la neve dovrebbe essere fredda!!
Cammino a piedi scalzi cercando di arrivare chissà dove, ma sembra un luogo infinito, senza inizio e senza fine. Forse è il Paradiso ma chi può dirlo: non si può conoscere un luogo senza mai averlo visto prima. C’è solo un immensa quiete che avvolge questo mistero fino a quando una voce soave spezza l’incantesimo ripetendo il mio nome e mi guida come Virgilio fece con Dante Alighieri nella Divina Commedia.
‹‹ Debora piccolo germoglio, questa non è neve! Ti trovi nel luogo inaccessibile dall’essere umano e nel contempo magnifico per i suoi inesplorabili misteri dove alcuni Angeli prescelti dall’Onnipotente, che poi riceveranno anche il dono della vita, attendono la nascita. Tutto ciò che vedi e tocchi è semplicemente acqua condensata, o più semplicemente... nuvole che vanno a formare l’Angel Baby Word. Per accedere a questo immenso luogo bisogna avere dei requisiti importanti: il primo in assoluto è la purezza e come sicuramente potrai immaginare, solo i bambini ne sono provvisti e in secondo luogo, devi possedere un cuore in grado di accogliere piaceri e dolori... e non tutti sono così forti d’animo da poter affrontare questo viaggio... ››
‹‹ E perché mi trovo in questo posto? Non che non mi piaccia, anzi è... non ci sono parole che possano esprime significato immenso di tanta bellezza ma... Sarei un Angioletto scelto da chi? Per far cosa? ››
‹‹ Qui gli Angeli distinti, quindi anche tu, possono guardare cosa accade sulla Terra e seguire la vita dei propri familiari. Anticipo che la tua nascita porterà felicità nei cuori dei tuoi cari, ma qualcosa la renderà triste: un avvenimento che distruggerà il filo dell’armonia che lega i mortali a te incatenati. Ora però non posso anticiparti nient’altro, sarai tu a dover visionare la loro vita continuando questo cammino da sola. Io interverrò solo in caso di estremo bisogno. Sarà un’esperienza fantastica, vedrai! Dimenticavo...quando il soffio vitale sfiorerà il tuo corpo...ricorderai tutti gli avvenimenti in maniera sfocata e non tutto ti sarà chiaro: solo quando incontrerai la metà del tuo medaglione, in senso metaforico, tutto diverrà limpido e nitido come l’acqua cristallina del Mar dei Carabi. ››
‹‹Aspetta... ma chi sei? Non andare via... ti prego non abbandonarmi... come faccio...ehi che luce!!! Ma... ma cosa...aiutoooo!!! ››
Niente, quella splendida voce così rassicurante è sparita, svanita nel nulla lasciando in compenso una luce abbagliante ma avvolgente e calda. Cammino per ore senza stancarmi, forse la paura di non poter trovare nulla mi spinge a non fermarmi. Finalmente giungo dinanzi ad una soffice porta: la apro senza esitare e...
‹‹ Flop... ››
Si sgretola, anzi a dir la verità si dissolve, lasciando nelle mie vellutate mani un senso di freschezza: le annuso e sento l’odore della brina, della rugiada...! Ora mi trovo in una stanza vuota, o quasi, vi è solo un divanetto così grazioso che sembra quasi voglia invitarmi a sdraiarmi! Non esito e così mi siedo e improvvisamente sotto i miei piedi si apre un’immensa voragine e ...
‹‹ Quante persone, quanti bambini, che posto strano... ››
Sono stupita e affascinata da ciò che vedo, ho una visuale fantastica!! Posso vedere anche in lontananza... ed è tutto scenografico.
‹‹ Ehiiiii... ››
Urlo per farmi sentire:
‹‹ Mi sentite? Mi vedete? Quaaaa, in altoooo!!! ››
Tutto è vano: non possono ne sentirmi ne vedermi. Sono sola e non posso interagire con nessuno. Questo mi crea una leggera patina di paura e la sento scorrere lungo la spina dorsale.
‹‹ Uno, due, tre, cinque, sette, otto, cento...mille ››
Ci sono migliaia di individui... non riesco a contarli. Sembra uno di quei quadri famosi, dipinti da qualche autore importante, l’unica differenza è che è animato. La mia vista è così potente che mi fornisce la possibilità di vedere tutti i Paesi del Mondo: tutto questo mi sconvolge!!
In lontananza, sullo sfondo, scorgo una distesa di acqua spumeggiante: si mischiano mille colori, dal blu della profondità al verde della limpidezza al bianco delle onde che si infrangono sugli scogli. E’ il mare, splendido! Conosco qualsiasi particolare come se stessi rivivendo la mia seconda vita! Vedo una miriade di pesci colorati e di grandezze diverse, riesco anche a percepire l’odore salino: forse la fantasia si è spinta oltre le mie possibilità. Il cielo è limpido di un azzurro che non è azzurro... è turchese con striature bianche e poi ci sono i padroni di casa: rondini, e gabbiani! Sono maestosi, sembra che scrivano nel cielo parole d’amore!! Mi sposto con lo sguardo verso est e...
‹‹ Wow ››
Un’esclamazione che non posso chiudere nei miei pensieri. Ho di fronte un altro paesaggio. Dal terreno si innalzano enormi coni, chiamate montagne: sono ricoperte di neve. E’ uno spettacolo!! Tutto sembra immobile e rimarrei ore a guardare questo aspetto caratteristico. Fisso queste regine e mi sembra di vedere mille spose vestite di tulle. In alto brilla il sole e un’aquila padroneggia l’immenso. Respiro un’aria pulita ossigenando i polmoni. Mi distraggo, sento delle urla e cerco di capire da dove provengano. Alla base delle massicci c’è uno specchio...no, guardo meglio, centinaia di bambini pattinano su un lago ghiacciato. Mi sembra tutto così irreale. I miei occhi sono stanchi e arrossati: ho forzato lo sguardo.
Li strofino con le mani e tengo la testa chinata, riapro gli occhi ma non riesco ad alzare il capo e dal profondo del mio cuore nasce un senso di angoscia che converte il mio sorriso in smorfia. Vedo un luogo, molto vicino e meno bello, è spoglio e ci sono così tante palazzine da rovinare l’estetica dell’ambiente, che oltre tutto è sporco. Per terra, sui marciapiedi e sulle strade ci sono carte, avanzi di cibo, escrementi di animali e l’aria è pesante: è lo smog delle macchine. Sento questa gravezza addosso come se stessi portando un enorme macigno. La gente cammina, ma percepisco infelicità collettiva: nessuno sorride, ne anche i bambini!! Questa è la cosa più triste, perché i piccini dovrebbero essere spensierati e invece le loro espressioni lascino trasparire paure e pensieri che bloccano il loro istinto di giocosità.
‹‹ Che posto orrendo!! Non vorrei mai vivere qui ››
I parchi sono molto piccoli e ci sono pochissimi alberi, con qualche foglia e l’erba è trascurata, sembra bruciata o secca e poi...
‹‹ Ahh... che succede...che rumore assordante... sembra... sembra... ››
Alzo gli occhi al cielo e vedo un enorme...
‹‹ Un aereo...è bellissimo e visto da quassù è anche enorme ››
Mi fa quasi paura, sembra mi venga addosso mentre attraversa il cielo passandomi accanto creando una raffica di vento così potente che non riesco a stare in piedi. Cado per terra e con tutta la forza e la mia volontà tento di afferrare... le nuvole... non so come ma... tengono e rimango aggrappata fino a quando il vortice termina. Nel frattempo cerco di guardare verso l’alto per sbirciare i colori e qualsiasi cosa possa catturare la mia curiosità. L’aereo è bianco sporco, sulle ali sono state dipinte delle strisce verdi e rosse, i vetri sono scurissimi e non riesco a vedere all’interno. Finalmente questi interminabili minuti si concludono e dopo aver ripreso fiato e dopo essermi seduta sul divano, appoggio lentamente la testa sui morbidi cuscini ma vengo distratta da alcuni schiamazzi di bambini che giocano e ridono e...
‹‹ Sono troppo curiosa!! ››
Entro con sguardo, forse indiscreto, all’interno di una palazzina di quattro piani, color giallo canarino con alcune parti di intonaco staccate, sono palazzi molto antichi e...
‹‹ I miei nonni!!! Vivono in questo postaccio!! ››
E’ umido e mi vengono il ribrezzo!! Sulle pareti delle scale che portano all’ultimo piano, dove vi è l’appartamento dei miei familiari, c’è della muffa e le pareti sono crepate. Mia nonna, Felicetta, è una bella Signora di circa quarant’anni, carnagione chiara, capelli scuri e lisci di media lunghezza e due occhi color nocciola: è vestita con un abito semplice, azzurro o forse turchese a fiorellini gialli e ai piedi indossa delle ciabattine nere o blu in stoffa. Ha i lineamenti duri e ho l’impressione che sia una mamma severa; è una casalinga e si occupa dei suoi sei figli dando loro tutto l’amore possibile. Si trova in cucina tra i fornelli...e a quanto pare è anche un’ottima cuoca. Sembra quasi che io possa sentire i profumi: sotto il mio naso l’odore invitante di carne con patate.
‹‹ Uhmm... delizioso!!! ››
E’ un appartamento di tre locali ma mi intero alla sola visione della cucina: è una stanza molto grande, il pavimento è in cotto lucido mentre le pareti sono ricoperte da aste di legno, probabilmente ha funzione termica, i mobili sembrano in legno, forse truciolato, e c’è anche una stufetta per riscaldare l’ambiente in pieno inverno. C’è una finestra che si affaccia sulla ferrovia e dietro c’è un muro altissimo che non permette la visuale. Non vi è la televisione e ne anche il giradischi. La porta di casa è aperta e fuori, sul pianerottolo, si sentono i bambini giocare: urlando ma non litigano e dividono i pochi giochi che hanno a disposizione e che si possono permettere senza mettere il broncio. Ecco entrare un uomo con un bel viso pulito, ha circa quarant’anni, alto, carnagione olivastra, capelli e occhi scuri, sembrano nocciola ma non ne sono sicura. Veste con un pantalone elegante e una camicia, portando ai piedi i mocassini: probabilmente è un impiegato. Lo riconosco: è mio nonno Attilio. Il pranzo è pronto e finalmente la famiglia si riunisce intorno al tavolo. I bambini entrano in casa e raggiungono il bagno, si mettono in fila indiana e uno alla volta si lavano accuratamente le mani. I nonni attendono i pargoli per sedersi. Un grande tavolo spoglio con cassapanca e sedie: è apparecchiato ma il cibo scarseggia. Un po’ di carne e patate e poco pane, bagnato con acqua, non è fresco, è condito con qualche pomodoro. A capo tavola c’è il nonno e a fianco lo zio Matteo. E’ il più grande di tutti i fratelli, ha venticinque anni, snello, capelli neri, occhi scuri, carnagione olivastra e un gran bel sorriso. Indossa una camicia e dei pantaloni strani... molto colorati, stretti in vita e larghi sui polpacci! Ai piedi porta degli stivali neri a punta. Lavora presso una fabbrica, ma non saprei dire che cosa fa con esattezza. E’ sposato e attende la nascita della sua primogenita che ancora non sa come chiamerà. Sua moglie Letizia ha lunghi capelli neri e occhi scuri, ha gambe magrissime, soltanto un gran pancione!! Lavora presso una fabbrica di tessuti. A fianco, non tanto alto, magro con carnagione olivastra, capelli scuri e ricci, occhi neri, c’è lo zio Dario, un ometto di ventitre anni. Porta una camicetta a scacchi, un jeans e ai piedi dei mocassini. Ha qualche problema nei movimenti: ha avuto un incidente che gli ha lesionato una parte del cervello lasciandolo offeso. Poi c’è la zia Anto che ha vent’anni, ed è proprio un bel tipino!! Sembra una bambolina con carnagione olivastra, capelli scuri e corti, le arrivano alle spalle, gli occhi sono nocciola! Porta dei pantaloni neri eleganti e una camicetta ricamata con uno scialle che le copre le spalle. Anche Antonella lavora: fa la cameriere al Jolly Hotel. Poi, vicino al nonno c’è un’adolescente, è di spalle ma...
‹‹ Che bella... è la mia mamma ››
Ha tredici anni, si chiama Teresa e ha i capelli di media lunghezza, castani molto scuri, quasi neri, con un grande ciuffo che le copre metà volto, gli occhi sono nocciola ma si intravedono delle striature verdi. E’ magra e molto carina, dico bella, ma non sono oggettiva, la sua carnagione è chiara. Indossa un vestitino blu alla marinara e scarpette nere. Frequenta la seconda media ed è una ballerina di danza artistica. E’ molto brava, sinuosa e sensuale. Mia zia Maria le siede accanto ed è più piccola di un anno, ha dei lunghi capelli neri e due occhioni color nocciola, la carnagione è scura e i denti bianchissimi: ogni volta che sorride il mio sguardo si concentra solo sulle labbra. Percepisco un caratterino pestifero e un po’ ribelle. Indossa un vestito a fiori e...
‹‹ Scarpe col tacco?? ››
E’ proprio una peste! Sono le scarpe della domenica di mia nonna, quelle per andare a messa: sono nere, con tre centimetri di tacco in vernice e un fiocchettino in tessuto sulla punta.
Infine c’è lo zio Attilio, il più piccolo, ha otto anni ed è un bambino molto paffuto, con capelli, occhi e carnagione scura, le guance sono rosse, sembrano quasi truccate e indossa una tuta semplice color arancio. Inizia il pranzo che si apre con una preghiera recitata dal nonno Attilio: nessuno parla! Tutti mangiano lentamente e i piatti più pieni sono quelli dei fratelli che lavorano. Terminato il pasto il nonno ritorna in sede a lavorare e tutti aiutano a sparecchiare mentre la nonna lava i piatti e le pentole. I bambini più piccoli tornano a giocare mentre gli altri, ormai adolescenti, finiscono a malincuore i compiti scolastici anche se ogni tanto si fermano e con un sorriso malinconico guardano i piccini che giocano.
Passano i mesi e i miei occhi vedono una famiglia, la mia, in gravi difficoltà economiche: ci sono giorni in cui non si possono permettere di comprare ne anche il pane. Ho quasi paura, vorrei chiudere gli occhi e poter concludere questa “rotta”, ma non è possibile, non ho scelta e le mie pupille colme di lacrime continuano a fissare questa tragedia. Nonostante tutto i miei nonni non si abbattono e continuano la loro vita cercando di non destare troppe preoccupazioni mantenendo un ambiente armonico per non plasmare preoccupazioni ai bambini. I miei occhi carichi di paure, lasciano scendere solcando il viso, gli interminabili lucciconi che inumidiscono le mie piccole labbra. La vista è appannata ma non smetto di guardare per paura di perdermi qualcosa di importante.
In lontananza vedo un nebbione scuro: è un enorme fumo nero!!! Non riesco a capire da dove provenga, il luogo non è lontano e percepisco un odore sgradevole come di gomma bruciata o qualcosa di simile. Il mio sguardo si sposta lentamente dalla casa della mia famiglia fino al luogo del disastro. Provo un dolore lancinante agli occhi, bruciano e si arrossano in brevissimo tempo provocando anche la rottura di alcuni capillari. Mi sforzo e riesco finalmente a vedere un edificio, è crollato, macerie ovunque: non capisco di cosa si tratti. Mi avvicino lentamente e la mia respirazione è affannosa, fatico a stare in piedi, comincio a tossire, ho la voce strozzata. Vedo uomini correre senza tregua. Arrivano dei camion rossi... elicotteri... ma sono confusa...e non riesco a tenere gli occhi aperti!!!
‹‹ Perché tutti scappano? Qualcuno mi aiuti... non riesco a respirare... ››
Ho una gran paura e involontariamente cado per terra, cerco di rialzarmi, ma sembra quasi un impegno impossibile. Sento il mio corpo ormai pesantissimo e non ho più forze per sorreggermi. E’ come scalare una montagna liscia senza piccone, senza punti in cui potersi aggrappare. Mi lascio andare e gli occhi mi si chiudono lentamente portandomi ad un sonno profondo.



PARTE II

Sento ripetere il mio nome in maniera continua. Finalmente ho la forza di aprire gli occhi e...
‹‹ Debora, piccolo Angelo, svegliati...››
Mi trovo in una stanza azzurra, un colore molto tenue e risento la stessa voce soave.
‹‹ Debora ascoltami... ››
‹‹ Dove sei? Cosa è successo? Perché non ti fai vedere?››
Continuo a porgere mille domande alle quali spesso non ho risposta.


‹‹ Calmati!! Quel fumo che ti ha fatto svenire proveniva da un grave corto circuito avvenuto in una fabbrica che si trova vicino alla casa dei tuoi familiari. Hai dormito per 3 mesi, 8 giorni, 4 ore e...25 secondi ››
‹‹ Wow... che precisione! Così a lungo?? Mi sono persa qualcosa di importante? E i miei nonni? gli zii? la mamma? La mamma sta bene? ››
‹‹ Non preoccuparti, il fumo non è riuscito a raggiungere l’abitazione e fortunatamente nessuno lavorava in quell’edificio. L’unico problema grave è che i gas dei prodotti chimici si sono dissolti nell’aria provocando intossicazioni e problemi alle vie respiratorie di molti abitanti ››
‹‹ E ora posso rivedere la mia famiglia? ››
‹‹ Certo, ti lascio sola, c’è una sorpresa per te ma non illuderti di averla per sempre!!››
‹‹ Aspetta...dove vai.. non andar via così... cosa vuoi dire??››
Non risponde... sono rimasta nuovamente sola. Si riapre la voragine e... mio zio Matteo ha in braccio una bambina!!!
‹‹ Che bella, è nata!!! ››
Si chiama Deborah: un fagottino roseo con capelli neri. Non vedo il colore degli occhi; sta dormendo e indossa una tutina bianca ricamata. E’ avvolta in una copertina rosa. Sono tutti presenti, mancano solo i miei nonni! Mi guardo intorno e percepisco la loro presenza all’interno di una struttura ospedaliera, sono preoccupata, allora quella voce non ha detto la verità.
‹‹ Stanno male o forse... ››
Felicetta ha un sorriso sul volto, sembra quasi una smorfia. A fianco mio nonno l’abbraccia. Forse non è niente di grave. Il Dottore che hanno di fronte, un bell’uomo con capelli biondi e occhi azzurri, spiega la situazione ma non capisco... utilizza parole strane: dolce attesa... embrione... !! Ritornano a casa, passano altri tre mesi e non ci sono grandi novità, vedo mia nonna sempre più affaticata, stanca...ha spesso giramenti di testa e nausea. Noto un piccolo rigonfiamento a livello dello stomaco e della pancia. Sono tutti riuniti a tavola, ma non è l’ora di pranzo e ne anche di cena. I miei nonni con un gran sorriso annunciano che presto avranno in famiglia un nuovo componente: un fratellino o una sorellina stava arrivando!!
‹‹ Wow... sono contentissima... che bello! Non vedo l’ora di nascere! ››
Mi faccio prendere dall’entusiasmo e comincio a saltare e ballare canticchiando una canzone inventata al momento che parla del nascituro.
I mesi passano in fretta e a livello economico non ci sono dei miglioramenti ma Felicetta e Attilio sono contenti lo stesso e non stanno più nella pelle. I bambini sono curiosi e ognuno pensa che cosa regalare alla mamma che affronterà un altro parto. Felicetta è molto affaticata ma finalmente arriva il grande giorno. Mia nonna viene portata in ospedale e dopo un paio d’ore di travaglio e senza complicazioni... nasce Manuel!! Un bel maschietto robusto e di sana costituzione.
‹‹ Ehiiii!!! Dolce vocina, quando tocca a me? Voglio nascere... allora mi rispondi? Voglio... ››
Inutile, non risponde! Tornando a Manuel... ha la carnagione olivastra o scura, non saprei dire, ha tanti capelli neri e due occhi grandi scurissimi. Dimessi dalla struttura mia nonna, il nonno e il piccolo Manuel entrano in casa dove trovano una casa addobbata con festoni, palloncini, fiocchetti vari, torte, pasticcini e tutti i familiari (alcuni mi sembra di conoscerli altri sono perfetti estranei)!! Felicetta si commuove ed è felice di avere una famiglia così unita. Il nonno spiega che l’organizzazione di questa piccola festa con rinfresco è stata progettata dai loro figli e che lui li ha aiutati solo nella sistemazione degli addobbi. Manuel è coccolato da tutti: è l’ultimo arrivato e anche i fratelli più piccoli gli prestano mille attenzioni. Non esiste gelosia anzi tutti sono orgogliosi e fieri di assumere il ruolo di fratello o sorella maggiore. Manuel cresce e...
‹‹ E’ proprio un bel bambino! ››
Manuel non frequenta nessun Asilo Nido. Felicetta lo tiene a casa, non ha problemi è la sua gioia e spesso lo vizia di coccole come fanno tutti e poi anche volendo non hanno le possibilità economiche per permettersi la retta mensile. Nel frattempo Lo zio Matteo concepisce altri due figli: Marco, un bimbo con carnagione chiara, occhi e capelli scuri e Ivan che a differenza ha la carnagione scura. Vedo mia madre seduta su una panchina, in un parco giochi, è afflitta dal dolore, sta piangendo!!
‹‹ Mamma, mamma cosa hai? Perché piangi? Ti sei fatta male? ››
Dimentico che non possono sentirmi, così cerco di captare che cosa sta accadendo. A fianco le siede un bel ragazzo: la sta accarezzando e bisbigliano. E’ alto e magro, quasi anoressico, capelli spettinati e occhi verdi, gialli, marroni ... sarei pronta a scommettere che è il mio papino... non capisco, sono confusa e mi sento poco bene, debole... vedo a malapena un cerchio con tanti visi familiari, mi sembra di conoscerli, forse sono i nonni e gli zii paterni...
Mi sdraio su uno dei tanti letti che trovo nella stanza e chiudo gli occhi mentre sento mia madre dire: “Lo diciamo prima a mio padre e speriamo non si arrabbi!!”
Questa frase mi lascia perplessa e nonostante non ho voglia di aprire gli occhi continuo a rimanere in dormiveglia per sentire se dicono ancora qualcosa, ma le mie orecchie sentono solo il cinguettio degli uccellini, il fischio del vento, i motori delle macchine, mille voci che nella mia testa rimbombano... ma la voce dei miei genitori è sparita!! Ho sonno, sono stanchissima e mi addormentando promettendo a me stessa di svegliarmi presto!



PARTE III

Qualcuno mi sta chiamando:
‹‹ Debora... sbrigati... è la tua ora ››
La medesima voce mi chiama: mi sveglio senza indugi e... questa volta mi trovo in una stanza rosa, un colore molto acceso, quasi rosso, o fuxia e le pareti si contraggono. Non riesco a vedere più niente ma sento delle voci: mia madre, la riconosco, dice che fa male mentre qualcun altro la rassicura e le spiega che andrà tutto bene!
‹‹ Cosa fa male? ››
‹‹ Debora questa volta il tuo sonno è durato otto lunghi mesi e ora ti trovi nell’utero di tua madre!! Stai per nascere! ››
Ho un gran freddo e i brividi scorrono lungo la schiena. Mi sento intontita e le parole sembrano storpiate, mi sento leggerissima come se stessi fluttuando nell’aria. Un tunnel stretto e buio: sembra un’aspira polvere, vengo risucchiata come una calamita. In fondo a questo tunnel una luce bianca attrae il mio corpicino nudo e...
‹‹ Nuda?? Chi mi ha spogliata?? ››
Un luogo strano, fa caldo e faccio fatica a respirare, aiuto...
‹‹ uhé... uhé... uhé ››
Sono nata, ho la carnagione chiarissima e gli occhi verdi, sono piuttosto paffutella e un uomo con un camice verde mi appoggia sul petto di mia madre! Sento il suo cuore battere e improvvisamente il pianto cessa. Mia madre è giovanissima, sembra una bambina, ha solo 18 anni!! I dottori mi portano via immediatamente: c’è qualche complicazione. Lancio un urlo di dolore immenso: mi stanno inserendo una flebo nelle vene della piccola testa, mi manca lo zucchero nel sangue. Restiamo in ospedale un giorno in più e dopo la diagnosi del caporeparto mia madre viene dimessa con l’autorizzazione di potermi portare a casa tenendo presente che in caso di complicazioni si ripresenti immediatamente nella struttura. Torniamo a casa dei nonni materni (è qui che vivremo per un po’). Il mio papà, Giambattista, si avvicina e ha un aspetto insolito: indossa una tuta mimetica con stivali neri e un berretto che gli copre i capelli e metà fronte. Mi prende in braccio e a dir la verità mi vengono i lucciconi e le mie labbra si imbronciano: è proprio imbranato, non riesce a tenermi, sembra aver paura di toccarmi. Passano un paio di mesi e ci trasferiamo a casa dei nonni paterni. Finalmente conosco anche la famiglia di papà: vedo una ragazza bionda, è giovane con occhi scuri, è molto bella magra e si scorge un pancino. Indossa un pantalone nero con dei disegni un po’ stravaganti e un maglioncino bianco che non arriva a coprirle l’intera pancia. La riconosco è la Zia Anna. E’molto vanitosa, non fa altro che specchiarsi mi guarda facendo mille smorfie mentre borbotta qualcosa tipo “ cicci bibi mimi...”. Bho’! Non so che fare e la guardo con occhi spalancati. Parla e ride, parla e ride, parla e ride... Accanto le siede un uomo magro con grandi baffi, porta un jeans verde e un maglione dello stesso colore: è lo zio Mimmo, il marito di zia Anna. C’è una ragazzina mora, è la zia Simona, è piccola, ha sedici anni, porta capelli lisci, spettinati e portati in avanti coprendole il viso. E’ seduta sulle gambe di mia nonna Pina, una bella donna di quarant’anni anni. Indossa una lunga gonna nera con i fiori e una camicetta con pizzi e ricami. Deve essere una donna romantica perché il simbolo del fiore cela una parte psicologica sub coscia di un essere tenero e romantico. Il nonno Domenico, non è un uomo docile, ha il suo caratterino e preferisce la solitudine alla compagnia. Veste elegante e pensa ad alta voce ma non riesco a capirne i contenuti. Hanno una casa spaziosa: siamo tutti in salotto. I muri sono rivestiti da una tappezzeria arancione (sembra aragosta) e i mobili sono in legno scuro (un po’ tenebroso come ambiente)...
‹‹ Ué ué ué... ››
Scoppio in un pianto quasi isterico !! Mia madre mi prende in braccio e mi porta in camera da letto: una stanza con mobili antichi, muri disegnati e un letto altissimo!! La luce è bassa e mia madre... Si spoglia!! Inizialmente non capisco il perché, poi, porta il suo seno alla mia bocca! Capisco che ho una gran fame, ma non riesco ad attaccarmi così mi prepara un biberon di latte. Mangio e dopo un voluttuoso ruttino mi addormento tra le sue braccia.

PARTE IV

Sento delle mani calde sfiorare il mio minuscolo corpo, apro lentamente gli occhi e vedo una ragazzina che mi fa mille smorfie: non può che essere la zia Maria!! Dispettosa più che mai vuole sempre avermi in braccio. Mi ha svegliata e io ho un leggero broncio sul visino angelico. Urlo dalla disperazione, voglio la mamma, che arriva immediatamente e mi prende in braccio sgridando la zia che rimane male e si scusa ma spiega che rimarrò piccola per poco tempo quindi deve approfittarne per viziarmi e tenermi tra le braccia. Gli anni passano e nel frattempo mia zia Antonella da alla luce un maschietto: Giammatteo, un marmocchietto con capelli neri e due occhioni scuri. Antonella è contenta anche se desiderava concepire una femminuccia. Ogni tanto gli fa indossare tutine rosa: ha i lineamenti fini e se gli facesse i codini sembrerebbe proprio una bimba. Io cresco e comincio a muovere i primi passi e a pronunciare i primi vocalizzi tanto che mia madre si lamenta della parlantina. Gli anni passano felicemente. Ormai ho quattro anni e un’orribile tragedia affligge la mia famiglia. Manuel ormai ha nove anni e frequenta la quarta elementare. I miei nonni devono partire per Trieste ma qualcosa preoccupa Felicetta: è oltre un mese che Manuel ha mal di gola con continua febbre. Lo fa visitare dal medico di base che gli riscontra una semplice tonsillite. Partono ma Manuel durante il soggiorno peggiora e quindi decidono di rientrare anticipatamente. Manuel presenta febbre, comparsa di astenia, anoressia, saltuaria cefalea e vomito alimentare. Il bambino è ricoverato d’urgenza presso l’Ospedale di Cernusco sul Naviglio e gli vengono eseguiti tutti gli esami per l’accertamento del caso. Passano circa ventiquattro ore e i medici chiamano mia nonna per il colloquio informativo. Spiegano di aver riscontrato delle anomalie negli esami con presunta Leucemia Acuta; Manuel è trasferito immediatamente presso l’Istituto Centro Tumori di Milano; gli inseriscono un catetere in cava superiore. I medici confermano con enorme dispiacere la diagnosi. Manuel si trova in uno stato generale fortemente debilitato; ha la cute pallida e il respiro è normale trasmesso su tutto l’ambito polmonare. Ho solo quattro anni ma capisco pienamente la gravità della situazione. In casa regna il silenzio e i volti di tutti i familiari sono scuri e tenebrosi. Accennano un sorriso qua e la solo se mi avvicino per dire qualcosa o per chiedere coccole. Nel frattempo i medici che hanno in cura mio zio diagnosticano il profilo del collo deformato bilateralmente oltre alla presenza di tre o quattro linfonodi patologici al livello ascellare che costituiscono una delle manifestazioni della malattia. Anche le regioni inguinali risultano deformate. Dopo una breve consultazioni i medici decidono di aspirare tutto il liquido celebro – spinale: è completamente invaso dal tumore che oltre tutto interessa anche il fegato e la milza. Manuel rimane in ospedale per tre lunghi mesi.
Durante questa fastidiosa degenza gli viene somministrato un ciclo di chemioterapia. Finalmente Manuel viene dimesso: la malattia è in remissione completa!! Siamo tutti euforici e... Manuel rientra in casa, mi prende in braccio, è contento di aver superato questo tragico momento. Si festeggia ma la festa non dura a lungo: Manuel è molto stanco e deve ancora smaltire l’effetto dei farmaci che gli creano sonnolenza. Mia nonna piange e ringrazia il Signore di non avergli portato via il suo bambino: la sento pregare, sono preghiere che non ho mai sentito, sono composte da parole dolci e riesco a percepire che non sono mai state scritte da nessuno. Sono preghiere dettate dal cuore di una donna che ha sofferto e patito insieme al suo piccolo. Per circa due anni Manuel è obbligato a recarsi in ospedale per la somministrazione della terapia polichemioterapica. Manuel è comunque un bambino forte e gioioso. Spesso capita che la mamma mi lasci dalla nonna anche solo per andare a fare la spesa e così io e Manuel giochiamo insieme, ma non vuole in assolto che tocchi i suoi Giga Robot. Ne ha un’infinità e sono i suoi giocattoli preferiti. Sono bellissimi e ho la tentazione di toccarli. Ogni volta che entro in camera sua vorrei portare a casa un solo robottino ma so che la gelosia lo farebbe infuriare. Li sto guardando e cerco di trovare un modo per poterli toccare...
‹‹ Deborina... ››
E’cosi che mi chiamano in famiglia.
‹‹ Li stai sciupando!!! Se li guardi troppo gli farà male la testa!! ››
E’ un dolcissimo bambino che tiene i suoi giocattoli su un piedistallo come se fossero oggetto di valore. Passano parecchi mesi e mia madre è ingrassata notevolmente, ha un pancione enorme e anche la faccia è piuttosto gonfia. E’ qualche giorno che non la vedo, mi ha detto di non preoccuparmi e che mi ha lasciata dalla nonna perché deve fare qualche esame. Passa una settimana e...
‹‹ Mamma, mamma sei tor... ››
Mi zittisco in un secondo. Ha in braccio un neonato paffutello con tanti capelli neri e sta dormendo. Mi ingelosisco perché non so chi è però si trova nelle braccia di mia madre. La guardo dritta negli occhi e le chiedo:
‹‹ Chi è? E’ un altro cugino?Come si chiama? ››
Mia madre mi spiega che quell’esserino tanto piccolo è mio fratello Domenico. Sono sconvolta!! E’ un bel bambino, gli voglio bene ma nel cuore cresce un sentimento tormentoso di invidia che mi porta a fargli mille dispetti. Gli occhi dei miei parenti sono rivolti tutti a lui e io scompaio come se non esistessi più. Passa velocemente il primo anno e io sono sempre più irritata da questa situazione, di tutte quelle attenzioni amorevoli che Nico, è così che lo chiamiamo, riceve. Passa un altro anno, siamo nel 1991, mio fratello ha compiuto il suo primo anno ed è una peste: fa dispetti a tutti quanti. Manuel ha ormai dodici anni e purtroppo ha una ricaduta della malattia ancora più grave. Decisione immediata dei nonni: ritirano Manuel dall’anno scolastico salutando i suoi compagni con un triste sorrise. Manuel sa a che cosa va incontro e il suo cuore si frantuma nuovamente. Mia nonna è disperata, le sembra un incubo che non ha mai fine. Passa ore e ore a piangere senza mai farsi vedere da Manuel; gli da forza e coraggio nonostante nel suo cuore sa che un tumore se si ripresenta non da speranze. Ma lei in cuor suo si auto convince che anche questa volta Manuel ce la farà. E’ di nuovo chiuso in un ospedale privo di forze e i suoi fratelli gli vogliono un bene dell’anima ma lui col passare del tempo comincia ad odiarli tutti chiedendosi il perché era capitato proprio a lui. Ricomincia il piano di cure che prevede due cicli di chemioterapia e in seguito un trapianto di midollo. Manuel non ha donatori compatibili nell’ambito familiare, quindi viene avviata la ricerca di un donatore presso il registro dei donatori di midollo dell’Ospedale Gallera anche se i medici sono scettici. Manuel è in gravissime condizioni e non riesco più a trattenermi, i miei occhi sembrano lagune di acqua e il pianto ormai è incontrollabile. Sono ancora piccola ma purtroppo capisco pienamente la sofferenza e lo stato d’animo di mio zio, cercando di mettermi nei suoi panni, ricordando che è sempre un bambino. Manuel presenta continue infezioni che richiedono un’intensa terapia di supporto. E’ un bambino sfortunato: come sospettavano i medici, non risulta nessun donatore compatibile per poter procedere al trapianto midollare. Quindi i medici dell’Istituto Gascini di Genova decidono di effettuare un trapianto di midollo antologo. Viene effettuata immediatamente l’operazione sperando che il tutto vada per il meglio, senza ulteriori complicazioni. Manuel si riprende e viene dimesso ma passano solo quattro giorni e viene ricoverato d’urgenza: è ricomparsa la febbre con brividi dovuta ad un’infezione con pus del catetere venoso centrale. Manuel oltretutto manifesta anemia e insufficienza renale. E’ il 1992 e Manuel è stanco di lottare, è depresso ed entra in crisi con se stesso. Siamo ormai giunti al 23 novembre e Manuel ha nuovamente la febbre causata dalla broncopolmonite acuta. I medici lo dimetto nonostante rilevino uno sviluppo incompleto della scatola cranica. Viene seguito ambulatorialmente: passa il tempo e Manuel non ha grandi miglioramenti. Ormai ogni volta che lo andiamo a trovare i suoi sorrisi sono diventate smorfie. Vorrei baciarlo e abbracciarlo ma i medici l’hanno vietato: dicono che ogni persona può essere veicolo di infezioni. E’aumentato notevolmente di peso e si vergogna quindi porta sempre un cappellino per nascondere la testa priva di capelli. Manuel è distrutto non vuole più vedere nessuno, è incattivito e non ha più lacrime. Sembra si sia arreso, è debole, sia fisicamente che moralmente, spiega a sua mamma che ogni voce rimbomba nella sua testa. Sento mia madre raccontare un episodio a mia zia. Dice che è l’ultima volta è andata a trovare Manuel all’Ospedale l’ha trovato sotto le coperte, completamente immobile. Gli ha chiesto cosa stesse facendo e le sue parole sono state:
‹‹ Niente, sto solo provando a vedere come si sta da morti!!! ››
Tutti abbiamo la sensazione che Manuel non durerà a lungo ma lui non parla di sensazioni, sa esattamente che sta per morire, ne ha la piena certezza. Passano i mesi, è ormai è piena estate, Manuel guarda fuori dalla finestra attraverso uno spiraglio, la casa è buia non vuole ne anche si accendono le luci. Manuel mi regala un libro azzurro: è bellissimo. Sa che adoro leggere. E’un libro di favole e me ne vuole leggere una: Nano Nasone. Si raccomanda di non dire a nessuno che me l’ha regalato. Non vuole creare gelosie tra i cugini. Tengo questo libro come un diamante e non voglio che nessuno me lo tocchi. Anche se so che prima o poi mio fratello lo romperà perché essendo così piccolo non ne capisce il valore. Manuel peggiora considerevolmente e ogni giorno i dolori avanzano. Oggi è il 6 Agosto 1993 e Manuel non ha più la febbre e ne anche i dolori. La nonna piange davanti alle parole di mio zio. Racconta un avvenimento a cui non vorrebbe credere, forse per paura.
‹‹ Mamma, ieri ero sdraiato nel letto di questo orribile ospedale e stavo pensando a cosa succederà quando me ne andrò... se una volta lasciato questo mondo ne troverò uno migliore...se esiste veramente il Paradiso o se sarò solo una manciata di ossa messe in una bara sotto terra... quando... ››
La voce di Manuel trema e abbassa gli occhi quasi impaurito!
‹‹ Mamma, ho visto la Madonna fuori dalla finestra... aveva una pelle bellissima bianco latte... sembrava disegnata, di porcellana con le gote rosee e una tonaca che le scendeva fino ai piedi!! ››
Mia nonna gli spiega che è tutto a posto e che l’ha vista perché vuole aiutarlo. In cuor suo Manuel non crede più a niente e non ha più speranze e capisce, dal tono della voce di mia nonna, che sta mentendo.
Mia nonna esce dalla stanza e scoppia in un pianto lamentoso cercando di non farsi sentire: pensa che Manuel deliri e sa che non c’è più niente da fare. Voglio salutare mio zio perché ormai è oltre un mese che non lo sento e non gli faccio visita. Quindi insieme alla mia famiglia ci rechiamo in ospedale anche se mia madre è un po’ contraria a farmi entrare nella stanza di degenza di Manuel. Manuel non vuole vedere nessuno tranne me. Ha una respirazione affannosa ma riesce ancora a pronunciare il mio nome. Entro nella stanza e mi saluta con un sorriso che ormai non riconosce più: mi chiede di chiudere la porta. Manuel mi dice che gli angeli buoni sono venuti a prenderlo e che non può più farli aspettare per molto.
‹‹ E’ ora che tu sappia qual è il filo che lega il nostro amore ››
Lo ascolto rimanendo meravigliata: Manuel non muove le labbra, mi guarda fissa negli occhi e... non capisco come ma sento la sua voce nonostante lui non stia parlando. Forse è telepatia, ma chi può dirlo?!
‹‹ Sai Deborina, io e te abbiamo una cosa importantissima in comune: prima di nascere tu sei stata per un periodo nell’Angel Baby Word scelta tra mille per guardare dall’alto il futuro e io conoscerò questo magnifico posto tra poche ore e veglierò su tutti voi!! Siamo entrambi stati scelti da quella voce... quella soave voce...che ti ha guidato per tutto quel periodo, per due motivi diversi ma che comunque ci riportano alla stessa matassa!! ››
‹‹ Zio Manuel... fino adesso non ricordavo nulla...ora si, è magnifico!! allora tu sai tutto?? Quel posto è stupendo ma io voglio che tu resti con me!! Non andartene!! ››
‹‹ Impossibile... Quella voce appartiene a Dio e... Gli ho chiesto gentilmente di non farmi più soffrire e mi ha risposto che l’unico modo è lasciarsi cullare dalle sue braccia addormentarsi nel sonno eterno. Gli ho detto che sono pronto ma prima dovevo parlarti, dovevi sapere... ››
‹‹ Zio Manuel vorrei averti sempre qui con me ma se stando qui non sei felice e non puoi guarire... bhé allora non lo sono ne anch’io!! Vai pure Zietto io ti terrò sempre nel mio cuore e spero un giorno di rincontrarti! ››
‹‹ Addio dolce bambina dagli occhi turchesi: non lasciare che il Mondo ti svii e ti faccia perdere nelle mille dimore che incontrerai!! Ascolta sempre il tuo cuore e non chiedere mai... Dio ti ascolta e sa quando intervenire!! Ti solleverà da terra portandoti in braccio ogni colta che ne avrai bisogno!! E se rimarrai per terra non pensare che ti abbia abbandonato: sarai sola perché il nostro Padre sa che puoi farcela da sola, che sei in grado di scalare la montagna senza il suo aiuto!! Ti vuole bene, come te ne voglio io, come te ne vogliono i nostri cari, come te ne vorrà il mondo!! ››
Mi accingo ad uscire dalla stanza, arrivo sulla porta e mi giro a guardare l’ultima volta mio zio...ha già gli occhi... penso si sia addormentato... o forse lo voglio sperare...
‹‹ Addio zio... ››
Una lacrima segna il mio viso, il battito del mio cuore è aumentato e ho una gran voglia di urlare... ma la voce è strozzata e il magone non mi fa parlare...
Mia nonna mi guarda, capisce cosa è successo: entra di corsa nella stanza dove vede mio zio sdraiato in un letto di ospedale ormai consumato e...
‹‹ Aiuto... aiuto dottori mio figlio sta male ››
Mia nonna urla ed ecco entrare di corsa gli infermieri. Una di loro abbraccia mia nonna e cerca di trattenere il pianto! La tristezza invade il cuore di tutti, anche quando non conosci la persona che sta lasciando la realtà, soprattutto se si tratta di un bambino!! Tra loro emerge un dottore, non è il solito, sembra rude e...
‹‹ Signora mi dispiace ma per suo figlio non c’è più niente da fare, non risponde più ne anche ai comandi semplici, è in coma vigile, sta muorendo!! ››
Nonostante Felicetta sappia ormai da tempo che avrebbe perso il suo piccolo, questa notizia la sconvolge: abbraccia Manuel che oltre tutto ha sentito le parole del dottore e... una sola ed unica lacrima gli attraversa la guancia sinistra arrivando all’estremità della sua bocca! I miei nonni decidono di farlo dimettere e portano Manuel a casa dove viene posizionato nel letto matrimoniale dei suoi genitori. Manuel respira a stento siamo tutti dentro e lo guardiamo con occhi spenti come se ognuno di noi volesse dirgli qualcosa, ma nessuno ne ha il coraggio. Usciamo tutti dalla stanza... Manuel rimane solo con i suoi genitori: è il 7 Agosto 1993 e Manuel si lascia andare nel sonno eterno lasciando un vuoto immenso nei cuori di tutti. La tristezza avvolge tutto l’ambiente e anche il cielo piange!! E’ una splendida giornata di sole e... non so spiegarne la dinamica ma piove!! Sole e pioggia insieme mi fanno riflettere: la tristezza portata nei nostri cuori per aver perso un pezzo di vita deve portare anche gioia perché ha smesso di soffrire!! Ora lo Zio Manuel è felice e giocherà con tutti gli altri Angioletti del Paradiso.
Non ho coraggio di entrare a guardare il colore, ormai cianotico, della pelle di Manuel: voglio mantenere la sua immagine come un dolce ricordo.
Passano due giorni in cui mia nonna passa le ore a guardare il suo bambino inserito in una enorme bara di legno... lo guarda e lo accarezza senza aver paura, dice che è freddo e gli parla come se potesse sentirla! Chiede al Signore di compiere un miracolo riportando in vita e di non lasciarla sola. Non riesco a capire cosa bisbigli ma sento il tremore della sua voce. Non ha più lacrime e il volto di Felicetta è segnato più che mai, sembra invecchiata di almeno dieci anni! Tiene in mano un sacchettino di plastica contenete dei fili... è uno dei regali che mio zio le fece quando la degenza in ospedale era prolungata.


PARTE V

E’ il giorno del funerale e mia madre decide di non portare ne me ne mio fratello. Veniamo lasciati a mia nonna Pina a Brescia, la quale ci coccola infinitamente. Mio Fratello è piccolo e non capisce la gravita della situazione... gioca spensierato con delle macchinine sotto il portico mentre io lo guardo, quasi infissa, sdraiata sul dondolo! Continuo a pensare a Manuel, al suo faccino rotondo e ai suoi capelli neri a forma di funghetto: sento un vuoto dentro al cuore e le lacrime scendono lentamente sul mio viso, non riesco a trattenerle e mi sento impotente. Mia nonna ha preparato il salame verde e carne alla brace... ci mettiamo a tavola ma io non riesco a deglutire nulla. Il dispiacere è così forte che la bocca dello stomaco è contratta e...
‹‹ Deborina, amore della nonna, mangia qualcosa, non puoi stare a digiuno tutto il giorno ››
‹‹ Nonna, non ho fame! Che ore sono? ››
‹‹ Sono le 13.30 ››
‹‹ Tra un po’ inizia il funerale! Nonna lo sai che Manuel mi sta già guardando dal cielo!!? E’ diventato un angioletto e mi aiuterà sempre quando sarò in difficoltà ››
‹‹ Lo so... ma ora mangia, ti sta guardando e non vuole vedere la sua nipotina ammalarsi!! ››
Comincio a mangiare senza appetito, sembro un pulcino. Tutto è buonissimo, sento l’odore ma non i sapori.
Il giorno dopo i miei genitori mi vengono a prendere e... la mamma è distrutta, ha le occhiaie nere e un viso tristissimo. L’abbraccio forte, so che in questo momento ne ha un gran bisogno.
Torniamo a Milano e passano i giorni e almeno una volta al di penso a mio zio alzando gli occhi al cielo, forse con la speranza di poterlo vedere...
Arriva settembre e si ricomincia la scuola: frequento la quinta elementare, le mie compagne di classe hanno saputo dell’accaduto e mi vengono incontro abbracciandomi!! Cerco di trattenere le lacrime anche se i miei occhi sono rossi e colmi a tal punto da non poter controllare la situazione interiore. Le lacrime scendono senza volerlo. Sono in piena attività scolastica ma non sono molto contenta, Noris, insegnante di matematica e scienze, è molto buona e comprensiva, sempre pronta ad aiutarmi rimanendo a disposizione mentre Irene, insegnante d’italiano arrivata quest’anno è perfida e cattiva. Vuole prepararci ad una recita scolastica su Pinocchio, dove a me viene impartito il ruolo di Fata Turchina... non ci fa fare ricreazione perché dice che bisogna sapere la parte a menadito e che non possiamo permetterci di sbagliare. Non la sopporto: a causa di questa recita non frequentiamo il corso di nuoto.
Settembre passa in fretta e... il 5 Ottobre del 1993, è ancora molto presto e squilla il telefono di casa: mia madre balza giù dal letto, è spaventata e pensa alle ipotesi peggioro.
‹‹ Pronto... ››
‹‹ Teresa... ››
‹‹ Ciao mamma, dimmi, è successo qualcosa... ››
‹‹ No, tranquilla!! Sono in ospedale, è nata la bambina di Maria... ››
E’ la nonna, che dopo la morte di Manuel, ha finalmente pronunciato un primo sorriso!!
La domenica dopo ci rechiamo a casa della nonna, dove vive ancora mia zia, per conoscere Shana Valentina! E’ bellissima, ha delle manine e dei piedini paffutelli, gli occhietti scuri e i capelli quasi neri. Mia zia è molto contenta anche se si intravede un velo di stanchezza. C’è anche lo zio Vito, un omone alto con capelli lunghi e occhi scuri: è una persona di poche parole, i suoi si e i suoi no sono solo cenni del capo. Mia nonna prende la piccola Shana in braccio, è contenta e dice che assomiglia a Manuel. Passano i mesi e arriva l’estate; la scuola è finita e io sono contenta perché nonostante sia stato un anno faticoso in cui i miei voti non superavano la sufficienza... durante gli esami ho percepito la presenza di mio zio Manuel, era li con me, mi stava accanto e mi aiutata a tira fuori la voce, era come se lo sentissi parlare... mi suggeriva cosa dire! Le mie insegnanti sono contente del mio operato e io ho superato gli esami per poter accedere alla scuole medie inferiori. I miei genitori lavorano fino a tardi così portiamo mio fratello a Brescia, dove passa tutta l’estate e tornati a Milano mi portano dalla nonna materna. Insieme a mia zia Maria e alla piccola Shana passo splendide giornate in piscina a giocare. E’ giovedì mia zia deve fare una visita di controllo, quindi io resto con la nonna: giochiamo a carte per circa un’ora e poi mia nonna decide di andare un po’ a sdraiarsi nella stanza di Manuel. Quella camera è cupa, non apre mai le persiane e sopra il suo letto è stato affisso un quadro dipinto a mano da un pittore di strada, con un gran talento, che raffigura il volto di mio zio. Mi nonna lo guarda e piangendo prega il buon Dio di prendere anche lei nel suo regno così da colmare il suo dolore ormai inarrestabile. Mia nonna vede una luce immensa e sente una vampata di calore avvolgere tutto il suo corpo... ha una gran paura e corre in cucina: si siede è tutta sudata e le chiedo se sta bene, ma non ricevo risposta! Le verso un po’ d’acqua in un bicchiere e Felicetta beve sorseggiando. Si è calmata ma guarda, senza mai distogliere gli occhi, una fotografia di Manuel. La fisso e cerco di capire cosa può averla sconvolta tanto: i suoi occhi sono così espressivi...
Arriva la sera e siamo riuniti a tavola: mia nonna ha preparato le scarpelle con sopra le acciughe! Non ho molta fame ma... ne divoro una decina solo per ingordigia. Sono così piena che mi viene sonno e mi addormento in un baleno.
E’ un sonno un po’ agitato: finalmente mi tranquillizzo e...
‹‹ Zio Manuel... ››
Mi appare in sogno e sono felicissima!! Sto parlando con lui e mi dice che gli manco e gli mancano tutti coloro che gli hanno voluto bene ma che ora lui è felice. Beviamo la stessa acqua da una fontanella e mentre mi abbasso per potermi dissetare mi tiene per mano e mi dice qualcosa di insensato... inserendo dei numeri!! Mio zio è lontano sta scomparendo e io lo chiamo piangendo!!
‹‹ Zio Manuel... Zio Manuel non andare via aspetta... ››
Mi sveglio di soprassalto e mia nonna mi è accanto che cerca di calmarmi mentre mi asciuga la fronte fradicia di sudore.
‹‹ E’ stato solo un brutto sogno... calmati piccolina! ››
Io la guardo e le sorrido...
‹‹ No nonna, è stato un magnifico sogno, non sai quanto ››


PARTE VI

L’estate è finita e si ritorna a scuola! Inizio la prima media e direi proprio che non mi piace!! Passa il primo quadrimestre e mia madre viene convocata dai professori per parlare di alcune problematiche. La professoressa d’Italiano, una donna di quarant’anni, alta e magra, con occhi color nocciola e capelli biondo cenere, le chiede se in famiglia abbiamo qualche problema perché non riesco a socializzare con nessuno, non parlo ne con i professori ne con i compagni. Durante la ricreazione non gioco, ma mi siedo in un angolo e aspetto senza far nulla il suono della campanella che indica l’inizio delle lezioni. Vengo allontanata e derisa da tutti i miei compagni che mi chiamano sfigata: io li guardo come se fossi impassibile, non ho reazioni, non piango e non mi arrabbio. Mia madre mi chiede se ho voglia di parlarne ma non mi confido. E’ un brutto periodo, entro in conflitto con me stessa, non so cosa voglio e non so cosa sono: respiro perché è un atto essenziale ma non so perché lo faccio. A volte vorrei morire perché non capisco il significato della vita. Mille sono i pensieri filosofici che attraverso la mia mente... passano tutti da un estremo all’altro ma nessuno si ferma. E’ come un lungo viaggio, su un’infinita autostrada. La mia testa è completamente vuota!! Sarà una fase di crescita, almeno spero. Mi chiudo sempre di più in me stessa, come una chiocciola e il mio sguardo si alza solo nel momento in cui odo la presenza di mio zio Manuel. I miei occhi sono tristi come l’anima del mio cuore. Penso che al mondo ci siano troppe persone afflitte dagli innumerevoli dispiaceri che purtroppo la vita riserva. Credo di essere entrata nel cerchio, un cerchio da cui non so come uscire. Ho undici anni e mi paragono ad una mela divisa in due: una parte è matura e una acerba! La parte matura è dovuta ad una crescita precoce data dalle continue responsabilità imposte per forza maggiore! La parte acerba... sono diversa da tutte le altre ragazzine. Dopo la scuola mi reco a casa e non apro mai i libri per fare i compiti a meno che non si tratti di disegni. Mi piace ancora giocare con i bambolotti facendo finta di essere una mamma dolce e buona!! Alle mie compagne di classe non dico mai niente; loro parlano di ragazzi e si confidano dei piccoli segreti come il primo bacio o l’uscita al cinema con il fidanzatino.
Ho paura di avere qualche problema perché i maschi per me sono esseri insignificanti e non li guardo, almeno non sotto questo aspetto. In seconda media entra a far parte della nostra classe Daniele, un ragazzino che purtroppo è costretto sulla sedia a rotelle per una grave malattia che gli ha paralizzato gli arti. Lo guardo e... assomiglia, in alcuni tratti, allo zio Manuel. Non so come mai ma me lo ricorda espressamente: è molto dolce e simpatico e sorrido ogni
E’ l’ultimo anno di scuola media e comincia ad emergere il mio caratterino. Ho combinato un bel pasticcio: aspettando mio fratello che esce dalla scuola ho scritto e disegnato con un evidenziatore arancio fosforescente su alcuni pali della scuola insieme ad alcune compagne di classe, compresa mia cugina Francesca, magra, bionda con occhi nocciola e una sua amica. Mia cugina e la sua amica hanno avuto la bella idea di scrivere qualcosa di volgare su una ragazza della scuola... con il mio evidenziatore. Il giorno dopo tutti i docenti si riuniscono per castigarci, visto che qualcuno ha “fatto la spia”. La decisione scolastica è di passare due ore fuori dalle lezioni a dipingere i pali per cancellare le scritte. L’Anno passa e finalmente finisco le medie uscendo a mal pena con la sufficienza. Uscire dalle medie non significa uscire dal cerchio. Tutte le mie compagne di classe si scambiano numeri telefonici e indirizzi, mentre io non lo faccio con nessuno e nessuno me lo chiede. Sembro una ragazza abbandonata a me stessa che non vuole essere circondata da nessuno; negli occhi la speranza di vivere nella serenità di chi non vuole vivere. La tristezza inonda il corpo e l’anima di una fanciulla che non sa ancora cosa vuole dalla vita...
Manuel rimane sempre al mio fianco e penso che ognuno di noi abbia un angelo custode: il mio è lui! E’ morto come corpo ma non come anima, vive nei miei ricordi che rimangono sempre intatti e non si dissolvono mai. Non tutti sanno morire, bisogna esserne capaci! E lui, con i suoi appena quindici anni è morto da uomo: un bambino che sapeva cosa stava accadendo ma nonostante la tristezza invadesse il suo cuore dava coraggio alla sua mamma che è invecchiata precocemente stando al fianco di un piccolo fiore che non poteva ne essere coltivato ne essere colto. Un bambino cresciuto in una campana di vetro, allontanato da tutti, senza poter vivere ogni fondamentale momento della crescita evolutiva! Un bambino che affronta la morte con il sorriso falso di un condannato, non per aver compiuto atti puniti dalla legge ma solo per aver la colpa di nascere; una colpa che non esiste perché nascere è un miracolo divino e non si può far altro che ringraziare colui che la dona; è sbocciare come fanno i fiori a primavera. Manuel è morto e con lui la mia voglia di vivere; inconsciamente voglio provare cosa significava per lui non poter stare a contatto con gli altri, ridere e scherzare parlando di argomenti senza senso come fanno i ragazzi della mia età e della sua. Mi rivolgo a tutti coloro che hanno il dono della vita e dicono:
‹‹ Ho voglia di morire ››
quando al mondo c’è chi sta morendo e dice:
‹‹ Ho voglia di vivere ››



PARTE VII

Ormai sono una signorina, ho quindici anni sono in piena adolescenza. Porto i capelli lunghissimi, sotto il sedere, e sono molto magra. A guardarmi sembro una bambina viziata, ma non è così, è solo apparenza. Arriva settembre e mia madre è riuscita a convincere mio padre a farmi provare almeno il primo anno di superiori. Sono iscritta alla prima A della Scuola Regina Mundi San Vincenzo a Milano (scuola superiore magistrale diretta dalle suore francesi): è il primo giorno di scuola, entro in classe e mi siedo in seconda fila. Ho deciso che da quest’anno la mia vita cambierà: voglio crescere e essere espansiva, voglio credere nelle amicizie e coltivarle. Indosso una salopette di jeans con una t – shirt bianca e blu con disegnata su una tastiera a forma di cuore. La classe è spoglia e ci sono enormi finestroni che danno sulla strada. E’ una scuola molto pulita: sento l’odore di eucalipto e il pavimento in ceramica è lucido a tal punto da specchiarsi. Passano in mesi in fretta e io mi trovo bene, ho legato una forte amicizia con una ragazza di colore, si chiama Fredeline, arriva dal Madagascar e suo padre era francese. E’molto magra, con lunghi capelli neri e ricci. Non ha mai conosciuto i suoi genitori naturali. E’ stata adottata da due dottori: in famiglia sono in cinque, oltre a lei hanno adottato altri due ragazzi. Poi c’è Ilaria, una ragazza italiana, molto cattolica: magra, con lunghi capelli biondo cenere e occhi verdi. Noi tre insieme siamo diventate inseparabili. A fine settimana vorrei uscire ma mio padre non vuole, dice che sono piccola. La sofferenza nel mio cuore aumenta perché mi sento reprimere e mi sembra di vivere in un incubo. Non posso truccarmi, non posso mettere lo smalto, non posso uscire, non poso dare il mio numero di telefono a nessuno, è assolutamente vietato uscire, conoscere e parlare con i ragazzi. E’ un brutto periodo e spesso piango: vorrei scappare lontano dal mondo per volare via come fanno le larve quando si trasformano in farfalle. Arriva l’estate e io sono stata promossa con la media del sei. La mamma è contenta perché comunque sono riuscita a passare il primo anno, che solitamente è più tosto. Non reggo più la situazione: questa mattina mia madre comincia ad urlarmi dietro, litighiamo e mi dice:
‹‹ Ora vado al lavoro, ne riparliamo stasera. Tieni d’occhio tuo fratello e non dirgli che te ne vuoi andare di casa!! ››
La guardo ma non le rispondo. Sono stufa di stare alle loro regole, o meglio qui non ci sono regole ma solo dittatura.
Faccio un piccolo bagaglio, lascio mio fratello dalla mia vicina e gli dico che torno subito. Lascio un biglietto sul mobile in anticamera:
“ Cara mamma e caro papà, vi voglio molto bene, ma voi non mi lasciate vivere. Sono triste e non vorrei farmi soffrire, ma ormai ho sedici anni e non potete tenermi legata in casa a curare Nico. E’ mio fratello, anche lui voglio bene ma voglio vivere. Me ne vado di casa sperando che un giorno voi mi possiate perdonare. Non cercatemi, non mi troverete, magari me ne andrò un po’ all’Hotel Quark poi vedrò... vi voglio bene. Debora!! ”
Sto fuori tutto il pomeriggio a casa di un compagno di classe. Arrivano le 19.00 e il telefono di casa di Marco squilla. Ci guardiamo in faccia e sospettiamo sia qualcuno che mi sta cercando.
‹‹ Pronto...? ››
‹‹ Ciao Marco, sono Suor Giulia... ››
‹‹ Buona sera Suor Giulia, mi dica... la mamma non c’è... ››
‹‹ No Marco, ho bisogno di te! Debora, la tua compagna di classe è scappata di casa e la stiamo cercando. Volevo sapere se l’avevi vista e se era da te...? ››
‹‹ Mi dispiace, ma non siamo molto amici e quindi non l’ho vista!Buonasera ››
‹‹ Spero ti abbia detto la verità! Buona sera! ››
Era la Preside della scuola che stava chiamando l’intera classe per riuscire a ritrovarmi. Passano le ore, ormai sono le 22.30 e decido di chiamare Suor Luciana, sempre della mia scuola.
‹‹ Suor Luciana, sono Debora, ho saputo che mi state cercando, ma io non torno a casa... ››
Suor Luciana, non so come ma riesce a convincermi a vederla e ci incontriamo per poter parlare. Mi spiega che mio padre è casa che sta piangendo e che ha capito di aver sbagliato. Riesce a farmi chiamare a casa per tranquillizzare la mia famiglia. Mia madre mi dice di tornare a casa, ma la sua voce è dura e le rispondo secca in maniera negativa. Mi passa mio padre, che piange e mi implora di tornare a casa e mi dice che non succederà nulla, di non preoccuparmi. Lo ricatto facendogli promettere di lasciarmi un po’ di libertà.
Aggancio il telefono e mi faccio portare a casa. Sono molto dispiaciuta ma forse a qualcosa è servito. Dopo una breve chiacchierata, Suor Luciana ritorna a casa e io rimango a casa con i miei genitori. Mio padre scoppia a piangere nuovamente e io lo abbraccio perché da che mondo e mondo le figlie femmine hanno un debole per il padre. Il Giorno dopo chiedo la possibilità di poter uscire e mi viene concessa. Ora qualcosa cambia in meg