La rosa nel canale - di Argo Toffoli
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 22/08/2006 alle ore 11:19:22
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E’ l’alba, siamo di ritorno a casa, bisognerà lavare la coperta, ordinare in alte pile le cassette vuote del pesce, lavare la rete, appena arriveremo in porto, finalmente potrò fare una doccia e levarmi questa puzza di dosso.
E’ un lavoro duro quello del pescatore, non invidio mio padre che sono trenta anni che fa questa vita
Mi chiamo Piero, e lavoro su questa barca da quando avevo ancora i calzoni corti, è un modo di dire naturalmente, perché anche adesso mi ritrovo in brachette e di anni ne ho qualcuno di più.
Siamo all’imboccatura del porto, vedo mia madre affacciata alla finestra, abitiamo in una piccola casa della Corricella, una delle tante case di questo piccolo borgo di pescatori, due stanzette un bagno una piccola cucina e un soppalco, dove dormo, studio, e ascolto la mia musica preferita.
Mia madre ci manda un saluto agitando una mano, il tempo di ormeggiare e troverò la mia colazione pronta sul tavolo della cucina, una tazza di latte fumante e del pane fresco sfornato da poco.
Mio padre è al timone, affronta con bravura la manovra di arrivo nel porticciolo, fuma, come al solito.
E’ in gamba mio padre, parla poco, ma sa ascoltare, e dire le cose giuste in ogni occasione.
Ci capita spesso di lavorare fianco a fianco, io da una parte lui dall’altra, a sistemare pesci nei cassetti o a tirare la rete, anche se ha più del doppio dei miei anni, la sua rete è sempre più pesante della mia.
Se ho un attimo di stanchezza, se ne accorge subito, mi tocca su una spalla, le sue mani callose indurite da una vita di lavoro sanno essere delicate, mi scosta e continua da solo sobbarcandosi anche la mia parte di lavoro.
La barca da pesca è di nostra proprietà, mio nonno la battezzò Graziella, in onore di mia nonna, mio padre l’ha avuta in eredità e con essa ha eredito anche una vita dura di sacrifici. Lui è il capo barca, ma è anche il falegname, il meccanico, e assolve a tanti altri ruoli. A osservarlo mentre lavora, le operazioni più difficili e complicate sembrano semplici, eppure quella facilità che ha di fare le cose è il risultato di anni di duro lavoro ed esperienza.
Ma mio padre non è solo questo, ama leggere e gli piace la buona musica, come la chiama lui, l’opera, i tenori, e i Beatles un complesso famoso negli anni della sua gioventù, e poi ha un amore assoluto per mia madre, sono insieme da quando erano bimbi, ma il tempo per loro non è mai trascorso,dopo trenta anni solo i capelli bianchi e qualche ruga danno il senso degli anni trascorsi, il loro amore è forte e infinito come il primo giorno, ridono e scherzano in continuazione, si fanno dispetti e bisticciano solo per il gusto di far pace. Già! I miei genitori sono speciali, e soprattutto sono felici, e oggigiorno non è cosa da poco.
Come siamo nel porto, mio padre mi guarda ha un sorriso e mi fa cenno di andare.
Io salto sul primo gozzo che mi capita a tiro, veloce mi dirigo verso la banchina, saltello da una barca all’altra con un’agilità che è frutto d’anni trascorsi a giocare sulla banchina, e di innumerevoli recuperi di palloni da calcio cascati in mare.
Le barche ondeggiano e cedono sotto il mio peso, ma gia il piede è su un altro canotto, è una danza, una danza che se non pratichi bene ti fa ritrovare a mollo.
Un ultimo salto e sono sulla terra ferma. Saluto mio nonno che di prima mattina è al suo posto di lavoro, un enorme ombrellone lo ripara dal sole, la rete sulle gambe, e una veloce spola nelle mani, annoda il filo di nailon ad una velocità incredibile, i nodi ricuciono gli strappi delle nostre reti, un mezzo toscano, perennemente in bocca, gli tiene compagnia.
Come arrivo a casa la prima cosa è una doccia calda, e corroborante, tira via la stanchezza e l’odore del pesce.
Mia madre, figlia di pescatori, moglie e madre di pescatori odia quel lezzo, e guai a lasciarle abiti da lavoro in giro per casa.
Ha sistemato,sulla loggia d’ ingresso, un paio di armadietti e ci obbliga a cambiarci fuori anche se è pieno inverno, mio padre brontola, ma si adegua, mamma sa farsi rispettare quando vuole.
Anche se è la metà di papà quando si arrabbia diventa un gigante ed è difficile tenerle testa, mio padre subisce le sue sfuriate a testa bassa, poi quando lei si è sfogata, le si avvicina e le da un bacio, lei finge di arrabbiarsi ancora di più, poi fa un sorriso e lo scaccia via in malo modo, non prima però di avergli fatto una leggera carezza.
Ingurgito la colazione a velocità folle col rischio di strozzarmi, recupero la mia sacca e dopo un attimo sono di nuovo in strada, faccio volando le scale che mi portano a San Rocco. Andrea è già lì che aspetta da mezz’ora e brontola e freme per l’impazienza, Andrea è il mio migliore amico, ci siamo divisi tutto dalla nascita, dal biberon, alle ragazze.
Oggi inizia il torneo estivo di calcio, e non possiamo ritardare proprio il primo giorno.
Indosso il casco, salto su e partiamo.
Il vecchio motorino arranca per la salita, è talmente malandato, che quando diventò obbligatorio l’uso del casco, Andrea aveva il dubbio che il suo cinquantino non avrebbe retto al peso supplementare della scodella di mezzo etto che portava in testa.
Ha risolto il problema alleggerendo il serbatoio tanto è vero che è sempre a riserva.
Arrivati al campo ci cambiamo in un attimo, gli altri già sono sul terreno di gioco, abbiamo un faccia a faccia con i nostri avversari, l’incontro è tra la Corricella e una squadra composta dai villeggianti, tutti napoletani con qualche straniero, i soliti bergamaschi che trovi dappertutto.
Le nostre divise consunte da secoli, si fa per dire, di campionati, disputati su ogni tipo di campo, dal cemento del cortile della scuola media, al campetto di pallavolo del nautico, fanno sorridere i nostri antagonisti, tutti agghindati con felpe e parastinchi, qualcuno sfoggia addirittura le scarpette di calcio bianche alla Baggio.
Orecchini e cotechini nel senso di pancette abbondanti, la squadra avversaria non brilla certo per tenuta atletica, qualcuno si salva, ma buona parte di essi, gli ultimi cinquanta metri di corsa li hanno fatti per raggiungere un ristorante.
Entriamo in campo, gli spalti sono gremiti (si fa per dire)saranno in tutto un centinaio i pochi fedeli della Corricella e tutto il resto del tifo è dell’altra squadra, mamme,amici,fidanzate, parenti, cugini, cioè tutto il set familiare che sono soliti portarsi appresso quando vanno in vacanza, non manca nessuno, qualcuno si è portato anche il cane.
Al fischio dell’arbitro partono in tromba, corrono e sudano, il tifo avversario si scatena, dai Henry, forza Jenny, c’è pure Suellen fra il pubblico, cose da pazzi, Beautiful ha rivoluzionato gli onomastici e i calendari degli ultimi 10 anni.
Il centravanti del gruppo, è uno di quelli che ha fiato, corre abbastanza, e sembra allenato, mi punta, e mi salta.
Da un gruppo di ragazze sugli spalti si alza un urlo di gioia, dribbla con eleganza un altro mio compagno, e mi da il tempo di riposizionarmi, gli sono di nuovo addosso, lo spintono, lo strattono sto per togliergli la palla stendo la gamba et-voila, è come se al mio avversario spuntassero le ali, vola per aria in piena aria di rigore e atterra sul prato come un uccello con le ali spezzate, lo stronzo si è buttato, e gli va anche bene, l’arbitro, un professore di matematica in pensione, assegna il rigore.
Una breve rincorsa e l’imbroglione raccoglie il frutto della sua truffa.
Corre e saltella si esalta si aggrappa alla rete come se avesse vinto i mondiali, un coro di Barbies commenta l’azione strillando.
"Aldo, Aldo"
Magliette che coprono giusto le tette, ombelichi al vento e braccialetti e medaglie dappertutto,qualcuna fuma, altre sono intende a rifarsi il trucco, smorfiose del cavolo, mi stanno sulle scatole. Ogni anno le vedi arrivare, bianche come ceri, e il giorno dopo rosse e spellate come pomodori alla brace, hanno sempre da ridire su tutto, la discoteca del mio paese è più bella e più grande, noi giochiamo a minigolf allo yacht club di mio padre, tutte motorizzate, qualche fortunata esibisce una SMART con la reclame di una banca. E tutte che se la tirano, snobbano i ragazzi dell’isola e ci trattano alla stregua dei trogloditi.
Una delle più scatenate si agita, starnazza a più non posso, si aggrappa alla rete, e vi appoggia le labbra, il pavone di turno si avvicina e la bacia fra gli applausi del resto della comitiva, si piega in un ridicolo inchino, poi si volta verso la nostra rete, e mi trova sulla sua traiettoria, non ha niente di meglio da fare che sfottermi, mi indica con il palmo della mano aperta alzando il braccio quasi a dire, che non c’è sfizio, e visto l’avversario, il risultato era scontato.
Dal gruppo si alza una risata di scherno. Io mi avvicino con noncuranza e quando sono proprio a portata di spalto gli faccio il classico segno con il dito medio.
Apriti cielo, il branco si scatena, fischi a non finire, la biondina del bacio vorrebbe strozzarmi, mi dice di tutto, cretino, idiota, scemo, e usa anche qualche altro termine che non sto qua a trascrivere, se no la lettura diventerebbe per soli adulti.
Faccio spallucce e mi allontano, seguito da improperi, la partita continua, pareggiamo e poi verso la fine del secondo tempo, il bravo Aldo prova ad esibirsi di nuovo.
Già ,ma io me la sono legata al dito, non gli do troppo vantaggio, e quando mi viene a portata di piedi, prima guardo alla distanza che ci separa dalla linea dell’aria di rigore e poi gli do un buon motivo per volare.
Stramazza, rotola nella polvere e strilla tenendosi una gamba.
Esagerato penso fra me, per un calcetto.
Solo dopo mi rendo conto di essere un po’ troppo sotto gli spalti dei miei avversari.
La biondina di poco prima si scatena di nuovo.
Gli devo stare proprio sulle scatole.
- Cretino, sei solo un cretino!
Non trovo meglio da fare che mandarla a quel paese.
Nel farlo incrocio il suo sguardo.
Ha due bei occhi azzurri che in questo momento lanciano fiamme.
- A me non mi ci mandi, hai capito idiota.
Io per tutta risposta le ripeto l’invito.
Se potesse entrare in campo, me la vedrei brutta per come è arrabbiata, ma la rete di sicurezza per fortuna ci separa.
Le volto le spalle e mi avvio verso l’arbitro che ha già estratto il cartellino rosso.
Credo che la contesa fra noi sia finita vista la sua impossibilità di oltrepassare lo sbarramento, ma la bionda malefica ha trovato il sistema per farmi avere un messaggio.
Uno zoccolo di legno vola da sopra la recinzione, e poco ci manca che non mi apra la testa, la pazza scatenata si è arrampicata sulla barriera e ha effettuato un lancio micidiale.
Mi chino raccolgo lo zoccolo e lo ficco nella molla del mio pantaloncino, poi mi sorbisco la ramanzina dell’arbitro e mi avvio agli spogliatoi facendo il giro del campo in modo da evitare gli spalti.
La pazza strilla come una forsennata. Ma non m’impietosisce per niente, mi ha tirato lo zoccolo, bene vuol dire che può farne a meno.
Mi cambio faccio una doccia, e poiché manca mezzora alla fine della partita, decido di avviarmi a piedi.
Sono quasi a Sant’Antonio quando una moto, mi stringe sotto il marciapiede, mi avvicino al muro per dargli strada, ma l’idiota non si da per vinto, alla fine mi ritrovo incastrato fra il muro e la ruota d’avanti di un SH150, sto per dirgliene quattro, quando noto che il tizio, anzi la tizia va in moto a piedi scalzi.
Non proprio a piedi scalzi, stranamente ha un solo zoccolo.
Credo di sapere chi ha l’altra meta del paio.
Tira via il casco, e una cascata di capelli biondi le scivola sulle spalle.
Poi con tono calmo mi fa.
- Senti bene imbecille! Ti conviene restituirmi subito il mio zoccolo.
- Non se ne parla nemmeno.
- Farai bene a darmelo se no ti becchi anche quest’altro, e da tanto vicino è difficile che sbagli.
- Provaci e ti denuncio!
- Mi fai un baffo, mio padre è avvocato e gli idioti come te, se li mangia a colazione.
- Bene! Vorrà dire che dopo la colazione tu avrai entrambi gli zoccoli.
Scende dalla moto la mette sui cavalletti, poi si incastra fra me e il suo motorino, siamo faccia a faccia, punta un dito minaccioso contro la mia maglietta proprio a centro delle costole e spingendo con l’unghia affilatissima mi fa
- Adesso basta! Voglio il mio zoccolo e lo voglio subito.
E’ più bassa di me, anche se di poco , questo la costringe a spingere indietro la testa per parlarmi. Stringe i denti, ha le guance arrossate, per la tensione, e i capelli arruffati, non fa altro che agitarsi, è buffa e mi viene quasi da ridere, non lo faccio perchè sarebbe capace di tagliarmi la cola con quell’unghia affilata, decido così di venire a un compromesso, e le propongo.
- Facciamo una cosa, ti restituisco lo zoccolo se mi dai un passaggio.
- Preferisco andare scalza per il resto della vita.
- Va bene! - Le dico scostandomi dalla mia incomoda posizione e girando attorno al motorino.
- Questo vuol dire che me lo tengo.
Faccio per andarmene quando lei mi trattiene per un braccio.
- Dove devi arrivare?
- Alla Corricella
- E dove si trova?
La guardo con compassione.
- Stai a Procida e non sai dov’è la Corricella?
- Sono arrivata ieri, non conosco l’isola.
- Ti indico la strada.
Poi aggiungo.
- Tu dove abiti?
- Non sono fatti tuoi. - Mi dice per tutta risposta.
Salgo prima sul motorino, e poi le porgo lo zoccolo, sarebbe capace di squagliarsela pur di non darmi la soddisfazione di accompagnarmi. Capisce la mossa e questo la innervosisce ancora di più.
- Dammi la borsa che la metto d’avanti - gliela porgo titubante e questo le strappa un sorrisetto cattivo.
Monta in sella,appoggia la borsa fra le gambe, mette in moto e tira via il cavalletto, poi accelera in modo nervoso, e già incomincio a pentirmi della mia stupida idea.
- Dove devo andare?
- Vai sempre dritto, le dico, indicandole la strada.
Parte come una scheggia, sono costretto ad aggrapparmi a lei per non cadere di sella, la sento sogghignare per la soddisfazione, smette però quando le cingo la vita con entrambe le braccia per trattenermi, si irrigidisce, sento la tensione tenderle i muscoli della schiena, sono io che sogghigno questa volta.
Non mi chiede di staccarmi e io non lo faccio,
Le indico la strada man mano che proseguiamo, pochi minuti e siamo arrivati.
Arrivati alla Corricella mi aspetto che dopo avermi tirato la borsa lei scappi via come una scheggia, invece smonta di sella e si affaccia al parapetto del belvedere, si guarda un po’ intorno e sembra apprezzare il paesaggio.
- Tu abiti qui?
- In quel gruppo di case lì in fondo
- È bello il posto, mi piacerebbe visitarlo.
- Sei libera di scendere quando vuoi.
- Anche adesso?
- Certo!
- Va bene, fammi posare il casco.
Si gira verso il motorino e traffica un po’ troppo con la chiave, deve avere problemi con la serratura dello sterzo, poi sempre di spalle alza la sella vi ripone il casco, e si volta con la mia borsa fra le mani.
- Hai dimenticato qualcosa - mi fa.
Le tolgo la mia borsa di mano e mi avvio.
È più rilassata e tranquilla, sembra quasi diventata un’altra ragazza, sorride e mi segue, scendiamo di corsa le scale, arrivati in fondo rimane incantata da quello che vede, osserva tutto con attenzione,
Le case che affacciano sul mare, i colori, le barche di pescatori, la Corricella è un posto fantastico.
- Quante barche, è bello quaggiù e poi niente macchine ne traffico e c’è questa pace.
Sembra godersi la passeggiata lungo il molo, a tratti si ferma e si gira intorno per ammirare il paesaggio.
Arrivati all’unico bar che c’è sul porto.
- Ti va un gelato?
- Paghi tu però.
- Va bene.
Prendo due coni e ne porgo uno alla mia sconosciuta ospite.
Ci sediamo sul pontile con le gambe nel vuoto e ci gustiamo il gelato.
- Come ti chiami?
- Perché me lo chiedi?
- Così! per niente. Lo avrai un nome no?
- Gabriella, tu come ti chiami?
- Piero.
- Che fai di bello oltre a spezzare le gambe degli attaccanti? - Mi dice con una punta di cattiveria.
Accuso il colpo, sorrido, e le rispondo.
- Per adesso il pescatore, ma ho altri progetti.
Poi mi volto intorno a cercare la mia barca.
E mostrandogliela le dico.
- Lavoro su quella.
- E’ tua?
- No, è di mio padre.
- Non sono mai stata su una barca da pesca, me la fai visitare?
Perché no penso fra me.
La aiuto ad alzarsi e salto sul canotto più vicino.
Poi le do la mano per aiutarla a scendere, come appoggia il piede sulla prua, la barca si muove e lei rischia di finire in acqua, la agguanto al volo e la tengo dentro bordo, nel farlo la afferro per la vita, e me la ritrovo fra le braccia, è una sensazione piacevole.
Lei sorride spaventata, poi si rende conto della nuova condizione e si scosta, lo fa con gentilezza e garbo non sembra sia infastidita.
La lascio andare, si siede su uno dei sedili, prendo i remi e spingo la barca verso il centro del porto, mi accosto sotto il peschereccio e le do una mano a salire a bordo.
- Questa almeno è più stabile - mi dice ridendo.
Le mostro la barca, la cabina con il timone e il radar, le reti e gli attrezzi.
Guarda tutto con interesse, chiede ogni tanto qualcosa, è incuriosita da tutto.
È piacevole la sua compagnia.
Parliamo per un po’, poi la riaccompagno a terra.
- Poco dopo ci salutiamo.
- Ciao! - mi fa.
- Credo che ci rivedremo.
- Può essere - le dico,
- L’isola è piccola.
- OH! Mi cercherai!
Aggiunge, con una strana luce negli occhi.
- Vedrai che mi cercherai.
Mi viene vicino, si alza sulle punte dei suoi riconquistati zoccoli, e mi da un bacio.
Poi va via lasciandomi senza parole.
Non è stato proprio un bacio, mi ha giusto sfiorato le labbra, ma è stato come prendere la scossa.
La conoscenza con questa mezza matta mi ha scombussolato, prima così arrabbiata e poi quel cambiamento, fino al bacio.
Ci penso mentre salgo le scale di casa, ci penso mentre faccio la doccia, una strana allegria mi prende.
Ci penso anche dopo quando prendo a disfare la sacca, la maglietta , i calzini, l’accappatoio, lo shampoo, i pantaloncini e le....
Le scarpe, dove sono le scarpe nuove, accidenti le ho comprate proprio per il torneo, si e no ci ho giocato un tempo.
Le ho rimesse nella borsa alla fine della partita, sono sicuro di questo, e adesso non ci sono più.
Questo vuol dire solo una cosa.
Gabriella si è vendicata, ha usato la legge del taglione, con la sua faccetta innocente, mi ha fregato le scarpe sotto gli occhi senza che me ne accorgessi.
Quel trafficare quando a chiuso il motorino, la passeggiata, tutto al solo scopo di distrarmi dalla borsa.
- Ma dove la rintraccio adesso?
Per il resto della settimana vado in giro per Procida, alla ricerca di Gabriella, ma di lei nemmeno l’ombra.
Poi quando mi sono quasi rassegnato, la ritrovo.
Succede un lunedì mattina.
Sono rientrato da pescare, e invece di fare la doccia ho deciso.
Non c’è rimedio migliore alla puzza del pesce di un bel bagno alla Chiaia.
La Chiaia è un tratto di spiaggia racchiuso in una conga assolata, uno dei posti più belli dell’isola. Ci sono due possibilità per arrivarci, una serie di scale infinite, o una barca.
Metto in moto il piccolo gozzo, che usiamo anche come lampara, e mi avvio verso la Chiaia, fuori dalle boe, do fondo e mi tuffo, l’acqua è ancora fredda, siamo a Giugno e l’estate è iniziata da poco, quattro bracciate, e risalgo con l’intenzione di stendermi al sole e dormire qualche ora. È dura lavorare di notte, specie d’estate, quando il divertimento ti ruba più di qualche ora di sonno.
Sto lì tranquillo, provo ad addormentarmi, il leggero rollio della barca mi culla, ed ecco che un gruppo di ragazzi su un motoscafo passa a tutta velocità a dieci centimetri dal mio gozzo, la scia della barca crea delle onde altissime, poco ci manca mi buttino in acqua
Gli idioti se la ridono, fanno un altro giro e fermano il motore a pochi metri dal mio gozzo.
Alzo la testa per vedere se conosco i molestatori, sono in sei, birre alla mano, musica a tutta forza, e dall’odore anche qualche spinello.
Una delle ragazze siede di spalle e si sbaciucchia con uno della ciurma, le altre due schiamazzano e ridono a più non posso.
- Hei! Ma non avete un posto migliore dove andare a fare casino?
Manco mi rispondono, devono essere completamente fuori.
La tipa che è a prua lascia per un attimo il suo bello è si volta verso di me, la riconosco subito, è Gabriella, è ancora più bella di come me la ricordavo, indossa un costume microscopico ed è in una condizione pietosa. Sembra ubriaca o peggio, ondeggia più della barca, sulla prua non ci sono molti appigli dove trattenersi, il resto degli imbecilli inizia ad agitare la barca dondolandosi da una parte all’altra, il risultato è scontato, Gabriella perde l’equilibrio e cade in acqua.
L’impatto con l’acqua sembra che le rinfreschi le idee, si riprende, ma non abbastanza da riuscire a restare a galla, va su e giù un paio di volte e poi non ricompare. Il resto della banda d’idioti sono troppo confusi e sballati per poterla aiutare, bisogna far presto o ci scappa la tragedia.
Mi tuffo e la ritrovo sul fondo, priva di sensi la afferro per la vita e la costringo ad emergere, non respira, deve essersi ingoiato mezzo mare, mi porto sotto bordo del mio gozzo trascinandola con un braccio poi, provo a sollevarla in coperta, è uno sforzo terribile, ma ci riesco, la poveretta però casca oltre la murata e dal rumore che fa prende anche una bella botta, salto sulla barca la volto di spalle e provo a farle sputare l’acqua che ha bevuto , ma non succede niente, ancora non respira, non mi resta che praticarle la respirazione artificiale, come se fosse la cosa più facile del mondo, non so nemmeno da che parte si inizi.
Improvviso, le tappo il naso e provo a soffiarle aria in bocca, riprovo diverse volte poi alla fine i miei maldestri tentativi sono premiati, riprende a respirare, sputa acqua dappertutto, e poi per concludere vomita, inondandomi la barca.
Nel frattempo il gruppo del motoscafo sembra abbia ripreso a ragionare, si danno da fare, si avvicinano al mio gozzo, un paio di ragazzi salgono a bordo e sollevano Gabriella per trasportarla sul loro motoscafo, lei nel frattempo ha ripreso coscienza, è confusa si guarda intorno senza capire. Piange.
Vanno via e mi lasciano solo, non mi resta che ripulire la barca e ritornare a casa.
Sono amareggiato, sto male al pensiero di Gabriella ridotta in quelle condizioni, penso che non dovrebbe fregarmene più di tanto, in fondo non la conosco nemmeno, mi ha quasi ammazzato con uno zoccolo, mi ha ingannato e per giunta mi ha rubato le scarpe, senza contare che mi ha scroccato anche un gelato. Uno solo " ma", quel bacio, dato a fior di labbra, forse un ultimo inganno, ma non riesco a dimenticarlo.
Trascorre un’altra settimana, esco poco. Di notte lavoro con mio padre, di giorno preparo un esame, non riesco a concentrarmi, ma ci provo lo stesso.
Poi una mattina dopo una nottata un po’ peggio delle altre.
Rientro a casa dalla pesca, sono stanco non ho dormito per niente, salto come al solito da una barca all’altra e quando la vedo poco ci manca che non casco in acqua. Ha in mano un sacchetto di plastica, è seduta sul bordo della banchina, a testa bassa, e non osa nemmeno guardarmi.
Come le vado vicino mi porge la busta.
La apro, dentro ci sono le mie scarpe.
- Come stai?
- Bene, ero passata per ringraziarti per l’altro giorno.
- Per cosa?
- Per il tuffo fuori programma, i ragazzi mi hanno detto cosa hai fatto.
- L’avrei fatto per chiunque. Ma adesso devi scusarmi, ma devo andar via..
- Vorrei parlarti!
- Di cosa? - Gli faccio con aria meravigliata.
- Di quello che è successo al mare.
- Non mi interessa, è un problema tuo.
- Sì, ma io vorrei parlartene lo stesso.
- Dovrai aspettarmi.
- Va bene ti aspetto.
Resta lì seduta, mentre io prendo la strada di casa.
Come apro la porta mia madre mi agguanta.
- Chi è quella ragazza?
- Una che conosco.
- Che cosa fa seduta sulla banchina?
- Mi aspetta, dice che ha qualcosa da dirmi.
- E tu non la inviti nemmeno a salire? - Mi fa mia madre con aria di disapprovazione, poi in modo perentorio.
- Come si chiama?
- Gabriella, perchè?
Nemmeno mi risponde, si avvicina alla finestra si affaccia e la sento chiamare.
- Gabriella. Si, tu ragazza, sali su, la prima porta d’angolo, vengono su forza!
Dopo un po’ sento bussare alla porta, mi precipito in bagno perchè sono mezzo nudo.
Mia madre va ad aprire.
Accoglie Graziella e la fa entrare, poi si scusa per la sfacciataggine di quel debosciato di suo figlio che non l’ha neanche invitata a salire.
Dopo, prepara il caffé, sento il gorgoglio della caffettiera e il buon odore che si diffonde per tutta la casa.
Le sento discorrere.
Faccio la doccia, mi rado e indosso un paio di jeans puliti, è un bel po’ che sono nel bagno, ma quando esco le trovo ancora lì che chiacchierano.
Gabriella sembra a suo agio, ogni tanto sorride assente o denega a secondo dei casi, mia madre la subissa di domande, credo abbia frainteso, magari si prepara a usare la tovaglia buona per la ragazza di suo figlio, è meglio chiarire subito l’equivoco, ci provo a farlo, ma Gabriella mi ferma. Mi fa no con la testa.
Trascorre un’altra mezzora prima che mia madre si decida a congedare Gabriella, finalmente liberi, scappiamo dalla porta.
Come in strada le faccio
- Perchè le hai fatto credere che stiamo insieme?
- Non so come è successo ma quando me ne sono resa conto non mi ha dato il tempo di chiarire l’equivoco e quando poi ne ho avuto occasione ormai era andata troppo avanti, ci sarebbe rimasta male, che male vuoi che faccia una piccola bugia.
- Piccola bugia? Adesso mi bombarderà di domande per una settimana.
- Te la caverai, ne sono certa, ma veniamo a noi.
Si ferma, sembra esitare.
Aspetto che si decida.
- Non so come iniziare.
La interrompo.
- Senti non mi devi spiegazioni, è la tua vita e la vivi come vuoi.
- Se fai così non mi aiuti.
- Non voglio aiutarti.
- Ma vedi io vorrei farti capire.
Mi spazientisco, non mi và che per lei ci sia una giustificazione al suo modo di vivere assurdo.
- Che cosa vorresti spiegarmi? Che eri ubriaca alle 10 del mattino? Ho che eri fumata fino al cervello? O che ti dai alle orge ogni volta che si organizza una festicciola fra amici?
Questa era il rospo più duro da ingoiare per me.
- Te lo ripeto, vivi come vuoi ma tienimi fuori dai tuoi casini.
La lascio lì, piantata in mezzo alla strada, ho nel cuore un’amarezza che non mi spiego.
Lei si volta e va via senza parlare.
Passa altro tempo, il solito tran-tran quotidiano, poi una sera di sabato, giorno in cui non andiamo a pescare, mi trovo con Andrea e qualche altro amico in una pizzeria del porto della Chiaiolella. Gabriella è solo un ricordo, siamo lì che chiacchieriamo davanti a una birra quando da fuori arriva un rumore terribile di ferraglia.
Ci alziamo e ci affacciamo a una delle finestra della pizzeria.
Dove prima era sistemato il motorino di Andrea solo un ammasso di ferri contorti, quattro tizzi su un fuori strada se la ridono, uno dei quattro è una ragazza. Prima di allontanarsi l’auto dà un ultimo colpo al motorino del mio amico.
Gabriella è ripiombata di nuovo nella mia vita come un ciclone.
Fermiamo un conoscente di passaggio e ci mettiamo alla ricerca del fuoristrada, giriamo per tutta l’isola ma poi alla fine riusciamo a individuarlo, è parcheggiato fuori di una discoteca.
Siamo in tre, entriamo nella discoteca senza neanche sapere bene cosa andiamo a fare, siamo solo incazzati e desiderosi di dare una lezione ai deficienti che hanno distrutto l’unico nostro mezzo di locomozione.
Li individuo subito proprio grazie a Gabriella, è seduta in braccio a uno del gruppo, ridono e bevono come al solito, solo che sono almeno in dieci, ma la rabbia che ho in corpo è più forte della prudenza, mi avvicino al gruppo.
Mi rivolgo al tizio che ha in braccio Gabriella.
- È tuo il fuoristrada qui fuori?
Mi soppesa poi mi risponde con arroganza.
- E seppure fosse!
Gabriella mi ha riconosciuto, è spaventata si alza e si viene verso di me, vorrebbe parlarmi, ma ormai è tardi per i discorsi, un attimo dopo che si è tolta di mezzo parte il primo pugno.
Il tizio seduto lo becca sul naso, il sangue che schizza bagna tutte le poltroncine, poi si scatena una mischia furiosa, siamo solo in tre ma ci difendiamo bene, ne diamo tante, ma tante ne pigliamo, siamo in minoranza e ce le stanno suonando, quando, come nei migliori film di avventura, sul più bello arrivano i nostri. Un gruppo dei ragazzi che lavorano sulla nostra barca, uno di loro mi riconosce, è un attimo, decidono di darci man forte, dopo poco lo scontro non ha più storia, gli antagonisti spariscono, qualcuno viene trattenuto e paga il conto dei tavolini rotti anche per gli altri. Alla fine quello peggio combinato sono io, ma n’è valsa la pena.
Mi avvio all’uscita con l’intenzione di respirare un po’ d’aria fresca, risalgo le poche scale che mi portano in strada. Mi appoggio al muretto e con un fazzoletto mi do una ripulita. Sono lì che faccio i conti di tutti i lividi, quando dal buio di un vicino portone viene fuori lei. Mi si avvicina, incerta, trema come se avesse freddo il che è strano visto che siamo a Luglio, gli occhi lucidi, con un filo di voce mi fa.
- Come stai?
- Ah! La ladra di scarpe. Che ci fai qui, perché non sei andata con i tuoi amici?
- Non c’entro con quello che è successo stasera, qualcuno ha riconosciuto il motorino di Andrea e si è ricordato della partita, erano ubriachi e hanno distrutto il motorino.
Mi giro nella sua direzione
- Tu eri con loro! - le faccio a denti stretti
- E non me la racconti giusta. Non ti è andata giù la faccenda dell’ultima volta!
- Non è vero! - mi fa e poi scoppia a piangere.
Due lacrimoni le rotolano giù dalle ciglia, mi frega di nuovo.
-OK, va bene, ti credo! Basta che la smetti.
Tira su col naso, poi mi viene vicino e mi toglie il fazzoletto dalle mani.
Si allontana. Dopo un po’ ritorna con il fazzoletto bagnato, mi sposta sotto un lampione e mi ripulisce i graffi dal sangue raggrumato. La luce della strada si riflette nei suoi occhi, un po’ per le lacrime un po’ per la luce, resto affascinato dalla danza dei riflessi che si creano nelle sue pupille.
Lei se ne accorge, si blocca un attimo poi continua.
Quando ritiene che la sua missione d’infermiera sia conclusa mi fa.
- Ti do un passaggio?
Accetto, anche perché sono troppo malconcio per provare ad arrivare a casa a piedi.
Non corre, avanza piano evitando le buche, e questo è salutare per i colpi che ho preso.
Quando siamo sul belvedere della Corricella all’altezza di Callia, ferma il motorino, mi fa scendere e poi dopo averlo sistemato sui cavalletti mi chiede.
- Vuoi restare un altro poco con me?
Mi siedo e lei fa lo stesso, ma si gira con le spalle allo sterzo, alza le gambe e le incrocia dietro la mia schiena, siamo uno di fronte all’altro, il suo viso è a pochi centimetri dal mio, sento il suo profumo.
Mi prende le mani e a testa bassa comincia, le stringe fra le sue, quel contatto mi mette i brividi.
- Io devo dirti una cosa.
- Cosa?
Alza un dito e lo appoggia sulle mie labbra,
- Zitto, ti prego, fammi parlare! ascolta prima, poi dirai quel che vuoi.
Ed è così che Gabriella inizia il racconto della sua vita, i genitori sono divorziati, la madre l’ha lasciata a suo padre, che si è rifatto una vita con una donna che non la vuole per casa e cosi è iniziato il suo peregrinare per i collegi di mezza Europa, Londra, Parigi, Amburgo, l’incontro con i suoi.
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