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La Casa delle Candele - di Margherita Gauthièr

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 07/06/2008 alle ore 19:12:57

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

CAPITOLO X

LA BARRIERA


Ad un certo punto avevamo deciso insieme di ritornare al camping ed eravamo saliti sul nostro veliero. Valerio remava indefessamente, mentre io pigra e nuda, me ne stavo distesa sul lato opposto. Le mie gambe toccavano ancora le sue: quel contatto mi inebriava causandomi contemporaneamente una uguale tristezza.
C’era una barriera tra noi, paragonabile al Muro di Berlino, lo sentivo; una barriera intangibile ma separatoria probabilmente innalzata dai miei racconti bizzarri. Mi guardava pochissime volte, come si fa con qualcuno che ci sta veramente antipatico. Ma non mi aveva dichiarato che gli ero simpatica, qualche ora prima? Remava volgendo il capo a destra e a sinistra, ma quando si trovava in traiettoria obbligata del mio corpo, evitava categoricamente di guardarlo. Accarezzavo segretamente la speranza che mi evitava solo per non lasciarsi coinvolgere emotivamente. Invece io mi sentivo sempre più attratta da lui, con mia grande rabbia. Non vista, posavo volentieri i miei occhi avidi sul suo giovane corpo. Avrei tanto desiderato fare all’amore con lui, ma non perchè mi stimolasse sessualmente, affatto. Lui eccitava esclusivamente il mio cervello. Pensavo che solo nei momenti di un amplesso avrebbe abbandonato un po’ della sua austerità. Si, sicuramente quell’uomo doveva essere meno marmoreo ed intransigente, più acceso e vulnerabile mentre faceva all’amore. Tutti gli uomini, anche i più glaciali, cambiano durante i rapporti sessuali. Così cercavo di immaginare un Mirage che si affannava, si lamentava, si scuoteva, mentre mi accarezzava e mi baciava con passione. Insomma ero convinta che solo allora lo avrei visto trasformarsi da stupenda statua marmorea, in un essere umano innamorato e vibrante.
Quel pomeriggio all’Isola del Giglio alla fine avevo ottimisticamente concluso che Valerio Tebaldi con me posava a fare l’indifferente e l’educatore rigoroso, nella stessa misura in cui io recitavo la parte della divorziata misantropa, spregiudicata ed amante delle cose stravaganti. Maledetta parte! Con lui invece mi sentivo solo una donna tenera e vulnerabile, neanche lontanamente “Femminista”.
Non avevamo parlato per parecchio tempo ma i nostri silenzi erano più sensuali ed emozionanti dei dialoghi.
Ad un certo punto, distraendomi dalle riflessioni, avevo notato che il mare era molto mosso in un sol punto. Il canotto oscillava parecchio e strane onde nascevano dal nulla e morivano un pò più in là... quasi come quando passa un potente motoscafo, che fa sussultare tutta l’acqua intorno. Gli avevo chiesto un pò preoccupata:
- Che succede? Perché in questo punto il mare è così mosso? -
- E’ un punto dove si incontrano alcune correnti. -
Aveva continuato a muovere con forza i due remi bianchi, che riuscivano a spostare il canottino molto poco. Infatti erano più le onde che ci aiutavano ad avanzare, che la potenza dei remi.
Avevo avuto paura, non certo per la morte, verso la quale ero stata sempre pronta da vari anni, anzi a volte l’avevo invocata e cercata. Era una paura diversa, come se stessi lottando con forze superiori, spietate. Ma il mio capitano imperterrito e bronzeo aveva continuato a remare, sforzandosi anche di farmi un sorrisino consolatorio. A quel punto avevo detto:
- Per fortuna che sappiamo nuotare bene entrambi... –
- Stai tranquilla, non c’è nessun pericolo. -
Ma sentivo che il canotto dondolava ed era chiaramente in difficoltà. Ciononostante una pace interiore era calata in me e m’ero sentita avviluppare da una fiducia estrema in quell’uomo quasi sconosciuto. Avevo chiuso gli occhi per rilassarmi e l’avevo lasciato remare. Li avevo riaperti dopo qualche minuto, quando avevo sentito diminuire le oscillazioni del canotto. Sulla mia destra c’era di nuovo il traliccio di ferro, che avevo notato all’andata. Ora il mare era di nuovo calmo ed amico. Eravamo arrivati al bivio del camping e lì purtroppo le nostre strade si erano divise.
- Ciao Valerio, avevo detto, e grazie della magnifica gita. -
- E stato un piacere, Giulia. –
Aveva mormorato stringendomi la mano per qualche secondo in più del consueto in segno di complicità. Ironizzava? Chissà...
Ero corsa a nascondermi nel mio rifugio preferito, ancora tutta trasognata; ma quell’elefantina di Francesca mi aveva subito seguita e vedendomi (a suo dire) un po’ strana, mi aveva chiesto:
- Che t’è successo? Forse quel bell’imbusto ti ha dato fastidio durante la gita? Ci ha provato? -
Dio mio, che tormentone quell’interrogatorio! Comunque avevo risposto:
- E’ l’uomo più corretto e serio che abbia mai conosciuto, credimi. -
- Ma non vedi che è un pavone? Non l’hai capito? Non vedi quante arie si dà? Si crede un bronzo di Riace, un superman. Lascialo perdere subito! Avrà moglie e forse è innamorato di lei, per questo non ha tentato di portarti a letto. Chiaro, no? -
- Come vedi le cose semplici tu, amica mia! Quasi quasi ti invidio. Comunque ancora sto cercando di capire perchè mi ha portata con lui in canotto, per poi criticarmi per tutto il viaggio. Non solo è un vero iceberg, ma anche un pesante legislatore morale! -
- Amore mio, mi aveva detto scherzando Francy, e che cosa ha da contestare quell’ignorante? Una ragazza intelligente, bella e in gamba come te. Come si è permesso? Ora vado su e gli mollo un cazzotto sul grugno. Te lo dicevo io che è meglio lasciarlo perdere. E’ uno stronzo presuntuoso. Ma guardati intorno, ci sono tanti bei ragazzi in questo posto e tu proprio su quello ti vai a fissare? Cara, se hai deciso di tradirmi, fallo almeno con qualcuno che si da meno arie. Lui si atteggia troppo e per questo mi è tanto antipatico. Vuole fare il principe dell’isola. Gli stai dando troppa importanza.-
Quella “filippica demosteniana” mi aveva fatto ridere: Francesca, nonostante fosse poco colta e spesso troppo realista, era la sola che riusciva ad alleggerire certe situazioni e a farmi tornare il buonumore. Mi aveva consolata quando era finito il mio matrimonio e mi aveva tirata su quando era morta mia madre.
- Più tardi mi racconterai tutti i particolari della gita, però ora pensiamo alla solita minestrina serale per i nostri pupi. –
Le mie bimbe, appena si erano accorte che ero rientrata, erano venute a farmi festa e a coprirmi di baci, come due cucciolette festose. Cleide voleva sapere come era il faraglione, Larissa se avevo preso il sole naturista,Valentino se avevo remato anch’io e se avevo visto pesci strani. Insomma al loro bombardamento di domande, nonostante mi sentissi stanca, avevo cercato di dare risposte più o meno particolareggiate. Avevo anche fatto vedere le conchigliette, che per poco non rischiavano di essere sparse sulla terra. Le avevo raccolte e richiuse con cura nella bustina vuota di sigarette Stop. Quel ricordo mi era molto caro. Ad un certo punto Larissa se ne era uscita con una precisa domanda, che mi aveva riportata alla mia realtà di madre sola, soggetta all’amore possessivo e alla continua gelosia delle proprie creature:
- Mamma, anche il proprietario del canotto ha preso il sole naturista? –
- No, lui è contro il nudismo. E’ rimasto sempre con lo slip. -
- Che scemo, così si tiene “le cul blanc”! -
Avevo riso. La bimba veniva sempre con me ai campi e conosceva bene quell’espressione francese.
- Veramente, se continuerete tutte le mattine a non levarvi il costumino, tornerete a Roma anche voi con il sederino bianco. -
- Mamma, ma qui non è come a Kowersàda, qui sono tutti vestiti ed io mi vergogno a stare nuda.- Aveva detto Cleide.
- Ma come? Io ho parlato tanto per spiegarvi e farvi capire che non bisogna vergognarsi del proprio corpo. Ricordatevi che contano i nostri sentimenti e le nostre azioni e non i vestiti che abbiamo o non abbiamo addosso. E poi voi siete piccoline e potete andare in giro nude tranquillamente. Volete sapere una cosa? Vostro nonno ha fatto stare me e mia sorella, in spiaggia, senza costume almeno fino a dieci anni. Diceva giustamente che era più igienico stare in acqua e al sole nudi. Ed aveva ragione. Il costume dove credete che si asciughi e mandi l’umido? Sulla nostra pelle e nelle nostre ossa, causando spesso mal di gola e reumatismi. Comunque ad agosto spero che riusciremo ad andare ai campi naturisti, ancora non so di dove e lì potremo riprendere delle belle abbronzature integrali senza timori di nessun tipo. Va bene? -
In coro mi avevano risposto:
- Si, mammina! -
Le amavo tanto... più di qualsiasi altra cosa al mondo: quelle bimbe erano il solo scopo della mia esistenza. Avevano cenato e verso le ventuno erano andate a dormire, cullate dalle mie carezze e dal racconto di una bella favoletta.. Io e Francy invece ci eravamo sedute nel patio sotto al chiaro di luna. Lei aveva acceso la radiolina: era un’appassionata di canzonette moderne, invece io le sopportavo a malapena. Non voglio “fare la snob”, come lei mi dice, ma ciò che mi fa provare un notturno di Chopin o l’Eroica di Beethoven o Grieg o brani lirici come “Libiamo nei lieti calici” dalla Traviata di Verdi, mai nessuna canzonetta potrà euguagliarlo. La musica classica o sinfonica mi fa lievitare, portandomi quasi in uno stato di beatitudine tale da farmi dimenticare le brutture terrestri.
Una sola canzone però che in quel momento era importante e significativa per me: “Il tango delle rose”. Quella sera riflettevo che per dimenticare Mirage, rientrata a Roma, mi sarei dovuta immergere per ore nelle mie musiche preferite.
Francesca aveva ricominciato a farmi domande sul viaggio in canotto. S’era lamentata di aver sofferto un caldo bestiale nel pomeriggio ed era decisa a propormi di ripartire subito ed andare in un camping magari in pineta.
- Vedi, ora si sta bene con questo fresco, ma oggi pomeriggio ho sofferto le pene dell’inferno. Penso che nel tuo romanzo, quando parlavi della “Fornace degli uomini”, sicuramente ti riferivi alla fornace dell’Isola del Giglio. Non è meglio se domani riprendiamo il traghetto e magari cerchiamo un bungalow fra gli alberi? -
L’avevo guardata con malinconia, senza parlare, abbassando gli occhi, sentendomi come la vittima di una qualche ingiustizia. Aveva continuato:
- Lo so perché non vuoi partire, ormai. Vuoi vedere il finale di questa storia col presuntuoso, vero? Tanto, stai tranquilla che non sarà buono... e non per fare l’uccello del malaugurio. -
Avevo continuato a guardarla soltanto.
- Senti, Giulia, Ok! Rimaniamo ancora una settimana, ma ti faccio gli auguri... perché sinceramente mi sembra che tu ne abbia proprio bisogno, visto che ti sei fissata proprio con quello strano tipo. -
Era comprensiva ed io sapevo bene per quale motivo. Era da vario tempo che lei alimentava una storia sentimentale extraconiugale, iniziata con un buon dialogo e cose “volute in due”, ma deviata strada facendo verso un suo triste monologo. Era ancora molto innamorata di Lino, invece lui l’aveva scaricata come un giocattolo usato, per rifugiarsi fra le braccia di “un’amiga della surela”, una spagnola tutto pepe, sua ospite. Così alla mia povera amica era rimasta la sola consolazione di scrivergli pazze lettere d’amore (aiutata da me) o di qualche telefonata, quando lui si degnava di venire al microfono, perché di solito il vile faceva rispondere sempre la spagnola, che si autodefiniva persino “moglie” del richiesto. E così ricordando le pazze corse in Via Catania, che avevamo fatto per vedere solo un attimo e di sfuggita il suo amore, lei aveva finalmente capito cosa mi stava succedendo. Avevamo continuato a parlare, entrambe malinconiche, piene di rabbia per quei nostri sentimenti frustrati e insoddisfatti. Fissavo il pianoro superiore del camping. Il capitano aveva cenato e poi era andato via con tutti i suoi ragazzi, forse al porto, per prendere un gelato o una birra, non sapevo, non mi importava. Una cosa era certa, che era andato via senza salutarmi o ricordarsi di me. Solo oggi lucidamente capisco quali assurde pretese avessi allora: come potevo sperare, solo dopo pochi giorni di conoscenza, di fare vita in comune con lui? La cosa che mi faceva provare più rabbia era quella sensazione di vuoto che sentivo quando era assente: cosa assurda ed inconcepibile per una mente razionale ma quasi normale per il mio cuore folle di artista romantica...
Come poteva quell’uomo, in così breve tempo, essere diventato per me così essenziale?
Quella sera avevamo parlato tanto io e Francy dei nostri sentimenti, delle nostre speranze, del mio romanzo e dell’organizzazione pubblicitaria per poter vendere molte copie, delle riunioni che avremmo fatto a Settembre in casa d’amici per presentarlo “in anteprima mondiale”.
Ad un certo punto avevo preso carta e penna... ed in preda ad un autentico attacco di grafomania, avevo preparato un biglietto per il capitano: “Quando ritorni, per piacere, vienimi a chiamare. Ti ricordi la promessa del bagno notturno?... Con lo slip, stai tranquillo... Ti auguro comunque la buonanotte. Con affetto, Giulia.”
Stringendo il bigliettino, ero corsa al piano superiore, l’avevo introdotto nella sua tenda, da un’apertura della cerniera, e posato sul suo tenero sacco a pelo a quadretti bianchi ed azzurri.
Poi io e Francesca ci eravamo date la buonanotte. Avevo aperto un libro nel tentativo di leggere. Volevo distrarmi. Le bambine riposavano serene. In un’ora circa da pagina trentadue, ero approdata a pagina trentadue ultimo rigo e non avevo capito nulla dei concetti che lo scrittore avrebbe voluto comunicarmi. Sulle pagine stampate rivedevo, come in un film, le scene della passeggiata pomeridiana fatta con Valerio. Cosa ci stava accadendo? Per quali trame del destino ci eravamo incontrati-scontrati? Avevo avuto una elucubrazione metafisica, quella notte. Su un foglio bianco avevo tracciato un grosso punto, poi avevo disegnato cerchi di varie dimensioni intorno ad esso. Ognuno di noi è uno di quei punti e tutto gli sta intorno. Finalmente avevo capito la situazione umana. Ognuno di noi, dal suo centro ottico e cerebrale, non può credere altro che di essere un fulcro, intorno a cui rotea tutto l’Universo. Ognuno di noi è un microcosmo. Ma ci pensava la vita poi a relegarci in un angolino, all’estremità del diametro o dei raggi.
Fra una meditazione e l’altra s’erano fatte le tre... e il sonno non veniva in mio soccorso. Poi finalmente ero crollata.
All’alba ero già desta ed ero subito uscita dalla canadese. Tutti i campeggiatori ancora riposavano. Al piano superiore, centro dei miei interessi, tutto taceva. Avevo fatto del footing, girando per tutto il campeggio: sentivo il bisogno di riscaldare sia i muscoli del corpo che quelli cerebrali, incanalati ormai in un senso unico, forse in un tunnel senza uscita.
Ai servizi igienici l’acqua come al solito scarseggiava. Non capirò mai perchè le isole italiane abbiano una tale carenza d’acqua, pur galleggiando in un “mare d’acqua”.
Verso le nove le bimbe s’erano svegliate e avevano fatto colazione con me. Mentre sorseggiavo un aromatico caffè, tenendo a mezz’aria la tazzina, avevo intravisto il capitano, che faceva colazione con i ragazzi. Mi aveva lanciato un “ciao” accompagnandosi con la mano destra. Per un cuore innamorato come il mio, quel piccolo, tenero, doppio saluto valeva tantissimo, come inizio di giornata. Poi era scomparso per almeno tre ore (mai controllato l’orologio come in quei giorni...), mentre io ero andata con tutta l’infanzia sugli scogli a prendere il solito sole a strisce e a fare il solito scivoloso bagno. Il canottino... non c’era: dunque il capitano era andato via.., senza di me, la sua ninfa fedele. E così la mattinata s’era automaticamente rannuvolata. Mi infastidiva innanzitutto il fatto di non riuscire a dominare quel senso di vuoto. Che assurdo colpo di fulmine il mio! Che fissazione l’amore!
Mi chiedevo: “Perchè due persone che vivono in paesi diversi, ad un certo punto della loro vita, si devono incontrare, attrarre, amare per poi perdersi di nuovo di vista? Perchè? Trame inutili, incomprensibili, inspiegabili”, tranne che in quella fantastica Regione che si trova ai Confini della Realtà.
In una visione fantastica, m’era parso di vedere un grossa forbice: la parte sud era la strada molto distanziata su cui i due esseri vivevano prima; il fulcro era il loro punto d’incontro, bello, vivo e toccante; la parte nord invece era quella che più odiavo, crudelmente divisoria. Le punte della forbice, una a sinistra e una a destra, si sarebbero distanziate sempre di più. Mi vedevo sovrastare da quella forbice, lucente ai raggi del sole. Allora con tutte le mie forze, afferravo la parte dei due buchi del manico e tentavo di chiuderla. I miei sforzi sovrumani, finalmente, facevano combaciare le due lame. Ecco... ora.... i due corpi stavano uno vicino all’altro, senza più nessuna divaricazione. Eravamo io ed il capitano Mirage, innamorati ed amanti.
Era a quel punto delle riflessioni che mi ero sentita una extraterrestre “lucidamente folle”.
Così avevo aperto gli occhi per rimettermi in urgente contatto con la realtà. In quel radioso mattino di luglio, sulla cara Isola del Giglio, c’erano tutti all’appello della vita e ognuno svolgeva la sua piacevole attività. Il mare faceva il mare, col suo blu cobalto e la notevole calma. Il faraglione faceva il faraglione, sempre aristocratico ed austero, sulla mia sinistra e sembrava un suddito di un qualche re, di un fantastico regno marino. A tratti si metamorfosava nel capitano Miràge, con mio grande giubilo. E noi educatamente facevamo i turisti campeggiatori.
Ad un certo punto avevo spalancato gli occhi per la sorpresa: alla immaginazione s’era sovrapposta la realtà. La barca del capitano scivolava sull’acqua trasparente, a pochi metri dalla costa. Si avvicinava sempre di più, mentre un senso di benessere mi avviluppava, come l’abbraccio di una madre, nel luminoso campeggio Baia del Sole, dell’Isola del Giglio.