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Il cane del santo - di Lele Lampione

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 28/04/2008 alle ore 18:42:49

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Quando Dio quella mattina inventò, con un colpo di pennello, un bel turchino, preludio alla fine di una notte buia e senza luna, i primi curiosi si ritrovarono sulla soglia della casa di piacere di Santa Lia per assistere all’evento della stagione. E dovettero aspettare un bel po’, perché fino a quando il primo raggio di sole, con il suo rosso tocco, non accarezzò la punta del campanile della chiesetta di Santa Maria della Sorgente, non accadde proprio nulla. Ma i villani di Riozzo, che erano soliti ai capricci del tempo (ah!!! che anni infausti... non c’erano più le mezze stagioni) e dei loro nobili, non si persero d’animo e tirati fuori dalla cantina un po’ di vino e due luganeghe, aspettarono con pazienza che l’astro diurno compisse la sua strada nel cielo e che la viscontessa finisse la predica al venerato marito che partiva per la caccia.

‹‹Ma siamo sicuri... stamattina?››.
‹‹Sicurissimo, come il sole che sta sorgendo››.
‹‹Parola della Lia››.
‹‹Beh!!! Allora... Beviamoci su. Alla salute del Visconte, che come tutte le volte...››.
‹‹Ssssst. Sento qualcosa, forse ci siamo››.

Pfffffffffffffffff... Pffffffffffffffffffffffffff. Pfffffffffffffffffff
Pffffffuu... Pffffffffu... Pffffuuuuuuu... uno spaventoso verso si incanalò lungo la strada e raggiunse i villani assiepati all’intersezione delle due vie innanzi al postribolo. Al suono del corno (quale suono? Era piuttosto un terrificante verso) fece eco, pochi secondi dopo, un ululato degno del lupo più affamato e arrabbiato dei boschi. Era il trombettiere del conte. Annunciava che, anche lui, il nobile cugino del visconte, avrebbe dato vita ad una battuta di caccia.

Tra i due illustri parenti correva un certo astio, una certa invidia, e ciascuno dei due voleva essere il più amato, il più ammirato e il più temuto dai propri villani e così alla mossa di uno rispondeva a stretto giro l’altro.

‹‹Doppia battuta di caccia oggi››.
‹‹Speriamo non vadano tutti nella stessa selva altrimenti...››.
‹‹Dall’ultima volta avranno imparato qualche cosa... no?››.
‹‹Chi? Quei due?››.
‹‹Eccoli››.

A quel punto tutte le voci tacquero. Le mandibole che sgranocchiavano pane secco e fette di lardo si bloccarono, le ciotole con il vino si arrestarono a mezz’aria, tutti i volti si girarono nella stessa direzione come girasoli che si voltano verso il sole e gli occhi si sbarrarono di fronte allo spettacolo che stava per cominciare.

Dal cortile a sinistra della strada uscì il vessillo del visconte, un leone con tre palle, seguito da una masnada di uomini a piedi e a cavallo in ordine sparso.
‹‹Ordine!!! Disciplina!!!››.
Gridava a mezza voce il Visconte.
‹‹Non vedete che ci guardano? Siete proprio dei...››.
E sfoderò il suo migliore sorriso rivolto al popolo in attesa.

In mezzo ad una nuvola di polvere, issato sul cavallo più imponente, il visconte Paolo, abbigliato con la sua divisa da caccia più elegante in atteggiamento di benedizione. Pareva il vescovo di Pavia che entrava in paese se non fosse che, con la sua calzamaglia verde e la tunichetta in tinta stretta in vita da un cinturone di cuoio enorme, portava un cesellato pugnale a destra, una spada a sinistra e l’arco e la faretra in spalla. Sembrava fosse in procinto di assediare un castello.

Pochi momenti dopo, un po’ più in fondo alla via, da destra, uscì il vessillo del conte, un leone con tre palle, seguito da altrettanti uomini in ordine sparso ed in mezzo alla polvere, che a questo punto era un vero e proprio nebbione, il conte Pietro, altrettanto abbigliato e armato, con atteggiamento benedicente. Pareva il vescovo di Lodi che usciva dal villaggio.

I villani, vedendo avanzare verso di loro quel doppio esercito di uomini e cavalli eccitati per la caccia e dalla rivalità dei due schieramenti, si irrigidirono contro i muri del bordello e spalancarono ancora di più gli occhi. Vicendevolmente si colpivano con pizzicotti tremendi così che copiose lacrime scendevano sulle loro guance, tentando di fingere un’ammirazione religiosa per i due nobili. Farsi vedere a ridere di fronte a quella scena apocalittica era già costata, le volte precedenti, una giornata di gogna pubblica a più di un malcapitato.

I due eserciti di cacciatori presto si mescolarono (la via infatti era larga una ventina di passi) e la polvere sollevata si era fatta nebbia fitta. Non mancarono colpi proibiti, insulti, spintoni e un inevitabile mescolamento di truppa, tenuto conto che conte e visconte si fregiavano dello stesso stemma, unica cosa che emergeva in quella nuvola polverosa perché innalzato verso il cielo. All’intersezione delle due vie, di fronte all’ingresso del bordello, i cacciatori si divisero: il visconte a destra e il conte a sinistra. L’uno con metà dei cacciatori dell’altro che nella confusione avevano sbagliato masnada.
Per una buona ora, dopo il passaggio dei due eserciti venatori, davanti al bordello si vedevano ancora sparuti cacciatori, che accortosi di avere seguito il nobile sbagliato, tentavano con aria smarrita e vagamente colpevole di riunirsi ai loro gruppi di appartenenza.
‹‹Sapete in quale bosco caccia il visconte?››.
‹‹Segui la nuvola di polvere a tramontana››.
‹‹La selva del conte?››.
‹‹Segui la nuvola di polvere a mezzogiorno››.

Il sole intanto, superato l’orizzonte fatto dalle alte fronde dei boschi che correvano lungo le rive del Lambro, si alzava maestoso nel cielo terso.
‹‹Anche oggi nemmeno una nuvola››.
‹‹Buon per i cacciatori››.
‹‹Sì, ma sono due mesi che non cade una goccia d’acqua››.
‹‹Sono stufo di mangiare pane luganega e polvere››.
‹‹E sì, e poi sempre questa bocca asciutta››.
‹‹Proprio tu. Una botte di vino al giorno non ti basta e mi vieni a dire che hai la bocca asciutta››.
‹‹Non me ne parlare››.
‹‹Proprio asciutta... Alla salute››.

Inutile aggiungere che lo strepito della partenza aveva messo in allarme la selvaggina nel raggio di un paio di leghe dal paese e che, memore delle esperienze passate, aveva avuto tutto il tempo di rifugiarsi in luoghi sicuri. Ma il conte e il visconte, uomini astuti e orgogliosi, per evitare di tornare in paese a mani vuote (sia mai che l’altro tornasse con un cinghialetto) avevano mandato, in gran segreto, alcuni uomini fidati ad acquistare della selvaggina nei villaggi vicini per preparare una degna parata al rientro della caccia.

Dopo un’ora la folla, cotta dal sole e senza più nulla da vedere sulla via, si spostò dalla soglia all’orto del bordello da dove, sotto un pergolato di glicine, si potevano osservare a distanza, rinfrescati dall’ombra e dal vino, i due boschi dove i nobili cacciatori davano mostra della loro arte venatoria. Non si vedeva ovviamente nulla, ma l’eco delle urla, l’ululato del corno, la risposta della tromba e il nuvolone di polvere che spuntava come fumo azzurrino dalla sommità degli alberi erano sufficienti per mettere di buon umore gli spettatori e trovare spunto per quattro parole.

Passò il mezzogiorno e buona parte del pomeriggio, e quando il sole si inclinò verso le fronde dei boschi di ponente, la luce si fece opaca e cominciò a spirare un insistente vento da oriente.
‹‹Oggi si stanno impegnando. Guarda un po’ che polvere alzano››.
‹‹E’ persino scolorito il sole››.
‹‹E che venticello rinfrescante››.

Il polverone, mentre i nostri spettatori discorrevano tranquillamente, si fece nube scura, il sole vi si eclissò dietro, il suono del corno e della tromba si tramutò in brontolii dapprima lontani poi via via più forti. La folla sgattaiolò via dalla casa del piacere e si scatenò l’inferno. Tutta la pioggia che non era caduta negli ultimi due mesi precipitò con furia e il cielo si sciolse in chicchi di grandine grossi come pugni.

A sera i due nobili contendenti rientrarono in paese stanchi, sporchi, gocciolanti di fango e con molti feriti a causa dall’enorme grandine, portando in trionfo le loro conquiste misteriosamente già pulite, spennate, scuoiate e infilate su grandi spiedi. Infatti, i fidati uomini mandati a comprare la selvaggina ”di riserva” non ne avevano trovata se non già pronta da cucinare, e così conte e visconte dovettero ingegnarsi su come presentare quelle prede già pronte per l’arrosto.

Il sole ebbe la buona idea di tramontare e la piccola falce di luna che stava già ad occidente ebbe la grazia di non rischiarare troppo il velo di tenebre che Dio aveva steso sul borgo dopo una giornata così intensa e movimentata.