Il bianco rumore dei respiri - di Alessandro Vettori
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 19/02/2006 alle ore 21:37:36
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Un brivido di freddo, lo sento improvvisamente scorrere bruciante come una scossa a 220 volt, fa sbloccare le mie palpebre prima di essere colpite da un tiepido raggio di sole, inizio col vedere un sottile chiarore, provo ad aprire un po’ di più gli occhi, solo un’immagine sbiadita come tutti i miei pensieri d’altronde.
Tornare in me, oggi non ne sento la forza e forse neanche il desiderio, forse devo ammettere a me stesso che in realtà adoro avere la mente offuscata, imbarazzata, mi fa sentire protetto come se avessi intorno un barattolo d’ovatta dove nessuno può vedermi, parlarmi, toccarmi.
Non so perchè ma ultimamente quest’ovatta mi si cuce spesso addosso, mi sento fragile ma non ho tempo per fermarmi ed allora inghiottisco e spingo giù, giù, sino in fondo sino a che la mia debolezza cade a terra scivolando dalle punte delle dita.
Sono così convinto che riesco a sentirne il suono: le gocce della mia fragilità che scivolano come acqua da sotto le unghie e rimbalzano sino a rompersi sul marmo che mi sta gelando i piedi.
Forse non sarei dovuto andare via, ladro del silenzio della notte, l’ho guardata un’ultima volta e un’ultima volta me ne sono innamorato.
Sfinita, con la sua pelle bianca di un candore verginale, bella come una venere botticelliana, impalpabile ai miei occhi, sembra un angelo disteso sulle mani dell’amore, questa serenità inquietante se penso l’animale che ho incontrato poco prima, insaziabile, contorta, difficile da gestire, da capire. l’ho guardata nel profondo ancora una volta, dal viso di donna spingeva con forza per uscire l’innocenza di una bimba, ma, non so proteggerti, ora non so proteggere neanche me, e me ne sono dovuto andare con l’acqua che mi sgorgava dagli occhi a formare un lago di tristezza dove lei camminava nuda, con il suo perfetto corpo trascinando dietro se il velo trasparente del mio immenso amore.
Era tanto che non dormivo all’aria aperta, sento i segni di questa panchina come graffi sulla schiena ma sono abituato a sopportare ogni forma di dolore, forse devo tutto a lei, a quel giorno che decisi di andar via e non chiamarla più di non considerarla più, mia madre.
Fumava con le dita ingiallite, i denti ingialliti, la sua vita ingiallita, colma di rimpianti che le esplodevano dagli occhi, mai una parola, mai un abbraccio, io ero il suo peccato originale.
La amavo, infinitamente, nonostante le sue totali assenze, la amavo nei miei giovanissimi silenzi, negli occhi che non vedevo mai felici su di me, nel suo cuore impellicciato di vergogna, la guardavo pian piano scomparire nei giorni che si accavallavano l’un l’altro sino a quel giorno dove sentii la sua voce urlare il mio nome ‹‹Loren, Loren!›› una, due, dieci volte, sempre più forte sempre più arrabbiata. Corsi da lei aveva il fuoco negli occhi ‹‹È; colpa tua, È colpa tua!›› mi gridò più volte ed io ero lì minuscolo di fronte lei, con gli occhi a guardarmi la punta dei piedi come volermi piantare a terra per reggere il peso della sua rabbia, era totalmente fuori di se, non si rendeva conto che la creatura che aveva di fronte aveva solo sei anni, sei anni.
Faceva uscire parole che probabilmente neanche ascoltava, vomitava rabbia ed io rimasi immobile, neanche il minimo segno di reazione, volevo essere la spugna della sua disperazione.
Continuava a chiedermi perché fossi venuto al mondo, a dirmi che era troppo giovane ed ogni giorno che mi aveva visto crescere era un giorno che avevo strappato alla sua bellezza e che era troppo buona perché avrebbe dovuto abbandonarmi ed invece mi aveva cresciuto sino ad oggi, mi, urlava sulla testa ‹‹ Non hai niente da dirmi, parla, rispondimi!›› improvvisamente iniziò a girarmi tutto intorno, scomparsero i suoni, le luci, conobbi il nero assoluto, vidi me, dall’alto come se viaggiassi al di fuori del corpo, e nel nero accanto a me il profilo illuminato di mia madre, volevo risponderle, dirle mamma ti amo, mamma ti prego basta sono solo un bambino, volevo dirle abbracciami ma le parole non ne volevano sapere di uscire dalla bocca, ci provavo con tutto me stesso ed ecco che sentii le guance gonfiarsi una bellissima parola si preparava ad uscirmi dalla bocca, la sentivo forte, decisa, piena d’amore per lei, oramai dispersa nel delirio, ed eccola pian piano che spunta dalla bocca, leggera, l’avrei salvata era il mio messaggio d’amore gli occhi mi si illuminarono di colpo, stava uscendo tutta mi sentivo come uno scultore di meravigliose parole ma quando era quasi completamente fuori dalla bocca improvvisamente cadde a terra frantumandosi in mille pezzi.
Il mio piccolo viso era là sul pavimento contornato dai frantumi delle parole che non avevo saputo dire.
(continua...)
