Il bianco rumore dei respiri parte2 - di Alessandro Vettori
Sei in: Autori emergenti > testi pubblicati > Romanzi > Il bianco rumore dei respiri parte2
© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 23/03/2006 alle ore 09:31:10
L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.
Mia madre fu costretta a chiamare aiuto, non ne volevo sapere di riprendermi, ero come dentro un tunnel dove lei non poteva vedermi, aveva visto solo il mio corpo cadere improvvisamente dinanzi a lei, non sapeva quanto mi ero sforzato per cercare di parlarle, di darle coraggio, di dirle mamma ti voglio bene. Quella fu la prima volta che mi frantumai!
Bambola di ceramica tra le mani di una pazza senza più alcuna identità
Fu rinchiusa in un manicomio in non so quale parte del pianeta, non avevamo nessuno.
Io e lei, ora neanche più noi stessi, io disteso spento su un lettino d’ospedale, lei con le sue assenze nella sua stanza dei bottoni.
Pian piano la dimenticai fu molto dura, dopo due anni fui affidato ad una famiglia, ma io, ero di mia madre o di nessuno, resistetti un altro anno poi volai, lontano o forse dietro un angolo nascosto di quella casa che non mi apparteneva, chiusi ancora la mia bocca ma questa volta lo decisi io.
Se ci penso bene fu così che iniziai a scrivere, vene nere di dolore che erano tutti i miei silenzi come grida disperate tamponavano sui fogli o qualunque cosa mi venisse in mano, giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto, scrivevo e guardavo, ero corpo fatto da orecchie, occhi, mani, non avevo bocca, guardavo e come vi ho già detto toccavo con le dita per trovare i profili delle cose, poi chiudevo gli occhi e tra le parole che scrivevo la mia mano iniziava a reinventare forme e essenze, assenze.
Senza cognizione di dove stessi andando davo vita alle mie crisalidi della mente, i primi passi verso quelle che un giorno avrei visto volare come splendide farfalle, sino a posarsi sulla bocca della gente e succhiare via rabbia, rancore e ogni angolo di nero.
Non posso farci niente, sono un sognatore uno che spera che domani comprerà un quotidiano e questo avrà le pagine completamente bianche, non è successo nulla, nulla che valga la pena raccontare.
Cambiò radicalmente la mia vita da quel giorno, qualcosa di me rimase a terra sotto i cocci di quelle parole che non avevo saputo dire, non mi sentii più pulito, puro, come se non avessi mai smaltito il mio peccato originale, come se fossi in debito con non so chi ne cosa, ma me ne accorsi presto.
Avevo circa sedici anni la prima volta, sono dovuto crescere in fretta, sentivo un’enorme bocca spalancata che mi correva dietro, avevo solo il desiderio di non farmi catturare, dovevo correre, correre. Ma forse ora penso di aver corso troppo forte, quando magari mi sarei dovuto fermare, e guardare il mio silenzio, e chiudere gli occhi e...quanti forse, oramai è andata così, nessun rimpianto non sarei mai stato quello che ora sono, uomo!
Ero andato via di casa, da circa un mese, non mi sono mai riuscito ad inserire a in quella famiglia fatta di cellofan, troppa bontà, non ne avevo bisogno, volevo soffrire, amputare le mie colpe, dovevo fare uscire il dolore che mi torceva dentro, non l’avrei fatto certo con il loro perbenismo costruito. Volevo cambiare identità, trasformarmi in qualcos’altro, allontanarmi dal mio essere per poi tornare, e guardarmi dal di fuori, e giudicarmi.
Dovevo rendermi perfetto, tagliente, comunicare con un solo sguardo ogni mio singolo pensiero.
Iniziò a diventare una fissazione, la crisalide deve diventare una farfalla mi dicevo, iniziavo a controllare ogni mio passo, ogni mio gesto, il suono con cui facevo uscire le parole, diventò la mia ossessione, ricerca ossessiva di essere perfetto! Camminavo e guardavo il mio riflesso nelle vetrine dei negozi nei vetri delle auto parcheggiate, ogni posto che riflettesse la mia immagine, che mi permettesse di tenermi sotto controllo era perfetto.
Mi ripetevo le parole che dovevo pronunciare nella testa, cercavo di cambiarne il suono, l’impronta, tutto doveva essere perfettamente bilanciato.
Sedici anni, perfettamente bilanciato, è così assurdo se ci penso adesso ma quel modo di fare cambiò per sempre la mia vita, lo facevo per necessità e non mi stavo rendendo conto che di li a poco le cose non sarebbero più state le stesse, la mia vita avrebbe preso una strada impensata, un fantastico viaggio verso un mondo che ancora oggi mi appartiene, allora grazie madre, e grazie a quel bambino di sedici anni così testardo, così fuori dal mondo.
È una così bella giornata oggi, autunno, concatenazione di colori, ocra, arancio, gialli, rossi, trasportati nel vento e quest’odore di terra bagnata che mi scivola sotto il naso facendomi sentire vivo, libero. Se penso che me ne sono andato da lei perché dovevo correre, perché avevo perso troppo tempo, ed invece, sono qua, fermo in questo posto così lontano e così vicino da tutto, vestito di ricordi e tenerezza, come un fiore di cristallo pronto a rompermi al primo rumore. Sono fatto così, non posso farci nulla sento sempre il desiderio di andar via, non so fermarmi, una continua ricerca verso l’astrazione, ogni pagina che scrivo devo poi lasciarla indietro e forse di lei ho scritto anche troppo, capolavoro ormai compiuto!
È che a volte il tuo capolavoro ti si imprime sul viso diventa una pelle, perfettamente aderente al corpo, una seconda pelle che vive di te, respira di te, si nutre di te, e ti etichetta per sempre.
Lei è dura da superare, non riesco a farne a meno mi rimbalza nella testa come una cellula impazzita, è dura da ammettere, l’ho scolpita pian piano giorno dopo giorno, riempita di me per poi eliminare tutto fino a vederne perfettamente solo l’essenza, la leggerezza, che meraviglia la leggerezza!
Essere liberi da parole condite di miele e caramello che non servono a nessuno, servono a distrarre, ad allontanare dal messaggio reale, invece, una parola, quella giusta, allora si che...
E torno sempre qui, nei miei sedici anni quando nei percorsi per costruirmi, inventarmi, incontrai sulla strada quell’uomo, cinquant’anni circa, scarno con un viso marcato dalla vita e due occhi azzurri, minuscoli tanto da essere penetranti. Mi fissava da un po’, fino a quando mi chiamò: ‹‹ Cosa fai ragazzo?››, la sua voce mi paralizzò ogni muscolo, in un attimo mi denudò di tutto.
Fresco, assente, improvvisamente fatto di niente, svuotato della mia faccia sicura, non mi voltai, lasciai che mi chiamasse una seconda volta, avevo bisogno di sentire ancora quel suono caldo, roco, che aveva riempito lo spazio tra di noi. Eccola di nuovo, ‹‹ sei sordo?››. Allora non mi sono sbagliato? Se avessi potuto chiedere una voce avrei voluto la sua, mi voltai come fossi ferro che cercava di opporre resistenza ad una calamite, inutile.
I nostri occhi parlavano, i nostri corpi parlavano, ma le bocche mute.
Mi sforzai di darmi un tono, cercai intorno per guardare qualcosa dove potermi controllare, correggere, niente da fare, ero preso!
‹‹E’ un po’ che ti osservo›› mi disse continuandomi a fissare, non riuscii a dire niente più di un semplice me ne ero accorto.
‹‹Non è in quel modo che imparerai ad avere padronanza di te, quello che fai non ti basta, prima devi apprendere, devi avere coscienza di te›› ancora una volta mi denudò.
Rimasi imbambolato chi era quest’uomo e cosa voleva dirmi?
Non sorrise mai, quasi sembrava avercela con me, mi guardò ancora una volta, silenzio, poi avvicinandomi prese dalla tasca interna della giacca un taccuino e una piccola matita, scrisse qualcosa, strappo e mi disse ‹‹Domani vienimi a trovare c’è qualcosa di importante che devi vedere››, così, nello stesso silenzio con cui lo avevo visto comparire, se ne andò.
