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Frammenti finali di parafrasando sms - di Elena Visconti

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 22/07/2006 alle ore 10:28:12

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Frammenti.
E noi, che pensiamo alla felicità
come ascesi, avremmo l’emozione,
che quasi sgomenta,
di una cosa felice cadendo.
(Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi, X)
Invidio, ma non so se è invidia, coloro dei quali si può scrivere una biografia. O che possono scrivere la propria. In questi miei appunti sconnessi ho raccontata la mia storia. Se ho scritto quello che ho sentito è stato per abbassare la febbre di sentire. Con ciò che ho scritto ho edificati tanti paesaggi, e perfino delle vacanze! Tutto con le mie sensazioni. Così trascorsero le città, e le ore, e i giorni, e i mesi. E gli anni. Alla fine mi parve persino di aver allontanata da me l’antica me stessa, la mia antica condizione. Con sguardo retrospettivo questa biografia ha il sapore di una grande fuga. C’è stato un momento in cui la vita mi sembrò davvero magica. Illusione o verità? Ho creduto nella verità e ho tentato di aprirmi, aprendo il mio animo come se di pericoli non ve ne fossero. Poi ho capito: ho capito che non ci si nutre di verità, bensì di risposte. L’ho capito a Burgos. L’ho capito a Pereje. L’ho capito ogni qual volta il mondo intiero mi si racchiudeva davanti in questa domanda: come faccio a risponderti? In materia d’esistenza l’ottimismo ha quasi sempre la meglio sulla saggezza del nulla. D’altronde siamo la specie più informata del mondo, almeno di questo mondo, che è il migliore dei mondi possibili, no? Sarà per questo che non è vero che non ci sono risposte, è che ce ne sono troppe. Neppure lo si potrebbe quantificare il gran numero di interventi al gran congresso della vita! Ognuno vuole dire la sua, ognuno tenta una risposta, pare d’essere in un quiz televisivo. Come faccio a risponderti? Ti rispondo, e farcisco la mia replica delle illusioni del momento, di ciò in cui ora credo. Illusione o verità? Illusione. La soave musica della fantasia colma sempre i vuoti del desiderio. Non è cosa grama: probabilmente è per questo che avvertii quel senso di gratitudine estrema che mi fece decidere di ripetere anche in futuro, grazie al mio estro inventivo, quello che quella ventura mi aveva concesso di iniziare. È così che ho deciso di dare avvio a quell’ultimo poema della verità. Io sono una tra quelli che sentono moltissimo la forza dell’immaginazione. Diciamo che l’ho veduta agire su di me tanto da sentirmene trafitta. D’altronde le creazioni più originali nascono da questo amplesso appassionato dei casti che fecondano le loro opere, no? Illusione o verità? Illusione. Che è poi la verità. Questa aporia è quindi stata risolta. E decisamente sono una casta, io! Ma c’è un’altra aporia da decifrare. Biografia o confessione? Confessioni del sentire. I miei solitari. Inquietudini. Provo dell’inquietudine, ora: come l’inquietudine di Soares. Leggevo infatti Pessoa, sui treni che ci avrebbero condotti a Saint Jean; ma non capivo l’inquietudine che provava lo scrittore quando diceva del fattorino. Il fattorino è partito, diceva: "nel corridoio, quando ci siamo incontrati casualmente per l’attesa sorpresa del commiato, gli ho dato un abbraccio che mi ha timidamente retribuito, e ho avuto sufficientemente coraggio per non piangere come dentro il mio cuore, desiderando senza che lo volessi i miei occhi caldi". Ogni cosa che è stata nostra, seppur solo per accidente di convenienza, o di visione, appunto perché è stata nostra diventa noi stessi. Non capivo. Poi ho capito anche questo. Ho capito tutto dacché ho fatto ritorno. Dopo anni di prove e peregrinazioni ero definitivamente a casa. Inizialmente non riconobbi lo scenario della mia terra natia, seppur tante volte frequentata. Ma non me ne stupii, visto che il mio viaggio aveva avuto inizio da un occhio accecato. Il ritorno non è stato affatto dolce e rassicurante. Quando sono scesa dalla macchina, quel lontano 5 settembre, dopo avere abbracciati Lale e il Cecco sarebbe toccato a lui, di essere abbracciato. E allora l’ho abbracciato. Non mi parve mi stesse dicendo «tocca a me! Tocca a me!» come pochi giorni prima io lo dissi a lui, implorante, anche se poi, in Sardegna, perché il 9 settembre sarei ripartita per la Sardegna con la Gas, gli comprai una maglietta con sopra scritto: "sono un uomo che non deve chiedere mai. Di solito imploro". Nevvero. Insomma, lo abbracciai comunque. Il mio corpo mi ha implorata di farlo, almeno quella volta. Sono una donna che non deve chiedere mai. Di solito imploro. «Ciao Michi bello». «Ciao Ele». Ci siamo tenuti bene, insieme, lì e così, per un accenno di secondo. Dolcemente. Era la dolcezza. Che bella... Non con la Cattedrale a farci da testimone, ma davanti a casa mia. Era così che doveva finire: davanti a casa mia. A casa mia dovevo tornare. Dovevo fare ritorno a casa. Questa era la meta del mio viaggio: partire per tornare. Partire per non perdermi. Partire e fare ritorno. L’ho capito a Finisterrae. L’ho capito grazie a lui. Le lacrime che ho riversate tra le braccia del pancione della Sere, qualche ora dopo, mi hanno permesso di stimare l’immane portata dell’amputazione subita. Non ero più esattamente la stessa. Anche se ero tornata. Per questo il ritorno non è stato affatto dolce e rassicurante: l’unica cosa che avevo il potere di ravvisare era la dissomiglianza da me medesima. Fu così che intesi ciò a cui Pessoa mi aveva iniziata. Il fattorino dell’ufficio è partito. Pessoa lo ha fatto partire per un paesino della Galizia. Fine dell’atto sesto: santo cielo quanto è stato lungo, l’atto sesto! Scena ultima: le coincidenze sono solo frammenti di accidenti di convenienza, o di visione. Per un frammento di accidente di convenienza, o di visione, ci siamo trovati insieme lungo il cammino jacopeo, accidenti a me e a quella visione! Ma senza un simile e visionario frammento di accidente di convenienza non avrei capite neppure le parole di Rilke: "e voi, non ho ragione, ditemi, voi che mi amaste per quel piccolo inizio d’amore ch’ebbi per voi", voi mi amaste per quel piccolo inizio d’amore che altrimenti non mi avrebbe condotta alla costa della morte! Una cosa ancora, però, non la afferro: la morte. La morte intera, ancora prima della vita, contenerla con dolcezza, senza essere malvagi, questo è indescrivibile. Sarà per questo che mi sento malvagia. È penoso essere morti. Strano non desiderare più i desideri. Strano quel che stretto si teneva vederlo dissolto fluttuar nello spazio. È penoso essere morti: un continuo ricercare, faticosamente in cerca di un poco di eternità. Ma i viventi compiono l’errore di tracciar troppo netti confini. Ora riesco a piangere, e a commuovermi, mentre leggo Rilke. Quell’esperienza, la più bella della mia vita, seguita ad essere la più bella esperienza della mia vita anche ora, a posteriori, tutt’ora che sono morta. Sono morta e continuo a dire: che bello. Converrete pertanto con me, voi, che gli sono debitrice. Il fattorino è partito e io ho subita una tremenda mutilazione. A tutt’oggi le nostre strade non si sono del tutto divise: lo vedo e lo frequento, come prima di partire. Come a luglio. Sento tuttavia di non essere più esattamente la stessa. Dopo soli due giorni, come se fossi esattamente la stessa, ci si è radunati al Festival dell’Unità, col Cecco e l’Ilenia; e in macchina, al rientro, noi due soli, siamo stati bene, come a luglio, sotto filigrane di luna. Mi aveva detto che sarebbe dovuto partire per lavoro: andava a Chartres. Chartres... che bello... É dai tempi dell’esame di storia della filosofia medioevale che me l’immagino essere un luogo davvero coinvolgente. Uno di quei posti tipo Roncisvalle, dove la storia la si respira e non la si studia. Mentre ero in Sardegna mi ha mandato un mms, come faceva prima che si partisse. Come a luglio. Un mms da Chartres: "camminando a Chartres" trova un’altra concha, "... ancora conchiglie?!! 1625 km sono troppi?" Nel frattempo, a Budoni, in via Dora Baltea (non dico balle! Lo sapete!) stava spiovendo e il firmamento si tingeva di rosa. Con gli occhi ai pois del crepuscolo, "... certo non è la stessa cosa... e tu, che bello... sei a Chartres! E allora 1625 km mi paiono sì troppi. Il cammino è finito. O forse no. Ma fermati comunque per un po’ e guardati attorno... sei a Chartres! Ad un mese esatto da Saint Jean, feeling 10, io ti ringrazio e ti abbraccio con quell’abbraccio che non ti ho dato davanti alla Cattedrale", fotoclic, fido cell non molla e non mi molla, e gli invio tutto. Non gli ho detto tutto, "... certo non è lo stesso rosa, senza di te... e tu, che bello che sei... che bello, sei a Chartres!" gli avrei dovuto dire. Nonostante ciò gli ho voluto dire tutto. Parafrasando sms ho capito che vi sono angoli di adolescenza sensibile che rimangono imprigionati nello spirito ed emergono quando meno te lo aspetti. I miei scritti li si dovrebbe allora ancora parafrasare, ciò nonostante non sono più esattamente la stessa. Il diniego al cospetto della cattedrale di Santiago...Pensavo non avrei avuto modo di rivedermi per com’ero ridotta là, così, quel lontano 31 agosto: ma Lale mi ha rubata una foto, sapete? Piangevo mica per finta, seduta poggiata alla colonna di quell’agorà. Ho lacrimato per davvero, ai piedi del duomo. Avevo una storia: quando si è abbastanza fortunati da vivere all’interno di una storia, in un mondo immaginario, i dolori di questo mondo svaniscono. Perché fino a quando la storia continua, la realtà non esiste. Mi sono rivissuta, in quella foto, e ho capito: ho capito che non ho più una storia immaginaria nella quale poter vivere. Non sono più esattamente la stessa. Ora piango il dolore di questo mondo. A tutt’oggi le nostre strade non si sono del tutto divise. Ma il nostro rapporto, ahimè che triste cosa, si è raggelato. Come se l’estate non fosse mai stata. Inutile continuare ad ascoltare Estate dei Negramaro. L’inverno è alle calcagna, come se luglio non fosse mai esistito. Forse, allora, è così: luglio non è mai esistito. Come Samuele. Mi sono immaginata tutto. Ho inventato tutto. Ho mentito quando avrei dovuto essere sincera e, viceversa, sono stata sincera quando sarebbe stato meglio smentire. Ve lo dicevo: non sono una brava scrittrice. Non sono all’altezza del compito. Oppure la lingua è uno strumento troppo debole per catturare tutto quello che si sente. Quando ci si sente morire, poi, è ancora peggio. E le cose, che possono sempre andare peggio, non potranno andare meglio. Meglio... poi... in fondo... Chi lo dice che se le cose andassero meglio sarebbe di miglioramento che si dovrebbe parlare? Chi lo dice che le cose, per noi, non debbano essere semplicemente queste, così, qui e ora? Non posso non ricordare: Lale ha scattate tante foto. Troppe foto. Al cospetto di tutti quei ricordi io desidero di ricordare. I veri piaceri risiedono sempre nella memoria. Desidero di ricordare tutto: Saint Jean, Roncisvalle, Zubiri. Ma anche Cizur Menor, e Pereje, e O Cebreiro. Anche Santiago e Finisterre. Desidero ricordare tutto. E se tutto è chiedere troppo, desidero ricordarne almeno una parte. E la parte che voglio ricordare, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, è la parte del cammino dopo Cizur Menor: la parte più vera. Quasi tutto, quindi, con qualche spazio vuoto riservato ai pezzi mancanti. In quel quasi tutto ho lasciati cadere tanti piccoli pezzettini di noi che, così ridotti e sbrindellati, non ci si riconosce più. Non siamo più gli stessi. «Ciao Ele»: mi dedica sempre un dolce saluto ad ogni commiato, ma io non ne riconosco neanche la voce. Ele... poi... Chi è Ele? Eleonora forse? Probabilmente. Ma non ci metterei la mano sul fuoco perché, così ridotti, ridotti a lembi, non ci riconosco più: lui mi dedica un dolce saluto personale ma io non ne riconosco neanche la voce. Allora ci confronto con le immagini delle foto che Lale ha scattate lungo il cammino: ho trafugate due foto dal suo album, restituendogli il favore. Non me ne voglia, ma ho ritenuto più legittimo che fossi io ad averle. Due foto: me e lui vicini, nei letti di Roncisvalle e Zubiri. Non lo sapevo, continuate a credermi, neppure sospettavo dell’esistenza di quei due ritratti. Ero convinta che solo le mie parole avrebbero potuto documentare di quei vortici emozionali. Invece no, grazie Lale, mio provvido Caspar David Friedrich che mi eternizza di spalle, sdraiata a pancia in giù mentre protendo il braccio per aiutare il suo teso sopra la mia testa ad incorniciare la mia nuca mentre lui lega la busta del sacco a pelo alla spalliera dei nostri letti. Di lui, preso di facciata, si vedono solo gli occhi, miracolosamente scampati all’ingordigia della mia figura. Questo è quello che resta di noi due a Roncisvalle. I suoi occhi ciechi e la mia nuca. Frammenti. L’altra foto blocca un attimo ancora più tenero: quello che resta di noi due a Zubiri. Io che sonnecchio fatta sù come un cotechino girata sul fianco sinistro, dopo essermi voluta imbalsamare per smorzare la stizza, e lui sul fianco destro che scrive sul moleskine. Insomma lui, un’astrazione, che però non mi volta il culo. Chissà che stava scrivendo. Ravviso solamente la curiosità che già avevo provata nei confronti di quelle pagine che resteranno ermeticamente chiuse nell’incognita di un per sempre. L’intimità che ci avvolgeva era a tal punto compassionevole da... non riconoscerci. Pensavo di essermi inventata tutto e allora mi sono sentita in colpa, perché credevo di avervi mentito. No. Non è così. Siamo stati vicini, lo siamo stati davvero e talmente tanto da inumidire anche gli animi più arcigni. Sulla foto di Zubiri ci starei delle ore, ad inventarmi altre storie e a farmi di film, tipo la vicenda del ribaltamento dei ruoli: la scrittrice che si addormenta e diviene personaggio per il suo adorato personaggio che si improvvisa scrittore, libero e sovrano artefice di sé, e scrive di lei, il suo personaggio, di lei che si è sedata; vigile e attento lui, prende il posto di lei e su di lei veglia quando lei è troppo stanca per scrivere ancora. Poi toccherà a lui, di riposarsi, e allora sarà lei a riprendere fra le mani carta e penna per dire del loro gioco di ruoli. In quella foto, pertanto, ritrovo la magia del sole e della luna. Quei dagherrotipi confermano quanto ho capito lungo il cammino: cosa accade quando si dà un istante di verità. Lo conoscevo bene, quel che ora chiamo l’istante di verità ossia il quando quel che non è più si imprime d’un tratto su quel che è. Guardando quei dagherrotipi ho come la sensazione che sarebbe bastato far parlare il reale, senza calcare troppo la mano, che tanto si sarebbe difeso benissimo da solo. Ma che ne sapevo io, di quei dagherrotipi? E a Zubiri di certo non mi sarei potuta figurare che il fattorino sarebbe partito. Ora che il fattorino è partito non c’è più nessuno disposto ad avere cura di me quando le palpebre appesantite mi chiudono la vista. Non devono forse alla fine questi così antichi dolori diventare fecondi per noi? Non è tempo che amando ci liberiamo noi dell’amato restando frementi, frementi come una freccia, che è tesa alla corda, raccolta nello scatto per essere oltre e più di se stessa? Non c’è più luogo alcuno per stare. Mi dovrei pertanto comportare come una freccia, adesso: lanciati Ele, fatti scagliare! Ho conosciuto un ragazzo, durante il viaggio di ritorno dalla Sardegna: un surfista, sul traghetto. Un surfista col Westfalia e il corpo scolpito in una carne di terra bruciata, denti bianchissimi incastonati in labbra da urlo e una bocca saporita che avrebbe gradito di assaggiarmi. Lanciati Ele, fatti degustare! Almeno un morso... Concedi di te almeno un boccone... No: abbasso lo sguardo e non consento manco un ricambio di fotoni. Ritiro il piglio dal suo che mi toccava, mi toccava ovunque. Che c’è di strano in una simile malia chimica? Era solo un chimicone, direbbe il Cecco. C’è di strano che sono mesi, quanti non me lo si domandi, ne ho perduto definitivamente il conteggio, che non provo dell’attrazione fisica per un corpo di maschio che non sia il suo. Ho conosciuto un ragazzo all’università, durante il corso per il laureandi: più giovane ed etereo del surfista che gli enta li aveva superati da tempo, l’acerbo efebo mi ha fatte riaffiorare le preferenze che avevo prima di invaghirmi della porosità ruvida e villosa della coltre del mio amato. Mi piacevano i fanciulli scarni e glabri, magri ed esili, alti e allampanati; con tanti capelli spettinati, scuri, folti e arruffati; con gli occhi giganti su volti pallidi e scavati. Dell’opinabilità dei gusti e della loro discutibilità non credo sia il caso di discutere. Quindi non si discute nemmeno dei gusti. Il bel laureando aveva degli occhioni grigi e spaziosi e, coi suoi pantaloni a quadretti marroni e la sua giacchetta di pelle, aveva tutte le potenzialità adeguate che dovrebbe avere l’aspirante sostituto del mio amato. Che c’è di strano? C’è di strano che da troppi mesi, quanti non me lo si domandi, ne ho perduto in modo definitivo il conteggio, non incontravo qualcuno dotato delle sopradette tutte tante potenzialità adeguate. A dirla proprio tutta, il pallido studentello mi ricordava quel lui sul quale fantasticavo di fuggirci in Giamaica assieme, ricordate? Che c’è di strano? C’è di strano che ho incontrato qualcuno così potenzialmente adeguato da potermi piacere così tanto da fuggirci via insieme! E così diverso dal mio amato da farmi sentire... strana. Capitemi. È importante. Non mi sono riconosciuta nell’inseguimento delle nostre pupille, nel rossore del volto che mi tingeva le gote quando lo sorprendevo su di me, negli scompensi cardiopatici che mi facevano trasalire quando palpitante rispondevo ai suoi «ciao». Non pensavo avrei palpitato né che avrei deglutita altra bile per dei «ciao» che non fossero i suoi. Pensavo neppure avrei più palpitato. Ho desiderato di conoscerlo meglio per penetrarne gli occhionissimi superlativi e mi sono sentita... strana. Diversa. Ecco cosa c’è di strano: definire due occhi occhionissimi superlativi e scoprire che sono, non che diventano, grigi, e che non sono scuri, e che quindi non sono gli occhionissimi superlativi del mio amato. Ecco cosa c’è di strano: soffermarsi su due occhi che non siano i suoi. Ecco cosa c’è di strano: non solo lui ha degli occhionissimi superlativi. E c’è di strano che in metropolitana, al ritorno dai corsi, dopo il rimpiattino col giovane filosofo, sentivo solo la nostalgia di Michele. Non di Samuele. Proprio di Michele. Samuele è davvero morto e sepolto. Mi sento strana; non sono più esattamente la stessa. Mi sono riconosciuta quando sono scappata dalle mani avide del surfista, manco fosse stato un maniaco sessuale, terrorizzata dal fatto che altri palmi necrofili si sarebbero potuti poggiare sulla mia pelle. Del sesso, verosimilmente, mi avrebbe giovato, visto che sono mesi che... Anche questa volta si sia clementi e non mi si domandi quanti perché, questa volta, non ho perso il conto e allora sarei tristemente in grado di rispondere. Ma la mia pelle vuole essere amata. Accarezzata. Non toccata. Penetrata. Non lacerata. Mi sono riconosciuta quando ho evitato in tutti i modi di ritrovarmi nuovamente a stretto contatto col giovane grigio: durante le lezioni gli ero seduta vicina, ci si scambiavano informazioni e occhiate furtive, scopiazzavo dal suo quaderno gli appunti, misuravo i centimetri delle sue sottili braccia scoperte e lasciavo che mi distraesse quando sarebbe stato meglio non farmi distrarre. Poi basta. Poi ho fatto in modo che non capitasse più. Scottata come fui dalla necrofilia, non dovrà più capitarmi di amare e non essere amata. Come la mia pelle, anche io voglio che mi si ami. Mi riconosco solo nelle mie paure. Per ritrovare le tracce di chi sono stata devo invece far ricorso all’album fotografico: la mia identità si è fatta incerta, ibrida e mutante, alterata e nomade, plurale e meticcia. Il tempo del cammino, un tempo nuovo, non lineare né progressivo ma discontinuo, il tempo delle cadute e delle riprese, della morte e della rinascita, della perdita e del ritrovamento, mi ha indotta a ripensare a tutte le età della mia vita. Mi sono spogliata, anche davanti agli altri. Anche davanti a lui. Anche voi mi avrete vista in mutande e reggiseno. Vi ho detto di me e di lui, degli occhi e dell’olfatto, del desiderio e dei gesti, delle sensazioni e dei sentimenti. Dei pensieri. Ho tolti gli indumenti, i miei e i suoi, e ho cominciato a frugare sotto una piega, dietro un orecchio, tra le dita, sotto la pelle, dentro i pori, nel midollo, lungo le vene. Mi sono spinta persino fin dentro le sue mutande! Dinnanzi alla nostra nudità ho provato del disagio. Mi sono sentita un’intrusa, capitata chissà come nelle stanze degli albergues che condividevo con lui e chissà perché costretta a restarci. Da intrusa. Tutt’ora, quando lui entra nella stanza, smetto di sentirmi a mio agio. Così il mio corpo ha capito: perché il corpo sa, distingue e discerne, pensa e intende. Ho capito anche questo: ho capito che la forza del corpo è tale da riuscire a trasformare in carne anche ciò che carne non è. Il mio corpo disagiato ha compreso più di tutto che il suo non può pronunciare la parola Amore, perché per lui questa parola erano i piedi e le mani, le dita e il naso, le orecchie di... lei... E senza... di... lei... quella parola gli procura un tonfo nel cui precipizio cade, se la pronunzia. Ad innumerevoli cose ho rinunciato per quella sensazione di inadeguatezza che mi porto dietro, al posto dello zaino, dalla fine di questa storia. Pesa quanto lo zaino. Se non addirittura di più. Troppe volte ho avuta vergogna. Troppe volte non mi sono comportata come avrei voluto. Anche quando sono tornata dalla Sardegna: «ciao!» Mi si è piazzato davanti col suo felpone blu e io... io avrei avuta voglia di saltargli al collo, stringerlo a me, soffocarlo di blandizie e dirgli che mi era mancato. Invece non gli ho neanche ancora date le magliette che gli ho comprato mentre ero via: gli piacciono le magliette stupide, come le chiama lui, con le scritte strambe. A San Teodoro crescevano praticamente sugli alberi e allora gliene ho raccolte tre: non gliele ho ancora fatte avere. È una vergogna. Ma la vergogna avverte anche che non ci si può spingere oltre e allora avverte quando giunge il momento opportuno per dire: basta! BASTA! Ho desiderio di diventare altra, adesso, seppur non ho ben chiaro cosa questo comporti. Prima i miei occhi vedevano così: dagli alberi passavo al foglio di carta, spazio in cui il mio pensiero si materializzava, miracolo che legava il mio cervello alla mano e la mia mano ad un segno e i miei segni agli occhi. E i miei occhi a lui. Funzionavo così, io; e i luoghi diventavano scenari, e le persone personaggi. Ma adesso basta. ADESSO BASTA! Lo ha gridato anche la Gas una notte, nella camera da letto della villetta in via Dora Baltea, in uno dei suoi attacchi di sonnambulismo. Gas soffre pure di sonnambulismo. Voglio finire di scrivere quella che sono stata nonostante non abbia ancora trovata la mia sostituta. Dovrò reinventarmi; dovrò trovare l’altra che mi rimpiazzi; dovrò brevettare un’altra me. Ma questo richiede tempo, tanto tempo. Qui e ora non ce n’è più, di tempo. Sarà per la prossima volta. In questo racconto le cose, i luoghi e le persone hanno trovato, come per magia, il loro posto. Forse il tono di voce o lo sguardo che ho avuti lì o là non sono riuscita a renderli somiglianti perché non sempre sono stata in grado di prestare la mia temperatura reale alle mie parole: non è mica facile mettere d’accordo le voci interne sempre più litigiose. La pagina bianca ha delle regole; quantomeno richiede d’obbligo la linearità; non è facile. Pensate a quanto è ordinato un foglio scritto, giustificato con le parole inquadrate nello stesso carattere, le stesse dimensioni, spaziature preimpostate, allineamenti rientri e interlinea in automatica, tutto preciso. Scrivere bene e ordinato significa quasi pensare bene e ordinato, e di qui ci vorrebbe poi poco ad arrivare pure ad agire bene, e ordinato. Ma come si fa, a scrivere bene? Basta davvero l’intelligenza artificiale di un portatile? E se anche fosse sufficiente (vorrà dire che me ne procurerò uno) ci sono quantunque circostanze nella vita in cui l’uomo somiglia effettivamente ad un pc: tutto liscio all’esterno ma con dentro i neuroni che lampeggiano frenetici, tutto compresso in fantastilioni di gigabyte, fibre infime di potenze ed energie recondite e convogliate in uno spazio-tempo pressoché nullo... Pensate un po’ che casino! È un bel pasticcio. Eppure, in qualche modo, ho incarnati i miei pensieri, e questo libro non è solo una risma di fogli: è anche un dito, un piede, un naso, che si intrufolano. Questi fogli sono pezzi di me. Potrebbero benissimo essere i pezzi di un’altra: desiderio, amore, ombra, nudità, paure, vergogne, dubbi. L’ansia che provo è quella di non essere riuscita a ricongiungere tutti questi pezzi coi pezzi di mondo che ho visti e vissuti. Vorrei solo poter tenere tutto insieme. Per farlo, ve lo confesso, ho dovuto anche mentire. Ma se l’ho fatto è stato solo per il costante pericolo al quale mi sono esposta di non riuscire a trovare dei nessi. Avrò conseguita l’unione del mondo con le parole? Questo me lo chiedo. La scrittura è questo stillicidio, a volte: non è facile. La scrittura è questo starsene sulla cerniera tra l’urgenza di mostrarsi e la necessità di mentire. Ma mi piace, cavolo se mi piace, la sensazione che dà di non essere più nella propria pelle bensì nelle pagine di un libro. Leggera... come le pagine... E ora rifletto: rifletto su come la parole STORIA riferita a me medesima mi abbia aiutata ad accettare l’idea della fine. Di questa fine. Della mia fine.
Pare che ci sia qualcuno disposto a scartabellare tra queste pagine per vedere di tirarne fuori qualcosa di buono, se qualcosa di buono c’è. E allora dovrei sforzarmi di prenderle tra le mani, per prepararle, come se ci fosse una festa od un qualche importante evento e io, madre fiera, di loro dovrei volerne andarne ancora più fiera imbellettando di tutto punto le mie bambine. Le ripulisco allora un po’ e... le scopro ridicole. Troppo buone. Troppo clementi. Candide. Innocenti. Al party verranno sbranate, sbrandellate e divorate. Se lo meritano. È il limite da valicare per poter dire di essere cresciute. Prima no. Prima si deve morire. Le mie pagine... non sono più delle bambine. Sono cresciute. Pure troppo. Un libro è come una scatola chiusa. Il lettore non può sapere che cosa ci troverà dentro, tra le sue pagine. È un rischio che va affrontato. Attenzione: potrebbe essere un pacco-bomba!
A Milano, su un muro, mentre tornavamo a piedi dal locale per salire in macchina e andare in un altro, a bere, ancora, il Cecco e l’Andrea davanti, poi io, dietro la Gas col Turella e in fondo lui e Piero, ho letto scritto: "(irrilevante nome di qualcuna) io e te tre metri sopra il cielo". Dio mio! che bordello ci sarà, ormai, lassù, tre metri sopra il cielo? Non ci voglio più andare. Ci vanno in troppi. Ci vanno tutti. É diventata una moda, come la Giamaica e il Brasile. Panzane...
Poco ci manca che arriverà anche novembre. Il tempo non ha cesure, non ci sono bufere o squilli di trombe al principio di un nuovo mese. Ottobre è infatti stato in tutto e per tutto uguale all’ultimo ritaglio di settembre, ed ecco che, come un colpo di piccone nello stomaco, torna il ricordo con il suo mefistofelico corteggio: di ricordi, per l’appunto, e rimorsi, spasimi, angosce, incubi e collere. Il ricordo è ciò che più mi risulta difficile gestire, adesso. Ogni volta che lo guardavo mi era praticamente impossibile non rivedere quella visione abbagliante e indistinta che mi aveva sfiorata quella sera d’inverno del nuovo anno appena iniziato, quando mi era sembrato mi volesse dire: coglimi al volo, se ne sei capace, e studiati di sciogliere l’enigma di felicità che ti propongo. Lo dico con le parole dello scrittore che gli piace a tal punto da esserselo portato appresso perfino lungo il lungo cammino, il lungo cammino che sapevo avrebbe dovuto fare. Lo sapevo ancora prima di lui, ancora prima che si decidesse a mettersi lungo il lungo cammino. Ciò che non sapevo quando già sapevo del suo cammino era che lungo quel lungo cammino mi ci sarei dovuta trovare anche io. Non lo sapevo. Ma l’ho sempre saputo. Quello che non sapevo ancora era che non di un enigma, bensì di un mistero si sarebbe trattato. E il mistero, a differenza dell’enigma che contiene in sé la sua soluzione, non può essere risolto. Ripenso a lui, non fosse altro perché è il suo compleanno, auguri! E mi dico: ripensare, suvvia Ele... Non sarà mica questo il vocabolo giusto per dire della tua maniera di rivolgerti col cuore a lui! Troppo moderato, il ripensare. Ripensare a lui significa avere quell’impressione, l’impressione di trovarsi in barca e di guardare dal vitreo chiarore diurno della riva occidentale, con gli occhi beffati e caliginati, verso l’abbacinante notte lunare dei cieli orientali! Ma quale ripensare!
Osservo il prodotto finito. Una finestra aperta su un sogno. O un delirio. Oppure il delirio sarebbe stato tornare a Hospital de Orbigo, a prendere l’originale, per portarlo qui. È giusto che rimanga lì. Qui una copia: i ricordi mi hanno data una mano. C’è l’ombra del pellegrino, al quale è cresciuta una ventrella da reduce dell’October fest. Ai suoi piedi le fiamme, le fiamme ardenti che bruciavano a ogni passo. Poi c’è la pellegrina che corre lungo le mesetas; e c’è anche il fagiano, libero e vivo, che svolazza nella foresta. C’è la carretera, dritta. Ci sono i sentieri, tortuosi. C’è la notte. C’è il giorno. C’è la luna. C’è il sole. C’è il buio. C’è la luce. Ci sono le galassie. C’è la cruz de hierro. Ci sono prati sconfinati e città infinite. Ci sono i mulini a vento. Ci sono le nuvole, lassù, tre metri sopra il cielo, alla fine. C’è la fine.
Questo gli scrissi sul biglietto in allegato al quadro che ho dipinto per lui: un’originale copia del suo lasciato a Hospital de Orbigo da donargli per il compleanno. Un quadro sul quale dipingere tutto. Il resto, quello che non ho dipinto, lo si vuole dimenticare. Come Maccarini. Quel quadro, in realtà, l’ho dipinto in via del tutto speciale per me, come a voler restituire i toni brillanti ad una storia che lentamente si sta sbiadendo. Ad ogni lavaggio al quale mi sottopongo per ripulirmi dal passato che quotidianamente mi aggredisce, i colori si impallidiscono. E le mie parole, perso il vigore, non bastano più. Mi occorreva una parentesi pittorica. Una parentesi, niente più. Non voglio fare la pittrice. Lo lascio fare alla Sere, che certamente è più dotata di me, coi pennelli. Eppure solo coi colori sono riuscita a dirgli tutto quello che volevo dirgli, che è esattamente tutto quello che ho detto qui, a voi. BASTA con le parafrasi. Tuttavia quel quadro andrebbe parafrasato. Infatti, senza la parafrasi, non ha capita una cippa. Mi ha ringraziata per le magliette, eccola finalmente l’occasione di dargli anche quelle, ma per dire del quadro anche lui era senza parole. Non è facile avere a che fare con le parole. Lo ha gradito, ne sono sicura; ma quello spaesamento che deve avere provato nell’osservare quel delirio dipinto lo avrà certamente fatto sentire inadeguato perché ancora davvero troppo limitato. Limitato come le parole. Limitato come lo sono io. Per questo, anche io ho scelti i colori. Per lui fu più semplice dire che non se lo meritava, che era troppo, che non ne sarebbe stato all’altezza neppure se fosse stato solo un terzo di quello che era. Povero ignaro: che farebbe se gli dovesse capitare tra le mani questo scritto? Sta di fatto che tentai di esorcizzare quello che per me fu un attimo tragico smorzando le tinte dei miei ardori: gli dissi che erano solo colori e che, come le magliette, si sarebbero sbiaditi. Era come dire, per me che sono una scrittrice, che le mie parole sono solo parole. Una sorta di suicidio, pertanto. Allora fui anche costretta a vendicarmi, dandogli del grizzly, finalmente ti dico quello che di te penso, grizzly! Non era affatto una questione di meriti o demeriti. Era solo una storia. Volevo raccontarla anche a lui, che un tempo ne era parso interessato. È solo una storia. In quel quadro ce l’ho messa tutta: tutta la mia storia su una tela. Fino alla fine, quando si vaporizzò tra le nuvole del faro. Non se lo meritava, quel quadro. Per mille motivi non se lo meritava davvero. Quante volte non ci si merita di... eppure ci tocca... Io mi meritavo per caso questa storia? Il mio quadro si meritava lo sgabuzzino di casa sua? La mia storia la prigionia del suo portatile? Per mille motivi se lo meritava davvero, quel quadro. Quindi non può trattarsi certo solo di una questione di meriti o demeriti. Quando gli recapitai la tela, che avevo abbandonata sulle rive del più lungo fiume d’Italia che nasce dal Monviso e percorre tutta la Pianura Padana e si getta nell’Adriatico con ampio delta alla terza perona singolare del verbo stare (figuriamoci se avrei trovato il coraggio di darglielo di persona!), erano passati poco più di venti giorni dall’October fest. Nonostante la sciarada di indicazioni poco precise riuscì a trovarlo. Che vergogna! Fortunatamente non avevo ancora recuperata del tutto la lucidità scapitata a Monaco. A Monaco scrosciò birra dal cielo, ininterrottamente, per tutti i tre giorni che fummo lì. Impossibile non perdere i sensi. Non era il tempo della montagna, quello. Era il tempo della sbronza. Il tasso alcolico si alzava, le inibizioni abbassavano gli argini e ci si avvicinò al limitare che avrebbe resi labili i nostri confini. Ad un passo dal contatto, mi afferrò il volto tra le mani, lo tirò a sé e mi baciò sulla guancia, fulmineo, dopo avermi combinata una delle sue marachelle. «Sei proprio ubriaco!» Lo era davvero, non si reggeva in piedi. Più e più volte è caduto, rialzandosi divertito. E io ero felice, felice come a Zubiri, quando dicevo che sarei stata felice se lo avessi visto sempre così. E chi lo ha visto più, così, dopo Zubiri? A Monaco ero felice, dunque, ma non come a Zubiri. Gli presi la mano sanguinante, era talmente sborniato che con eccedente vitalità aveva scheggiato il calice che gli aveva affettata la mano sinistra, volevo arrestarne l’emorragia ma subito lui me lo impedì e, precipitoso, mi tolse di mano la sua mano. Ero cosparsa del suo sangue, nondimeno il passo decisivo non lo si fece. Non lo feci. Tra feci e non feci, sangue ed epistassi, in un simile retroscena pulp, sta di fatto che non mi mollò un secondo, anzi per un secondo sì, mi perse di vista; allora si preoccupò. Ora lo nega, di essersi impensierito per me. Eppure quel giorno, dopo avergli fatta una piazzata degna delle più rompicoglioni delle fidanzate, che vergogna! «ma... io... senti... ti ho telefonato... io... ma... ecco... Ero preoccupato!» Questo ha farfugliato, esattamente ciò che ora sconfessa. Ma non mi importa più. Smarrita che mi fui per le vie della città, completamente offuscata, mi serrai nel cesso della metropolitana mentre fuori Babele impazzava. Ancora una volta senza di lui. Era davvero destino. Come a Logroño, ho avuta tanta paura. Ma mentre a Logroño sapevo lo avrei ritrovato, questa volta non ne avevo alcuna certezza. Infatti mi barricai in una chiesa, mica in un gabinetto! Inutile cercare una basilica, a Monaco. Ogni preghiera sarebbe stata vana. Anche questo ho capito grazie al cammino. Dopo i giorni dell’October fest, infatti, non l’ho più rivisto. Né più l’ho sentito. L’avevo perso. Ho creduto per sempre. Un altro drammatico briciolo di eterno. "Spesso mi viene in mente di chiederti come stai, se stai bene, contento, lo spero sempre, se sei ancora arrabbiato per il quadro, se i tuoi progetti continuano, se... se... se... poi non lo faccio mai. Vabbé, sono sempre la solita anche io. Stai bene, mi raccomando". Non servono più parafrasi. Non serve neppure dire che sapevo bene che, ad un simile messaggio, lui non avrebbe risposto. Ha sempre pensato che gli sms siano una cosa da codardi. Il codardo... Mi ha sempre detto che se il Messia giunge ti citofona, non ti manda un sms. Il giorno del mio compleanno fu l’ultimo a farmi gli auguri, con un sms. Decisamente non è lui, il Messia. Pare non se ne fosse nemmeno ricordato, del mio compleanno. "Beati gli ultimi, che saranno i primi", sancì. "Sei l’ultimo. ¡Es una vergüenza! Sei (sempre) il primo. Beato te, và!" Quel "sempre" avrei potuto ometterlo, invece l’ho messo. Tra parentesi ma l’ho messo. E se a voce le parentesi non le si odono, quando le si scrive non le si può ignorare perché gli occhi ci inciampano. Basta con le parafrasi. Non è stato semplice trovare una nuova identità senza stimoli. Ma dovevo uscire di casa, mi serviva un nuovo abito di scena. Chi sei ora? Quale maschera indossi? Che persona sei diventata? Cosa fai? Quanto pesi? Come ti chiami? La verità è che non ho più maschere da presentare alla gente: sono presente, ma invisibile. La gente non potrebbe davvero più pensare nulla di me, perché non potrebbe realmente vedermi. Né chiamarmi. Non lo so neanche io come mi chiamo. So che (per ora) mi chiamano maestra. Mi chiamano così i bambini a scuola: mi occupo dei servizi di pre e post scuola e della mensa. Alle scuole medie, qualcuno mi ha perfino dato della prof, e del lei. Tengo sotto controllo le future nuove generazioni, ora. Assicuro che siamo messi abbastanza male, fatta eccezione per qualche brillante rampollo per la cui incolumità quantunque temo. Mi chiamano maestra ma non insegno loro un fico secco. Faccio la babysitter, in sostanza. Per lo meno riesco a tirare fine mese pur concedendomi il lusso di spese superflue. Soprattutto sono una studentessa in procinto di laurearsi: questo conta davvero. Mi sto dando da fare. Sto scrivendo il quarto capitolo di una tesi che conto di chiudere a sei. Sei capitoli, come gli atti di questa storia. Con puntualità e precisione mi presento dal docente, che davvero non mi fa più paura dal momento che si è voluto riappacificare con la delirante sottoscritta riconsiderandone la cocciutaggine come prova di forza e atto di coraggio nel nome di «un lavoro che si sta rivelando essere un ventaglio di piacevoli sorprese. Il ventaglio si sta graditamente aprendo. Prima era chiuso e pareva non se ne potesse cavare fuori nulla; non ce lo si poteva immaginare, quanto bello sarebbe stato una volta aperto!» Lo dicevo io, che la stele di Rosetta è l’apertura. Scrivo bene, lo asserisce sempre lui che, insomma, è una auctoritas, mica pizza e fichi! Fatta eccezione per quel qualche problema con l’uso delle virgole che ho, il prof non la smette mai di adularmi congratulandosi con la mia testa dura: «ci voleva del fegato per aprirlo!» Già... Se solo il prof sapesse che, mentre quel ventaglio l’ho voluto a tutti i costi spalancare, molti altri li ho voluti recingere, allora forse non sarebbe poi più così tanto ammirato. Non ho fatto altro che studiare, leggere e battere al computer, scartabellare, scarabocchiare e studiare, in questi ultimi due mesi, negli intervalli di tempo tra i pre scuola, le mense e i post scuola, la palestra e il corso di percussioni. Eh sì, perché sono anche una percussionista, adesso! Nei ritagli, poi, ci ho messi Stefano, le amiche, qualche sera in discoteca per far contenta la cara Gas, le riunioni e i parenti. Ecco la mia cella egologica senza cassetti. «Complimenti signorina!» Ogni giorno accendo il pc e apro il file del nuovo capitolo. Così, ogni giorno, si aprono anche i file della mia memoria: le uniche finestre di questa stanza, sui suoi nome e cognome. Quelli veri. Quelli ai quali corrisponde una creatura in carne e ossa. La mia tesi la sto difatti battendo sul suo portatile, gentilmente prestatomi, tanto ne ha due; quello di cui mi servo io è un ferro vecchio, il suo primo portatile, quello in cui ha rinchiuso tutto il suo passato con la Serena. Quando chiudo le finestre, a lavoro giornaliero ultimato, mi si chiede se voglio disconnetterli... i loro due nomi, insieme. Che domande... Come potrei disconnettere tutte le foto di Zanzibar e di Ischia, la piantina di quella che sarebbe dovuto essere il loro talamo e che invece è solo il suo appartamento? Come potrei disconnettere tutti gli mp3 che hanno fatto da colonna sonora a sette anni della sua vita? Come potrei arrogarmi il diritto di eliminare le note suonate dai Mr Big e i Metallica? È compito suo, spetta a lui sostituirle con quelle degli Audioslave e del tanto grunge che ascolta adesso, e che lo rende ancora più duro di quanto già comunque non fosse in quelle foto, silhouettes di un ragazzino, esile e quasi innocente, dallo sguardo comunque torvo. È compito suo diventare adulto. È compito suo diventare un uomo. Anche per lui sono stati due mesi di chiusura, questi ultimi due mesi. Si è lasciato silenziosamente inghiottire dalle tenebre della calata del buio invernale. Come i grizzly che vanno in letargo. Fa sempre tanto freddo, adesso. Nevica spesso, qui e ora. Ma non è come quando nevica in aprile: è tempo di neve, adesso. Faccio fatica a prendere in mano la penna per mettermi a scrivere di una me che al mattino non riconosco allo specchio. Sono nuovamente ingrassata. Mi sento gonfia. Mi sono intumidita. Succede sempre così, quando chiudo tutti i cassetti. Chiudo i cassetti e apro il frigorifero. O la credenza. È stato malagevole approvare di non essere più esattamente la stessa, la stessa che fui dal momento in cui mi innamorai di lui. Mi sono dovuta identificare in quell’altra, l’altra che aveva perduta la sua poesia come una delle tante amanti inappagate che hanno sacrificato tutto all’amato. Ho persa la mia poesia, era prevedibile accadesse anche questo. Quell’altra si riversa contratta nelle linee impersonali della tesi. Oppure nel water del gabinetto. Altro che biografia o confessioni: adesso potrei essere un autoritratto contratto di Schiele. Ho dovuto anche cambiare il cellulare perché fido cell, il mio ex fido cell, dopo il tuffo nell’oceano, si è lentamente spento. Anche lui è morto, a Finisterre. Pertanto non posso nemmeno ricorrere alla galleria di foto scattate sul cammino, bloccate nella sua memory card. Ho un cellulare nuovo: è una conchiglia. Lo si può tenere chiuso. È un cellulare che si può chiudere. Lo detesto, il mio nuovo cellulare, che è un cellulare vergine perché non sa ancora del brivido metallico di un sms ricevuto inaspettatamente con le parole che ci si aspettava da chi ce le si aspettava. Ed è pure frigido perché sta sempre chiuso. Il nuovo cellulare non sa proprio nulla di quanto dispendio energetico costi il meccanismo dell’attesa. Né di quanto dolore comporti l’apertura. Ho però ragione di credere che se ne stia in ogni caso formattando una vaga idea, dato che continuo a tenerlo acceso. Sempre. E ad aprirlo, per vedere se qualcuno... magari... Indi per parte mia non ho sicuramente cessato di attendere. Mai investire nella promessa del piacere! Subito o mai. Il subito, però, in fin dei conti, non è un istante? E l’istante non si potrebbe presentificare sempre? Sempre o mai? Preferisco tutt’ora il sempre, ma non mi inganno: lo so bene che continuerò ad aspettare. Quanto sei disposta ad aspettare? Anni... Come Penelope... Lo so bene. Solo che mi aspetto proprio di tutto, senza troppi (mal)augurati giri di parole. Gli stratagemmi di cui mi sono servita si sono rivelati essere buoni a nulla: né lo studio maniacale né l’ossessione della page blanche sono serviti, tanto anche in quelle parole si continuerà a sciogliere il fluido di emozioni serpentine che mi sgusciano fuori dalle vene. Solo io ho dato a tutte queste compulsioni un mucchio di nomi per far finta di cercare la pietra filosofale, o qualcosa di simile. Invece erano solo maldestri tentativi e di ammazzare il tempo, prima che fosse il tempo ad ammazzare me, e di ammaestrare i sentimenti. Anche loro devono saper amministrare il tempo, è questa la più grande prova di saggezza. Nelle parole della mia tesi scivoleranno tutti i miei pensieri. E la mia tesi la dedicherò a Samuele.
Entra senza bussare. Lo fa sempre. Quanto mi innervosisce, questa cosa. Per raccontarmi poi di che? Le solite fregnacce, tipo «hai visto che sgnoccolone il padrone del Ciccio?» riferendosi al proprietario dell’omonimo mastino del mio docile batuffolo di grasso. Distolgo lo sguardo dallo schermo del pc, lo poggio su di lei, ma che cazzo dici? le vorrei dire ma «no. Non ci ho fatto a caso». «Ti sei fatta una canna?» Che pizza, siamo alle solite. Diavolo di un cane di un mondo ladro, allora qualcosa si è salvato intatto dal cataclisma degli ultimi mesi! Ma mi dico: proprio questo si doveva conservare? Il mio fisico snello non era meglio? Invece no. Si conserva come le conserve fatte in casa la relazione che ho con mia madre. È una vip, lei, adesso, sostenitrice e membra fiera dei siti d’incontro virtuale: è sempre in giostra, due le sere a settimana che resta a casa, zero sotto le feste. Numero perfetto. Zero. Mamma, stai a casa stasera? Zero! Arieccola, la legge del taglione. Chiamano a casa e chiedono di lei col suo nickname, lei al telefono poi parlerà d’altri col loro nickname, sembra The club! Perché invece dei nomi anche io non mi sono inventata dei nickname non lo so... Ne sarebbe venuta fuori una bella crew. Per tornare all’assurdità del fatto in questione: quelle poche volte che ci sei, porco di un Giuda, fatti gli affaracci tuoi, no? E se anche mi fossi fatta una canna a te, poi, in fin dei conti, che ti cambierebbe? Nella vita si sceglie, lo si deve fare tutti i giorni, e a fine settimana, e a fine mese, per non parlare di quanto è grigia a capodanno. Detesto il capodanno. E si sceglie in base a quanto per noi vi sia di maggiormente funzionale per il dato periodo nel quale si è obbligati a scegliere. Non è diverso da quello che accade quando ci sono le elezioni. Lei ha scelto così, adesso. Sa che ho dei problemi, si vanta di accorgersene con un colpo d’occhio; ma sceglie la via che la conduce all’uscio. Lo scavalca e se ne va. Non la biasimo, né la critico, anzi la capisco. Capisco che è la legge del giro: non se lo può permettere, di perdere anche questo giro. E anche se questo giro lo si gira tutto nella Contea, non importa. Sarebbe meglio un Aragorn, ma si sceglie così. Forse finirò anche io così, a non scegliere Aragorn. Quantomeno mi gioverò della facoltà di sperare in un Legolas, che Orlando Bloom, santo cielo, è da sturbo! E della facoltà di sperare ce ne è sempre in abbondanza per tutti! «Non bisognerebbe mai smettere di pianificare sogni», mi dice mio cugino Teo. Quello che non concedo a mia madre è la susseguente insistente disposizione, poi, ad intromettersi in cose che, per ora, non la riguardano più. E non la riguardano solo perché siamo troppo lontane, adesso. E forse non ci avvicineremo più. Oppure sì. Ma non conta, non adesso che siamo così lontane da quel quando in cui le cose cambieranno. Adesso, non si entra in mansarda senza bussare!
Studiando, ho scoperto che Walter Benjamin, in tutti i suoi pellegrinaggi, si è portato sempre dietro il suo Angelus, fino a quando non si decise a cederlo a Georges Bataille perché sapeva che il suo ultimo viaggio lo avrebbe condotto a morire a Port Bou. Studiando, ho scoperto che Walter Benjamin è morto là dove finiscono le terre. Che coincidenza. Così poco mi basta per rivivere il vissuto. Me ne incanto ogni volta. Sempre di più. La verità, porca puttana, è che studiando non faccio altro che pensare a lui: ma chi l’ha preparato, quel filtro d’amore? Quanto mi do noia! L’immagine di lui mi appare quando, svegliandomi presto, guardo la camera che si disvela poco a poco; oppure la sera, quando osservo incupirsi il crepuscolo; penso alle sue labbra, ai suoi zigomi, agli occhi, ne porto il colore cangiante impresso nella testa, sarà per questo che vedo tutto nero? E poi alla loro forma, sferica, e alla loro posizione, che conferisce dignità al portamento del capo, alla vertebra del collo e alle sue spalle cascanti. Che noia! Così poco mi basta per far riaffiorare il vissuto e insinuarlo tra le righe di quella che dovrebbe essere l’obiettività di una tesi. Probabilmente è per questo che la mia tesi è tanto noiosa! Ogni tanto si surriscalda, ma solo nello scrivere dell’amore e della morte. È nello scrivere di amore e morte che cominciai a provare nostalgia dell’altra me. Fu così che presi atto del fatto che era comunque necessario che la mia vita, un senso, lo doveva avere. Lo doveva avere diversamente da come lo aveva avuto per quell’altra, e cioè solo a patto che le fossero accaduti certi fatti ritenuti auspicabili. Fu così che imparai ad accettare la straordinaria ossessività dei nomi, di quei due nomi in particolar modo, che l’altra, immaginando fantastiche composizioni dei due, intrecciava confusamente con le sue azioni più sconcertanti. Solo ora, per farla breve, ho capito che l’ho amato indipendentemente da quei due nomi. E questa cosa l’ho patita provando angoscia anche passeggiando sotto un cielo stellato. E quando tutt’ora mi capita di amarlo, lo amo senza rimpiangerlo. Quella che sono stata sa che iniziare e finire con lui è stata una fortuna. Sia io che lui abbiamo messa molta foga nelle azioni compiute: non lo avevo previsto né considerato, seppur un conseguente cedimento si sarebbe dovuto mettere in bilancio. Sia io che lui abbiamo dovute assecondare le fasi alterne dei nostri corpi: dispendio e recupero. Quando il corpo è sottoposto a tanto, deve poi rimediare con un indebolimento interno. L’abbassamento di tono viene subito segnalato dalla fame. Infatti siamo ingrassati tutti e due. Io ho sempre fame. Pertanto ho risolto di prendermi un break dalle sostanze stupefacenti che avrebbero sicuramente e gravosamente inciso sul mio appetito. Tanto il languore non mi manca. Passo tutto al setaccio. Sono insaziabile. Sto cercando nuovi stimoli, si capisce. Non ne trovo. Non riesco a trovarne a causa dell’intensità del precedente. Tutto mi pare superfluo. E stupido. L’ho capito rivedendone il volto poco più di una settimana fa: l’ho invitato al ristorante giapponese, col Cecco, la Gas e altri conoscenti. Ha accettato. L’ho invitato perché mi mancava; ho capito che mi mancava e allora l’ho invitato. Volevo rivederlo. Non chiedevo molto, in fin dei conti. Mi mancavano i sobbalzi sensoriali del periodo in cui è stato il mio stimolo. Mi ha detto che se i suoi regali per il mio compleanno fossero stati dei vestiti sarebbero passati di moda. Un modo per dirmi che ci saremmo anche potuti vedere prima? Non importa. Va bene così. Non sono una alla moda. È stato l’ultimo a darmi i regali del compleanno. Non importa: è ancora il primo. È sempre il primo. Tolgo le parentesi, tanto mica lo leggerà. A lui ho detto semplicemente grazie. Mi ha regalati un libro e un dvd. Stavo cercando un posto tranquillo per morire. Paul Auster inizia così la sua storia. Al protagonista riserva poi anzi avvenimenti, incontri ed emozioni, tanta vita insomma ancora, prima di morire. Ma non è il caso: è Paul Auster, uno scrittore clemente col suo personaggio. Poi c’è la storia del film: me l’aveva raccontata sul sentiero per Zubiri. Arieccoli, i ricordi... che bei ricordi... I miei ricordi più belli (ho evidentemente rinunciato a trovare un sostitutivo degno del termine bello) c’entrano con lui, lo urtano, ci incespicano contro, se lo trovano di fronte quando svoltano frettolosi l’angolo del marciapiede. Giro a destra io, girano a sinistra loro e, in un modo o nell’altro, si finisce sempre col cozzare l’una contro gli altri. Si meritava un abbraccio. Il grazie non era sufficiente. Questa volta era proprio questione di merito. Avevo voglia di abbracciarlo, nel nome di Zubiri. L’ho fatto. Gli sono saltata al collo e gli ho detto grazie: «grazie! È il film che mi hai raccontato a Zubiri! Grazie!» «L’ho rivisto... Non è poi tanto bello. Me lo ricordavo più bello». Prevedibile, lui, il dissacrante. Fa un dono e poi ne cerca le magagne. Come quando lo riceve. Che noia! Non l’ho trovato particolarmente cambiato: o meglio, ho riscontrato in lui lo strano straniero di Finisterre. Fintamente disattento, fiaccante e smobilitante, chiuso, ma non a chiave. E bello, chiaramente. Tremendamente bello. Dalla Serena ho saputo che il suo isolamento se l’è cercato: ha ancora troppa paura che gli altri lo possano ferire. È bizzarro, no? che la Serena, proprio colei che lo ha lapidato, continui ad essere la sua unica confidente e che, sempre e solo lei, continui ad essere l’unica alla quale chiedo di lui. Come anni fa, quando io chiedevo a lei di lui e lui a lei di me «come sta?» Niente di nuovo, quindi. È tutto normale. Se non fosse che, tra il prima e il durante c’è stato di mezzo un in mezzo in cui ce lo si chiedeva direttamente, senza intermediari. E la domanda è sempre la stessa: come ho potuto trovare quella chiave, tenerla in mano per un po’ e ritrovarmi qui, adesso, senza neanche avere il modo di capire come ho fatto a perderla di nuovo? Noi umani ragioniamo secondo le regole del prima, del durante e del poi, ma trascuriamo tutto quello che ci sta in mezzo. Prima avevo la chiave. Adesso non ce l’ho più. Nel mezzo ho persa la bussola. L’ho rivisto... Non me lo ricordavo così bello! Dio mio! Che noia! Ho vissute le giornate di questi due mesi in attesa, giornate assolutamente normali, suddivise in molti brevi tratti nella loro invariabile monotonia, né divertenti né noiose, erano sempre le stesse. Speravo che il vederlo mi avrebbe data una scossa, ripigliati! Erano mesi, insomma, che aspettavo un cambiamento e invece... le stesse oscillazioni interiori e la medesima necessità di portarsi ambo le mani al cuore, come un’innamorata. Che noia! Sapessi almeno perché il cuore mi batte così! È inquietante. Ci penso già da un pezzo. Una simile palpitazione la si comprende, e accetta, se ci si attendesse una grande gioia, o quando ci si angustia, nelle commozioni insomma. Ma quando il cuore palpita da sé, senza motivo, assurdamente, per conto proprio, mi sembra sospetto, capite? È come se il corpo andasse per vie proprie senza avere più contatto con l’anima. Il mio cuore conduce una vita molto attiva, ma indipendente, come i capelli e le unghie, che continuano a crescere facendo di testa loro, e pure i peli! Che storia è mai questa? Lui ha per me lo stesso sapore. Non l’ho neppure trovato particolarmente turbato dal suo turbamento: sa che è turbato e sa che lo affronterà. Coi suoi tempi. A testa alta. È nobile. Dignitoso. Elegante. Non potrei che osservarlo ammirata. Se la caverà egregiamente, senza dubbi. Questo è il suo poi. Anche io ne verrò fuori signorilmente. Ammetto che, quando lui intercede ancora con la sua predilezione per il solito tipo femminile cameriera di pub, alta, stramagra e strafiga, snella e soda col grembiulino, un po’ mi viene da urlare quello che avrebbe gridato Eco contro Narciso se qualcuno le avesse prestata la voce: possa amare anche lui, e non possedere mai l’oggetto del suo amore! Ma poi, ecco il mio poi, vocina mi dice: suvvia Ele, dove sta la dignità? Lui non è nessuno di quei due nomi: è piuttosto il ragazzino delle foto di Ischia e Zanzibar. Quel ragazzino non potrà (mai) più possedere l’oggetto del suo amore. Non è onorevole che gli si auguri di patire ancora. Vocina ha ragione. Ultimamente sono talmente d’accordo con lei che si viaggia all’unisono. Qualcosa, quindi, mi accumuna al ragazzino delle foto. Non saremo mica condannati, tutti e due, ad annegare in una fonte? No. Ho fiducia in lui. E ne ho parecchia anche in me. Un senso, la mia vita, lo deve avere indipendentemente da lui. Altrimenti sarebbe davvero una noia mortale!
Indipendentemente da lui significa senza? No. Significa indipendentemente. Mi sento a disagio, su queste pagine. Fatico a dire io. Mi viene da scrivere in terza persona. Mi è più congeniale servirmi di formule impersonali. Mi rimbombano in testa le parole del prof: «non frega a nessuno di quello che pensa lei, signorina». Quindi questo è davvero il periodo della tesi e delle altrui citazioni, doverosamente poste in nota, lo prometto. Nella tesi dirò delle cose che ho amato. E che ancora amo. Ma qui e così non posso più dire niente. Nella tesi continuerò a prendermi gioco della verità, non smentendomi. Sarò fedele a me stessa e alla terra. Quando vi ho detto, come se fossi Cézanne (pensa te che modestia!) che vi dovevo la verità e che allora ve l’avrei data, ve l’ho detto perché sapevo che c’era una verità in persona, senza maschere o veli. Ora la (mia) verità se ne va in giro mascherata. Per i miei 26 anni la Sere ha pregato Sant’Antonio di non sentirmi più lottare col rigurgito del tempo, dei fantasmi, dei problemi logistici dell’estate. Citazioni. Sempre citazioni. Non è facile dire, non lo è davvero. Però, poi, dillo con le tue parole! mi dice anche che certe cose non temono l’assuefazione. Mai. E quando le togli, mancano. Moltissimo. Questo voglio, per il mio ventiseiesimo anno di vita: accettare le abitudini, disabituarmi e riabituarmi e abituarmi a disabituarmi e disabituarmi ad abituarmi. Chiaro, no? Che me lo sia voluto togliere di dosso con troppa irriverenza nei confronti dei miei tempi, e i miei tempi sono lunghi (basti pensare ai miei tempi narrativi!) me lo conferma la sua mancanza, che sento a tal punto robusta da poterla tagliare con le forbici. Ma ora è tempo di tesi, dove la verità la si costruisce come fosse una rappresentazione.
Non ho tempo. Non mi sembra di avere tempo a sufficienza per fare tutto quello che mi sono messa in testa di fare: gli impegni che ho presi, prefiggendomi di portarli a compimento con scrupolo e cupidigia, me li sono caricati tutti addosso come se sentissi la mancanza dello zaino sulle spalle. Con lo zaino ero appesantita, eppure riuscivo a sorpassarlo lasciandomelo di dietro. E se non lo superavo era perché stavo troppo male e allora rimanevo talmente a tergo da non sentirne più neppure il profumo. Profumava molto, e di buono. Anche dopo ore e ore di fatica sotto il rabattone. Allora mi sono detta: caricati come un somaro e fai prestissimo! Sono tornata in pianura, dopo non so più quanti anni a Davos-Platz. Te l’avevo detto di non esagerare con il soma! Altro che unisono... Fai sempre di testa tua! Somara!
Eccola la vita alla quale non volevo pensare, prima, quando ero quell’altra; o meglio, quando ancora credevo che quell’altra vita, siccome la stavo vivendo, avrei continuato a viverla per sempre. Sarebbe stato meglio se ci avessi pensato prima. Ora sono davvero spiazzata. È così la vita senza il mio stimolo? Senza nulla che mi stimoli a scrivere? Ma non è vita, cioè non c’è bios: non c’è biografia, nulla da scrivere, nulla da dire. Eppure è questa, l’unica vita indistruttibile.
Quello che ci ha resi affini è ancora dentro di me. È forse solo grazie a quello che mi ha lasciato dentro che non mollo, solo con una mano e neanche con tutte le dita sto appesa, ma almeno mi tengo e non mi lascio andare. Non del tutto. Non ancora. Mi aveva chiesto di partecipare ad un incontro sul pellegrinaggio a Compostela, per dire con le mie parole, le stesse che dopo mesi gli avevano fatto riaffiorare tutto, rianimandolo, cos’è stato, per me, con le mie parole, il cammino. Mi voglia perdonare allora (anche) il signor Patrizio per il pacco madornale che andrò ad infliggergli abbattendo tutte le sue speranze, le stesse riaccese dalle parole che lui, allora, si sarebbe potuto vantare di avere trovate incontrando me. Ma io, questa sera, non ne ho di parole. Sono mesi che non ne ho, di parole. Senza parole. Non gliel’ho ancora comunicato. Non so cosa dirgli. Non trovo le parole per dirgli, visto che dovrei dirgli che ho capito di essere riuscita ad arrivare a Santiago solo perché sapevo che lo avrei rivisto, a fine tappa, a fine giornata. Acceleravo il passo perché, se arrivavo prima, potevo accaparrarmi il posto vicino a lui. Mi tenevo a debita distanza dal fuori rinchiudendomi nella musica del lettore mp3 incollato ai padiglioni auricolari non certo per godermi la solitudine! Con tutta la responsabilità che ci condanna al nostro proprio abbondante sé non ne abbiamo a sufficienza di solitudine? Sarei stata una pazza se avessi voluta ricercarne dell’altra. Difatti non la ricercavo, ma mi ci nascondevo dietro, di modo che lui non mi si sarebbe potuto avvicinare e io non avrei corso il rischio di mettermi in gioco. Volevo a tutti i costi fare finire la storia, e bene, e come dicevo io, da isolarmi