C'e' qualcosa che non va - di Carlo Garofalo
Sei in: Autori emergenti > testi pubblicati > Romanzi > C'e' qualcosa che non va
© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 06/11/2006 alle ore 09:59:19
L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.
PREMESSA
Si può parlare di nulla, di storie accadute in vite mai vissute, del chiasso martellante, della mediocre normalità. Che poi sarebbe il novanta per cento dell’umanità, quando va bene.
Oppure si può scovare dietro al sipario uno scenario fatto di silenzi, di freddo e di solitudine. In questo quadro illuminato solo dall’indifferenza delle stelle e smosso dal debole fiato di un vento che muove appena le nuvole, si possono narrare storie di marciapiede, tra puttane, alcool e quella trasgressione che dona l’illusione d’esser sfuggiti agli ordinati ranghi ed alla quotidiana monotonia.
Entrerà nella scena un ragazzo pieno di peli, immaginazione ed inevitabili complessi, che beve, fuma, scrive ed incontra persone sui marciapiedi. Un ragazzo ipocondriaco che quando è solo vorrebbe compagnia e quando è in compagnia vorrebbe esser solo. Che brama una vagina e poi blocca le sue mani sui fianchi incapace di andare oltre.
Faranno da sfondo amicizie fittizie, gruppi in cui è difficile integrarsi, e poi le naturali controversie familiari e le contraddizioni malcelate dalla società moderna, rese sopportabili dall’amore per una terra verde da raggiungere e conquistare con il corpo e con i versi: l’Irlanda, patria di tutto ciò che più si avvicina alla perfezione .
Si provi poi ad immaginare un sogno che irradi luce, che lo aiuti a sgomitare e farsi largo nel tentativo disperato di sbarazzarsi delle convenzioni che regolano il mondo.
Sentendo una tastiera ticchettare sotto i battiti delle dita e vedendo un foglio bianco che pian piano si riempie davanti agli occhi di un ragazzo che ci apre il suo mondo, dandoci le spalle e donandoci dei fogli che uno dopo l’altro s’ammassano a formare un cumulo. E un sogno che s’avvera...
Allora s’aprirà il sipario, mentre un espressione turbata riflessa sullo schermo ci svela lo stato d’animo del ragazzo che si presenta.
CAPITOLO 1
Lo interruppero come al solito le urla noiose del padre e della sorella, e il rumore dei piatti che la madre stava lavando cercando di far più chiasso possibile perché la lite non arrivasse fino in camera ad opprimere i suoi sogni. Gli facevano compagnia solo la sua sigaretta e le volute frettolose di fumo, che si disperdevano nell’aria dopo avergli accarezzato la mano.
-Devi farla finita di tornare a casa all’alba!!!
-La devi smettere di dirmi quello che devo fare!!!
-Ma ti piace così tanto lavorare in quei locali schifosi?!?
-...
-E chissà cosa fai lì dentro!!! Chissà cosa ti costringeranno a fare! Non ti vergogni???
-La do via, papà! La do a tutti! E non mi costringe nessuno!
Loro litigavano, lui soffriva. Sembrava che a loro piacesse, lo facevano tutte le volte che si incontravano a casa. Si sfogheranno, pensò Alfio cercando di calmare le palpitazioni frementi che gli picchiavano sul petto.
-Ma ti rendi conto??? Tu lo prendi al culo ogni sera! E da persone che non conosci!!!
-Beh intanto guadagno più di te! E faccio felici le persone!
E ancora il rumore dei cocci nel lavabo copriva gli improperi della sorella che aveva trovato la sua strada nei privé delle discoteche e non nelle aule universitarie come sarebbe piaciuto al padre. Alfio spense la sigaretta e vuotò il posacenere nel cestino ai suoi piedi, si specchiò nella vetrina richiamando all’ordine un ciuffetto di capelli che gli calava sulla fronte.
Passò dal bagno a sciacquarsi gli occhi pronti ad esplodere e la bocca serrata per non far fuoriuscire le grida della disperazione che si portava dentro. Non vedeva l’ora di uscire, di trovare nelle ore di lavoro il rifugio che lo tenesse lontano da quella casa in cui ormai anche le pareti trattenevano urla e rabbia. Detestava la rabbia e non ne poteva più di vederla negli occhi che incrociava ogni giorno. Aveva deciso una volta per tutte di dire basta! Sarebbe andato in cucina, li avrebbe mandati a-fare-in-culo e poi avrebbe preparato soldi e bagaglio per partire per sempre!
Già si immaginava, lui, uomo giusto e penna soave, seduto sul legno della sua sedia antica in uno scrittoio dal sapore di Yeats, suo umile predecessore. Si immaginava nella sua casa, con le luci soffuse e una bottiglia di vino rosso che lo invitava a sedersi davanti alla macchina da scrivere. La macchina da scrivere su cui Yeats poggiò le sue dita, o forse Joyce, o anche Shaw! Avrebbe annusato la nobiltà che sprizzava dai suoi tappeti accoglienti e poi, con l’odore del legno che gli affollava casa intriso nella pelle, sarebbe andato ad annusare sua moglie. Splendida donna dai capelli rossi e dalle lentiggini innocenti, avrebbe fiutato e baciato le sue gambe e poi in braccio l’avrebbe condotta sulle loro poltrone davanti a un camino. Oh, mio amore! Sei seduta vicino all’erede di Celine! Il salvatore della letteratura!
Solo la musica classica li avrebbe accompagnati, mentre le loro quattro iridi chiare sarebbero state intente a nutrirsi dell’ardere del fuoco. Un calore certamente più intenso di quello che producono i vostri stupidi apparecchi che chiamate condizionatori!
I suoi occhi fissi sullo specchio avevano ora assunto un’aria trasognata, che lo seguì solo nei primi passi verso la cucina per riprendere i loro contorni esausti e sfiduciati.
-Tu non mi hai mai dato nessuna attenzione e io me le cerco a modo mio!!!
-Ma vergognati! Non ti ho mai fatto mancare niente!
-Ma io non sono una tua cliente! Sono tua figlia!
Ora era la sorella che aggrediva il padre. Si scambiavano i ruoli, proprio come in un gioco. Solo che per Alfio in questo caso l’importante era non partecipare.
Toccava a lui, ora. Avrebbe detto le sue ultime parole. Secco, deciso, come solo lui sa fare. Due, tre proposizioni, al massimo quattro. Con il suo linguaggio tagliente e lo sguardo glaciale.
-...
-...
-Io esco...ciao...
Si avvicino alla madre e gli dette un bacio, poi sorrise tentennando ai litigiosi, aprì la porta e la richiuse alle sue spalle, dopo aver detto.
-Torno fra poco.
In fondo non era poi così male. Sicuramente era la sua immaginazione ad enfatizzare quello che accadeva tra le mura del suo appartamento in marmo verde e bianco. Scese le scale velocemente curandosi che i suoi passi fossero sufficientemente pesanti da fare abbastanza baccano. Avvertiva delle leggere fitte dietro alla coscia, che la sua ipocondria aveva immediatamente trasformato in uno stiramento dell’adduttore da curare con urgenza.
L’aria viziata della tromba delle scale che scendeva gli fece chiudere gli occhi e lasciò che il pensiero scivolasse via e volasse nella sua casa e nella sua scrivania, circondato da legno scuro e luci soffuse e tappeti eleganti, intento a tamburellare sulla macchina da scrivere scrutando l’oceano dalla finestra. Era evidentemente il successore stupido di William Butler Yeats.
Era questo il vero problema. Era questo il motivo delle palpitazioni e della tachicardia. Voleva scrivere. Doveva scrivere. Non era facile farlo con la madre che gli entrava in camera trapanandogli i timpani col frastuono molesto dell’aspirapolvere. Tutto quello di cui aveva bisogno era che le sue mani andassero da sole, coccolate dalla musica e dalle luci morbide, mentre la mente si liberava e il cuore si sfogava. L’eternità di un foglio avrebbe fatto il resto, conservando per sempre le sue parole come erano state conservate quelle di Seamus Heaney. Tutto qui. Niente di più semplice. Ma ora tutto questo era possibile solo nella splendida casetta costruita dalla sua fantasia in un angolo verde a due passi dall’Atlantico.
Adesso invece stava semplicemente aprendo il portone e vedendosi riflesso nel solito specchio ritornò col pensiero ai primi passi e i primi fogli irrequieti come il suo stato d’animo dall’apparenza calma. Stavolta invece era più rilassato, anche se per rassegnazione, passeggiò a testa alta tra i monotoni clacson dei monotoni automobilisti, e tra la folla che noncurante di tutto riempiva i marciapiedi con le proprie ombre. Mentre dal petto gli salivano folate aride e ustionanti di quel mal di gola che gli sembrava una bronchite mortale, camminò spostando l’aria con le spalle, facendosi largo tra gli innumerevoli bandoni elettorali con le foto di persone con facce diverse ma accomunati dallo stesso arrivismo, dagli stessi compromessi, dalla stessa ipocrisia, dall’ingiustizia facile. Ci passò davanti fingendo di non vederli, cercando di liberare lo sguardo verso l’orizzonte che sbucava a tratti dai contorni di palazzoni opachi.
Scorse dietro un angolo un barbone ubriaco ed addormentato, reduce probabilmente da una notte a caccia del furto con cui pagarsi un pasto e prossimo alla morte di fame, e proprio in quell’istante sentì il rombo di una Ferrari rossa che smuoveva i cartoni su cui il clochard giaceva. Continuò schivando la fila fuori dagli uffici postali, di gente che viveva in quei momenti la socializzazione fatta di litigi e insulti. Si tappò le orecchie per poter credere che i clacson avessero smesso di suonare, giunse davanti ad un supermercato pieno di casalinghe e bambini contenti di non essere andati a scuola. Ecco tutto, ecco la società, la vita. Fatta di uomini disperati ed automobili lussuose.
In tre flash ecco tutto: i presunti doveri sociali da svolgere facendo la fila alle poste, la finta libertà di eleggere un politico che comanderebbe lo stesso, e il tutto dopo esser stati in coda alle urne, infine la spesa, quello che veramente conta. Perché si può parlare di libertà, di ideali, di giustizia, solo quando tutti hanno la possibilità di mettersi in fila alla cassa per pagare il pane. E chi l’ha detto che il mondo è fatto a scale? Alfio vedeva solo file, tutte file, interminabili e senza scampo ne’ via d’uscita.
Tornò a casa e i gradini delle quattro rampe di scale sembravano ora pareti alte e lisce da scalare per conquistare il pianerottolo. Le salì arrancando e quando fu in piedi davanti all’ingresso sentì i muscoli delle gambe gridare aiuto.
Giusto il tempo di cambiarsi, rifugiandosi nel volume alto della musica che rimbombava tra le pareti di casa, e poi riuscire. Era l’ora del lavoro. Di un barman col talento da scrittore.
Attraversò la città cavalcando con la vespa sugli scomodi sampietrini fino a varcare la soglia della sua salvezza. Un bancone, dei tavoli e delle sedie, il colore e l’odore del legno, una parete piena di bottiglie e le bottiglie piene di ogni genere d’alcolico. L’alcool in cui ogni sera affogavano decine di persone, servite dalle mani di uno scrittore, e in cui lo stesso Alfio si nascondeva spesso per non pensare, per ridere, per strillare come altrimenti non riusciva a fare. Il pavimento in parquet scricchiolava sotto i passi convinti delle sue scarpe da ginnastica e il suono di un arpa lo accolse nel mondo dei sogni, nella sua vita e nelle sue ambizioni, mentre faceva la serpentina tra bicchieri fragilissimi, frigoriferi straripanti e bottiglie dal contenuto d’oro. Mentre fuori faceva buio, i lampioni rimpiazzavano i raggi tiepidi del sole, l’umanità stanca faceva ritorno davanti alle proprie televisioni e le finestre si illuminavano come tanti loculi.
Una serata come tante, con le pareti intrise di Aran Island, Finn Mac Cumhal e Bobby Sands. Con le note e la commozione nel ricordare una domenica di sangue.
Una serata come tante, col solito ubriacone seduto al banco a raccontare la sua vita e i suoi viaggi, le sue avventure con fantomatici criminali, improbabili puttane e chili di cocaina. Ogni avventura era intercalata da un Negroni, o da un Black Russian piuttosto che da una birra doppio malto. In quel locale ogni storia era imbevuta nel sapore forte di un drink e la fantasia si nutriva degli euforici pensieri che si facevano largo nella cappa di fumo di sigarette e tra la musica che le casse pompavano nell’ambiente, accompagnata dalle luci soffuse.
Alfio riempiva i bicchieri con cura e di tanto in tanto lanciava uno sguardo a quella ragazza seduta in un angolo, quella fanciulla con gli occhi da donna in mezzo alle amiche infantili. Ella ricambiava le occhiate passionali e poi andava a cercare le pupille di Alfio, dilatate dall’oscurità, mentre si dirigeva al bagno lasciando che il profumo gradevole componesse una scia da accarezzare e una sinfonia da farci l’amore. Quei passi da cerbiatto misti all’umana voglia sfrenata di sesso, di corpi che si fondono rompendo l’incantesimo di un amore che non nascerà mai.
-Un altro Negroni.
Basta poco per porre la parola fine a un sogno, ad una fantasia, per giunta inutile. Quando per lei fu il momento di andare, tutto quello che Alfio riuscì a dirle fu grazie, un grazie che lei ricevette in cambio del conto da pagare e che invece significava grazie d’esistere.
Gruppi di ragazzi entravano a folate nel pub e Alfio tra un rimprovero del principale e un brindisi, serviva tutti, e non pensava, teneva lontani la tristezza e quel grande punto interrogativo chiamato avvenire. Quei ragazzi seduti ovunque, adagiati sugli sgabelli come nelle loro vite, erano la soddisfazione di non essere il solo a non avere futuro.
Dopo aver pulito a fondo il locale rimasto vuoto, Alfio sedette e bevve, ché ora toccava a lui, cullato dal silenzio incantevole della città deserta. Trangugiò una birra, poi un’altra e del whiskey, tenendo in mano tre carte circondato da amici e colleghi che facevano lo stesso. Il copione si ripeteva. La mente pian piano si levava sorretta dalle bollicine d’azoto che ingeriva col malto e l’alcool, e gli occhi si facevano lucidi sfiorando i pantaloni larghi di Alice, la cameriera dagli occhi blu che avrebbe voluto possedere lì su quelle panche dure, quell’insolita alcova. L’avrebbe voluta sentire sua, solamente sua e di nessun altro. Qualsiasi altra figura lei avesse guardato sarebbe stato causa di una gelosia martellante, impietosa, crudele. Il nobile gusto di legno del Jameson che bevve gli conferì il coraggio che non aveva, il fegato per compiere un gesto temerario, impensabile. Posò il suo braccio sulle spalle di lei, che ricambiò con l’affetto di un sorriso sobrio. Affetto, fottuto affetto, che si erse come un muro di cemento rosa davanti al suo istinto carnale di ammirarla nell’intimità di un talamo, coperti appena da un leggero lenzuolo che proteggesse le loro nudità dall’ipocrisia che ovunque riempie l’aria.
Ah, la pelle d’oca! Ah, gli occhi bagnati! Ah, il pube smanioso!
Il chiassoso calare della saracinesca fu la ghigliottina della sua immaginazione sconfinata. Le poche nuvole e le stelle lontanissime erano l’unica compagnia, mentre dava gli ultimi tiri alla sigaretta, fuori dalla soglia di quell’eden chiamato Irish pub.
Era solo nella notte, la sua vera vita ed unica compagna. Lontano anni luce dai litigi del mondo, da quelle persone che si scannano e minacciano soltanto per poter poi far pace.
Si guardò intorno andando a nascondersi dietro una collina all’orizzonte e poi salì sul motorino senza una meta. Gli scorrevano per la testa flebili scenari suscitati dall’ebbrezza e subito spezzati dal freddo. Passò vie interminabili e curve pericolose, palazzi e ville e barboni accasciati su di un cartone. Giunse dove doveva arrivare, davanti all’insegna luminosa di un night club, e non uno qualsiasi. C’era Arianna, sua sorella.
