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Via d'uscita - di Giovanni Panizzi

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 18/09/2011 alle ore 17:18:50

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Quella cosa, a Leonardo, impiegato del locale ufficio postale, accadde diversi anni prima. E quando si trovava a ripensarci non capiva come potesse esser connessa all’altro fatto, quello recente, che gli era capitato appena quell’ultimo Natale.

La maggior parte delle persone lo conoscevano come una persona tranquilla, dotata di una certa intelligenza, pragmatica e pacata, di quelle che costruiscono il proprio futuro appoggiando la vita, senza alcuna apparente passione, su ciascun giorno per passare a quello dopo. Come un cauto pescatore passa da uno scoglio ad un altro per andare a prendere il posto più adatto per calare la lenza.
Non aveva mai attaccato briga con nessuno. Non perché fosse uno buono, forse, più probabilmente solo perché lo riteneva sconveniente e comunque contrario alla sua strategia di opportunista. Sapeva che era sempre meglio essere disponibili dicendo molti sì con un bel sorriso, per poi fare il comodo suo. Doveva solo tenere sempre pronte un pò di scuse per giustificare le omissioni che saltavano fuori: ma oramai aveva una certa esperienza per trattare le inadempienze, e sta di fatto che alla fine nessuno lo biasimava sebbene, a un esame appena più attento, sarebbe di certo risultato un bel pò negligente.

Sua moglie era una brava donna, sorridente ma, tolto il sorriso, finiva tutto lì.

Quella cosa di almeno dieci anni prima, quando era poco più che trentacinquenne, accadde in casa mentre stava preparandosi il pranzo, un sabato, che sua moglie e i due figli erano andati a fare un pò di montagna con la sorella di lei e i cugini.

Era un giorno di agosto e lui era intento a prepararsi il pranzo. Quando cucinava, e di tanto in tanto gli piaceva farlo, si trovava sempre combattuto tra due opposti. Perché istintivamente gli veniva naturale fare piatti saporiti con tante cose dentro, assemblare spezie e condimenti riempiendole di sapori. Un’altra parte di sé invece lo spingeva a cose semplici con pochissimi ingredienti, quasi assolute. Quando riusciva a contenere la tentazione di buttare tante cose dentro le pietanze, e le salvava dall’aggiunta, era contento. Era come se fosse riuscito a domarsi; cosicché il prodotto della sua disciplina assumeva al palato un sapore supplementare. Era in questa sintesi che gli piaceva riconoscersi, quando ci riusciva.
Una volta aveva detto una cosa che gli era piaciuta e che aveva fatto un certo colpo con alcuni amici invitati a cena – Le cose poco saporite hanno un sapore straordinario perché ti costringono a trovarcelo, ebbe a dire.

Quel giorno stava proprio preparando una di queste cose semplici quando, dalla porta scorrevole che si apriva su un largo giardino, spalancata per contrastare la calura estiva, si erano introdotti due malintenzionati allo scopo di rubare cosa avessero trovato. Leonardo che dava le spalle alla grande porta ed era intento a tagliare l’insalata non li vide entrare. Si accorse di questi due uomini più o meno della sua età, dall’aspetto appena trasandato, solo quando varcarono la porta della cucina.
Vide i loro occhi guardarlo con un’aria decisa e tesa. Gli dissero che doveva tirar fuori i soldi e tutto quello di valore che avesse in casa. Per convincerlo gli puntarono una pistola. Leonardo era un impiegato delle poste e guardò quella pistola.
Va bene, vi darò cosa volete, ma non fate cazzate, gli disse. Loro annuirono e dissero con un accento incerto – Fai veloce, datti una mossa.
Lui così se la dette, eccome. Quando quello con la pistola si trovò in un battibaleno sdraiato a terra con il coltello dell’insalata che Leonardo gli puntava alla gola, si sbrigò trafelato a dire che la pistola era un giocattolo. Una confessione che ebbe l’effetto di abbassare i toni della disputa anche se la pressione della punta del coltello, che invece era vero, aveva già procurato una certa fuoriuscita di sangue sul collo.

Fu a quel punto, mentre si trovava a incombere minaccioso sul corpo steso di Arzan, che gli balenò come da un posto recondito dell’orecchio una frase che aveva sentito dire tanti anni prima da suo padre. Una specie di sentenza portata dentro la memoria, come fosse una semplice verità rivelata pronta a regolare la vita. L’aveva sempre tenuta dentro come fosse una rotta da seguire. Quella stessa frase, così pragmatica, per quanto convincente gli fosse sempre parsa, non aveva mancato di dargli un certo disagio interiore. Un rumore di fondo che rimuginava da sempre.

Era infatti accaduto una trentina d’anni prima, che quel pover’uomo di suo padre dovette chiedere, supplicandolo, l’ennesimo prestito al cognato per arrivare alla fine del mese. All’epoca non se la passavano bene. Ebbene, fu proprio in quella situazione, che lo zio rivolgendosi severo a suo padre mentre gli porgeva un pò di banconote, disse – Ma non ti sei stufato di umiliarti così... ? guarda come ti sei ridotto: reagisci, trovati un lavoro fisso e torna ad essere te stesso !
Ecco, fu lì, in quell’istante che arrivò la risposta apparentemente perfetta del padre.
Egli, dopo aver guardato il cognato, in uno squarcio di dignitosa saggezza, disse – E’ facile essere se stessi finché le cose vanno bene. Poi prese i soldi, mise una mano sulla spalla di Leonardo e insieme al figlio uscì dalla casa del cognato senza più dire una parola.
Ora, a Leonardo, proprio in quel preciso frangente – mentre si trovava sopra il corpo impietrito di Arzan minacciato dalla sua inaspettata reazione – gli sembrò di avere una conferma. Ciò che quel giorno aveva detto suo padre, alla fine non gli sembrava più così vero.

Arzan e Mërtir, i due fratelli che avevano visto ribaltarsi il fronte, erano come stecchiti.
Mërtir, quello il cui fratello giaceva a terra sotto la minaccia del coltello puntato alla gola stava fermo in un angolo della cucina come congelato. Se si fossero dovuti descrivere i suoi movimenti si sarebbe detto che stesse balbettando con il corpo. Incespicava senza sapere cosa fare. Muoveva un piede, poi lo ritraeva, guardava vicino poi lontano. L’altro, Arzan, sdraiato per terra, guardava Leonardo con occhi sgranati e impauriti. Nella sua lingua aveva appena detto al fratello probabilmente qualcosa tipo Stai fermo, non fare nulla sennò questo pazzo mi ammazza, tanto che l’altro l’aveva rassicurato con un gesto facendogli capire che se ne sarebbe stato buono dov’era.

A quell’imbarazzante situazione tentò a quel punto di porre rimedio Leonardo. Possiamo fare due cose ora, disse. Posso chiamare la polizia e farvi arrestare, oppure potete tagliarmi il prato.

Arzan si sbrigò a dire – Scusa, polizia no.
Era evidente che, senza alcun indugio, avevano accolto la proposta di scontare la pena come giardinieri piuttosto che in galera, e di questo Leonardo ne fu compiaciuto. Così li accompagnò fuori, fece loro vedere il tagliaerba, la presa elettrica dove attaccarlo, i sacconi per buttare gli sfalci, i guanti e tutto l’occorrente. Sapeva, pur non sapendo come facesse a saperlo, che i due avrebbero tagliato il prato senza scappare, senza tentare gesti inopportuni. Era anche sicuro che non avrebbero provato ad aggredirlo di nuovo, fosse anche solo per riscattarsi, ora che Arzan non aveva più il coltello puntato alla gola e Mërtir, a sua volta, non aveva più il fratello a rischio della vita sotto la minaccia dei possibili fendenti di un impiegato delle poste.

Leonardo per parte sua tornò a tagliare l’insalata, la condì e la mangiò insieme a un pezzo di formaggio mentre dalla finestra della cucina, un finestrone stretto e lungo sino al pavimento, guardava i due fratelli all’opera.
Dopo un pò Arzan e Mërtir, con una certa titubanza, varcarono di nuovo la porta scorrevole, questa volta entrando in casa da tosa prati e non da criminali.
Abbiamo finito, dissero a Leonardo.
Ok bene, disse Leonardo. Poi aggiunse – Volete un bicchiere di vino ? Annuirono. Lo bevvero e attesero che Leonardo li licenziasse, poi salutarono. Leonardo contraccambiò il saluto con uno sguardo severo. Li osservò nel vialetto uscire dal cancello l’uno vicino all’altro che parevano due scolari in fila nel corridoio della scuola mentre aspettano la maestra dire – ...bambini andate.

Il Natale prima invece, quello trascorso da nemmeno otto mesi e a distanza di parecchi anni dal fatto dei fratelli albanesi era accaduta una cosa strana e incomprensibile. Una cosa che gli aveva ribaltato la vita. Cancro alla tiroide.
Ma non fu questo il vero problema. E’ ciò che invece avvenne subito dopo l’operazione, durante la convalescenza. Una notte non riusciva a dormire e si girava e rigirava nel letto accanto alla moglie. Forse i postumi dell’operazione, dell’anestesia. La paura che gli aveva lavorato dentro dal giorno della diagnosi del male fino all’intervento, e poi le terapie, i farmaci, lo stato d’animo confuso e in tumulto per tutto quest’insieme fecero sì che quella notte, poco prima di Natale, dette in strampalate bizzarrie.
Disse che gli convocassero lì il presidente degli Stai Uniti d’America che doveva assolutamente e urgentemente parlargli, disse anche che era l’anticristo, poi Giulio Cesare e poi disse anche che era due fratelli.

Il problema vero però, ciò che probabilmente avrebbe condizionato irreversibilmente il resto della sua vita, fu che confessò alla moglie, una per una e con dovizia di particolari tutti i tradimenti e le fandonie che le aveva raccontato sino a quel momento. Venne fuori una doppia vita che lui snocciolò con precisione davanti agli occhi allibiti di questa povera donna che l’ascoltò per tutta la notte. Lei gli fece domande, lui dette precisi riscontri. Disse anche che da alcuni anni aveva una relazione fissa con una donna e che sull’auto teneva nascosto il secondo telefono cellulare. Insomma fornì indicazioni puntuali che se fosse stata un’indagine di polizia sarebbero equivalsi a dire come trovare il cadavere e dov’era l’arma del delitto.
Si era inchiodato da solo.
Lei ci pensò su.
Dopodichè, anche in considerazione del fatto che dopo quella diluviante confessione suo marito non avesse trovato alcuna ragione per scusarsi o almeno per giustificarsi, gli disse che era costretta a lasciarlo.
Lui non replicò.
Appena si fu ristabilito dall’intervento chirurgico gli disse che era ora che trovasse casa.
Il giorno che Leonardo se ne andò, si era guardato bene allo specchio per domandarsi, faccia a faccia con se stesso, cosa avesse combinato, e perché. Poi, in silenzio, dopo aver salutato i figli portò via le sue cose in un appartamento non troppo distante da casa.

Le feste di Natale erano finite, poi il Capodanno, la primavera trascorsa e l’estate era nuovamente arrivata, quell’anno particolarmente calda. Si rendeva conto che aveva passato ogni giorno a cercare il nesso tra quei due eventi per capire cosa di profondo potesse legare insieme il giorno dei fratelli albanesi e la notte della confessione. Supponeva che ci fosse un comune denominatore, arrivando ad ipotizzare che se avesse afferrato bene questa cosa avrebbe saputo regolare meglio la sua vita.

Solo pochi giorni prima aveva incontrato la moglie al supermercato. Si erano fermati a prendere un caffè nella pasticceria del centro commerciale. Lei gli aveva detto che per quanto la riguardava potevano anche tornare insieme, anche se questo le avrebbe causato notevoli imbarazzi con i suoi che non avrebbero mai accettato questa eventuale decisione perché oramai lo detestavano. A un certo punto era sparita sotto al tavolo a frugare nelle sporte della spesa. Era riemersa con un sacchetto di gelatine di frutta e un bel sorriso dicendogli – Ti piacciono sempre queste, vero Leonardo... ?

Si erano salutati con un breve abbraccio, lui era passato in farmacia a comprare le medicine che doveva prendere ogni giorno per tutta la vita. Insieme alle pastiglie appena comprate, nel sacchetto della farmacia aveva infilato le gelatine di frutta. Uscendo aveva visto sua moglie caricare la spesa in macchina.
Pensò che era una brava donna che, tolto il sorriso, finiva tutto lì.
Per quanto lo riguardava sapeva che alla fine avrebbe trovato una via d’uscita.