Una volta - di Vesper Klarov
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 15/02/2009 alle ore 16:40:28
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Una Volta
Una volta si andava per campi, ma si sceglieva sotto quale sole. Si selezionavano le spighe da accarezzare, l’erba da piegare, si misurava con cura la pressione dei passi sulla terra. Si dava una forma ad ogni arbusto, ogni fuscello, ad ogni pianta sconosciuta che ricordava vagamente una felce preistorica forse estinta da milioni di anni. L’odore che esalava dai fichi maturi caduti dall’albero ci inebriava, costantemente in sottofondo, e faceva solo immaginare la loro infinita e appiccicosa dolcezza. Ci si misurava con la gradazione dei tenui colori dei fiori, filtrati dalla luce dorata del pomeriggio estivo, fresco e luminoso. Una volta si odorava d’erba e di umori agresti che impregnavano i vestiti, mentre la brezza costante, tiepida e ristoratrice, ci invasava di sentimenti immensi come il mare all’orizzonte, macchiato dai colori del tramonto e del sole che a poco a poco vi si immergeva. Ed era questo l’unico mistero di cui ci stupivamo, di cui ci turbavamo: il pensiero che una volta al giorno il cielo toccasse il mare, e il giorno perisse inabissandosi lentamente nelle profondità delle acque, fino a toccare la sabbia svariati metri più in basso. A volte il rito era scosso dal tremulo volo di libellule impertinenti, minuscole coccinelle che ci si posavano sulle mani, e altre creature volanti che immaginavamo di vedere, nel momento più prezioso della giornata: quello in cui si aspettava la sera, e seppure stanchissimi, si desiderava che l’azzurro non finisse mai, mentre ci si affrettava ad ultimare tutti i serissimi giochi, prima che fosse buio. E già si appesantiva l’azzuro, e l’oro nel cielo si faceva rubino, mentre il giorno terminava, stendendo verso di noi gli ultimi suoni che vi si potevano sentire. Latrati e altri versi di cani in lontananza, forse un gallo, i grilli e le cicale, a intermittenze, dai pini e dagli alti cipressi laggiù, lontano; le tortore monotone e rigorose nel canto, sui pali della luce, sui rami degli eucalipti, le cui foglie arse e ondeggianti al vento distribuivano piacevoli giochi di luce sui viottoli candidi e sabbiosi, che si snodavano tra i graziosi villini immersi nel verde, in cui già si accendevano le prime luci e da cui ci sentivamo chiamare per cena dagli odori delle pietanze in caldo. Delle rondini avevamo ormai solo il ricordo, anche se a volte ci illudevamo di vederne una, solitaria, in cielo, altissima, lontanissima. E tutto era pace. E i rumori di attrezzi umani e artificiali non ci infastidivano, ci cullavano in attesa della sera, accompagnando le nostre ingenue cantilene e sembrando finanche in armonia coi suoni della natura. Qui e là la voce dei contadini e delle loro mogli che sfornavano il pane per la cena, parlare, gridare, forse cantare, ma che importa? Disegnavamo nell’erba gli ultimi cerchi, finivamo di esplorare le tane delle formiche, osservavamo le lucertole inseguirsi velocissime, per poi sparire in anfratti, tra le radici degli alberi, in buchi nel terreno soffice. Ci spingevamo più in giù (quasi vicino alla scogliera sul litorale), a perlustrare il misterioso territorio selvaggio: là, dove i rami si infittivano e le piante si facevano più grosse e più alte, più grandi e rugose le foglie degli alberi di fico, speravamo di trovare tra i cactus spinosi qualche uovo di tortora accidentalmente cadutovi, non ancora schiuso. E da lontano, qualche strano sibilo, a intervalli regolari (chissà, forse un serpente nascosto tra i cespugli di rovi?). E la magia iniziava lì, e lì vi era tutta circoscritta. Noi sapevamo che saremmo tornati lì nei campi e nella selva oscura all’indomani e speravamo di poterci tornare ogni giorno, per l’eternità. Infine tornavamo lentamente a casa, stanchi e felici, incamminandoci per i viottoli di calce e sabbia bianca; nel frattempo, qualcuno di noi, incredulo e affascinato, raccontava di aver sentito di come il battito d’ali di una farfalla, posata su un ramo, potesse provocare chissà cosa, dall’altra parte del mondo, o forse dell’universo.
