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Un'anima in viaggio parte 1 - di Take my hand

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 30/05/2006 alle ore 16:02:46

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

BATTITI D’ALI
(prefazione generale)
Non smetterò mai di chiedermi, quale sia la cosa più importante, nella vita.
Se la propria serenità sia frutto e conseguenza di quella di chi ti sta accanto e compie insieme con te un percorso "parallelo e complementare", o se è la serenità che tu riesci a trasmettere agli altri, che ti rende una persona "speciale", e che riesce a farti cogliere, tutto il buono che ti trovi davanti.
E questo, credo che sia il vero sale della vita: il riuscire, aldilà di tutti gli schemi sociali, le convenzioni e le tradizioni familiari che ti porti appresso da quando sei nato, a restare coerente con la tua coscienza, a spogliarti di tante falsità e a mostrare sempre, ovviamente nei limiti delle tue possibilità, quello che tu senti di essere e non, quello che gli altri si aspettano da te.
Soprattutto perché il tempo, che trascorre sempre e in ogni caso inesorabilmente, è incurante dei momenti in cui senti il bisogno di fare una pausa, di fermare i tuoi pensieri provando a ristabilire le tue priorità, il tuo equilibrio, l’asse portante della tua vita.
Il tempo poi, ti cambia, a volte totalmente rispetto a come ti sentivi prima e non ti dà tregua, ti chiede pegno, e tu, non sai stare al passo con lui.
Così, ti ritrovi ad essere esternamente quella di sempre, tranne qualche mutamento nel taglio e nel colore dei capelli, o nel modo di vestire, ma interiormente avverti profonde voragini, che più provi a chiudere e più ti sembra che si spalanchino dolorosamente, fino al punto in cui non trovi quasi più "terraferma" dentro di te.
Noi siamo oggi quello che non siamo mai stati ieri, ma anche il riflesso di ciò che abbiamo vissuto, la proiezione di quello che abbiamo "costruito" nel tempo: veniamo dal nostro passato e a volte ne siamo l’esatta negazione, ma nonostante tutto, non troviamo niente del nostro trascorso, che non vorremmo rivivere o ripetere, anche se sicuramente, col senno di poi, apporteremmo qualche piccola, ma significativa variante.
Già, le variabili della vita sono tante, molteplici, per non dire infinite.
Ma a noi, quali di queste, sono toccate?
E quali ancora, abbiamo veramente potuto scegliere?
Siamo davvero così sicuri che il libero arbitrio, sia veramente una libera scelta o se invece ci sia una strada già tracciata per ognuno di noi e che tutte le nostre decisioni non siano comunque condizionate da un disegno ben definito?
Forse sì, se penso alle tante persone che non avrebbero mai scelto il loro destino, se solo l’avessero conosciuto e che invece gli sono andate inesorabilmente incontro, senza cercare di evitarlo: semplicemente non l’hanno "potuto" fare.
Ma è pur vero che a volte, ci sono gesti fatti o ricevuti, che danno un senso diverso alla nostra esistenza; imprevedibili avvenimenti che ci aprono gli occhi e ci fanno vedere nitidamente tutto quello che avevamo già davanti, ma che non riuscivamo a scorgere: "segni" che diventano tangibili e che ci fanno sentire addosso, tutto il peso di quello che siamo stati fino a quel momento.
Dell’inutilità delle nostre azioni, dell’insensatezza delle nostre certezze, della superficialità e dell’insensibilità, sulle quali avevamo basato parte della nostra vita.
Io, li chiamo "battiti d’ali" questi momenti, forse perché in un’apertura alare, ci vedo la "volontà di volare", l’irrefrenabile desiderio di spiccare il volo, adoperando tutto di sé per farlo.
E allora, non c’è più niente da evitare, più niente di cui aver timore, se dentro di te sei pronta: rimane solo la grande sofferenza che sei consapevole di infliggere, ma che non ti può più frenare, perché ne daresti ancora di più, continuando sulla falsa riga disegnata finora; falsa sì, perché i tuoi presupposti sono cambiati.
Solo per questo, non perché li rinneghi: sai bene che non saresti mai arrivata ad essere quello che sei e quello che vuoi.
E se poi ti scopri diversa da come volevi diventare, non ha più molta importanza, perché non si può vivere se non si "sente" di essere in armonia con sé stessi.
Non si può affermare di credere in qualcosa, se noi per primi, non siamo sicuri di crederci davvero; così come non si può, non accettare il nostro cambiamento.
E questo, vale per tutto, abbraccia l’intera sfera della nostra vita, mette tutto dentro un enorme calderone che bolle, bolle e improvvisamente inizia ad eruttare come un vulcano, respingendo quello che non è nostro, ma frutto di altri, che noi abbiamo fatto diventare nostro patrimonio, solo perché quelle "condizioni" erano state ritenute "giuste" a prescindere.
Fino al momento in cui provi emozioni forti, indelebili, che ti scuotono profondamente e ti mettono in contraddizione con te stessa.
Dopo il dolore, arriva la rassegnazione; ti convinci che così è stato, perché così doveva essere, ma non ti senti ancora "struzzo", non sai di esserlo e tutto, intorno a te è come prima, all’infuori di te.
Cerchi di evitare di farti del male e archivi con cura tutte le cose che sono rimaste incomplete, senza risposta, senza conferme, dietro una porta ben nascosta del tuo cervello e poi, fai "tabula rasa", fai in modo che non escano più da lì, solo perché non sai gestirle; ma ogni tanto, la tua memoria fa dei "tiri mancini" e te li ripresenta, come se fossero in un barattolo e venissero estratti a sorte.
Soffri, sbotti, esplodi e poi tutto ritorna al suo posto; fino alla prossima estrazione, fino a che la tua memoria inizierà a sparare ricordi uno, dopo l’altro.
E la rabbia aumenta, l’orgoglio fa capolino ed entrambe si uniscono e ti scrollano, ti scuotono per farti capire che nella vita, è vero che ci sono tanti doveri da adempiere, ma il primo fra gli altri è quello di essere te stessa e darti il rispetto e la fiducia che meriti.
Chi, altrimenti, potrà vederti "affidabile"?
LA NASCITA DELLA GIOIA
Dormiva in un giaciglio fatto di erba mescolata a foglie verdi, che cambiava ogni volta che si facevano secche, in una fitta radura proprio in mezzo ad un grande prato, sotto ad un’alta quercia ombrosa. Era una bimba minutina ma proporzionata, con delle belle guanciotte rosse un po’ ruvide, occhi grandi e dolci come quelli di un cerbiatto, capelli lunghi ordinatamente legati da un fiocco rosso. Si chiamava Gioia.
Contrariamente al suo nome, che avrebbe dovuto presentarla come una persona gaia e serena, Gioia era una bimba molto triste.
Quando la sera si stendeva su quelle morbide foglie e si trovava di fronte all’immensità di quel cielo stellato rischiarato a volte, dalla brillantezza della luna, era naturale per lei sentirsi sola, piccola e indifesa, immersa in tutto quel blu che la circondava.
E pensava, che i bimbi devono imparare a vedere e a capire le cose e a capirle solo con la crescita e che non devono essere costretti, dalle situazioni che accadono loro intorno, a fare a meno della propria infanzia.
Quanti bimbi come lei, erano infelici in quello stesso momento!
Improvvisamente una stella cadente sfrecciò nel cielo e lo attraversò completamente, da sinistra verso destra. Immediato arrivò il suo desiderio; sempre lo stesso, dalla prima volta che aveva assistito a tale avvenimento: non chiedeva niente di materiale, né vestiti o giocattoli, o cose superflue.
Desiderava solo che tutti i bimbi del mondo, avessero ciò che a lei più mancava: amore e tenerezza, serenità e pace, tranquillità e compagnia.
Il Vento, che aveva accompagnato la stella cadente nella sua discesa, aveva ascoltato le sue parole ed intenerito dalla sua tristezza, decise di aiutarla, nell’unico modo che gli era possibile. Si alzò forte nel cielo, per spostare le nuvole con un lieve movimento delle sue labbra e arrivò fino alla Luna, che splendeva in tutta la sua maestosità.
Ella, sempre così attenta al Vento, che con la sua forza tutto riusciva a muovere e cambiare, perché le offriva, ogni volta, la possibilità di illuminare le notti più oscure, vedendolo andare verso di lei, gli chiese:
"Caro amico, quale motivo hai stasera, per avvicinarti a me?"
Ed egli con voce decisa, rispose:
"Mi sei debitrice cara Luna: lo sai quante volte ho soffiato fino allo stremo solo per mostrarti al mondo e farti arrivare negli angoli più bui? Adesso sono io ad aver bisogno di te; donami tuo frammento, cosicché possa portarlo ad una bimba infelice, a cui serve una strada sempre ben illuminata. Solo così si sentirà meno sola e troverà quello che le manca."
La luna ascoltò tutto con attenzione e la sua risposta, non si fece attendere oltre:
"Soffia pure contro di me, con tutta la tua forza e dopo corri al lato opposto per raccogliere il frammento che si staccherà! E quando lo consegnerai, dille che quando lo stringerà a se, egli si illuminerà, indicandole la strada giusta. Corri Vento, non farla aspettare ancora!"
Il Vento si affrettò a compiere la sua missione, ma si accorse che quanto aveva non bastava; così, raggiunse velocemente il punto in cui era caduta la stella che anche Gioia aveva visto e che le aveva suscitato il desiderio.
La trovò ancora brillante e ancora accesa, anche se un po’ malconcia.
"Stellina, vuoi continuare a brillare per me?" chiese il Vento "Ho già un frammento di Luna, così ti farà buona compagnia; vi porterò in un posto, in cui sarai a tuo agio, perché continuerai ad esplicare il tuo antico compito: indicherai la strada, ad una piccola bimba che si è perduta, come quando lo facevi per i marinai."
Così la raccolse e la racchiuse, insieme allo spicchio di Luna, in un’ampolla di vetro, precedentemente, riempita a sua volta, di aria pura presente nel cielo quella sera.
Il mattino dopo, quando Gioia si svegliò, trovò accanto a sé la magica ampolla del Vento, con dentro ciò che le serviva: un minerale bianco ed uno rosso, contenuti, a loro volta, in una bolla d’aria sana che riempiva l’ampolla.
Tutte le volte che la guardò, da quel giorno in poi, si sentì felice, serena e gioiosa e quando ne aveva bisogno, la stringeva a se e diventava la bimba più sicura del mondo.
La tenne per sempre e dovunque andò, si sentì sempre come a casa sua.
Ancora oggi, nelle notti di luna piena, possiamo osservare che nel suo contorno c’è una piccola imperfezione: come se qualcuno, ne avesse tolto un pezzetto.
E ogni volta che vediamo cadere una stella ed esprimiamo un desiderio, pensiamo anche alle persone che soffrono e che hanno bisogno di tutto quello, che noi, spesso abbiamo molto vicino e di cui non ci rendiamo conto.
E il Vento, che ruolo ha? Il Vento è colui che tutto muove e tutto cambia, in un attimo che dura da un’eternità...
E quella bimba, sapete dove sia?
Dopo quella notte, è cambiata molto, è cresciuta ed è riuscita a portare a tutti i bambini che ha incontrato sul suo cammino, una caratteristica molto, molto particolare: il suo nome è GIOIA, non scordarla mai!
IL TESORO RITROVATO
(la scoperta del segreto o il segreto della scoperta?)
Pioveva forte quel pomeriggio ed Elisa si annoiava in casa, senza nessuno con cui giocare. Le giornate sembravano interminabili, specialmente quando non poteva uscire ed incontrare qualche amica, con cui dividere il tempo libero. Decise così di salire in soffitta: era lì che amava rifugiarsi nei momenti in cui non sapeva cosa fare per trascorrere il resto della giornata, perché poteva fingersi "un’esploratrice". Si metteva infatti a rovistare dappertutto, alla ricerca di qualcosa che accendesse la sua fantasia, così, da immaginare chissà quali storie. Aprì quel vecchio baule verde, in fondo, sotto l’abbaino del tetto. Le piaceva tanto quel baule, sembrava il tipico forziere che di solito si trova a bordo dei grandi vascelli dei pirati. Le sue cerniere, completamente arrugginite dal tempo, lo facevano sempre scricchiolare quando veniva aperto. Ma oggi forse, Elisa presta meno attenzione al coperchio e si dedica soprattutto al contenuto: dopo averlo completamente svuotato, con le mani ancora piene di quella polvere fine, che forma quella patina fastidiosa su tutto il palmo, si accorge che esiste un doppio fondo, rimastole sconosciuto, nel corso di tutti quegli anni. Sollevato quindi, quello che fino ad allora era stato l’unico fondo che credeva ci fosse, sfilò delicatamente un manoscritto su pergamena che, a giudicare dalle sue condizioni, doveva essere molto antico, scritto in corsivo, con la penna a china. La meraviglia provata, unita all’infinita curiosità, che da sempre la contraddistingueva, subito presero il sopravvento e iniziò a srotolarlo per leggerlo. Riconobbe così, che l’ampolla descritta nel racconto, assomigliava tanto a quella che sua nonna teneva gelosamente custodita in camera sua, nella bacheca di vetro e che, fin da piccola, le era sempre piaciuta. Senza dire niente a nessuno, decise di tenersi il racconto: lo arrotolò velocemente, e lo nascose in camera sua, ripromettendosi, l’indomani, di parlarne con la maestra, sua preferita e preziosa confidente.La maestra, incuriosita dalla storia di Elisa, chiese di poterlo leggere in classe, durante la lezione. Così l’indomani, il racconto fu nelle sue mani, mentre l’ampolla si trovava nello zaino di Elisa; la maestra comunicò ai bimbi, che quel giorno avrebbe loro letto una storia nuova, molto bella, alla quale dovevano prestare massima attenzione. I bimbi, ancora mezzi assonnati ed un po’ svogliati, per niente convinti delle sue parole e certi che avrebbero ascoltato una storia come tante altre, continuarono a fare quello che già stavano facendo, senza curarsi di lei. In classe regnava il caos più totale: chi era intento a costruire aeroplani di carta, chi lanciava la gomma da cancellare al compagno più lontano, chi batteva insistentemente la matita sul banco solo per dare fastidio, chi si alzava in piedi e, strisciando la sedia a terra, provocava uno stridio irritante, chi conversava col compagno vicino, chi cantava, chi si sdraiava a terra scimmiottando animali vari. La maestra però, non si perse d’animo e, dopo averli richiamati all’ordine un paio di volte, iniziò a leggere. Una, due, tre frasi bastarono per catturare anche gli sguardi dei più disattenti; i primi, adesso ad intimare il silenzio più assoluto. Dopo dieci minuti, la classe era completamente assorta in un silenzio mai sentito, mai avuto prima. Tutti ascoltavano e tutto, dal loro atteggiamento, faceva ben capire che lo facevano volentieri: sguardo fisso su di lei, gomiti ben piantati sul banco, mani a sostenere il mento, proprio come quando veniamo rapiti da qualcosa di misteriosamente affascinante. E mentre la maestra proseguiva, non poteva fare a meno di notare, valutare e ammirare la loro concentrazione, perso ormai ogni timore di alzare gli occhi e trovarli tutti addormentati. Il silenzio regnava sovrano, in tutta la stanza. Elisa, seduta nel terzo banco vicino alla finestra, socchiusa per stemperare e mitigare l’aria calda presente in classe, mentre ascolta, guarda fuori dal vetro, le molte nuvole che quel giorno affollavano il cielo, tante come le miriadi di auto imbottigliate solitamente nel traffico quotidiano. Ce n’erano di svariate forme e di diverso tipo: una assomigliava ad un fiore appena sbocciato, un’altra ad una foglia con molte punte, e laggiù in fondo, ce n’era una che pareva proprio una piccola farfalla, perfetta nella forma, precisa nel contorno, che giocava nel cielo, a farsi rincorrere dal vento, improvvisandosi abile danzatrice, E nel momento in cui la maestra leggeva: "Il vento si alzò forte nel cielo, fino a toccare le nuvole e a spostarle con un lieve movimento della sua bocca", improvvisamente la finestra si aprì del tutto, proprio come se qualcuno l’avesse spinta con la mano per entrare e ascoltare attentamente quella storia. Soffiò così una leggera brezza, che non distolse mai neanche per un attimo, l’attenzione dei bambini. Così fu, fino alla fine del racconto e quando ancora tutto era avvolto nella magica sfera di silenzio che precede ogni domanda e, ognuno di loro elaborava il racconto ricordandosi dell’ ampolla, del vento propiziatorio che l’aveva amorevolmente preparata, riempita e donata, dello spicchio di luna così magnanimo e altruista e di quella stella cadente che aveva deciso di non smettere MAI di brillare, un bimbo, come risvegliatosi dal sogno, alzò la mano, chiedendo di intervenire. Ad una ad una, molteplici furono le braccia sparse nell’aria di quella classe, tantissime, le mani che si aprivano a ventaglio e si spingevano sempre più in alto, come per indicare chi, di loro, voleva parlare per primo. Tutti volevano per sé la stessa ampolla, o almeno realizzare il sogno che questa rappresentava e desideravano solo e insistentemente sapere cosa dovevano o potevano fare, per riceverne una uguale. Il Vento, che vide tutte quelle mani agitate dentro sé e che sentiva perfettamente l’intensità del loro desiderio, non rinunciò, anche stavolta, a compiere il suo piccolo, grande miracolo. Fece così entrare in classe, una bellissima e leggiadra farfalla multicolore, che andò a posarsi sull’estremità dell’ampolla della nonna di Elisa, appoggiata, fin dall’inizio della lettura, sulla cattedra della maestra. E lì rimase, per tutto il tempo in cui, anche il Vento fu presente. Elisa, capì improvvisamente tutto il segreto della scoperta fatta e si diresse verso la cattedra: col faccino pallido di chi, per l’ enorme timidezza, stenta ad essere intraprendente, guardò ad uno ad uno i suoi compagni e, superato ogni timore, disse: "Vi voglio tanto bene, credetemi, ma non posso dividere con Voi questa ampolla perché è di mia nonna, e dovrò riportarla a casa. Ma c’è una cosa che voglio dividere con voi e che spero vorrete ricambiare, cercando di fare altrettanto: possiamo darci la mano e formare una catena infinita, così da riunire tutti i bambini del mondo, affinché possano sentire il calore che arriva dall’ altro, per trasmettere da una mano all’altra la solidarietà, l’altruismo, l’affetto, la tenerezza. Contro l’indifferenza, l’egoismo, il proprio interesse. Tutti, così, potremo apprezzare i colori della vita, sentirne il profumo e portarlo per sempre dentro di noi. Una catena di mani che niente e nessuno, potrà mai interrompere. Così cresceremo, sicuri di essere da grandi, veri uomini e vere donne. "La farfalla agitò le sue ali e lentamente, si allontanò dall’ampolla. Volteggiò un po’ nella stanza, piroettando sulla testa di ogni bimbo, porgendo il suo saluto e si diresse verso Elisa: le si posò sul grembiule un attimo per ringraziarla e, velocemente, guadagnò l’uscita, riprendendo il suo volo, alto nel cielo. Adesso, c’erano miriadi di nasi volti in su, che appannavano i vetri della finestra di classe. Guardavano tutti le nuvole, che finalmente si allontanavano, lasciando spazio ad infiniti squarci di azzurro. Era il Vento, che nell’unico modo in cui gli era possibile, ringraziava tutti loro per avergli dimostrato, ancora una volta, quanto immensa fosse la sensibilità e la disponibilità dei bambini. E laggiù, proprio nel punto in cui si era diretta e lentamente scomparsa la farfalla, si poté finalmente scorgere un meraviglioso arcobaleno. Tutti allora, estremamente sereni, si presero per mano, iniziando con gioia, un allegro girotondo.
LA RISPOSTA DEL MARE
In una calda notte estiva, illuminata da miriadi di stelle che scintillavano alternandosi nel cielo infinito, la nave da crociera, solcava tranquillamente il Mar Mediterraneo, calmo per la sua caratteristica di "mare chiuso", dirigendosi verso nuovi porti, per allietare i suoi passeggeri durante il viaggio. L’oscurità della notte, faceva sì che anche il mare, di un colore bellissimo durante le ore di luce e così profondo nella sua intensità, fosse un tutt’uno col cielo, così da non lasciar vedere nessun orizzonte.
Marco si trovava a bordo e sostava sul ponte più alto della nave. Gli piaceva rifugiarsi, subito dopo il tramonto, proprio nel punto estremo, per sentire il vento forte sul suo viso, e accoglierlo finalmente con sollievo, dopo la torrida giornata appena trascorsa. E poi da lì, poteva vedere come lo scafo della nave fendeva le onde e le divideva, lungo le sue due fiancate. La forza dei motori si contrapponeva alla tranquillità di quel mare e sembrava che tutta quell’ immensa distesa d’acqua, si muovesse solo sotto quella nave. Tutto intorno, buio e silenzio disturbato solo da qualche flebile luce di altri pescherecci o di altri transatlantici in traversata.
Marco aveva sette anni, era un po’ goffo nell’aspetto e cicciottello: a scuola i suoi compagni, lo chiamavano bonariamente "quattrocchi" perché portava gli occhiali. Molto timido e quindi sottoposto ad arrossire ogni qualvolta qualcuno lo avvicinava o gli si rivolgeva, era comunque contento di questo soprannome, perché in un certo modo lo faceva sentire al centro dell’attenzione dei suoi amici, tanto importanti per lui e la sua crescita. E durante questo viaggio, sentiva molto, proprio per la natura del suo carattere, la mancanza delle sue abitudini, della scuola, della maestra e di tutti loro. Ma ormai era tempo di vacanze e di meritato riposo, soprattutto per i suoi genitori che chiaramente lo avevano trascinato con loro. Ma lui amava la tranquillità, il silenzio, e tutta la confusione che c’era in un posto così affollato come una nave, un po’ lo infastidiva. E cercava quindi, quando ci riusciva, di starsene appartato, soprattutto se si trovava fuori del suo ambiente abituale.
Per tutti questi motivi, aveva deciso di affidare i suoi pensieri a quell’immenso e misterioso mare, che non lo avrebbe sicuramente mai tradito. Nel pomeriggio aveva preparato un messaggio utilizzando della carta che aveva trovato in cabina, su cui aveva impresso le sue sensazioni e dopo averlo arrotolato fermandolo con un nastrino azzurro trovato per caso, lo aveva inserito in una bottiglietta di succo di frutta, che aveva precedentemente provveduto a pulire ed asciugare con infinita accortezza. Non aveva detto niente ai suoi genitori, perché nonostante il bene che voleva loro poiché figlio, molte volte erano indelicati con lui, lo spronavano a fare cose o ad affrontare situazioni secondo il loro punto di vista a volte contrario al suo carattere, come se per forza, si debbano assumere atteggiamenti "fissi" per dimostrare qualcosa agli altri.
Lui capiva che per loro quella era la vacanza tanto sognata, tanto attesa, che li riscattava dal lungo inverno trascorso al lavoro, e sapeva che sicuramente erano convinti che anche per lui fosse bella, diversa, insolita e quindi "invitante". Ma lui si sentiva solo e nell’ impossibilità di fare velocemente amicizia con bambini mai visti prima, preferiva demordere, perché nel momento in cui avrebbe preso confidenza, sarebbe arrivato il giorno del distacco, dovuto alla fine della crociera. E adesso era lì, per portare a termine la sua missione, soprattutto perché sperava tanto che questo messaggio, arrivasse prima o poi, a qualcuno che, come lui, si sentiva inadeguato e non era felice di ciò che stava vivendo. Sapeva anche in cuor suo, gli enormi rischi che avrebbe corso quella bottiglia "persa dentro il mare": poteva andare alla deriva su un’isola sconosciuta e finire sotto la sabbia senza essere mai trovata; poteva, in un giorno di burrasca, andare a schiantarsi contro uno scoglio frantumandosi in mille pezzi; poteva infine finire nello stomaco di un grosso e famelico pesce, che nonostante la buona volontà, non avrebbe mai potuto leggere il suo scritto. Ma sapeva anche che il mare, avrebbe capito il suo intento e avrebbe fatto di tutto per difenderla, insieme al vento che spirando forte, lo avrebbe aiutato a farla giungere prima a destinazione.
Fu così che, dopo essersi accertato che la chiusura fosse ermetica, (per farlo aveva usato della cera di una candela), la strinse forte a se ancora per un attimo, le augurò buon viaggio e buona fortuna e, prendendo tutte le forze che aveva dentro, la gettò nell’acqua. Nello stesso momento, si pentì di averla lasciata andare, perché la sua preparazione era durata diversi giorni, ed era stata così per lui l’unica compagna di viaggio, fino ad ora. Poi si convinse di aver fatto la cosa giusta e si spinse oltre la balaustra, per seguirla con gli occhi, nel suo volo fino al mare. La bottiglia rotolò un paio di volte su se stessa e poi si girò col collo rivolto verso il mare, così come quando il tuffatore, appena spiccato il lancio dal trampolino, flette le sue braccia allungandole per facilitare l’immersione e l’impatto con l’acqua. Anche lei era contenta di fare quel viaggio e si preparava ad affrontarlo.
Marco non poté sentire il rumore del suo atterraggio marino, né riuscì più a vederla, perché la nave viaggiava più forte durante la notte, lasciandosi dietro, oltre la sua scia, il buio più totale. Ma nella sua mente, restò per sempre la sua immagine e la sensazione che aveva provato nel lanciarla in mare, lei che custodiva dentro di se, tutto il suo pensiero. E pregò tutte le sere, affinché arrivasse comunque a qualcuno. La bottiglia intanto, appena immersasi, scivolò a tutta velocità nelle profondità marine, provocando non poco "timore" tra la popolazione locale. I pesci vicini, accortisi dell’intrusa, si schivavano velocemente, temendo un attacco di qualche predatore marino; le ostriche sul fondo subito si chiusero, evitando il peggio, e anche la flora acquatica guardava non senza paura, questa aliena, appena arrivata. Toccò il fondale e non trovando nessun ostacolo che la bloccasse, iniziò lentamente, dondolando nell’acqua a risalire in superficie: quando arrivò su e riemerse, iniziò a galleggiare. Tutto di lei era intatto ed il suo contenuto, perfettamente asciutto.
La cera messa a chiusura, era stata sistemata con cura e quindi non c’era stato nessun inquinamento esterno. La prima prova era superata e anche se Marco non lo avrebbe mai saputo, iniziava adesso, il lungo viaggio verso la sua meta, che anche se sconosciuta, sicuramente era molto, molto distante. Passò l’estate, l’autunno e parte della primavera. Lei aveva riconosciuto l’alternarsi delle stagioni, solo dalle fasi lunari, dalla posizione delle stelle e l’accavallarsi delle nuvole nel cielo. In fondo, non poteva vedere altro da lì, a testa sempre in su, o a volte adagiata sull’acqua, ma aveva imparato un sacco di cose nuove. E una mattina di fine aprile, iniziò a vedere, in fondo al suo orizzonte, una spiaggia e delle colline, dove spuntavano delle case un po’ sparse, senza nessuna collocazione precisa. Ora, voleva il caso, che proprio quel giorno su quella spiaggia verso la quale nuotava la bottiglia, si trovasse una bimba, di nome Victoria, che seduta proprio in riva al mare, con le gambe piegate e le braccia appoggiate sopra per tenersi il viso, piangeva a dirotto, disperatamente. Era il suo compleanno, ma era costretta a trascorrerlo senza i suoi genitori, che per motivi di lavoro, si erano dovuti assentare senza riuscire a tornare in tempo e lei piangeva, perché loro sapevano già, prima di partire, che non sarebbero tornati per quel giorno, ma non glielo avevano detto, per evitarle un grosso dispiacere. Si era subito preoccupata del loro rientro, ma l’avevano così rassicurata e coccolata, che quel pensiero si era allontanato da lei, così com’era sopraggiunto. Insomma l’avevano "tradita"; si erano approfittati della sua purezza di bimba, inconsapevole della malizia degli adulti, e della loro facilità nel raccontare bugie, che al momento opportuno, erano chiamate "bugie costruttive".
Ora, Vic amava molto i suoi genitori, ma sentiva in questo momento e per questo motivo, che non avrebbe mai potuto perdonarli. E la cosa che l’aveva ferita di più, era stata la frase che avevano pronunciato per telefono, dopo averla informata di quell’orribile notizia:
"Torniamo domani amore! Ti abbiamo comprato un regalo speciale: vedrai che sarà valsa la pena di attendere, per scoprire la sorpresa!"
A cosa le serviva, "domani", un regalo speciale?
L’unico regalo che avrebbe voluto era quello di stare tutti insieme, davanti a quelle otto candeline, per cercare di spegnerle tutte in un soffio, dimostrando loro che ogni anno lei era sempre più forte, più consapevole e riusciva nei suoi intenti, solo grazie alla loro presenza, alla loro costante vicinanza. Quello sì, che le sarebbe piaciuto più di qualsiasi altra sorpresa. Ma i grandi non capiscono certi meccanismi, tanto logici quanto banali: vanno a cercare le cose più lontano, rispetto a dove possono trovarle, dimenticandosi che si è "bimbi" una sola volta, senza poter mai rivivere certi momenti. Il tempo è prezioso, quando si è bambini: perché se è ben usato, lascerà che molte cose non siano dimenticate e diventino invece patrimonio personale, un bagaglio che non sarà mai, troppo pesante. Ma se è mal utilizzato, avrà l’effetto contrario e i bimbi, dopo essere cresciuti, cercheranno invano il ricordo nella loro memoria; perché li farebbe troppo soffrire e preferiranno rimuovere tutto al più presto......
E mentre Vic piangeva e pensava a tutte queste cose, rivolse il suo sguardo verso il mare e disse:
"Anche tu oggi, non mi sei d’aiuto! Sono venuta qua per sentirmi "a casa" e mi lasci sola nel mio silenzio, senza neanche consolarmi un po’!"
Era una bellissima giornata il 18 aprile; l’aria già tiepida, annunciava l’estate in arrivo con un po’ di anticipo ed il sole, alto nel cielo, faceva brillare tutta la superficie del mare. E fu così che, mentre ammirava tutta quella meraviglia naturale, vide qualcosa che, solo in un punto, brillava più di tutto il resto, più intensamente. D’istinto si alzò in piedi per vedere meglio e si accorse che qualcosa, stava galleggiando verso di lei. Immediatamente si tolse le scarpe con i lacci, alle quali aveva fatto il doppio nodo, si sfilò i calzini, cercò di arrotolare con cura i jeans fino sopra il ginocchio e piano piano, con un tuffo al cuore, si diresse verso quel luccichio che le stava venendo incontro. Con l’acqua che ormai, le arrivava già a filo della stoffa dei jeans, si rese conto che era una bottiglia, trasportata dalle onde.
"Che stupida! Mi sono bagnata tutti i pantaloni, solo per scoprire una bottiglia....Chissà cosa credevo che fosse!"
Fece per voltarsi e ritornare a riva, ancora incredula di aver sperato in un qualcosa che non si era poi dimostrato realmente da desiderare, quando un dubbio le sfiorò la mente:
"E se fosse la risposta del mare?"
Non perse altro tempo, e ormai tutta bagnata fino a mezza coscia, allungò le braccia, per afferrare la bottiglia, che da subito era voluta essere raccolta da qualcuno, e nessuno, poteva essere migliore di lei. Anche Marco ne sarebbe stato felice, se l’avesse saputo. Correndo, uscì da quel mare, amico fidato e si andò a sedere su uno scoglio, per impedire alla sabbia di incollarsi su tutto quello che aveva addosso, di bagnato. Scrutò bene la bottiglia, prima di cercare di aprirla. Era verde, di quel verde tipico delle bottiglie di succhi di frutta, e dentro, anche se riusciva a vedere poco, perché era molto sporca di alghe, di incrostazioni, di piccolissimi molluschi che nel suo viaggio si erano attaccati, come le cozze fanno con gli scogli, aveva capito che c’era un messaggio, che la bottiglia non era arrivata per caso, lanciata dopo chissà quale party tenuto su uno degli yacht che affollavano quel mare, ma che qualcuno, l’aveva spedita, proprio via mare...... La sua curiosità, le urlava da dentro di romperla il più velocemente possibile per leggere quel messaggio così misterioso, per poter finalmente carpire chissà quale segreto lasciato al mare, ma la sua enorme sensibilità, si chiedeva se fosse giusto farlo, pensando magari, che forse doveva ancora viaggiare per arrivare alla vera destinazione.
Decise quindi di portarla a casa, la pulì bene bene, l’asciugò accuratamente e cercò infine di aprirla. La cera, divenuta, dopo tutto quel tempo, come cemento, non si poteva togliere se non con un coltello, ma lei aveva paura di rompere l’involucro e piano piano, cercò di aprirsi un varco, in tutta quella specie di "muratura" che si era formata. Finalmente, venne via tutto insieme, "cemento e tappo" e da dentro la bottiglia, le parve di sentire come un sospiro di sollievo.... La capovolse e un secondo dopo, il messaggio, completo di nastrino azzurro, atterrava sulla sua scrivania. E lentamente, lo sciolse, iniziando a srotolarlo. Aveva tante sensazioni dentro di se, e in quel momento, l’emozione, era quella che le superava tutte, perché le stava anticipando la magia del momento che si apprestava a vivere.
Lo aveva letto tante volte sui libri, di questi messaggi nelle bottiglie, di sconosciute mappe del tesoro sfuggite alle mani dei pirati, solo grazie all’intervento del mare, che le aveva trasportate lontano nel tempo e nello spazio; lo aveva anche visto al cinema, un film di lettere d’amore mai recapitate, raccolte da persone all’altro capo del mondo, e usate per fare degli articoli sul giornale, per stuzzicare la fantasia delle persone. Ma mai avrebbe immaginato, che un giorno, anche lei ne avrebbe tenuta una proprio nella sua mano. Oramai il rotolo era tutto aperto, e poteva scorgere le prime lettere, anche se incomprensibili per lei, perché scritte in una lingua straniera. Capiva solo il nome scritto nella firma "tuo Marco"...e già le pareva un nome così bello, pieno di armonia, sensibilità, dolcezza.... L’italiano lo sapeva poco, anche se nonna Matilde, fin da quando era piccola, glielo aveva insegnato; ma c’era troppa grammatica, c’erano troppe regole, troppi "modi di dire" in questa lingua, e lei era ancora piccola, per poterla apprendere e capirla correttamente.
Leggeva Vic, cercando di fare "spelling", per prendere almeno il senso di ciò che Marco, sì ormai sapendo il nome capiva che il messaggio era di amicizia, aveva voluto scriverle. E pensò subito, che quelle parole, avesse davvero voluto scriverle proprio a lei. Finalmente riuscì a mettere insieme le frasi, a dargli l’intonazione giusta, la pronuncia corretta Il testo diceva:
Luglio 2003 Messaggio scritto da una nave da crociera
"Chiunque tu sia, ovunque tu sia, se anche tu ti senti sola come me e non compresa dalle persone che ami, cerca sempre di seguire la strada del tuo cuore, perché dentro di lui, c’è tutto di te. Anche se quella che ti indica, è la strada che in quel momento ti sembra la più difficile, la più dolorosa e anche la più insensata. Ricordati che lui non può sbagliare, perché è parte di te. E la volontà è l’unica forza su cui puoi fare affidamento."
Lo lesse una decina di volte, prima che il testo si fosse ben memorizzato nella sua mente. Non pensò più ad altro che a questo messaggio, da dopo che lo ebbe letto. Sorridendo, lo arrotolò di nuovo, cercò di rifare il fiocco col nastrino azzurro e lo inserì correttamente nella bottiglia. Poi prese della ceralacca dallo studio di papà e la richiuse ermeticamente. Prese il giubbotto, salì sulla sua bicicletta e tornò nuovamente sulla spiaggia dove l’aveva raccolta. Stavolta si tolse solo le scarpe ed i calzini, senza curarsi di arrotolare i jeans.
Pensava forse, che doveva fare in fretta, quello che aveva in mente di fare.
Tenne stretta a se la bottiglia per un paio di minuti ancora, prima di renderla al mare, affinché continuasse il suo viaggio, verso rive lontane o vicine, per portare il messaggio anche ad altre persone che stavano vivendo un momento di solitudine o di tristezza. Adesso non le serviva più, aveva capito che comunque i grandi, vogliono preservarci dalle sofferenze fin quando siamo piccoli, credendo che non si sia in grado di affrontarle, per la nostra tenera età, o cercando di risparmiarcele fin quando sia possibile. Ma non ce n’è bisogno, perché "crescere" vuol dire anche sentire un po’ male, proprio lì vicino al cuore, scrigno segreto delle nostre speranze. Non fu necessario allontanarsi troppo dalla riva, per effettuare il lancio. Ma prima baciò sul collo, quella bella bottiglia verde, che ripulita e rimessa a nuovo, era ormai pronta, per affrontare un nuovo viaggio, e con lui, ad approdare, su un’altra riva, in altre mani, dentro altri "cuori."
UN PONTE PER L’AMORE
...Tanto tempo fa, quando ancora il mondo era abitato solo dal regno animale, i boschi, le foreste, le praterie e tutti i luoghi esistenti, avevano un nome che li identificava in base alla loro caratteristica principale. C’era quindi il Lago della Tristezza ed il Deserto delle Inquietudini, così come la Foresta della Serenità, ed il Bosco delle Cose Semplici. In ognuno di questi luoghi, si trovava quindi quello che il nome stesso indicava. Naturalmente i nomi non venivano assegnati casualmente, ma segnavano esattamente un tracciato da percorrere: infatti, difficilmente il Lago della Tristezza, era distante dal Deserto delle Inquietudini, così come di seguito si arrivava nella Foresta della Serenità, logica conseguenza. Nel mezzo a tutte queste zone molto vaste e ben distinte fra loro, dall’intensità della luce solare, dal tipo di umidità presente nel terreno e dal diverso grado di calore, scorreva una strada che in qualche modo le univa tutte, e che si chiamava il Viale dell’Amore. Lunghissimo, come ogni viale, era in certi punti veramente dissestato e sconnesso, tanto da porre la massima attenzione a dove e come si camminava; spesso franava al passaggio, facendo scivolare le zampe di chiunque lo percorresse e a volte, era così perfetto e lineare che ti invitava ad una lunga passeggiata, deliziosa e rilassante. In altri infine, diventava tutto ad un tratto tortuoso, senza nessun cenno di avvertimento, e sembrava non riuscire più a riprendere la giusta direzione. Nascosta da un cespuglio, nel Bosco delle Cose Semplici, in Via della Tranquillità 18, abitava una riccia tanto carina quanto "spigolosa", sempre attenta a tutto e a tutti, timorosa di ogni rumore "diverso dal solito". La sua tana ordinata e pulita, costituiva tutto il suo mondo: piena delle cose più buone, era una delle più accoglienti di quel luogo. Unico difetto di quella riccia, era la sua difficoltà ad allontanarsi, se non di pochi passi e per una manciata di minuti, dalla sua tana, poiché aveva paura che improvvisamente potesse mancarle la possibilità di mettersi al riparo. Tutti gli abitanti di quel bosco la conoscevano e la consideravano onesta e simpatica, ma ogni volta che incontrandola, la salutavano aspettando una sua risposta o tentavano di iniziare un dialogo per esserne amici, ecco che subito scappava dentro, riuscendo lentamente, alla fine di tutti i suoi aculei. Era questa, la vita di quella riccia: un eterno uscire e rientrare nella sua tana, tentando di vincere le sue paure, senza mai riuscirci.Il Vento, che già da un po’ di tempo la monitorava, si rivolse al Guardiano dei Sassi "costruttivi", poiché necessitava di una grande pietra, per un fine a dir poco "indispensabile"›. Il guardiano acconsentì ed il Vento ne raccolse uno bello grosso e rientrò velocemente nel Bosco delle Cose Semplici. C’era un momento solo, nel corso di tutta la giornata, in cui la riccia si disarmava da ogni timore e si lasciava "scaldare" dal Sole, che penetrando attraverso i rami degli abeti circostanti, le arrivava addosso, con tutto il suo calore. In quei brevi ma intensi momenti così speciali, lei non pensava ad altro che a godere totalmente di quella sensazione così bella, che oltre a fornirle tregua dal freddo invernale, pareva le servisse proprio ad acquisire fiducia in sé stessa, considerato che era capace di non prestare attenzione a tutto il resto. Il Vento la vide al centro di quel "magico raggio", occupata a prendersi cura di se: in un attimo, passò da un albero all’altro, senza mai sfiorarla col suo soffio per non distrarla, e giunto davanti alla tana, appoggiò quel sasso, ostruendone l’ingresso. Poi, si mise ad aspettare. La riccia, completamente rilassata e ancora immersa in quel benessere totale, non ebbe il tempo di capire niente e accortasi dell’accaduto, iniziò prima a disperarsi inveendo contro di lui, poi controllò le sue emozioni e provò a chiedergli cortesemente di togliere quel macigno da lì. Il Vento fu impassibile, e le rispose soffiando leggermente su una nuvola che si diresse da destra verso sinistra, a significarle il suo dissenso. Tutti nel bosco, udivano i lamenti della poveretta che non riusciva a darsi pace, ma sapevano che mai il vento aveva fatto qualcosa che non fosse necessario, solo per fare un dispetto a qualcuno. Nessuno quindi, se la sentì di aiutarla. Lei cercò in ogni modo di rimuovere quella pesante pietra, ma non riuscendoci, dovette rinunciare, appoggiando la sua gracile schiena a quel sasso e lasciandosi scivolare al suolo, sconsolata. La sua disperazione era tale da non riuscire più a pensare, a trovare una via d’uscita che la potesse far rientrare in casa. Doveva solo accettare la realtà, anche se non voleva assolutamente crederci. Poco tempo dopo, vide avvicinarsi un vecchio riccio assai malandato, che camminava a stento con andamento incerto e lento, appoggiato ad un ramo che gli faceva da bastone, tutto ripiegato su sé stesso. Man mano che le veniva incontro, nell’accorgersi dei pochi aculei rimastigli, pensò tra sé e sé che anche lei si sarebbe ridotta così, visto come si erano messe le cose. Il vecchio si fermò di fronte a lei, appoggiò il bastone a terra e si sedette per riposarsi. La riccia lo guardò e non perse tempo: "Buongiorno, mi dispiace tanto, ma non posso offrirti ospitalità, né prepararti una tisana calda e rifocillante, perché come puoi ben vedere, mi è successa una disgrazia!"
iniziando a singhiozzare, continuò:
"Non potrò più entrare!"
Il vecchio riccio, non finì di ascoltarla che scoppiò a ridere, battendole la sua zampa sulla spalla, a mo’ di consolazione, mentre lei, sorpresa da quel comportamento così superficiale e offesa, dalla mancanza di sensibilità che il vecchio aveva nei suoi confronti, nonostante si fosse preoccupata per lui, gli chiese spiegazioni, sul suo buffo modo di ascoltare il dolore degli altri e minimizzarlo al massimo, ridendo a crepapelle. Il riccio capì; smise di ridere, si fece serio e con voce grossa le chiese:
"Ma cosa hai di tanto importante lì dentro, da farti disperare così?"
La riccia, che parve rincuorarsi ed capì di non parlare con uno sprovveduto, avvicinandosi di più, gli rispose:
"Guarda che ho tutte le mie cose! Un comodo giaciglio, dei bei mobili, una cucina accogliente con una dispensa piena di tante cose buone, tutti i miei libri, i miei ricordi, insomma, tutto il mio mondo, è lì dentro!"
Il vecchio, che adesso ascoltava con attenzione e che aveva osservato scrupolosamente ogni suo movimento, ogni suo battito di ciglia, ogni espressione dei suoi occhi, le sorrise e con dolcezza le chiese:
"Sei proprio sicura di avere tutto, lì dentro?"
E nel sentirsi dare ulteriore e repentina conferma, continuò:
"Mi puoi dire che collocazione hai dato all’amore, all’interno della tua tana?"
La riccia nel sentir pronunciare questa parola, che le suonava un po’ insolita, iniziò a cercare nella sua memoria, per cercare dove e quando l’aveva già sentita, scartando uno ad uno, tutti i vari concetti che ricordava. Alla fine, desiderosa di sapere disse:
"Senti amico mio, è vero che noi ricci siamo noti, per il fulmineo richiuderci su noi stessi al sentore del pericolo, ma proprio non riesco a ricordare cosa sia, quindi, credo di non avere, ciò che tu chiami amore."
Il vecchio carpì tutta la dolcezza di quelle parole e la grande umiltà che c’era in lei, così, prendendole il musetto nelle sue zampe, le spiegò:
"Vedi, tu hai sicuramente tante, tantissime qualità, ma ti manca quella più importante di tutte: l’unica che può unirle e amplificarle, rendendoti "speciale"; la sola che possa regalarti la serenità più completa. Questa cosa non si compra, non si raccoglie per strada, non si può "immagazzinare" o farne scorta per l’inverno. Si chiama "amore" e lo si ha dentro: non ha colore, né sapore, né odore e non si vede ma si percepisce, e tutto, quando c’è, ne è pieno. Ti fa soffrire e sognare, ma se lo possiedi, sei la persona più ricca di tutto l’Universo; se invece ti manca, tutte le cose più belle di questo mondo, non basterebbero comunque a sostituirlo."
La riccia, rapita da quelle parole, e scoprendo nel limpido sguardo del vecchio una serenità ed una saggezza mai conosciute prima, con spontaneità ed ingenuità, gli chiese:
"Ma allora, dimmi come faccio a trovarlo e soprattutto dove lo posso cercare?"
Il vecchio, sempre più emozionato nel rendersi conto di quanto, quella creatura così giovane e sincera, gli ricordasse quello che di lui era rimasto vivo e continuo nel tempo, dopo averle preso la zampa per infonderle coraggio e donargli ciò che ancora gli era rimasto da dare, le disse:
"Lascia che il sasso ti impedisca di tornare là, dentro le sicurezze che finora ti hanno comunque, anche se benevolmente, negato la possibilità di scoprire quello che davvero ti manca. Il coraggio di tirarti fuori di là per spingerti oltre e la curiosità di farlo, nonché la certezza di trovarlo, ti devono dare l’impulso di provarci, essere come una spinta propulsiva per te, anche se mai, dovrà mancarti la consapevolezza che sbagliare è possibile, cadere, inevitabile, ma che altrettanto doveroso sarà rialzarsi ed iniziare a cercare una nuova via. Questo te lo devi, amica mia preziosa. Ora, aiutami ad alzarmi e vieni con me, faremo un po’ di strada insieme. Ti accompagnerò fino a quando capirai che non c’è niente da temere, se non temi te stessa: il Mondo, sarà la tua tana, con la differenza che non sarà mai così buio, di come quando eri nel tuo giaciglio e tenevi accesa la candela, per sentirti meno sola, perché anche la notte più buia o silenziosa, sarà illuminata da stelle infinite, che accenderanno sempre il cielo e saranno le sue sentinelle, capitanate dalla Luna, suprema sovrana di tutte le notti."
Percorsero così il Viale dell’Amore, camminando insieme nella stessa direzione. Attraversando il Bosco delle Cose Semplici arrivarono al Lago della Tristezza, senza quasi accorgersene. Qui la piccola riccia volle fermarsi per voltarsi a salutare il bosco, che per tutti quegli anni, l’aveva tenuta in sé. Quando ripresero il cammino, aveva ormai acquisito lo sguardo deciso e procedeva col passo sicuro, di chi aveva deciso di non voltarsi più indietro. Fu in prossimità del Deserto delle Inquietudini, che il vecchio, attirò la sua attenzione con un colpo di tosse e disse: "Io, mi fermo qui. Tu prosegui finché non saprai cosa cerchi e fermati solo quando l’avrai trovato: so già cosa ti aspetta e quale sarà il tuo percorso "obbligato";sono solo contento di essere stato, per te, "un ponte per l’amore", qualcuno che ti abbia avvisato della sua esistenza. Ti ho incontrata sulla mia strada e le nostre direzioni, erano opposte fra loro: ti ho aiutato ad attraversarla, quando ho visto che ne avevi bisogno. Adesso tocca a te, fare il resto."
La riccia, protese le sue zampe in avanti, gli cinse il collo, non senza pungersi e lo abbracciò forte, chiedendo:
"Sei sicuro di non voler continuare con me? Io ho bisogno d’amore, e se me lo hai spiegato così bene, non avrai difficoltà ad amarmi. Non mi lasciare, adesso che ti ho trovato."
Il riccio si commosse così tanto e non tenne più fede a ciò che si era proposto; non voleva vederla "volare", senza averle costruito due splendide e resistenti ali. Se ne andarono insieme, e insieme, rimasero.
Non si sa dove siano arrivati, o dove si siano fermati; né se siano stati perennemente in viaggio.
"Ma il Vento non fa mai qualcosa che non sia indispensabile", e ancora oggi racconta questa favola a chi ha il cuore pallido d’amore, cambiando ogni volta la fine, per raccogliere la reazione di chi ascolta.
Ma lui lo sa, dove sono finiti quei due ricci.
E anche io, adesso: sono nel cuore di ogni persona che leggerà questo racconto. E lì rimarranno, per sempre.
VERSO LA LUCE
La pioggia era talmente fitta, che neppure il tergicristallo azionato al massimo riusciva a rendere visibile per più di alcuni di secondi la strada che lunga e diritta, s’intravedeva con l’aiuto dei fanali. Sara, alla guida della sua monovolume, stava rientrando a casa dopo una serata trascorsa con gli amici. Una serata "ordinaria" che anche stavolta non si era particolarmente distinta da tutte le altre già trascorse. Dentro l’auto, la musica era l’unica sua compagna di viaggio, antica e segreta amica di quasi tutte le sue notti. Già, per lei ascoltare musica (e ciò le succedeva con ogni tipo di melodia) era un po’ come aprire il suo cuore e lasciarlo vagare, per regalarsi pillole di tenerezza e dolcezza, che si fissavano così bene nella sua mente, ma così bene, che neanche il tempo poteva cancellarle e anche nel futuro più remoto, avrebbe potuto ricordare quelle sensazioni vissute o raccontare tutti i suoi viaggi "mentali.
Era un po’ così Sara. Niente di eccezionale per ciò che la riguardava fisicamente, era una ragazza del tutto normale: alta, slanciata, con quei suoi capelli neri lunghi e ricci, di cui andava tanto fiera. Una tipetta vispa, sempre sorridente, gioviale, aperta agli altri. Insomma una perla quasi rara per le ragazze della sua età. Molto assennata e responsabile lavorava nello stesso ufficio da tanto tempo e, nonostante le sue potenzialità non fossero esplicate al massimo livello, si trovava così bene con i suoi titolari e colleghi, che questo valeva per lei ben oltre di una qualsiasi altra gratificazione professionale. Il suo compito era quello di disegnare, inventare, creare spot pubblicitari. Dotata di una fervida fantasia di cui si serviva sempre anche per affrontare le brutture della vita quotidiana, riusciva con poche parole, ad esprimere interi concetti: il suo stile era "frizzante", giovane, pur mantenendo sempre la massima professionalità. Inoltre, aveva la capacità di dare vita ai suoi disegni rendendoli "animati" mediante dettagli precisi, di quelli che se non ci sono magari non se ne accorge nessuno, ma che quando vengono notati si pensa che siano indispensabili alla riuscita del lavoro. Sara era proprio come i suoi disegni: solare, vitale, esuberante. Sapeva cogliere l’attimo ed immortalarlo per sempre su carta, dargli forma e colore.
Probabilmente questa virtù proveniva dalla sua passione più sfrenata: la fotografia. Adorava fotografare di tutto, specialmente mentre questo "tutto" era assorto e coinvolto nella vita quotidiana. Potevi vederla incantata davanti ad un fiore che stava sbocciando, attenta ad inquadrare una goccia di rugiada che velocemente scivolava su una foglia d’edera, o una farfalla proprio nel momento in cui prendeva il volo e si librava nell’aria col suo impercettibile battito d’ali, o ancora completamente assorta a centrare il sorriso di un bimbo mentre pregustava la gioia di divorare un gelato. Ma diventava ineguagliabile mentre cercava di catturare lo sguardo delle persone e nel carpire l’ espressione dei volti della gente che incontrava per strada. Il suo ufficio, così come la sua stanza a casa, erano tappezzate di foto di soli occhi, per lei unico e vero specchio dell’anima, che riuscivano a farle captare, aldilà della sola immagine, le sensazioni e le emozioni provate dalla persona che le permetteva di fotografarli. Occhi quasi sempre "estranei" ai quali aveva assegnato un nome, a seconda di quello che le suscitavano.
Allora trovavi "Rimpianto", un paio d’occhi neri velati di lacrime; "Rimorso", occhi marroni striati di giallo (e lei teneva a specificare come fosse proprio quella striatura a determinarne il nome); poi c’era "Fedeltà", due grandi occhi azzurro mare con ciglia folte; "Fiducia", due fanali verdi con taglio allungato alla "orientale". E la prima cosa a cui pensavi quando guardavi quelle foto era quanto veritieri fossero quei nomi che le aveva dato, e a com’era stata brava e fulminea ad imprimere quegli sguardi nel suo obiettivo. Aveva un sacco di amici, proprio perché era semplice per lei trovarsi con gli altri e stabilire un contatto immediato fatto di cose semplici, pulite, sincere. Ma non aveva un amore tutto suo. Né per sua scelta, né per chissà quali astrusi calcoli del destino. Stava bene, era serena, realizzata, spensierata, anche se non si chiudeva alla vita ed attendeva insieme alla sua musica, alle sue melodie e alle sue innumerevoli "zoomate", l’incontro magico che le avrebbe permesso di dare il meglio di sé.
Era fermamente convinta che anche amando non sarebbe stata molto diversa da quella di sempre, che l’amore per lei sarebbe stato quel sentimento che l’avrebbe arricchita dentro, esaltando al massimo il suo sentire, il suo essere, la sua capacità di dare, fino a poter "diventare chi già era". Mai aveva pensato che amare poteva anche voler dire soffrire per la perdita di qualcuno, che tutto questo poteva essere deleterio, che potesse stravolgere la sua personalità al punto tale di diventare gelosamente possessiva, o superficialmente puerile e sciocca. Ecco perché non lo cercava ovunque potesse essere. Si lasciava però cullare dal pensiero di un amore lontano nel tempo, o magari subito dietro l’angolo, fermo ad un qualsiasi semaforo rosso di una via anonima che magari attraversava ogni giorno; o ancora durante l’ attesa di un autobus qualunque, del quale non avrebbe mai scordato il numero e l’odore "tipico". Ma durava un attimo e finita la canzone riprendeva il suo lavoro, o si preparava a scattare un’ennesima fotografia. La pioggia le incuteva una tristezza infinita e per cacciarla via dalla sua mente doveva faticare non poco, provando ad immaginarla come una "doccia universale" cui tutti erano sottoposti, che lavava tutto quello che bagnava e lasciava al suo passaggio aria fresca, pulita, odori buoni e nuovi, colori più brillanti. Era davvero tardi quella sera, e lei non aveva detto a casa a che ora sarebbe rientrata. La strada ormai la conosceva a memoria; quel tratto poi lo faceva da sempre e sapeva quante case avrebbe incontrato, perfino il numero di semafori che la divideva dal suo comodo e confortante letto. Iniziò ad accelerare premendo il piede sul pedale e innestò la quinta marcia, visto che l’attendeva un lungo tratto rettilineo.
In prossimità di uno degli ultimi semafori la pioggia si fece grossa, pesante, sembrava che piovesse "a righe" e la luce rossa del semaforo si sdoppiava sul suo parabrezza, come succede ad un prisma se viene illuminato, inviando frammenti rossi ovunque davanti a lei. Questa immagine le fece pensare a ciò che si vede attraverso un caleidoscopio e si ricordò che da piccola ne aveva uno tutto suo. Si fermò sulla riga dello STOP e si accorse che sul ciglio della strada c’era un fagotto, o forse era una persona raggomitolata su sé stessa, per ripararsi dallo scroscio d’acqua rovesciato dal cielo.
"No, una persona no, era troppo piccola, ma neppure un fagotto: troppo ingombrante."
Non si fece troppi scrupoli e dopo aver controllato nello specchietto retrovisore abbassò lo stereo al minimo, spinse il pulsante delle doppie frecce ed iniziò a far scivolare verso il basso il finestrino destro. L’acqua era veloce e fitta e faceva un rumore assordante mentre batteva con violenza sulla lamiera della sua auto. Non poteva aspettare oltre, così girò la chiave nel cruscotto, mosse la sua mano sulla leva che avrebbe aperto la portiera e dopo un piccolo "clic", si ritrovò fuori già tutta bagnata. Fece velocemente il giro dell’auto intenta ad alzarsi il giubbotto sopra i capelli per riparare almeno quelli, quando si trovò davanti ad una meraviglia. Due fanali accesi nella notte erano niente in confronto alla luce che emanavano quegli occhi così intensi, capitati per caso di fronte a lei. E mai, in tutto il corso della vita scorsa fino ad allora, nonostante ne avesse incontrati tanti di sguardi, aveva colto tanta purezza, tanta limpidità, tanta bontà e tanta forza in altri occhi.
"Tutto bene?"
furono le uniche parole che le uscirono dalla bocca, rapita com’era da quella luce.
"Se ti dico di sì, ti senti meglio?"
fu la risposta ironica ma consapevole, che Sara pensò di udire in quel momento.
"Dai sali, sei tutto bagnato, ti do uno strappo!"
Gli aprì lo sportello di destra e per permettergli di salire spostò la sua attrezzatura fotografica sul sedile accanto a quello del lato guida. Inavvertitamente non fece buona presa sulla foto camera e le scivolò di mano, urtando contro il cambio.
La distanza di tempo fra l’udire un clic e vedere il flash istantaneo, conseguente allo scatto di una foto, fu davvero impercettibile e non se ne sarebbe neanche accorta se non fosse stato per quel lampo improvviso che la abbagliò, lasciandole la sensazione visiva di avere tante stelline, tutte dentro i suoi occhi. Finalmente lui riuscì a salire; così rifece il giro al contrario ed un attimo dopo erano l’uno negli occhi dell’altro, dentro la sua macchina sempre ferma al semaforo, che nel frattempo aveva cambiato colore diverse volte
"Piacere, io sono Sara...magari togliti l’impermeabile: è completamente inzuppato d’acqua. Dai prendi la coperta che ho dietro e riscaldati un po’. Come ti chiami? E che ci facevi qui al buio, al vento, al freddo, da solo e tutto rannicchiato? Non potevi cercare riparo sotto qualche tettoia?"
Sara non aveva paura di quell’uomo; neppure per un momento aveva pensato che potesse essere un furfante, uno di quelli che poteva molestarla, rapinarla o chissà cos’altro. Aveva sentito subito che poteva fidarsi di lui, senza bisogno di avere pregiudizi e che le bastava essere sé stessa nel cercare di aiutarlo, per quanto le fosse possibile. Capì immediatamente che le sue domande non avrebbero mai avuto risposta, quando iniziò a farle dei gesti con le mani per farsi intendere, ma lei dimostrava quanto fosse disarmata dal non riuscire a tradurre l’alfabeto muto, sgranando i suoi occhioni e, anche se poco prima le era sembrato che lui avesse risposto alla sua domanda, ora non poteva avere più dubbi: lui non sentiva né lei, né tutto quello che di solito si ode per il solo fatto di avere l’udito. Le uniche cose che poteva percepire erano l’intensità di quello sguardo e il motivo di così tanta luce in quegli occhi.
"Almeno il tuo nome fammelo sapere: se vuoi, puoi scriverlo."
Non perse tempo e lui agitò subito le sue braccia, come per spiccare un volo.
"Ho capito: ti chiami Libero!"
Ma lui scosse la testa sorridendo, facendole capire che anche se non giusta, la risposta era comunque appropriata. Sara ebbe come un sussulto e continuò:
"Allora ti chiami Angelo, ma certo, come ho fatto a non pensarci prima?"
Lui stavolta annuì e guardandola dritta negli occhi le prese le mani tra le sue. Sara, si sentì scaldare tutta di un calore che la avvolgeva e la faceva stare bene, sicura, come quando si avverte un senso di massima protezione. Poi, finalmente, le disse:
"Non ho molto tempo Sara, a mia disposizione. Ma deve bastarmi per dirti di non cambiare mai, di rimanere come sei per sempre: poiché il tuo "sentire" è giusto, perché la tua strada è vera e la tua mèta vicina, e perché io, sarò sempre accanto a te......."
Sara non riusciva a toglierli gli occhi di dosso, così come non poteva né voleva allontanarsi da quelle mani così calde, amiche, amorevoli, confortanti.
Un colpo di clacson improvviso, la fece distrarre ed il suo sguardo si staccò da Angelo solo per un attimo, giusto il tempo di controllare nello specchietto cosa stesse accadendo fuori di lì. Ma certo, era ferma in mezzo alla strada col semaforo ormai verde e l’auto dietro chiedeva solo di passare. Girò la chiave nel quadro e rimise in moto, spense le doppie frecce, alzò il volume dello stereo, ingranò la marcia e sollevò il piede dalla frizione lentamente, per non slittare sul bagnato. Riprese la corsa e sistemandosi meglio a sedere si voltò ancora verso di lui, verso quel volto celestiale, cercando quegli occhi pieni di luce. Ma Angelo....era già sparito, non c’era più traccia di lui o forse era lei, che immersasi di nuovo nella vita reale e nella realtà d