Un' anima in viaggio parte 2 - di Take my hand
Sei in: Autori emergenti > testi pubblicati > Racconti > Un' anima in viaggio parte 2
© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 30/05/2006 alle ore 23:24:25
L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.
Questo racconto, è dedicato alla carissima zia Antonietta, il cui pensiero, ha scaturito questi meravigliosi e incancellabili ricordi d’infanzia.Non c’è attimo in cui si debba vivere senza la consapevolezza di farlo, perdonandoci per le nostre imperfezioni e cercando sempre di essere fedeli al nostro cuore e alla nostre speranze, di migliorarci attraverso gli altri, di confrontarci con gli altri per accettare che se è vero che siamo "atterrati" su questa terra per volontà di Dio, sarà solo grazie alla nostra perseveranza che riusciremo a compiere tutto il percorso, fino in fondo, sapendo di averlo vissuto tenacemente. L’ essere"noi stessi" è l’unica nostra vera ricchezza. Un grazie particolare a chi avrà la pazienza di leggerlo senza giudicarne troppo la forma o il contenuto e a chi riuscirà, leggendolo, a sentire quali sono davvero le cose importanti della vita, e quelle che spesso confondiamo per priorità e che poi si rivelano di secondaria importanza.Un grazie immenso a Daniele, che mi ha sostenuto durante la stesura, fornendomi validi spunti e mi ha "prestato" molte delle foto presenti, oltre ad aver curato tutta l’impaginazione.
Capitolo 1 UNA RIDENTE COLLINA
Nelle torride mattine estive, sovente mi dilungavo a guardare dalla finestrella del bagno quel grande paesaggio che mi si parava davanti: era bello festeggiare con l’alba, l’arrivo di una nuova giornata dando il buongiorno al ritrovato sole, che di lì a poco si sarebbe fatto sentire anche al riparo degli alberi, e ringraziare Dio per avermi donato due occhi perfetti, che mi permettevano di assistere a quel magnifico spettacolo. Immense distese di verde si aprivano davanti a me, salendo su per colline dolcemente sinuose che disegnavano tante onde, l’una appresso all’altra; filari di viti e alberi da frutta si intervallavano proporzionatamente fra i vari tipi di coltivazioni: grano, barbabietole, girasoli, kiwi....
Ogni tanto in cima a qualche appezzamento, si stagliavano dei grandi casolari rustici, semplici e finemente tenuti, dai cui comignoli uscivano rivoli di fumo, per il pane già in forno.
Era una terra d’umili contadini, che davano il meglio di loro per Lei e che Lei premiava per la loro perseveranza.
Sopra a tutto il cielo dalle infinite tonalità, era lì a chiudere e delimitare i confini di quel "dipinto", degno delle mani di un sapiente pittore.
L’ orto che si apriva come a ventaglio sotto la mia finestra, sembrava un emporio di cose antiche, pieno zeppo d’attrezzi ormai non più utili; essi segnavano il ricordo di persone lontane ormai scomparse che li avevano usati, giorno dopo giorno, durante lo svolgimento del loro lavoro. Ferri vecchi, ormai arrugginiti e abbandonati, ma ancora presenti e vivi, memori di vecchie storie paesane che se avessero avuto il dono della parola, chissà quante cose avrebbero potuto raccontare.
Più in là c’era la baracca dove prima si tenevano i conigli, i piccioni, le oche e le
galline, i tacchini, le anatre, i maiali....
Adesso, degli spazi verdi un tempo ordinati, puliti e coltivati da Firmina Americo e Claudina, restavano solo vaste macchie in cui si erano assiepate un sacco d’erbacce, che facendo da padrone, devastavano il campo con ortiche e arbusti cresciuti da soli, senza la guida di una mano esperta. Tutto insomma, era abbandonato a se stesso. Solo qua e là, qualche roseto selvatico sfornava rose gigantesche dai vari colori anche fuori stagione, dimostrando la potenza della natura, sempre rigogliosa, laddove lo desidera.
L’abbeveratoio di pietra, anche lui cadente a pezzi, dove un tempo le bestie si dissetavano, serviva ormai solo come base per tenere vasi di mentuccia o di gerani un po’ appassiti.
Tutto il contorno godeva del cinguettio dei tanti uccellini presenti che cantavano raccontandosi le ultime novità, allietando al tempo stesso, l’udito di chi si trovava in quei luoghi.
Era questo il posto dove solitamente usavo trascorrere le mie vacanze estive.
Un luogo profumato di pane che nell’aria portava il sapore del salmastro: dove la vita aveva ritmi tutti diversi da quelli della città in cui vivevo, dove il tempo era scandito dalla Torre-Orologio posta sul Castello che ogni quindici minuti ricordava a tutti il quarto d’ora appena trascorso, e dove c’erano persone semplici, a me molto care, che tutt’ oggi ricordo e dalle quali sono ricordata con affetto.
Capitolo 2 UN BORGO INCANTEVOLE
Il paesino, alloggiato in cima ad una delle colline appena descritte e più precisamente sul cocuzzolo estremo, faceva da padrone sulle vallate circostanti.
Ci si arrivava percorrendo un viale lungo e diritto, dal quale però, sin dal suo inizio, si poteva scorgere lo sbocco in una grande piazza circolare, inserito tra file di alberi e palazzi, intervallati ogni tanto da spazi verdi riempiti con panchine di pietra bianca.
Alla fine infatti di questa strada alberata, ci si trovava completamente immersi nel cuore del paese: la piazza, che iniziava da un lato, estendeva il suo massimo diametro e finiva dall’altro, come se il viale ne fosse in realtà l’inizio e la fine, punto di arrivo e di partenza.
La prima cosa che entrando notavi sulla destra, era un bel villino dal grande cancello, che avresti potuto immaginare ben fiorito e ridente in epoche passate, ma che era ormai desolato e non evocava più i profumi di una volta: il villino Sherald, dal nome di un ex sindaco, utilizzato oggi per scopi ricreativo-sociali, di proprietà del Comune.
Avanzando con lo sguardo subito intravedevi tanti volti conosciuti, anche se "corrosi dal tempo", seduti sotto il tendone dell’unico bar, che giocavano a carte, parlavano, ridevano l’uno accanto all’altro, distratti regolarmente da ogni macchina che entrava in paese, per controllare chi stesse arrivando.
Da questa postazione, riuscivi ora a scorgere con migliore prospettiva tutta la piazza e, sempre sulla destra, iniziava un lungo porticato con negozi annessi: l’edicola, l’ottico, la pizzeria, al termine del quale svettava la grande Chiesa, padrona di casa, intitolata a San Pellegrino, con piazzale antistante sopraelevato dal terreno di due gradini di pietra, su cui i bimbi usavano giocare a nascondino e dove sedevano rigorosamente l’uno accanto all’altro, nei dopocena estivi, richiamando fuori il Piovano che si arrabbiava tanto e puntualmente ogni sera, li cacciava via in malo modo.
La strada continuando il suo percorso, si elevava per un breve tratto in salita, attraverso una specie di ponte che in epoche precedenti era sicuramente levatoio, e si dirigeva su per il borgo medievale, girava tutto intorno al Castello, offrendo un panorama fatto di colline laboriosamente coltivate, fino a ridiscendere in fondo alla piazza, svelando il suo lato sinistro.
Lo sguardo vagava quindi verso tutto il versante opposto, dove si alternavano tante abitazioni popolate da personaggi noti e cari, di ognuno dei quali si conoscevano "vita, morte e miracoli".
Verso la sinistra, la strada saliva per Via di San Rocco, per giungere alla zona industriale, ex unica via di comunicazione per raggiungere paesi vicini, che nel tempo si era urbanizzata, trasformata e modernizzata per accogliere nuovi palazzi, nuove famiglie e nuove strade, intitolate sempre a qualcuno famoso.
Ma torniamo velocemente col pensiero in piazza, su quel lato dove c’erano tante palazzine allineate fra loro a seguire la circonferenza della strada, tutte alte al massimo due piani, la prima della quali, all’angolo con Via Marconi, portava il civico 14, ed era la vecchia casa di mia zia Antonietta.
La "casa di pietra", come la chiamavo da piccola, è in realtà costruita con piccoli mattoni originariamente color argilla, col tempo divenuti marrone, poi senape, poi sabbia, ed aveva un grande portone di legno squadrato con l’architrave ad arco, evidenziato da cifre in ferro battuto.
Le finestre, tutte con le persiane di quelle che non se vedono più in giro, si aprivano ognuna su appartamenti in cui si riusciva sempre ad intravedere piccoli stralci di vita quotidiana.
Le mie finestre erano quelle poste al secondo piano, tre in alto a destra affacciate sulla piazza ed una di lato, su Via Marconi.
D’estate, davanti a quel portone, si riunivano tante persone, ognuno con la sedia portata da casa, per chiacchierare e passare il tempo al fresco venticello ripese che sedava i calori della giornata appena trascorsa, allietando tutti i presenti con la sua brezza.
E’ questo il luogo dove si muovono i miei ricordi di infanzia e di adolescenza; questo il posto dove un giorno di tanti anni fa mi accadde una cosa insolita e strabiliante, che ha cambiato la prospettiva delle mie vedute, il corso dei miei pensieri, e mi ha fatto crescere, contribuendo al raggiungimento della maturità di questi miei giorni.
Capitolo 3 TEMPO DI MARE E DI RIFLESSIONI
Ogni mattina di buon ora, ci preparavamo per il mare e dopo colazione e aver atteso che mamma e babbo ultimassero i preparativi per il pranzo, prendevamo il necessario per la tenuta da spiaggia e partivamo a bordo della nostra auto, alla volta di quell’immensa distesa di blu, pronta ad accoglierci, come ogni anno, in quella stagione.
Il tragitto per me era sempre un vero e proprio viaggio, anche se in realtà era breve.
C’era un’unica strada per raggiungere il mare, che solcava immense e assolate distese di grano colorate, profumate e piene di vita, di armonia, di sintonia con l’ambiente circostante.
Ma prima si doveva percorrere il solito viale ed era facile incontrare persone conosciute, non avendo a volte neanche il tempo di salutarle tutte.
Quasi alla fine del viale, si passava davanti al ricovero o meglio l’ospizio comunale, punto di arrivo e mèta finale di quasi tutti gli anziani del paese, che, chi per solitudine affettiva, chi per scelta personale e chi, per noncuranza e negligenza dei familiari, era destinato a quel luogo, prima di passare a miglior vita e di abitare non molto lontano da lì, al Cimitero.
Non so in effetti chi fosse il più fortunato tra loro: se chi riusciva a risiedere al ricovero almeno per un po’ o chi invece saltava la tappa, giungendo subito al traguardo finale.
L’edificio, imponente e maestoso, sorgeva in un ampio spazio contornato da molto verde, con un grande giardino davanti, delineato da un muretto basso e alte inferriate a sbarre, che permettevano un’ampia veduta di tutto lo spazio.
Il cancello grande era sempre chiuso, se non per l’entrata di auto o mezzi di soccorso, mentre l’accesso veniva garantito da un piccolo cancello-portoncino, posto sulla sua destra.
Chiunque trascorresse un’estate a Ripe, sapeva cosa fosse o cosa accogliesse tale costruzione, era un vero e proprio punto di riferimento e del resto non si poteva eludere la sua presenza, tanto era "visibile", così come impossibile era per me, non provare tanta tristezza, ogni volta che ci passavo davanti.
Per la riflessione sul senso della vita e sulle sue diverse stagioni, per il non voler sapere cosa, gli abitanti di quel luogo desiderassero, al posto di quel letto anonimo e desolato, per la solitudine provata, per il senso di abbandono e di inutilità a cui erano stati destinati.
Sapevo tutte queste cose, ma ero giovane e le sentivo lontane da me; ero lì per andare al mare, lui mi aspettava e le vacanze arrivavano una volta l’anno!
Questi pensieri tristi affollavano la mia mente giusto il tempo di scorrere con gli occhi il muretto, il giardino e se ne andavano allo stesso modo in cui erano venuti.
Capitolo 4 UN POMERIGGIO INDIMENTICABILE
Allo stesso modo in cui godevo pienamente di quei giorni di vacanza, aperta all’ozio più totale, in cui niente e nessuno mi faceva ricordare la vita che mi attendeva al rientro in città, dedicavo sempre qualche pomeriggio alla visita del Cimitero, dove ritrovavo fra tutti gli altri, il volto dolcissimo e affabile di zia Antonietta, personale custode delle passate estati, alla quale venivo affidata per tutto il periodo di vacanze scolastiche, da giugno a settembre.
In realtà era la zia di mia mamma, una delle innumerevoli sorelle di nonna Pia con la quale abitavo da sempre, ma io solevo chiamarla "zia" proprio perché era per me, una figura importante.
Era veramente una persona cara, che insieme ai miei nonni materni, costituiva parte integrante della mia famiglia.
Rimasta vedova abbastanza giovane, trascorreva a Firenze gran parte del periodo invernale e per tutto il tempo, viveva in casa nostra e dormiva nella mia stanza, dividendo con me il grande divano letto ad una piazza e mezzo.
Condividevamo perciò molte cose abbastanza intime e nelle notti invernali, mi piaceva farmi raccontare vecchie storie di paese, gesta eroiche compiute durante la Grande Guerra, dove zia aveva perduto il cognato giovanissimo, al quale il paese intero aveva dedicato una Cappella posta sotto la Torre Orologio, con tanto di altare, intitolata alla memoria della valorosa medaglia d’oro Giovanni Secchiaroli.
Avevo imparato grandi cose da lei, così preparata in fatto di sartoria, di ricamo, di galateo, dell’arte di come apparecchiare la tavola, su come ricevere gli ospiti e quantaltro fosse legato alle pubbliche relazioni.
E mi veniva quindi spontaneo andarla a trovare, offrirle dei fiori, spolverare la sua immagine; insomma occuparmi di tutto quello che restava di lei, al mondo esterno: il suo nome, le sue date e la sua foto, su un’anonima tomba del cimitero.
Lo ricordo ancora: quel giorno era il 29 giugno, il sole era stato alto per gran parte della mattinata e dal mare si era poi alzata una leggera brezza, che veniva a stemperare quella grande calura estiva, portando un po’ di refrigerio.
Dopo pranzo, mi ero incamminata lungo il viale, senza una mèta precisa, per fare una passeggiata rilassante per ingannare un po’ il tempo; fu così che passai per l’ennesima volta davanti al ricovero: le cicale frinivano in continuazione, tenendo compagnia a quella schiera di anziani seduti sulle sedie da giardino, nel piazzale dell’ospizio. Un silenzio "grottesco" accompagnava il loro sostare immobile e anonimo in quel luogo; come se lo stare lì o in altri milioni di posti fosse la stessa, identica cosa.
C’era "assenza" nei loro occhi, che senza espressione alcuna, guardavano incoscienti ciò che passava loro davanti.
Eppure quel luogo non mi aveva mai lasciato tanto segno dentro e, aldilà della tristezza della solitudine, non avevo mai pensato che ognuno di loro subiva il tempo, forse inconsapevole del suo trascorrere, solo perché non aveva più niente da attendere oltre la morte, ultima liberazione; l’unica ormai che avrebbe potuto donare loro la tanto anelata "serenità".
Non avevano più attese, né obiettivi da raggiungere e abbandonavano i loro corpi ormai stanchi e provati dagli anni su quelle sedie, come bare ancora aperte, che negavano loro, per l’ennesima volta, la possibilità di chiudere gli occhi sul mondo per lasciarsi andare verso la Grande Luce che si avvicinava sempre di più. E poi, parevano tutti uguali; le loro espressioni, i loro movimenti; non si contraddistinguevano più come in passato: sembravano statue di ghiaccio, vittime di un incantesimo che non si sarebbe più sciolto, per l’inesistenza di una pozione magica.
Com’erano strane le stagioni della vita!
Da piccoli, tutto è in continuo movimento e niente sembra avvertirci che ci sarà un tempo in cui, anche il bimbo più irruente e incontenibile, si troverà a fermarsi, se non con il corpo almeno con la mente, semplicemente perché il suo cammino è finito e non c’è più strada davanti a lui.
Si cresce con la convinzione che più forti saremo, più lontano potremo arrivare e che più in fretta faremo, più cose riusciremo a fare, a vivere, a sentire.
Passiamo gran parte della vita occupati a pensare, programmare, progettare il nostro futuro, senza mai pensare al nostro presente prossimo e senza purtroppo capire che il nostro futuro c’è, anche se non ce ne occupiamo; che arriva anche senza attenderlo, perdendo così il vero senso della vita, senza neppure riuscire ad afferrarlo.
Ci troviamo poi tutto ad un tratto, e solo perché non siamo stati capaci di vivere la nostra vita, all’ultimo atto, alla "resa dei conti" e il bilancio è disastroso.Solo allora vorremmo chiudere gli occhi e fare buio dentro noi, per poterci riprendere tutto quello che adesso sappiamo conti più di ogni altra cosa.
Ma non è più possibile, e allora viviamo grazie ai ricordi, e li raccontiamo a chiunque ci ascolti e sia disposto a sopportare tutti i nostri malinconici rimpianti, tutti i nostri dolorosi rimorsi.
E guarda caso, partiamo proprio dagli attimi persi, esprimendo ciò che non abbiamo mai fatto emergere, presi com’eravamo così tanto dal ritmo della vita, intenti a viverla senza gioirne, a "fumarcela tutta con un solo tiro".
Capitolo 5 UN’ INSOLITA META
Per ironia del destino, mentre riflettevo su questi pensieri, mi accorsi che ero già quasi arrivata al piccolo cimitero sempre aperto, come se quel lungo viale fosse stato costruito per nascere nella grande piazza, crescere lungo il suo percorso, e raggiungerne la fine, là, dove si può vedere che anche il sole va a dormire.
Gli occhi scorrevano da soli tra tutte quelle tombe e quelle lapidi; andavano così veloci che quasi non riuscivo a guardarle tutte, mentre con religiosa attenzione cercavo di leggere quello che potevo e cogliere in ognuno di quegli sguardi, un qualcosa di quelle persone.
Ogni foto che inquadravo, pareva sorridesse proprio a me, che per la prima volta nella vita non avevo paura di trovarmi da sola, dentro ad un luogo così silenzioso e dove tutto c’era, meno che il profumo della vita, ma solo un vago ricordo nei volti sorridenti e spensierati di chi ormai, non faceva più parte di questo mondo.
Eccolo il significato della presenza di tutti quei fiori! Il fiore è sinonimo di vita, di colore, di odore: sboccia ed esplode riempiendo di profumo l’aria circostante; patetico è colui che offre fiori finti ad un suo caro estinto: cosa possono donare oggetti freddi ed inanimi, pur se ornamentali, a chi non c’è più e invece vorrebbe essere ricordato come una cosa viva?
Improvvisamente scorsi la foto di mia zia, che al terzo piano di un gruppo di tombe murate, mi guardava con tanto affetto, come per tanti anni aveva fatto; anche lei non aveva fiori freschi, perché mamma aveva preferito così.
-"Sempre meglio che lasciarle il vaso vuoto o colmo di sterpi che il tempo avrebbe imputridito, visto che la lontananza non ci permetteva di cambiarglieli ogni settimana"-mi aveva detto quando le avevo chiesto il perché.
Presi la scala e arrivai fin lassù per farle una carezza, e mentre spolveravo la sua immagine: passai le dita della mia mano sulle lettere che componevano il suo nome, come se nel farlo lei mi avrebbe sentita, e le soffiai un bacio sulla foto. Mi sembrava quasi di toccarla e di risentire ancora quel profumo di talco che precedeva sempre il suo arrivo, mentre scendeva le scale lentamente con la camicetta bianca di San Gallo col fiocchino al posto del colletto, che si era confezionata da sola con tanta soddisfazione.
L’ultima volta che l’avevo incontrata avevo potuto parlare poco con lei, che alternava brevi momenti di lucidità ad altri, molto più lunghi, di completa incoscienza.
Non so se capitava a causa della malattia o se era proprio lei a lasciarsi andare per non voler accettare che si stava allontanando sempre di più da me, dal suo paese, dalle sue amiche più care, Firmina, Martina, Chiarina e dalle sue abitudini, dai suoi modi così gentili, da tutte le cose a cui teneva tanto e dalle quali difficilmente, riusciva a staccarsi.
Ricordo che in quel letto di ospedale le accarezzavo piano la fronte, cercando di farle sentire che non era sola e che, anche se la vita non era stata magnanima con lei, non avendole concesso la fortuna di avere dei figli, io le volevo bene così come coloro che la conoscevano; lei era e sarebbe rimasta una persona piacevole e disponibile, "buona dentro".
Lei aprì gli occhi e rendendosi conto che ero proprio io a toccarla con così tanto amore, mi disse:
-"Come sei affettuosa e delicata! Non mi hai mai fatto tutti questi complimenti. Come mai oggi sei così diversa dal solito?"-
In quel momento me la presi un po’ per quelle parole, perché mi reputavo una persona sensibile e abbastanza affettuosa e per molti anni ho sofferto nel ripensare a quella frase, poi il tempo mi ha fatto capire perché disse così........
Perché nella vita di tutti i giorni, non abbiamo mai il tempo di fermarci per una carezza o per un complimento e per dire TI VOGLIO BENE a chi ci è vicino e a chi ci è molto caro.
Ci sembra sempre che non sia necessario o che avremo poi tempo di farlo e quindi continuiamo ad occuparci di altre cose, ahimè di gran lunga meno importanti, anche se forse urgenti. Così diventiamo aridi agli occhi di coloro a cui vogliamo bene, solo perché ci vergogniamo di mostrarci troppo sdolcinati.
Sono felice però di averle donato quei pochi gesti che lei è comunque riuscita a cogliere e a godere a pieno del loro significato.
Capitolo 6 LE STAGIONI DELLA VITA
Il caldo iniziava a farsi sentire; il sole aveva rifatto capolino e splendeva come solo in estate riesce a fare, illuminando tutto e rendendo il cielo di un colore spettacolare, che solo a guardarlo mi faceva sentire in pace con il mondo ed i miei occhi riuscivano a vedere oltre ciò che potevano inquadrare.
Dopo averla salutata e recitato una preghiera per lei e la sua serenità, mi apprestai a scendere dalla scala, facendo attenzione a mettere bene i piedi su quei pioli di ferro che non davano tanto l’idea di essere stabili.
Finalmente "atterrai" sull’erba del pratino sottostante e rimisi la scala nel posto dove di solito era tenuta, dando le spalle alla grande Cappella di una famiglia tanto in vista, quanto sfortunata in paese.
Sentii come un fruscio dietro di me e mi voltai repentinamente un po’ turbata da quel rumore, quando udii una voce, che sussurrava piano:
-"Sshh!! State zitti! Ho capito che oggi ci sono visite e ora vado a rendermi conto, però Voi non fate confusione, altrimenti non potremo sentire la voce di questo cuore. Zitti, ho detto!!!"-
Eppure, sentivo nitidamente queste parole e sapevo che se c’era una voce, c’era anche qualcuno a cui apparteneva, ma non riuscivo a vedere nessuno. Mi avvicinai a quella costruzione così sontuosa e lo trovai proprio sul tetto, seduto con le gambe accavallate, che, con aria curiosa ma riservata, mi stava scrutando.
Lo potevo vedere benissimo, anche se non riuscivo a dargli dei contorni e a momenti mi sembrava di guardare anche attraverso di lui, come fosse trasparente.
-"Carissima, sapessi quanto sono veri i pensieri su cui riflettevi poco fa, che neanche te lo immagini! Io sto qui praticamente da non so quante generazioni, e poi tu non lo sai ma noi Angeli viviamo il tempo in modo totalmente diverso da voi umani, quindi non arriveresti mai a comprendere quanto maggior valore hanno i numeri per noi! Ciò che per voi dura una vita, per noi è breve come la carezza di un soffio di vento e ciò che per voi è un attimo, per noi è un nanosecondo in cui si svolge tutta una vita e a volte anche di più! Ma non voglio annoiarti con cose che anche tu scoprirai un giorno, anzi, voglio che tu capisca che la vita è proprio come tu l’hai sentita dentro di te: un soffio di vento caldo che ti scivola addosso, ti pervade e ti scalda tutto, e che dai più non è apprezzata, né compresa. Fino a quando arrivano qui e si accorgono che più niente oramai a loro è concesso. Iniziano a scalpitare, a piangere, implorando di poter tornare a casa tra le braccia dei loro cari, anche giusto il tempo di dire quello che da una vita si erano negati ed avevano negato a chi amavano. Impossibile spiegare, che il tempo lo avevano avuto, ma lo avevano beffeggiato, credendo fosse al loro servizio, aspettando solo loro. Lo avevano sprecato senza neppure rendersene conto. Ma il tempo non ti aspetta e non ti perdona niente; continuamente nel suo scorrere, ti chiede pegno, fino a concludere il tuo ciclo per iniziarne un altro, da un’altra parte, con un’altra persona. E poi, sapessi cosa non mi combinano quando vedono i loro cari svolgere la porzione di vita ancora concessa loro:mi chiedono di apparire loro in sogno per metterli in guardia; chi vorrebbe materializzarsi e rientrare a casa come faceva ogni sera; chi desidererebbe far udire la propria voce quando qualcuno viene al cimitero a trovarlo.
E quanto gridano poi, impazziresti a sentirli!
Ma ti immagini cosa accadrebbe se i vivi avessero la certezza che la morte è solo apparente e che di definitivo c’è solo la distruzione della materia e del corpo, ma che tutto il resto è destinato a sopravvivere? Ah quanta sofferenza, prima che trovino la loro dimensione! Quanta fatica per dar loro pace!
E noi, siamo i loro custodi: quelli che li accarezzano quando piangono; che li confortano quando sono disperati; che li calmano quando si esasperano nel comprendere che non è più il loro tempo e che quello che hanno fatto rimane, mentre quello che non hanno detto, nessuno mai, potrà più sentirlo: ecco perché si sono agitati così quando tu riflettevi sulla vita e i suoi significati, perché è come se le loro anime si dissetassero con la tua consapevolezza, come se si sentissero meno colpevoli, come se fossero state le loro menti tutte unite a farti pensare a certe cose.
Tu stavi centrando il punto che loro hanno mancato per una vita intera e così anche io sono stato curioso di vedere chi eri. Sei giovane, e questo mi fa ancora più piacere, perché significa che avrai più tempo per realizzare ciò che altri hanno perduto per sempre. So che non sempre sarà facile, né così chiaro come adesso, poiché troppe cose ti ostacoleranno, ma è importante che ti fermi: per poterti ascoltare, per sentire l’essenza della vita in te. Non aver mai paura di emozionarti davanti alla bellezza della natura, così come di fronte alla sua crudeltà; non sentirti mai imbarazzata nel dimostrare amore, né nel donarlo: solo dando amore si può essere certi di riceverlo, in qualunque modo lo si dia.
Non ci sono segreti da scoprire, né altre vite da vivere: prendi questa occasione e non lasciartela sfuggire, anche se sarai piena di dubbi e incertezze, anche se quello che ti trovi a vivere non ti sembrerà possibile perché insolito o distante da te; anche se niente e nessuno ti garantirà certezze, soprattutto quando e se qualcuno ti chiederà di rinunciarci.
Vivi mia cara, senza lasciarti prendere dalla frenesia del domani; non far sì che l’ossigeno che ti è stato soffiato nelle narici quando sei nata, bruci a vuoto o smetta di offrirti ancora aria da respirare!
Per essere certa di aver fatto ed espresso tutto ciò che c’è dentro di te, con naturalezza e spontaneità, solo perché ne sentivi il bisogno e desideravi tanto farlo che fuoriuscisse da te, acquisendo una collocazione precisa."
Capitolo 7 IN RICORDO DI...
Avevo ascoltato con estrema attenzione tutto il discorso e avrei potuto riferirlo nello stesso modo in cui era stato pronunciato, tanto lo avevo recepito dentro di me, ma la prima cosa che mi venne in mente fu di formulargli una domanda, alla quale però non sapevo se lui avrebbe o meno risposto.
"Ma scusa, possibile che di tutte le anime presenti in questo luogo non ce ne sia neppure una che non soffra così terribilmente del distacco dai suoi cari per non aver manifestato loro, ogni volta che ne sentiva desiderio, il suo amore? Non posso proprio crederci e soprattutto non voglio farlo!"
Lui cambiò posizione e si mise seduto piegando una gamba verso di se e lasciando l’altra ancora a penzoloni. Prese tempo prima di rispondere, frugando nella sua mente alla ricerca di qualcuno che si fosse salvato da questa angoscia e poi mi disse:
"In effetti ora che ci penso, c’è stato qualcuno che mi ha dato soddisfazione, ma non ricordo il nome, né posso dirti quanto tempo è passato da quella volta, ma ti posso raccontare di un giovane che nella sua breve vita non aveva conosciuto tanta serenità e che aveva sopportato uno dei più grandi dolori che si possa soffrire e superare poiché aveva perduto un bimbo in tenera età per evento improvviso e imprevedibile: un uomo distrutto che aveva comunque cercato di riprovare a credere nella vita, anche se con notevoli difficoltà e che, stremato, si era infine lasciato morire, non dal dolore, ma per l’impossibilità di manifestare tutto l’amore che aveva dentro di se, perché nessuno avrebbe più potuto capirlo e sostenerlo, né voleva più ascoltare le sue grida e le sue richieste d’aiuto. Ebbene, quando arrivò davanti a me in quella mattina di maggio, dopo aver trascorso tutta la notte a chiacchierare con la persona a lui più cara, si mostrò estremamente sereno e calmo, senza paura alcuna, al che io, non avendo riscontrato questa situazione in molte occasioni, gli chiesi perché fosse così tranquillo e paziente. Lui mi sorrise, si tolse gli occhiali e me li porse dicendomi:
"Mi sento tanto in pace con me stesso e con gli altri, perché ho sempre detto quello che sentivo e ho dato tanto amore, per tutto il tempo in cui ho vissuto. E stanotte poi ho avuto il riscontro di tutto questo, parlando e rivivendo con mio fratello tutto il mio percorso e mentre lui mi teneva la mano ho sentito che quella mano era come se fosse la mia. Prenditi cura dei miei occhiali, per favore, a me non servono più perché ho già visto tutto quello che dovevo vedere e forse anche di più. Adesso voglio solo poter sentire la vita che mi abbandona e la pace che si avvicina e mi avvolge facendomi vivere nel ricordo dei miei e nel cuore di chi mi ha voluto bene."-
"Sì cara, sai che noi Angeli siamo sempre sopra le righe e che non lasciamo trapelare mai le nostre emozioni considerandovi tutti allo stesso livello, per non fare imparzialità alcuna; questo, ci è stato insegnato e raccomandato dal nostro diretto Superiore, ed è parte essenziale del nostro compito; ebbene, in quella occasione ho avuto un attimo di turbamento e avrei voluto poter chiedere alla Grande Luce di farlo risvegliare e dargli ancora un po’ di tempo, anche se sapevo che non sarebbe mai stato possibile. Tu comunque fatti strada e vai avanti senza paura di essere te stessa: se così sarà, non potrai mai pentirti di ciò che vivrai, qualunque sia la situazione che ti si parerà davanti, comunque vadano le cose, ovunque tu ti troverai. Adesso, devo lasciarti, ho abbandonato per troppo tempo il mio posto di lavoro, non senti che grande confusione c’è laggiù? Devo assolutamente andare, stanno facendo troppo rumore e qui, come tu sai, non è permesso: questo è il Regno del silenzio, delle parole sommesse, delle preghiere sottovoce, della pace ritrovata."
Non ebbi neppure il tempo di salutarlo, o di presentarmi a lui dicendogli il mio nome, perché in un attimo svanì senza lasciare alcuna traccia di se, mollandomi lì, col dubbio di aver veramente sognato ad occhi aperti.
Capitolo 8 LA GRANDE RIVELAZIONE
Quasi incredula, ripresi il mio cammino sulla via del ritorno senza bisogno di guardare la strada che dovevo percorrere: adesso era importante realizzare e assimilare quanto dettomi da quell’ angelo arrivato da me solo per confermarmi che il mio sentire era giusto e che dovevo solo continuare nella stessa direzione. Passando davanti ad un muro notai una grossa scritta fatta con della vernice spray: un cuore enorme con dentro due iniziali e con sotto la scritta TI AMO e non potei fare a meno di sorridere, cercando di immaginare fisicamente chi poteva averlo scritto e soprattutto a quello che lo aveva ispirato.
Già, il solito, mitico e magico Amore....è fulcro di tutta la nostra esistenza, colui che genera Tenerezza e Sensibilità, che ci permettono di sentirlo dentro e trasmetterlo agli altri.
Cosa poteva esistere o resistere senza l’amore?
Niente, nemmeno un fiore, se non c’era chi lo avrebbe annaffiato; un albero, se qualcuno non si fosse preso cura di potarlo nella giusta stagione; un amico, se non c’era in te il desiderio di averne uno; o un bimbo se tra un uomo e una donna non ci fosse stata la volontà di crescerlo e amarlo infinitamente!
Questo era il messaggio: dona l’amore che c’è in te e lui darà sempre frutti; non importa a chi, come, dove, quando e perché, l’importante è sentirlo e avere il desiderio di condividerlo con qualcuno, la volontà di metterlo a disposizione degli altri.
Non mi ero accorta, che mentre ero completamente immersa in questi pensieri, il mio passo si era fatto svelto e deciso, come di colui che sa cosa deve raggiungere o dove si deve fermare.
Quella sarebbe stata una giornata indimenticabile per me; prima ero riuscita a far riaffiorare i miei ricordi di bimba e di adolescente e avevo fatto uscire dal mio cuore tutto il mio amore per zia Antonietta, poi avevo incontrato quell’angelo che a sua volta mi aveva ricordato anche un’altra persona e infine, ero riuscita a capire il perché di tutti quei pensieri: l’angelo, coi suoi innumerevoli calcoli del tempo, sapeva già che mi avrebbe incontrata e forse sapeva anche già cosa io pensassi su tutte queste cose.
E aveva fatto in modo che i miei pensieri andassero proprio dove lui voleva, quindi era riuscito a portare il mio cuore verso di lui con la naturalezza più totale, altrimenti non avrebbe mai potuto mostrarsi a me, parlare con me, stupirmi, svelarsi e farmi assaporare il segreto della vita.
Quella piccolissima e insignificante fogliolina verde chiaro che appare sul fusto di una pianta ogni volta a primavera; la stessa che in estate porterà sollievo ed ombra alla medesima e che favorirà la crescita di frutti colorati e maturi, che a loro volta saranno colti da mani ruvide ed esperte, venduti su banchi rumorosi del mercato e finiranno in qualche casa, al centro di un portafrutta in porcellana variopinta, con i manici in ferro battuto. Quei frutti che saranno dati come merenda a bambini affamati e bisognosi di crescere, o ad adulti golosi, o ad anziani carenti di vitamine....
Tutto da quella piccola, inutile, debole fogliolina verde chiaro....
Di lei non c’è rimasto neanche il ricordo e nessuno ci fa più caso: ma in sua mancanza, niente di questo sarebbe mai stato possibile e con lei tutto entra a far parte del meraviglioso ciclo della natura, dove tutto esiste ed ha un motivo per esserci, e nessuno per doverne rimanere fuori.
Allora sì che iniziai a correre...non vedevo l’ora di poter varcare quel cancello, di poterli tutti guardare negli occhi e renderli partecipi di questo momento, di questo mondo, di questa vita...Tutti , uno per uno, avrei voluto prenderli per mano, abbracciarli, stringerli, far sentire loro che non era ancora finita la strada, che avevamo ancora bisogno dei loro ricordi, delle loro storie, dei loro dolori, per dare un senso ai nostri affanni e alle nostre vite.
Li trovai nello stesso modo in cui li avevo lasciati: seduti su fredde panchine di quel bellissimo giardino fiorito, aiuole immobili di tempi andati, con sguardi che volgevano verso il Sole, ma che del Sole non sentivano neanche più l’odore, e cercavano ormai solo il tramonto.
Entrai e trafelata ebbi un saluto per tutti, una carezza per ogni volto, uno sguardo per ogni occhio e mi sedetti in mezzo a loro, facendo di me il loro orizzonte.
Chi rideva, chi mi tirava per la maglietta, chi mi chiamava "dottoressa", chi mi ringraziava di essermi fermata lì con loro, chi mi chiedeva:
-"Ma tu a chi appartieni?" o in riprese più marcato " Da ’ndo niti?" (da dove vieni?)-
E io mi sentivo dentro una grande consapevolezza, una grande soddisfazione, un grande calore ..
Sapevo che non ero sola in quel momento, che l’ Angelo nominato da me "Cuore d’oro" era lì accanto e mi guidava nel mio intento: non potevo vederlo, ma percepivo la sua presenza.
Sapevo che tutte quelle persone, non avrebbero scordato quel momento nei giorni a venire e che avrebbero tenuto dentro di loro tutto quello che ci può essere in un abbraccio o in una carezza o anche solo in uno sguardo a volte, e che vale una vita intera.
Capitolo 9 LA CONSAPEVOLEZZA
Non c’è gioia più grande del donare un sorriso e vedere nell’altro volto, un accenno di sorriso.
Non c’è gioia più grande nel ricevere un sorriso e vedere negli occhi di chi ti sorride, che sorride proprio a te.
E non c’è niente al mondo, che riesce a colmare il tuo cuore, più di questo.
Di chiunque sia: quello di un neonato che sorride per riflesso incondizionato ma non consapevole, o quello di un bimbo che ti viene incontro a braccia aperte e cerca sicurezze, o quello di un padre che nel suo, porta tutto l’orgoglio per il figlio, o quello di un amico che ha bisogno di un tuo sorriso per sentirsi compreso.
Ognuno di noi ha la sua strada da percorrere e, indipendentemente dai bivi e dalle curve, quella strada terminerà prima o poi.
Facciamo in modo che arrivando a quel momento, non ci sia rimasto niente dentro di noi, di non detto.
Sarebbe il peccato più grande da perdonarci: l’aver preferito perdere la voce, o averla utilizzata per fare altre cose, invece che per esprimere, alle persone più importanti i nostri sogni e i nostri desideri più intimi.
