Uguale ma diverso - di Arcel Nis
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 12/11/2008 alle ore 11:17:19
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Siamo quasi arrivati. Di tanto in tanto, Paola mi lancia uno sguardo scettico: che figura farò se quel posto non esiste più? Già me la immagino: “Te l’avevo detto che sarebbe stato meglio informarsi prima. Magari si poteva provare a cercarlo su internet”. Certo, internet. Perché oggi anche fare due passi a vuoto costa troppo. Mi guardo intorno e vedo che la via è piena di pub, piadinerie, paninoteche, ristoranti (etnici soprattutto): male che vada, un altro posto dove mangiare lo troveremo. Anche se non sarebbe la stessa cosa ...
- Paola, ma te l’ho detto che, nei momenti di poca ressa, il proprietario suonava il sax? Non era sicuramente Fausto Papetti, però era una cosa molto piacevole.
- Sì, papi, me l’hai già detto: lui suonava e la moglie sgobbava cucinando, servendo i clienti e facendo gli scontrini.
La guardo fingendomi contrariato, ma tanto sa che mi divertono il suo scarso romanticismo e queste sue uscite da femminista. Somiglia abbastanza a sua madre in questo, ma è molto meno irritante. Sarà perché è sangue del mio sangue. O forse perché, in fondo in fondo, è meno cinica di quanto voglia far credere: ha preso pure un po’ da me, che sono un sentimentale (troppo sentimentale, secondo sua madre).
Ecco il vecchio collegio. Lì studiava una mia vecchia fiamma. Si chiamava Enrica ed aveva degli splendidi capelli castani, lunghi e luminosi. Ma questo a Paola non lo racconto: non vorrei che questo viaggio nel passato per lei diventasse troppo noioso o, peggio, patetico. Ancora qualche metro e saprò se la mia caccia al tesoro darà l’esito sperato. Quasi mi batte il cuore per l’emozione: che idiota!
- Pa’, ma quello non è il collegio? Avevi detto che...
- Sì, il posto dovrebbe essere poco oltre.
Proprio quando lei sta per alzare gli occhi al cielo, in segno di resa davanti alla sconfitta annunciata, vedo l’insegna. C’è, c’è, c’è! Non ci posso credere. Non so se l’ho solo pensato o l’ho pure detto: ho guardato solo la porta per cui, non avendo visto lo sguardo di mia figlia, non so dare una risposta.
Entriamo e so già che, difficilmente, troveremo i coniugi Barbieri: all’epoca erano già piuttosto avanti negli anni. Dietro il balcone, infatti, ci sono due giovani, un uomo ed una donna, che avranno all’incirca l’età di mia figlia. Per un attimo mi illudo che anche loro siano marito e moglie, poi li guardo bene e mi accorgo che si somigliano troppo per non essere fratelli o, perlomeno, parenti stretti: stessi occhi felini, stesso sorriso. Lei è decisamente bella; lui non saprei dirlo: non me ne intendo perché sono un uomo anch’io. A Paola, comunque, non sembra aver fatto grande effetto. Del resto, questo tizio è molto diverso dagli “amici” con cui l’ho vista ultimamente: sinistroidi barbuti, occhialuti, pelosi e pure un po’ in sovrappeso. É strano per me vederla con quei tipi: lei con quel viso aristocratico (che mi ricorda tanto mia madre) e la figura esile. In quasi perfetta contraddizione con quell’abbigliamento finto trasandato (perché, in fondo, in certe cose anche lei è un po’ borghese) e con il suo modo di pensare da comunista vecchio stampo. Proprio come sua madre, solo che Paola è nata molti anni dopo e ormai le ceneri del ’68 sono volate via, anche se molti si ostinano a non capirlo.
Mia figlia mi richiama all’ordine ed alla realtà: - Allora, tu cosa prendi? Io un panzerotto con prosciutto, pomodoro e formaggio più un supplì con spinaci e mozzarella. Però dopo devo prendere qualcosa di dolce.
La guardo incapace di commentare: dove diavolo mette tutta ‘sta roba che mangia? Ovviamente, mi guardo bene dal dirglielo per non sentire di nuovo quel “Beh, brucio molto...” accompagnato da un sorrisino irriverente ed ammiccante che allude a certi modi di bruciare calorie...
Un po’ spaesato, mi guardo intorno, cercando di rintracciare nella piccola saletta tracce della vecchia gestione: un calendario ingiallito, una foto, il sax. Devo, però, sospendere la mia ricerca perché il tizio comincia a spazientirsi per la mia indecisione. Neanche ci fosse chissà che fila dietro!
- Io vorrei un panzerotto con ricotta e salame. Sa, lo prendevo sempre così quando venivo qui da giovane.
Mia figlia mi lancia uno sguardo tra il minaccioso ed il supplichevole, solo che io sono già partito per la tangente:
- Ma voi siete parenti dei vecchi gestori del locale, i signori Barbieri?
- No - risponde striminzito il tizio dagli occhi di gatto.
La ragazza interviene nel discorso (non l’avevo ancora sentita parlare perché al nostro saluto aveva risposto solo con un amabile sorriso): - Non siamo parenti, ma le nostre ricette sono quelle della signora Franca per cui stia tranquillo: non resterà deluso.
Avrei la tentazione di chiederle se anche loro friggono tutto nello strutto come allora o se, invece, come più probabile, usano l’olio, ma è stata così carina che non voglio abusare della sua pazienza. Né vorrei sembrare troppo diffidente.
- Da bere? - ci interrompe il tizio.
E che è: sei geloso di tua sorella? Non ci sto mica provando, ci mancherebbe altro! Tra l’altro, son qui con mia figlia e, anche se è di (fin troppo) larghe vedute, non mi sembra il caso. Naturalmente tutto questo me lo tengo per me e a lui rispondo che vorrei tanto una gassosa. Quello mi guarda come a dire “ho capito, vecchio di plastica,” (ma diamine, io non sono vecchio: mi mancano almeno 15 anni per poter andare in pensione!) “la bevevi sempre quando eri giovane. Gassosa o, quando proprio volevi fare il figo, acqua tonica”. Anche lui questi pensieri se li tiene per sé e si limita a propormi la versione moderna della gassosa: la Sprite. Accetto la proposta, perché non ho grandi alternative, e intanto Paola ha già chiesto una coca-cola: grazie a Dio, mi risparmierà dal vederla bere birra, per giunta direttamente dalla bottiglia.
Pago tutto, poi ci sediamo in due dei soli quattro sgabelli disponibili (questo aspetto non è affatto cambiato, del resto il locale - così angusto - non permette di offrire di più) in attesa che sia pronto ciò che abbiamo ordinato. Aspettiamo poco, quindi mangiamo e beviamo tutto, poi Paola - come preannunciato - fa pure il secondo giro con qualcosa di dolce, ma cosa sia lo ignoro.
Una volta fuori, è lei a farmi la domanda che avrei dovuto farle io: - Allora, ti è piaciuto?
- Sì, era buono – rispondo un po’ tiepido.
- E lo dici così? Era tutto ottimo!
- Sì, sì, è vero. Figurati, credo friggano ancora tutto con lo strutto come faceva la vecchia proprietaria.
- Dici?
- Dico. Il sapore delle cose fritte con l’olio è molto diverso.
- Però non era affatto pesante. Certo, avrà un po’ troppo colesterolo, ma chi se ne frega!
Certo, chi se ne frega: tu mangi come una fogna e non hai mai un mal di pancia. Io, invece, so già che questo fritto mi costerà bruciori di stomaco almeno fino a dopodomani. Ma anche questo pensiero resta nella mia testa. Riprendo perciò con la mia analisi comparativa di matrice storico-gastronomica:
- E’ vero, non era pesante. Come allora, il fritto è croccante e non unto. E poi anche la ricotta ed il salame avevano il sapore delle cose genuine di quando ero ragazzo.
- Ma?
- Perché pensi che ci sia un “ma”?
- Perché si capisce! Fammi indovinare: non ha lo stesso sapore di un tempo perché ai tuoi tempi, eccetera, eccetera.
- Sì, fai pure la spiritosa, però è proprio così: il panzerotto era uguale, ma diverso. Sembra un controsenso, lo so, eppure è così.
- No, no, ho capito cosa vuoi dire. Credo ...
Già, credi, perché non eri insieme a me tanti anni fa quando quello era uno dei pochi posti dove si poteva mangiare cose buone e “speciali” spendendo poco, quando le bibite in vendita erano solo acqua (liscia o gassata), gassosa e acqua tonica. Non eri con me quando entravo lì dentro mano nella mano con la ragazza di turno che, ogni volta, credevo sarebbe diventata mia moglie. Entravo lì e nelle sere d’inverno era bello perché c’era caldo, anche se la stanza era pregna dell’odore di fritto e bastava restarci dieci minuti per trascinarsene dietro il ricordo per tutta la notte. Non sai che d’estate quel posto era un vero forno perché non c’era certo l’aria condizionata. Eppure con gli amici ci andavamo lo stesso e, a volte, rinunciavamo al gelato per quei fantastici panzerotti. Tu che ormai sei abituata a trovare ad ogni angolo cibo cinese, arabo, messicano o che sia, non puoi sapere cosa vuol dire mangiare una cosa che non sai se mangerai mai da altre parti, anche se è una ricetta del tuo stesso Paese. E poi allora c’era lui: il sax. Il signor Barbieri in quel buco, con qualunque odore e temperatura, sapeva sempre trovare lo spazio e la voglia per suonarlo. Qualche volta, se c’erano pochi clienti, restavo ad ascoltarlo anche dopo aver finito di mangiare, pure se i quattro sgabelli erano tutti occupati e se la mia gola era ormai asciutta perché la bibita era finita. Non so nemmeno se a te piace il sax ed è già tanto se – grazie a me - sai chi è Fausto Papetti ...
Lo so, però, figlia mia, che anche tu hai già le tue nostalgie e che come tu non puoi capire fino in fondo le mie, così io non posso capire davvero le tue. Per questo ce ne torniamo entrambi pensierosi a casa dei nonni: tu persa a fantasticare sul retrogusto che poteva dare allora la vita a quel panzerotto, io immerso nella malinconia di questi miei ricordi.
