Sulla scena - di Simona Busto
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 12/01/2006 alle ore 23:09:10
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Una rappresentazione in una chiesa di paese, si svolge all’interno di una cappella, dedicata a una semisconosciuta Santa.
Una luce intensa colpisce gli attori, facendoli emergere dal buio come tanti pallidi fantasmi.
Indosso il saio che mi permetterà di trasformarmi in uno dei frati del corteo. Prendo il lumino e lo tengo nel palmo, all’altezza del petto. Anche sotto a quell’informe tunica marrone si vede che sono una donna. Le forme femminili non si possono cancellare così facilmente.
Qualcuno mi cerca, deve scostarmi il cappuccio dal volto per essere sicuro che sia io. Siamo in quindici a indossare i sai, uomini e donne. Ma io so che chi mi guarda da vicino non si può sbagliare sul mio sesso.
Ora la luce si accende per noi.
In due file ordinate usciamo ai lati dell’altare e ci avviciniamo al centro del palco improvvisato, per poi riunirci e continuare ad avanzare.
Camminiamo con passo uniforme, cadenzato.
Forse... si vede che non sono un uomo, ma il mio volto è coperto. Mi si distingue da tutte le altre donne infagottate nel saio? Bisognerebbe sollevare il cappuccio.
Mi viene voglia d’inciampare, di sbagliare il passo...
La luce del lumino mi disturba la vista, non distinguo intorno a me gli oggetti familiari della cappella.
Non stiamo facendo di quella chiesa l’uso consueto. Ricordo. La ritualità che ripete i gesti antichi della messa, l’odore penetrante dell’incenso, perfino le offerte ancora raccolte in pacchettini color terra appesi all’estremità di un bastone.
Questa è una rappresentazione e io sono avvolta da una luce che mi rende cieca.
Eppure è anch’esso un modo di onorare ciò che è sacro. Va in scena la vita di una santa.
Sono un frate, mi ripeto, parte di un corteo religioso. Perché non riesco a pensare ad altro che alla mia femminilità e al fatto che non mi si distingue?
Cammino, cercando di svuotare la mente. Un personaggio fra gli altri. Non sono io quella che sta avanzando a piedi nudi sul pavimento freddo. Posso mostrare me stessa annullandomi. Posso essere unita al tutto nel dissolvermi.
La musica cessa e i narratori riprendono a parlare.
Mi muovo, con passo uniforme, verso il retro dell’altare. Quasi non aspetto di essere fuori scena per strapparmi di dosso il saio.
