Requiem - di L\’Echafaud
Sei in: Autori emergenti > testi pubblicati > Racconti > Requiem
© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 09/08/2007 alle ore 02:21:34
L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.
I.
Controllo. Compostezza. Contrazione, distensione, contrazione. I muscoli tesi. Percezione.
Sistole, diastole. Il cuore che pompa, i battiti sordi. Il sangue, che scorre, che spinge. Che convoglia in ogni fibra la chimica della felicità, le particelle del successo, le molecole della soddisfazione, dell’appagamento, della potenza, del dominio, di una rinnovata, roboante, tumultuosa concezione di sé.
MDMA.
Salgo in macchina.
Non ho paura. Ho forza.
Sono qui, morte. Vieni a prendermi. Vieni, colpiscimi, piegami, spezzami. Prova a distruggermi. Io sono immortale, io non ti temo, io ti sfido vent’anni, e ne vivrò altri venti, e venti ancora, più venti, più venti, più venti, più Una percezione più ampia del reale. Lo senti, morte, questo palpitare meccanico, senti questo motore che urla sotto di me, senti questo pulsare frenetico e folle di pistoni, guarda come sono veloce, morte INSEGUIMI La morsa delle mie mani sul volante, percepisco il fremito della bestia di metallo che sto guidando, sento il suo ansimare, il suo nitrire, il galoppare convulso delle gomme che aggrediscono l’asfalto, lo sento, che potenza!, che potere!, IO POSSO
Via, via, scappo via, e me ne frego di tutti i giorni grigi, me ne frego della morte del tempo, del ticchettare opprimente delle lancette, che scandiscono la mia inquietudine
Tic... tu
Tac... sei
Tic... solo.
ora sono forte, sono grande, immenso, e dentro di me c’è il mondo, non la malinconia, non la vergogna, non il pianto, non l’emarginazione, e nemmeno il disprezzo di cui mi riempiono gli uomini, né lo scherno, né il non essere all’altezza della ferocia altrui
ti sbranano, gli altri, ti calpestano, sei solo il bersaglio attorno al quale si coagula la crudele dinamica del branco, giorno, dopo giorno, dopo giorno, il branco ed il ghigno dei suoi lupi, ti osservano, ridono, e ti smembrano cosa hanno ucciso, ieri?, hanno ucciso la mia grinta, oggi hanno ucciso il mio sorriso, domani uccideranno il mio amore, finchè non sarò più nulla, non sono nulla, sono il trastullo del branco, sono la vittima del branco, non voglio essere la vittima del branco
e allora, morte, pensi forse di vincere? Pensi forse che questa mia tumultosa corsa si infrangerà sul gelo del metallo della tua falce? Illusa, sei un’illusa, morte, tu, che guidi la storia, tu, che governi il destino, tu, ti illudi, ti stai illudendo, perchè io, ora, sono più forte di te, io
potessi vedermi, Claudia, se solo potessi vedermi, se solo potessi meravigliarti di quanto sto correndo, di quanto sono bravo a correre, di come rido, di come è forte, violenta, terribile, la mia risata, di come mi prendo gioco della morte con una risata, di come guardo in faccia la morte, e di come mi prendo gioco di lei, di come la guardo in faccia, la morte
potessi guardare dentro di me, Claudia, se solo potessi guardare, scopriresti quanto ti ho amata, quanto ti amo, quanto ti amerò, e quante volte con gli occhi rossi, mi sono guardato allo specchio con gli occhi rossi, mi sono guardato allo specchio ed ho pensato, con le guance ancora bagnate e gli occhi rossi IO LI ODIO hanno distrutto la mia giovinezza, il mio orgoglio, la mia dignità, e tu, Claudia, tu hai assistito a tutto questo, tu hai persino riso, di questo, di fronte alle offese, di fronte agli scherni, guardando impietosita mentre mi picchiavano, mi sputavano, mi insultavano, a volte, ti è sfuggita una risata, e sapessi quanto mi ha fatto male, i pugni sono nulla in confronto, e con gli occhi gonfi, con gli zigomi neri ti ho guardata, e tu hai incrociato il mio sguardo, ed hai capito, ed hai voltato le spalle ti sei vergognata di aver riso di me?
La strada è un tubo, il cielo si richiude su di me mentre percorro il tunnel , terza, quarta, come sbraita il motore sotto di me, come urla, come si dimena, quinta, come 120 all’ora, 130, i muscoli tesi 140 una percezione più ampia 150 della realtà, mordi questa strada, mordila!, 160, accelera 170 180, vinci questa partita, vinco contro di te, ti sto battendo, ti batto sai?, tanto perdi, morte, tanto ti batto, ti sfido ti vinco, TI DISTRUGGO
li distruggo tutti, animali, ucciderò tutti i lupi, conosceranno lo sgomento della vittima, conosceranno l’ansia della vittima, il dolore, la paura, la conosceranno, la disperazione della vittima.
Ed io. Assaporerò la gioia che prova il carnefice, l’ilarità del boia, il riso del più forte, il ghigno di chi vince, e da solo sterminerò il branco, uno ad uno, perchè, guardami Claudia, sono fortissimo 200 la compostezza del potente, il furore del lupo, il lupo, che digrigna i denti, il cremisi del suo furore, ridi, lupo, ridi,
SONO UN LUPO capito, morte? Sei rimasta indietro, se guardo indietro non ti vedo, ma che fai, morte?, pensavo fossi più agguerrita, pensavo corressi di più, ma sono più forte io, forte, forte, morte
Urlo, urlo e rido, rido, fino alle lacrime, rido ancora, fino alle lacrime, lacrime, piango, perchè in gola ho tutta la disperazione, tutta la rabbia, tutto l’odio, tutto il bisogno di essere amato, Claudia, e questo nodo sale per la mia gola, la percorre tutta mentre 210 il cuore pompa e il sangue schizza, tum tum, il battito nelle orecchie, il pulsare frenetico dei pistoni, sistole diastole tum tum, ed ora il nodo è arrivato alla base della lingua, e sale e sale ed esplode, ed urlo, e sputo fuori tutto quello che ho, è disumano il mio urlo, potessi sentirlo, Claudia, sapessi quanta forza ha dato la tua risata al mio urlo, ho gli occhi spalancati, Claudia, le pupille dilatate, le palpebre frementi, fuori dalle orbite 220
Morte ti ho battuto tanto ti batto ma che cosa
Che potenza!, che potere!, il guard rail in pezzi, il metallo che si piega, scintille, l’ho spezzato, Claudia, cosa pensi di fare, morte, guardami, l’ho spezzato, io, il guard rail, che potenza! vittima? No, non sono più una vittima, non sono più triste, sono un lupo, anzi, no, sono un angelo, perchè sto volando, perchè ora le ruote mordono l’aria, le urla del motore si perdono nel vuoto, sto volando, Claudia, sto volando, tu non le hai le ali, eh, morte?, come pensi di prendermi, eh?, hai visto cosa so fare? Claudia
Sto volando, e
Non dimenticarmi
II.
La domenica mattina il mondo si sveglia, sorride, sbadiglia, sospira. La domenica mattina il tepore del sole scalda un cielo terso, ed ogni nube fugge, quasi a non voler disturbare. La domenica mattina la brina e la nebbia lasciano il posto ad un verdeggiare rugiadoso. E la calma. Silente, regna. Un sorriso, nasce, lentamente, si spegne, lentamente.
Rintocchi, giochi di bambini.
Inopportuno, un raggio di sole le si posa sulle palpebre. Il conforto dell’oscurità è scacciato da un rosseggiare confuso. Apre gli occhi, mugugna, si sveglia. Con una certa soddisfazione si stira. Scosta le coperte, infila le ciabatte, apre la finestra, respira. L’aria fresca, balsamica, le riempe i polmoni.
Il cielo dice: “Buongiorno, Claudia”.
Claudia è in strada, passeggia, i fogli sottobraccio svolazzano sfiorati da una lieve tramontana. Una vecchia ricurva, intabarrata in un cappotto a fiori, sospira affrontando la salita.
Domenica mattina, e viene al mondo un nuovo giorno.
Ora Claudia, affaticata dalla lunga strada, ansima lievemente, mentre i cipressi si fanno più vicini. L’odore di erba, di fiori, d’acqua, di cera. Claudia annusa. Fulgido, il sole accarezza i viali della città dei morti. Il cancello aperto è attraversato da pochi sparuti visitatori, tranquilli, che avanzano a lunghe, lente falcate. Placidi, i crisantemi mormorano parole di vento. Claudia entra, percorre il viale d’ingresso, i passi marcati dal crepitio appena udibile della ghiaia sotto le suole. La luce le scalda le guance. I volti di marmo, incuranti, non notano il ciondolare dei suoi capelli, raccolti in una coda. L’aria vibra, solcata dalle anime. Uno spirito la sfiora.
Umida l’erba che accarezza la lapide, molle la terra su cui poggia. Brulicare di formiche, sbatter d’ali, eco di pianti lontani. Claudia si siede sul prato fradicio, osserva quel viso, sbatte le palpebre. Accende una sigaretta e lo guarda. Lo sguardo dolce studia i lineamenti del ragazzo, la foto incastonata in una cornice di pietra. Espira il fumo. Buongiorno, Luca.
Rimane qualche minuto a guardarlo, presa dai ricordi, sfuggenti, come un aereo che vola lontano. Un sorriso di sfuggita, nel trapestìo dei corridoi, un’espressione disperata ed un sorriso compassionevole, un ciao che per lui ha significato tantissimo. Una risata che... Luca, scusami.
Il carboncino danza sul foglio, ombreggia le palpebre, contorna le labbra tremanti che tanto la vollero. Nelle pupille scure traccia la scintilla di una vita che non c’è più. La morbida curva del collo, lenta, si disegna quasi da sola, piano, sicura percorre lo spazio bianco, trovando la sua dimensione, e così si imprime, resta sul foglio un volto che, se solo potesse parlare, io...
Un bambino le passa davanti, reggendo un palloncino a forma di orsacchiotto. Claudia lo guarda, sorride. Lui, timido, accenna una linguaccia birbante, con un mezzo sorriso se ne va. Abbraccia la gamba del babbo, col cappellino storto si gira di nuovo verso di lei, ed apre la bocca contento. L’orsacchiotto veleggia nell’aria. Il padre prende in braccio il piccolo e saluta. Claudia dice buongiorno. A passi lenti, i due se ne vanno. Lei li osserva, nella luce di una mattina cristallina. Riprende a disegnare. Uno strusciare di matita sul foglio, e Luca sembra sempre più vivo. Sono passati solo due mesi. Ti manco?, pensa Claudia.
Aspira una boccata di fumo, e, infreddolita dai pantaloni ormai zuppi, osserva il ritratto. Sorride, Luca, il suo viso malinconico la guarda con occhi di carta, e sembra volerle parlare. Claudia pensa, a ciò che è stato, a ciò che è, ed intravede in quell’espressione un fremito che mai aveva notato prima, il palpitare di un amore ormai passato, scomparso, morto. Un desiderio di lei sepolto proprio lì, qualche metro sotto terra, in putrefazione come la carne dei defunti. Un sentimento rosicchiato dalle larve.
Claudia scruta il ritratto. Scusa, Luca. Scusa se non ti ho capito. Scusa se non ti ho voluto. Scusa se le lamiere ti hanno squarciato, se il fuoco ti ha divorato, se l’esplosione ti ha smembrato. Scusa se ti ho ucciso.
Mentre Claudia riordina le sue cose, si alza, si strofina via di dosso un po’ di terra e fa per andarsene, sente un piccolo strattone. Il bimbo che prima l’aveva salutata, una mano stretta al dito del babbo, l’altra tesa ad afferrare i pantaloni di lei, le sorride. Claudia gli pizzica le guance tra le dita, dolcemente. Poi, il babbo, intenerito, consegna al figlio il palloncino a forma di orsacchiotto, che sibila piano.
Il bimbo lo porge a Claudia. Il bimbo guarda Claudia che, sorpresa, lo accetta contenta e lo ringrazia con un piccolo bacio sulla guancia. Il bimbo è felice. Il bimbo, guidato dalla mano forte del padre, se ne va ridacchiando. Verso la vita.
Il ritratto è ora arrotolato, legato allo spago che pende da un orsacchiotto, che vola, sù, sù, sempre più sù, come per incanto. Un regalo per il vento, mentre le fronde stormiscono, per il sole, mentre arriva il mezzogiorno, per il folle Dio ubriaco che governa gli uomini e le cose. Un regalo per Luca. Come per magia.
