Quello che resta - di Arcel Nis
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 31/05/2007 alle ore 17:37:03
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C’erano giorni in cui non se lo ricordava, il mare. Non è che non si ricordasse cosa fosse: solo non sapeva più dire cosa provava quando stava a fissarlo, seduto su un metro e settanta di scoglio. Quand’era ragazzo aveva la sua roccia preferita: una di quelle tutta punte, tanto ruvida da non poterci camminare scalzo senza farsi male. Però aveva delle infossature che sembravano pronte a fare da sedili, anche se dopo un paio d’ore che ci stavi seduto ti accorgevi che come sedile non erano un granché. Eppure, quando si alzava gli piaceva sentire il torpore alle natiche, misto ad un vago formicolio, e la fatica nel raddrizzare le gambe ormai tutte rattrappite. A volte stava pomeriggi interi a guardare l’andirivieni dell’acqua sulle rocce e gli sembrava che quelle deboli ma ostinate onde, insieme a granchietti ed alghe, si portassero via le sue angosce. Allora pensava che, tornando a casa, sarebbe finalmente riuscito a sorridere e che, sentendo i soliti odori e vedendo le facce di sempre, non avrebbe più sentito quel senso di oppressione sullo stomaco. Se lo ripeteva ogni giorno, ma ci aveva creduto solo le prime volte: dopo era diventato un pensiero automatico, una sorta di rito. Ma questa era tutta un’altra storia.
“Questa è la storia della tua vita, ma a me, che me ne frega?” Bobo avrebbe detto certamente così. Solo che Bobo non c’era. Non aveva proprio idea di dove fosse in quel momento. Forse in Svezia, catturato dalla scia di una chioma dorata e di due seni generosi, o magari in Africa, al seguito di qualche rivoluzionario, di qualche prete missionario o, più probabilmente, di uno che fosse entrambe le cose. Era fatto così: scopriva una cosa, una qualunque (un cappello di pelliccia verde su una faccia color tabacco, una donna sposata, la Formula uno, la guerra fredda, le piogge acide...), ne faceva il suo chiodo fisso e poi... puff! quella cosa per lui non esisteva più. Era andata così anche per la loro amicizia.
“Ok, questa è la storia della tua vita, ma a me, che cazzo me ne frega?” Questo avrebbe detto esattamente. Con quel tono sprezzante che però piaceva a tutti, soprattutto alle ragazze. Chiaramente. C’era un periodo che avrebbe voluto essere come lui. Perché conosceva un sacco di gente, aveva vissuto in tanti posti e diceva sempre quello che pensava, fregandosene di quello che sarebbe seguito. Delle volte mandava a cagare pure sua madre. E intanto per i suoi coetanei musi lunghi dei genitori per non aver saputo dire dove e con chi sarebbero usciti la notte. Ci sarebbe scappato pure un “maleducato!” se non fosse che così avrebbero offeso prima di tutto se stessi.
Tutto questo succedeva sì e no vent’anni prima, praticamente una vita fà. Ne era passata di acqua sotto i ponti... Tanta da aver lavato via tante facce, tanti posti, tante storie. Tanto ma non quello che neppure il mare della sua adolescenza era riuscito a mandar via: c’era ancora quella specie di malessere, quell’inguaribile desiderio di essere un altro qualcuno in qualche altro dove. E, soprattutto, quel bisogno di vivere per realizzare un certo qualcosa. Solo che allora poteva ancora pensare che ci sarebbe riuscito, che l’avrebbe sconfitto quel senso di incompiuto: quando sei ragazzo, puoi credere (quasi) a tutto quello che ti pare. Non avrebbe voluto essersi fatto tutte quelle illusioni: almeno, lo schiaffo della maturità, venuta a risvegliarlo dal mondo dei sogni, non sarebbe stato così doloroso e umiliante. In realtà, era ancora presto per dire se fosse davvero tutto perduto: ad un uomo di quarant’anni la vita può offrire ancora occasioni. Solo che lui se lo sentiva di aver già bruciato le sue di occasioni, quella con la “o” maiuscola, che viene una volta sola, e quelle che arrivano dopo, a mo’ di ruota di scorta.
Stava affacciato alla finestra mentre pensava a queste cose. Pensava e intanto fissava gli spazzini giù in strada che, facendo avanti e indietro con le loro ramazze, fingevano di portare via la sporcizia della città, per poi lasciarla ammucchiata qualche metro più in là. E quella restava.
Adesso sì che se lo ricordava, il mare.
