Mistero - di Abonvicini
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 05/11/2008 alle ore 14:29:27
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Bene, sono inchiodato qui, e quindi? Lavorare non si riesce, non c’è neanche spazio per appoggiarsi e scrivere un po’, su queste poltrone striminzite. E poi ho la mente vuota ormai, dopo giorni di conferenze e rumore mi è difficile concentrarmi.
Va bene, prendiamocela calma, ascoltiamo.
Niente, blackout, non riesco a ascoltare quello che dicono.
C’è qualcuno là fuori?
Ehi tu, signorinella bella! sì dico a te... e dai, non fare a finta di niente. Sì, tu: rispetto al mio posto una fila davanti e due posti a destra. In pratica basterebbe fare la mossa del cavallo e sarei da te. O tu da me. Tu invece sei un alfiere (e donna), ti muovi di taglio, veloce: zip zap, potresti tagliare a triangoli la scacchiera delle poltrone in sala. Ti alzi con le spalle, ti giri (non ancora del tutto da questo lato, però), sei in perenne movimento.
Ullallà, mi sbagliavo, sei la Regina! Adesso che ti ho vista per bene ne sono sicuro. Eh sì, proprio bella, profilo sottile, sopracciglia lunghe e fronte alta. Ti ho vista, sai, quell’istante in cui ti sei girata è bastato. Regina, regina nera, pelle bruna di sole e camicetta di raso nera pure lei, ad esaltare l’ambra della pelle. No, come non detto, non di raso, qualcosa di meno ricercato ma egualmente raffinato ed elegante. Sì, decisamente più adatto a te.
Ti muovi veloce stando ferma, bella, si vede che non sei inchiodata sulla tua poltrona come me, brava. Forse semplicemente ti interessa quello che ascolti. Sì, si vede. Ma c’è di più. C’è di più e hai di più. Da fare, da vedere, da essere. Non sei ferma un momento ma non hai mai l’aria d’esser nervosa. Sei certa. Mastichi un chewing gum e il muscolo che si contrae per un attimo scava la guancia, ma non ne nasce un’idea di tensione, no, per nulla. Ci sei e sei tutta qui, tutta protesa al qui ma anche a un altro luogo. No, ho detto male, non è un altro, può esser fuori di qui ma ti appartiene quanto il qui, non è altro, è dentro.
Tiri fuori un CD, copertina, apri-chiudi, dita sottili. Sei un po’ magrina però. Anche le braccia (ti sei appoggiata con la mano al bracciolo per sistemarti di nuovo, ho visto il braccio scoperto).
Forse meglio principessa che regina. Principessa erede, ma già padrona, domina.
Sei proprio bella. Che fai qui? Tu lo sai. Lo sai, principessa in nero. Ti infili qualcosa sulle spalle: anch’io, sai, sento un po’ di fastidio per quest’aria condizionata. Un bolerino corto, coordinato alla camicetta. Dov’era nascosto? In borsa? Ci hai messo un secondo, un istante solo e lo avevi già addosso come fosse lì da sempre. Ma come fai a muoverti così? Se l’avessi fatta io un’operazione del genere, goffo come sono, lo sai quanto ci avrei messo? Semplicemente non l’avrei fatto, trattenuto dal timore di disturbare. Cose che non ti sfiorano nemmeno, vero?
Mi piacerebbe sapere il tuo nome. Sapere di più. Cos’hai ancora da rivelarmi? Andiamo sul semplice: gonna o pantalone? Basterebbe che mi alzassi un po’ sulla seduta per vederlo, uno solo di quei movimenti che fai tu. Non lo faccio.
Pantalone! Hai accavallato le gambe appoggiandoti di nuovo col gomito sul bracciolo.
Grazie. L’hai fatto per me?
Proviamoci di nuovo, allora: ti piace esser bella? Due dita e scosti i capelli scoprendo l’orecchio. Un orecchino (diamante?) sfavilla. Due dita, capelli, linee curve, luce. Che bello! Che bella!
Telefonino in mano, scorri i menu con le tue dita, SMS, veloce come in tutto. Testa chinata in avanti per leggere il display, capelli che scivolano sottili, un velo sull’orecchio. Due dita, di nuovo, oplà, orecchio, orecchino, piccoli lampi di luce rosa e blu. Un punto di luce bianca, su te nera. Di nuovo, ancora. Quale mistero, che mistero hai per me, principessa nera e luce? Che mistero mi dici? Bella, elegante, veloce. Via il telefonino, si infila da sé in una bustina grigia con macchie rosse (sei troppo veloce, ho bisogno di particolari, i particolari contano, sai?). Ascolti, annuisci. Ah già, stanno parlando, lì sul palco, me ne ero dimenticato. Tu no, ci sei, ci sai essere. Annuisci e pieghi la testa di lato. Di nuovo con la mano scorri su quei capelli lisci e scopri l’orecchio, è una piccola luce in questa sala buia. Occhieggi. Telefonino ancora. Ci giochi in mano. Nell’altra la bustina. No, ho idea che non sia un copritelefonino confezionato, mi sbagliavo. Lo tieni piegato, uno due e tre, lo pieghi con le dita, attorno alle dita. Grigio scuro sopra, macchie rosse sotto. Dai, fammi vedere bene! Lo stendi (grazie). Non ci credo, è un calzino antiscivolo da bimbi. No, dai, hai figli? Troppo magra e giovane, non credo. Quanti anni potrai avere? Forse ti piacciono i bambini. O hai un nipotino.
Via, telefonino tuffato nel calzino e giù in borsetta ai tuoi piedi. Sei protesa verso il tavolo dei relatori. Ci provo anch’io, ascolto con te. “Penso che sia ormai arrivato il tempo di chiudere queste trattative, sono ormai ventitrè anni che se ne parla”. Ti giri a sinistra: “Ma pensa, 23 anni, hanno la mia età, da non credersi”. Ventitrè anni? davvero? Sì, ci sta, anche un paio di anni in più di quelli che ti davo.
Orecchio scoperto, orecchino in luce. Testa indietro. Meditabonda. Che pensi? A quel che stanno dicendo, o a te?
Forse le due cose assieme.
Gambe accavallate, perno sul gomito destro, protesa in avanti prima, poi testa indietro e di lato, capelli. Capelli di nuovo. Orecchino, luce e pelle abbronzata.
Sei bella, sì. E come bella donna puoi, tu puoi, puoi muoverti, girare e guardare: solo smettere di essere una bella donna non puoi.
Con la mano sinistra giochi con l’orecchino, adesso. Ora anche la mano destra. Lo togli? Davvero? Due dita davanti, due dietro, la testa leggermente reclinata lontano da me. Tac, tolto. Orecchio scoperto, libero. Vezzeggi l’orecchino tra le dita, te lo guardi. Sono soggiogato da quell’orecchio scoperto.
Applausi. Finita la conferenza. Ti raddrizzi e applaudi: un lampo tra le dita e l’orecchino ti scappa via, non te ne sei accorta? Ma tu applaudi, applaudi soltanto. No, non te ne sei accorta. Ti sei scordata di tutto, applaudi. Eccolo lì, è rotolato davanti ai miei piedi, la stessa luce. Che faccio? Allungo un piede e lo copro. Ti sei alzata, flessuosa, passi tra le persone, sei accanto al palco, ci sali. Sottobraccio al relatore. Un bacio discreto e te lo porti via, senza stringere troppo il braccio, certa.
Sono ancora seduto. La sala è vuota. Alzo cautamente il piede. È lì, pieno di luce. Lo raccolgo. Lo terrò con me.
