L'istinto di una madre - di Arcel Nis
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 17/05/2007 alle ore 10:11:04
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Sparano. Nitriscono i cavalli, si agitano i buoi e le folle schiamazzano. È la festa di San Sebastiano, la più importante per il paese: neppure San Pietro, il patrono, lo festeggiano con così tanti onori. Dai paesi vicini arrivano uomini e donne in costume: per devozione, dicono; ma è più per curiosità e campanilismo, perché poi, quando faranno ritorno, potranno tranquillizzare i compaesani che no, la festa non era poi così bella; che no, gente non ce n’era poi tanta e che no, il rosario mica lo cantano bene come in bidda! Ed è l’invidia e nient’altro a far dire loro che a Villamanna non son buoni ad organizzare feste, anche perché con quella miseria di offerte che raccolgono -ché la gente un poco è povera ed un poco è taccagna - i priori non possono fare miracoli. Che i miracoli li fanno i santi, mica loro che sono umani. E pure peccatori.
Ma sono solo maligne dicerie: che i villamannesi ricchi non sono, è vero, ma nel rendere onore ai propri santi non sono secondi a nessuno. Poi loro sì che son devoti, mica come a P***, dove quasi tutti accompagnano il patrono in processione solo per poter fare a gara a chi ne canta meglio le lodi e poi, mentre il prete dice messa, stanno fuori sul sagrato a parlar male di tale e tal’altro.
Dunque ci sono festeggiamenti, costumi e spari: quelli che sparano non sono mai di qui, ché in paese nemmeno i cacciatori sono buoni a fare botti come questi. Per quest’anno - e anche per il prossimo, dicono i bene informati - sono di G***. C’è pure un predicatore, bravo - è ovvio – e che viene da fuori, così quelli di T***, e A***, e N***, lo vedono che pure a Villamanna le offerte son generose. Le strade del paese poi son tutte coperte di fiori ed erbe aromatiche che avvolgono con i loro intensi profumi coloro che li calpestano e coloro che, per pigrizia o perché impossibilitati, la processione si limitano a seguirla con gli occhi da finestre e balconi. Ultimo nominato ma primo per importanza, s’intende, è il Santo. Il carro è trainato da buoi, buoi nostrani, perché il bestiame qui è sano e robusto come pochi nella zona. E la statua del Santo! Con quel bel viso sofferente e radioso al tempo stesso, che si capisce che, mentre moriva tra atroci dolori, Sebastiano già vedeva la gloria del Paradiso.
Tutti in festa dunque, chi per strada e chi in casa. Come Zaira, per esempio, che avrebbe certo voluto poter accompagnare il Santo, ma che ha dovuto rinunciarci per occuparsi della cena. Meglio che alla processione siano andate la figlia e le nuore: lei è sa meri, la si può scusare, ma se loro non ci fossero andate chissà cosa avrebbero mormorato le malelingue e persino le donne timorate, per non parlare degli uomini devoti... Già c’era quel figlio suo, Efisio, ateo e comunista; e chissà poi quell’altro, Raimondo, che lo si vede così poco in chiesa...
Zaira perciò è sola in casa, anzi, quasi sola, visto che con lei c’è Rosa, la sua - al Signore piacendo, solo per ora - unica nipotina. Rosa è la figlia del suo ultimogenito, Francesco, il suo prediletto. Non che agli altri non voglia bene, ci mancherebbe, ma Francesco è così buono, e con quella salute che va e che viene. Così ogni volta che lo guarda sente una stretta al petto e non può fare a meno di chiedersi se quel giorno a sotterrarla ci saranno pure le sue mani...
La bambina è piccola, non ha ancora compiuto un anno, per questo nessuno l’ha presa in processione e sta a casa, con sua nonna. Come sua nonna.
Ormai la messa sarà finita da un pezzo e sembra proprio di sentire la musica de su ballu ‘e cresia. Adesso ci saranno gli assaggi di vini e spumantini, malvasie e vernacce, ma solo per gli uomini, ché non sta bene che le donne bevano, e poi ci sono gli ultimi preparativi per la cena che le aspettano. Ed ecco infatti sopraggiungere le voci squillanti di sua figlia Rita e delle nuore, Clementina di Raimondo e Maria di Francesco. Ah, con che grazia balla Maria! Così tanta grazia che finché lei non c’è il suonatore non tira fuori l’organetto, e quando se ne va, finisce il suo spettacolo. Dunque i balli son finiti. In piazza ormai si staranno attardando solo i giovanotti. Poi tutti andranno a cenare e stasera di nuovo in piazza a ballare e a seguire le gare dei cantadores.
Intanto Giuseppe, suo marito, e Giovanni, il padre di Maria – che dopo la morte della moglie è andato a vivere da loro – già fanno ritorno. Arrivano e sono già affamati. Ah, questi uomini! Manco il tempo di respirare ti lasciano se li abitui ad esser serviti ancor prima che comandino. Ma è presto, la cena non è pronta e gli uomini più giovani non son rientrati. Fortuna che ora ci sono sue figlie – che lei le nuore le sente “sue” tanto quanto Rita - a darle una mano. Eccole lì, indaffarate ma allegre, perché è festa, perché fra poco saranno tutti riuniti... e perché più c’è da fare, più loro son contente, dicono gli uomini di casa. E forse ci vedono giusto...
Dalla piazza giungono ancora voci e schiamazzi. Qualcuno deve aver mandato giù qualche bicchiere di troppo. Poi a pancia vuota, si sa, il vino fa brutti scherzi. E siccome la saggezza popolare non sbaglia mai, proprio mentre si fa ora di mettere il cibo in tavola, comincia la gazzarra. Rumore di vetri infranti e di legni spaccati, grida, insulti e qualche bestemmia. Anche stavolta i fratelli Murroni devono essersi dati da fare, che quelli ci godono a rovinare feste, sagre e cerimonie. Si potrebbe pure scommetterci, se non fosse che Don Puddu dice che scommettere è peccato.
La piazza è a due passi dalla casa di Zaira: magari i suoi figli sono sfuggiti alla cagnara; se ascolta bene, forse può sentire le loro voci nel cortile. Ma niente. Passano cinque, dieci minuti, un quarto d’ora, e niente. In casa c’è un po’ di agitazione ma di uscire a cercarli nessuno ne vuol sapere, ché le donne son solo donne e ché tanto l’uomo, proprio perché è uomo, così come in un guaio sa finirci, così ne sa pure uscire. Ma Zaira non ci sta: lei non ce la fa ad aspettare con le mani in mano ché non si è mai visto che una chioccia lasci indifesi i suoi pulcini. Così le viene un’idea, o forse non pensa neppure: agisce e basta. Dunque prende Rosa, se la sistema saldamente sulle spalle e, senza farsi sentire né vedere, esce di casa.
Mai avrebbe pensato che un giorno quel breve tragitto le sarebbe sembrato così lungo, interminabile. Più si avvicina, poi, e più il baccano si fa insopportabile. E comincia a temere: per i suoi figli, per quel fringuellino che ha in braccio e sì, pure per se stessa. Ma qualcosa le dice che non deve abbandonare quell’idea, folle solo agli occhi di chi non è madre. Così eccola lì, davanti a quel gruppo di maschi che hanno abbandonato ragione, pudore e timore di Dio. Tra le teste che si accapigliano vede Efisio; poi Raimondo. Ahimè, pure Francesco hanno coinvolto: lui che ha il cuore come un agnello. Senza pensarci due volte, si avvicina al figlio adorato, prende Rosa e gliela poggia sulle spalle. Francesco si volta, vede la madre e capisce che quel peso che prima non sentiva è la sua piccola Rosa. All’improvviso si rende conto di dove si trova, di cosa sta facendo e del perché lo sta facendo, ché il problema è proprio quello: che un motivo non c’è. Allora si ferma, si stacca dal groviglio di corpi e chiama a raccolta i fratelli. Si avvicinano, sguardo basso, alla madre e Francesco, senza una parola, si mette in testa al piccolo corteo lungo la strada verso casa.
12 Settembre 2005
