Kalì Mhabzem - di Monica Murer
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 11/12/2006 alle ore 19:16:57
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“Vive in un monolocale nei pressi della stazione ferroviaria, per il quale spende 11 ghinee al mese. Kalì, nonostante il rumore assordante dei treni che passano di continuo e lo sgradevole odore di gas di scarico, mi ha detto che questo posto gli piace. Eccolo! E’ uscito proprio adesso sul minuscolo terrazzo...lo vedete? Il mento arcuato poggiato sulla grossa mano, le spesse sopracciglia nere, corrugate come nello sforzo di chi sta inseguendo un pensiero, il labbrone inferiore che sporge leggermente in avanti, la barba ispida con qualche pelo già grigio...Già, Kalì ha ormai i suoi anni”.
Queste sono le prime righe dell’ultimo articolo che abbia scritto nella mia vita, è già ho trovato alcuni errori...La storia di quell’uomo è così strana!
La gente del luogo mi aveva detto che era un tipo noto proprio per il suo anonimato -e scusate il gioco di parole-, uno di quelli che non ama stare tra la folla, che raramente si fa vedere, uno, insomma, che sembra portare nascosti dietro al nero profondo degli occhi alcuni segreti dolorosi. Eppure tutti mi avevano riferito la sua insolita, e forse un po’ sciocca, direte voi, stranezza: ogni sera, una volta passato l’Espresso delle 23.29, usciva sul suo balcone e cantava. Dovete sapere, miei cari lettori, che Kalì è un omone nero di circa 2 metri, quasi completamente calvo, non fosse per quel codino di morbidi capelli neri che porta: quindi, era parso strano anche a me, la I volta che lo vidi, udire una voce del genere...ancora oggi, sul serio, non me lo so spiegare.
Il direttore del “Medley News”, nota rivista musicale (che si da il caso sia stato anche il mio direttore), aveva sentito parlare di questo Kalì Mhabzem e del suo straordinario talento, e così aveva deciso di mandare me fin laggiù, in quella sperduta cittadina sudafricana, per intervistarlo.
Erano ormai un bel po’ di giorni che tentavo di avvicinarlo, ma ogni volta facevo un buco nell’acqua: l’unico momento in cui faceva la sua apparizione era, appunto, verso le undici e mezza di sera, per liberare l’anima e il corpo dal dono di una voce così assurdamente unica. Però poi, ogni sera, svaniva, lasciando solo un alone d’ombra sulla strada e un pubblico stranito e incantato, e rientrava nel suo monolocale.
Nessuna del posto riusciva a spiegarsi come una voce del genere fosse entrata in un corpo del genere: c’era che mi aveva assicurato che si trattava di un dono di Dio; altri avevano espresso assurde ed imbarazzanti teorie su un’improbabile circoncisione di Kalì in tenera età; altri giuravano che l’uomo fosse posseduto, affermando di averlo visto aggirarsi la notte per i vicoli bui della città con il sangue alla bocca...ma sono, o meglio ero, un giornalista, e di certo non potevo dar credito ad informazioni così stupide e futili.
Erano le undici e un quarto, ricordo benissimo quella sera: era un’ora che stavo sotto il suo balcone, seduto sul marciapiede ancora caldo per il troppo sole del giorno, e già un folto gruppo di persone era venuto a farmi compagnia. “La voce nera del Sud”, lo chiamavano.
Tu-run, tu-run, tu-run...Ecco l’Espresso delle 23.29, puntuale come sempre. E puntuale era anche il mio uomo: ancora lo vedo aprire la porta-finestra ed uscire sulla terrazza. Gli occhi neri di Kalì brillavano in maniera in solita, sembravano quelli di un bambino appena nato: stava piangendo, ma non un singhiozzo riusciva ad interrompere il suo meraviglioso canto; anzi il sapore salato delle lacrime colorava la sua voce...ma ancora non vi ho parlato della sua voce! Avete presente quando il vento fuori è talmente forte che, scivolando sulle foglie degli alberi, sembra vi stia parlando? Siete mai stati su una spiaggia, durante una notte invernale, a sentire il lamento delle onde che si infrangono sulla spiaggia e nell’aria si sente la nostalgia della calda estate? Avete mai seguito il ronzio del volo di un’ape in primavera, che trasmette la gioia di chi ha appena assaggiato un dolce dopo un lungo e tremendo digiuno? Kalì, per me, è stato questo ed altro...E’ come il La di una chitarra perfettamente intonata, basso e caldo; come il tacito rumore di due labbra che si lasciano dopo un bacio d’addio; il respiro di un bambino addormentato e la voce rassicurante della madre che lo culla...Dovevo assolutamente parlare con lui.
Mentre il canto di Kalì continuava, fuori, presi la mia decisione: salire al suo monolocale. Le scale erano strette e sporche, ma, seguendo il suono di quella voce, lo trovai senza problemi; non persi tempo a bussare ed entrai: l’appartamento era quasi completamente spoglio, eccezion fatta per il letto, anch’esso sporco e basso, consumato dalla muffa e dal tempo. Kalì stava appena rientrando dopo la sua esibizione e, oltre all’iniziale sorpresa nel vedermi lì così, sul suo faccione rotondo potevo anche leggere l’espressione di chi, in fondo, si stesse preparando a quest’incontro da tempo. Non mi chiese chi ero, o cosa ci facessi lì, mi indicò solo una traballante sedia mangiata dalle tarme, con il gesto di invitarmi a sedere: nel farlo, accesi il piccolo registratore che era nella mia tasca.
Senza che avessi pronunciato una sola parola, cominciò il suo racconto:
-Ero poco più di un ragazzo che già avevo cominciato a lavorare, qui da noi solo i figli dei gran signori possono studiare, ma mi piaceva fare il facchino nella stazione ferroviaria. Certo, il costante rumore dei treni non giovava al mio udito, già scarso a causa di una mia semi-sordità, ma, come vedi, ho braccia forti per sollevare anche gli oggetti più pesanti, e, mentre li trasportavo, potevo cantare. E’ una cosa che faccio sin da piccolo. Se avessi avuto dei soldi, probabilmente sarei scappato in America a far fortuna in un gruppo jazz o roba simile. Ma la vita non si aspettava questo da me-
Aprì un armadietto e mi offrì del cognac, accettai.
-Una sera, verso le undici e venti, erano appena arrivati dei signorotti borghesi con le loro valigie pesantissime di pelle e chiamarono me per portarle nel taxi che aspettava fuori. Presi la prima e attraversai il binario n.7, ma sfortunatamente inciampai, facendo cadere la valigia, che si aprì. Sedendomi sulle rotaie, cominciai a raccogliere i fogli, indisturbato, ed assolutamente indifferente alla campanella che segnalava l’arrivo dell’Espresso delle 23.29. Continuavo a starmene lì, e leggevo quella strana pubblicità che avevo in mano: “C’è un particolare aspetto di voi che volete salvare dopo la vostra morte? Con la nostra ditta potete farlo! Se davanti all’oscura signora con la falce, cominciate a pensare intensamente alla cosa che più di voi amate, tornerete ogni giorno alla vita solo per lei!”...Cominciai a pensare alla musica, l’unico amore della mia vita. Come vedi, non ho una famiglia, sono povero, il mio monolocale sta cadendo a pezzi...l’unica cosa che davvero volevo salvare era la mia voce. Ed è stato, appunto, questo il mio ragionamento, quella sera, inconsapevole del fatto che l’Espresso era alle mie spalle...-
Cominciavo a capire.
-Quando mi svegliai, ero a casa mia, nel mio letto. Ricordavo chiaramente di essere morto, ma nello specchio vedevo un me stesso vivo! Sotto la porta di casa era stata infilata una lettera: “Gentile Cliente, La ringraziamo per aver scelto la nostra compagnia. Vorremo ora informarLa delle clausole a cui Lei è andato incontro:
1. ogni notte Lei morirà
2. ogni mattino Lei tornerà alla vita
3. ogni sera, prima di morire, Lei farà l’unica cosa di sé che aveva desiderato salvare”...Capisci ora?-
“Certo che capisco” pensai “Quest’uomo ha deciso di sacrificare il suo riposo eterno per la musica: ritorna alla vita e muore ogni giorno solo per lei!”. Scappai e non lo vidi mai più.
Ero un giornalista del “Medley News” e amo quelle sette note che compongono l’universo musicale alla follia, ma a casa ci sono mia moglie e mio figlio: loro sono la mia vita. Ed alla notizia che c’era qualcuno che potesse scegliere di “vivere” a quel modo solo per cantare, una paura folle mi assalì e mollai il mio lavoro.
Miei lettori, continuo a rivolgermi a voi, anche se questo mio racconto non verrà mai pubblicato, per mia stessa volontà: avete di certo capito per quale motivo dissi di aver commesso alcuni errori in quel mio ultimo articolo, anch’esso mai apparso su una qualsivoglia rivista.
Scrissi “Vive in un monolocale nei pressi della stazione ferroviaria...”, ma, forse, avrei dovuto scrivere “Vive, e muore, in un monolocale nei pressi della stazione ferroviaria...”.
