Iter ad tempus futurum - di Valeria Cotza
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 21/01/2009 alle ore 09:35:50
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Lo vedeva seduto lì, vicino alla porta, tutto rannicchiato su se stesso e intimidito dall’ambiente; scrutava con attenzione ogni angolo dell’aula, aggrottava le sopracciglia, e di tanto in tanto scuoteva i riccioli castani borbottando incuriosito qualche parola. Gli studenti fissavano esterrefatti quello strano ragazzo di circa trent’anni; alcuni ridacchiavano sottovoce, altri lo motteggiavano. Come biasimarli? Chiunque avrebbe riso se si fosse trovato dinnanzi un così singolare personaggio, avvolto in una grossa tunica bianca dalle pieghe pesanti e con ai piedi solo un paio di miseri sandali di cuoio!
Oramai aveva perduto completamente l’attenzione da arte della classe, che sempre più entusiasmata dalla presenza del nuovo arrivato non si concentrava più sulla letteratura latina. Rivolgendo feroci sguardi a colui che inconsapevolmente aveva distratto gli studenti in modo così magistrale, decise allora di terminare un quarto d’ora prima la propria lezione.
Il professore di latino, chiudendo sconsolato i libri, dichiarò quindi che per quel giorno la lezione era conclusa. Detto ciò, rimase seduto aspettando che la folla fluisse dall’aula; altrettanto fece il ragazzo seduto vicino alla porta.
Quelle persone utilizzavano un linguaggio stravagante, di cui non aveva mai sentito parlare nel corso dei suoi lunghi anni di studio; eppure aveva imparato la grammatica, la filosofia, la retorica. Tenevano in mano oggetti affusolati e trasparenti dei quali si servivano per scrivere; con altri, più tozzi e di diverse tinte, tracciavano strisce colorate sulla carta. Po le scarpe, i vestiti, i capelli, di quella gente! Prima di giungere nell’aula aveva osservato per lungo tempo e minuziosamente gli strani "mores" del popolo sconosciuto; non era riuscito, però, a darsi della risposte.
L’unica certezza - cioè l’unica cosa che era stata in grado di comprendere – riguardava l’argomento che l’uomo dietro la cattedra, gesticolando e alzando la voce, aveva cercato di trattare: la spiegazione delle sue poesie. Infatti, nonostante facesse i commenti in quella lingua "exstranea", aveva pronunciato il soave nome di Lesbia e il soprannome del suo nemico insignificante, Mentula. "Huc est mens deducta tua, mea Lesbia..." oppure "Mentula habet instar triginta..." non erano forse suoi questi versi?
Quell’uomo interpretava i suoi carmi in modo alquanto bizzarro. Avanzava supposizioni, rifletteva sconcertato, infine proponeva molteplici soluzioni al problema; associava un nome a ogni cosa - pareva quasi incredibile quante definizioni riuscisse ad inventare!- e fiero declamava i suoi versi (con un registro metrico decisamente ambiguo). Molti personaggi, a cui il professore rivolgeva particolare attenzione, non erano mai stati da lui incontrati.
Inoltre, perché quelle persone si premuravano tanto di studiare i suoi componimenti? Essi erano stati vietati nelle scuole per eccessiva volgarità.
“Chi sei?” gli chiese il professore, senza nemmeno salutarlo, una volta rimasti soli nell’aula.
Alzatosi dalla sedia, timidamente rispose:
“Ego sum Catullus”
Catullo si complimentò segretamente con se stesso, per aver correttamente inteso e risposto a quella domanda formulata nella lingua "exstranea".
Gli occhi del professore s’illuminarono repentinamente; poi, bagnati, iniziarono a brillare. Prima sommessamente, dopo a bocca larga, rise per esplodere infine in una sonora risata che lo portò fino alle lacrime. Mentr’egli si divertiva, Catullo, che si sentiva sempre più solo, si dispiaceva.
Era giunto nella città di Roma poco più di un’ora addietro. Sbattuto nel frastuono delle automobili, soffocato dall’aria malsana, stordito dalla rapidità con cui la gente si muoveva intorno a lui, lanciò subito un grido di totale smarrimento. Come era arrivato in quel luogo tanto lontano dalla magnificenza della sua "Urbs"? Ricordava solamente il suo corpo stanco, ormai prossimo alla fine, adagiato sul lettino accanto all’amata in lacrime...
La braccia, le gambe, il petto: quasi tutto di quelle donne era allo scoperto. Come potevano i loro "coniuges" tollerare una simile ingiuria? Le avrebbero picchiate, ripudiate; tali parti del corpo non devono essere mostrate in pubblico: non si addice a donne oneste ed onorevoli. Solo in privato, dimenticato il patto matrimoniale che le lega, esse possono scoprire e lasciare andare il loro corpo al vero amore, come aveva fatto in passato la sua Lesbia.
E quei bambini! Li vedeva in braccio alle madri, poi ai padri, oppure portati avanti in grosse culle imbottite munite di piccole ruote. Essi erano accontentati in ogni loro capriccio e i "parentes" asciugavano con foga le loro lacrime prodigandosi in una moltitudine di dolci parolette. Sarebbero cresciuti deboli.
Trascinandosi come un vagabondo per la città, si era imbattuto in molte cose curiose: un gigantesco edificio in pietra a tratti distrutto a cui davano nome “Colosseo”, un’altissima colonna in mezzo ad una piazza raffigurante scena di guerra, rovine di un vecchio mercato che doveva esser stato fiorente. Rumorosi uccelli che lasciavano una bianca scia lassù nel cielo, carri senza cavalli che sfrecciavano su un lastricato senza pietre, scatole parlanti con imprigionate all’interno diverse persone: tutto ciò era per lui singolare, assordante. Eppure, in quella città, qualcosa gli era famigliare.
Smarrito, era entrato infine all’Università.
Catullo si ostinava a non parlare italiano; il professore, allora, pressato dalle sue continue richieste, dovette rispondere alle domande in lingua latina, operazione per lui ardua, quasi impossibile. Tuttavia, non senza ridere di quando in quando, riuscì a formulare delle frasi corrette e a farsi comprendere. Lo scrittore latino per poco non svenne.
Il tempo del gioco era ormai terminato: il professore cacciò Catullo in modo sgarbato, ripromettendosi che non si sarebbe mai più lasciato fuorviare da simili personaggi. Nonostante si fosse nel periodo di Carnevale, travestimenti e scherzi di quel genere non potevano essere tollerati e non erano accettabili.
Passeggiava per le vie della città atterrito, umiliato, beffeggiato. Quel viaggio, che lo aveva condotto nel futuro, in una città che non gli apparteneva nonostante mantenesse lo stesso nome, doveva essere un sogno. Per forza.
Sua unica speranza era l’aiuto degli dei. Venere, alla quale si era rivolto più volte affinché intercedesse per lui presso Lesbia, lo avrebbe accarezzato benignamente anche in quest’occasione.
Una scritta latina contenente la parola "deus" invitò Catullo ad entrare in una piccola Chiesa, posta all’angolo di una strada; qui, avrebbe fatto i suoi voti e avrebbe giurato eterna riconoscenza.
Un crocifisso, sul quale era appeso per le mani e per le gambe un uomo smunto, troneggiava al di sopra di un grazioso altare, su cui non venivano sacrificati animali, ma capeggiava una coppa di vino; tutt’intorno, panche, candele, statue con le braccia aperte in segno di benevolenza. Regnava un’atmosfera solenne, cupa, malinconica.
Gli dei sapevano essere vendicativi, crudeli, talvolta spietati. Venere, però, risplendeva di bellezza e vanità; Giove, noncurante di Giunone, rincorreva seducenti contadinotte; Bacco, dedito al vino, si ubriacava e si godeva la vita. Dov’erano l’allegria e la spensieratezza? L’aria tetra lo opprimeva. Il culto degli dei era stato superato come se la loro religione non fosse stata nient’altro che una moda di cui gli individui si annoiano?
Catullo uscì correndo dalla Chiesa: desiderava tornare alla realtà! Trasse dalla tunica un foglio di papiro e, utilizzando uno di quegli che il popolo sconosciuto chiamava “penna”, cominciò a creare un nuovo, originale, carme. Seduto su una panchina, all’ombra di un alto albero verde, dedicandosi a ciò che aveva condizionato tutta la sua esistenza, si tranquillizzò.
Improvvisamente, quando un solo verso mancava alla conclusione del componimento, Catullo scomparve; sparì nel nulla, nell’atto della creazione, magicamente.
Nello stesso momento in cui Catullo, nel XXI secolo, si accingeva a scrivere l’ultimo verso, un mesto corteo di amici e parenti procedeva quello stesso albero per rendere omaggio al poeta latino morto prematuramente; e le persone avrebbero visto quel corteo se solo esso non fosse avvenuto più di cinquant’anni prima la nascita di Cristo.
Catullo aveva esalato l’ultimo respiro adagiato sul lettino, accanto all’amata in lacrime; nel medesimo istante di più di duemila anni dopo, un professore dell’Università di Roma spiegava ai suoi studenti le date probabili in cui poteva esser morto il celebre poeta. Come il docente aveva avuto la facoltà, esclusivamente grazie al suono delle sue parole, di chiamare il corpo di Catullo ai suoi giorni, ora il funerale reclamava prepotentemente il defunto, sottraendolo al futuro inconoscibile e riportandolo al suo presente.
Il foglio di papiro era rimasto lì, sotto il fresco delle verdi foglie; preziosa opera d’arte incompiuta, esso fu raccolto da un ragazzo di passaggio, di circa vent’anni. Egli lo rigirò tra le mani, si stupì della forma singolare della pagina, e lesse rapidamente ciò che vi era scritto. Sbigottito, dovette presto constatare che la poesia era stata scritta in lingua latina; sorrise debolmente come per schernire l’immaginario autore e stracciò il foglio.
Il carme che avrebbe potuto dare avvio al dibattito più acceso e originale di tutta la storia della letteratura (nonché a nuove eccessive o errate interpretazioni) e che avrebbe certamente mutato la classica visione del tempo, finì invece sul fondo di un cassonetto della spazzatura. L’ignoranza spinge gli uomini a calpestare la cultura, tanto più quanto essa è lontana e diversa dalla loro.
