Is this the end? - di Tersicore
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 15/03/2011 alle ore 18:02:26
L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.
Non ho un progetto iniziale, ho solo voglia di trasmettere quello che inizia qui, passa attraverso i miei occhi e arriva a voi. Sarò il vostro filtro, pertanto mi scuso in anticipo per non riuscire ad essere obiettiva!
Primo giorno 21 gennaio 2011
Oggi è stata una giornata piena e assolata.
Ci siamo alzati alle 11 piuttosto provati a causa delle precedenti 19 ore di viaggio...Insomma una volta alzati siamo subito andati a noleggiare una macchina, una sorta di toyota stile anni 80 bianca, con le marce (quattro!), guida a destra naturalmente...un sacco di soldi di caparra, perché immagino non abbiano avuto molta fiducia.
Dopo esserci persi per buona parte di Capetown, siamo riusciti a raggiungere una spiaggia a dir poco meravigliosa, con dei massi bianchi immensi, sabbia bianchissima e acqua talmente gelida da far male alle ossa. Alzando lo sguardo vedevamo le mega-villette con i ricconi affacciati ai loro bianchi balconi con piscina, i quali parlavano al telefono...balbettando cose per me incomprensibili.
Il sole era quasi insopportabile così come la temperatura dell’oceano...direi rassodante ! Dopo aver notato come gli addominali e il “fisicatismo” vadano qui tanto di moda (anche se due romani come noi non dovrebbero poi tanto stupirsi conoscendo i soggetti che si esibiscono gratuitamente ogni estate a Fregene...), ci siamo rimuniti della nostra space-toyota e ci siamo avviati verso un quartiere chiamato Clifton e poi verso Camps Bay beach, che sembrerebbe Orange County guardando verso sinistra e Detroit osservando la parte opposta.
Notato però l’abisso che divide i due lati della strada, penso che personalmente mi divertirei molto di più a destra: a destra c’è della musica che fa girare il sangue nonché accapponare la pelle. A sinistra invece solo pelli bianche come il bianco degli ospedali e dell’uovo sodo, lentiggini, e facce un pò presuntuosette.
Fatta una bella spesetta alla Despar sudafricana, ci siamo riavviati verso il nostro meraviglioso hotel (non senza esserci persi un’altra volta ! Penso che se avessero appeso una telecamera sulla strada che abbiamo percorso circa 4 volte sia in un senso sia nell’altro, si sarebbero fatti un sacco di risate. Ancora più risate quando avrebbero visto che abbiamo preso una strada contromano. Noi avremmo riso meno).
Una sana doccia, di quelle che ti mettono ben in risalto l’abbronzatura che nel mio caso riguardava in modo specifico il braccio sinistro esposto al sole della macchina, e poi tutti al porto, o meglio a Waterfront.
Si è alzato un vento niente male, ma questo non ci ha impedito di mangiarci del buon pesce fritto e di berci una birretta in una simpaticissima birreria con musica dal vivo e gente che ballava con il sedere e il bacino e ti metteva voglia di muoverti con il solo guardarli.
Lollo forse non si sarebbe limitato al solo sguardo.
Ed ora eccoci qui in albergo a fare il piano organizzativo per domani.
Beh che dire. Per ora riesco ad avere una visione molto alienata, impersonale. Ho vissuto già un paio di episodi che mi hanno indotto a riflettere (dubitando) su quanto qui i neri e i bianchi siano realmente dei sereni inquilini.
O meglio, sereni sicuramente si, felicissimi di questa convivenza non so.
A giudicare dagli immensi saloni di Aston Martin, Audi e via dicendo, e dalla palese povertà che attraversa quello che io e Lollo chiamiamo il “Bronx” che ospita il nostro albergo, ho dei dubbi a pensare all’esistenza di un ceto medio.
Ho anche numerosi dubbi circa la possibilità di affermazione per una persona come me, appartenente a detto ceto, o, per meglio dire, al ceto basso.
Credo che la pelle bianca qui implichi necessariamente l’essere ricco.
Ma non credo allo stesso modo che la nera sia determinante lo stato di indigenza. E’ il bianco-povero che non immagino.
Magari mi sbaglio, chissà. Sono solo al primo giorno e già partono questi meccanismi mentali. Mi devo calmare.
Adesso Buonanotte, la luna qui è immensa, ti cade sul naso.
Osservazioni un pò più personali.
E’ sparita buona parte della malinconia. Forse perché l’aeroporto ti attacca una tristezza infinita e finchè non rimetti piedi sulla terraferma ti rimane attaccata.
Mi mancano loro, mi mancano le mura di casa mia, mi manca Dafne.
Ma il cielo africano ti riempie sul serio, non finisce, non ci sono palazzi che ti interrompono lo sguardo e che lo bucano. Vedi tutto e anche molto oltre. L’aria che respiri sa di libertà, forse perché non vivo qui, chissà. E’ tutto più leggero, anche i clacson delle macchine non appesantiscono l’aria, ma il loro rumore si disperde subito. I fischi delle persone che si chiamano per strada non sono fastidiosi, ma creano ritmo e musica insieme ai beep-beep delle auto.
Sì insomma, sarà che non sopportavo più le situazioni pesanti che si creavano nelle nostre strade, ma qui giri lo sguardo e vedi il mondo.
La gente ha il sorriso sempre, bianco e gratis. Lo mantiene anche se non gli dai l’elemosina che ti chiede. Un vecchio oggi ci ha chiesto soldi e non glieli abbiamo dati, lui continuava ad avere quegli occhi blu cerulei, che non finivano più, ci ha sorriso e stretto la mano. Poi se n’è andato e ci ha provato con qualcun altro.
Bah, che dire. Forse sono di parte e un pò prevenuta, forse tra un mese cambierò idea e mi tornerà a noi tutto questo.
Vivremo e sapremo.
Adesso con il profumo dell’acqua salata nel naso me ne vado a dormire.
Siamo al 24 gennaio.
A dire la verità abbiamo gli occhi pieni di colori e profumi, non ci sono parole adatte per descrivere quello che ho visto.
La natura va oltre tutto quello che potevo essermi immaginata.
In particolare qui dove siamo noi: esiste un perfetto mix di mare, montagna e campagna. Le montagne muoiono tutte a strapiombo nell’oceano che, ad ogni onda, sembra scavarle sempre più. Le montagne sembrano dei giganti che però, al contrario di alcune, non ti sovrastano mai perché sono circondate da un cielo che è di un azzurro particolarissimo, non incombe, mai.
L’oceano è infinito e sembri quasi percepire la rotondità della terra se continui a guardare fisso un punto all’orizzonte. E’ una sensazione davvero unica.
Campagne sconfinate attendono dietro le montagne e ospitano vigneti che catturano ogni minimo raggio di sole filtrato anche attraverso gli alberi.
Ecco: il sole.
Qui il sole non è come il nostro. Oltre al fatto che non guardi mai in cielo perché la luce ti abbaglia, puoi solo immaginare. E io me lo immagino enorme. Anche perché ti riempie gli occhi sempre, fino al tramonto; la sua luce non diventa mai fioca, ma è sempre bollente.
A dire la verità non è fastidioso, bensì è caldo, nel senso che ti conforta sempre, è di compagnia, come se ti guidasse ad ogni passo.
La città invece, non è molto viva, anzi. Alle 22 chiude tutto, non c’è vita notturna come da noi; la vera vita si sviluppa durante la giornata e attraversa le strade, i mercati che pullulano di voci, fischi e musiche accattivanti.
Musiche composte solo di voci, bonghi e minuscoli fischietti che riescono a farti muovere subito, a prendere il ritmo senza nemmeno rendertene conto.
I bianchi non sembrano ben integrati.
Non sembrano nemmeno desiderare un’integrazione. Almeno dal poco che abbiamo visto.
Le vite sono piuttosto separate, anche perché percorrendo anche una delle tantissime strade da una parte si notano ville indescrivibili e dall’altra cantieri i cui lavoratori sono SOLO neri. 40° alle 14. Lavorano per 10 ore al giorno.
I bianchi se ne stanno nelle loro terrazze mega galattiche con i loro cocktail, la loro piscina, i loro figli, le loro Aston Martyn/Audi/Ferrari/Bentley...
Insomma, se fossi un nero non la vorrei nemmeno io l’integrazione!
Comunque direi che ho visto ancora poco per dare un giudizio così avventato, però questa è la mia prima impressione.
Penso a Roma spesso, penso alle differenze. Penso che mi mancano tante cose oltre, naturalmente, tante persone.
Penso anche che qui ti sorridono, ti ringraziano sempre.
E’ difficile da spiegare a parole, perché sembra essere una concezione radicalmente opposta. E direi che forse noi potremmo calarci in questo loro sistema, ma mai potrà avvenire il contrario.
Qui ogni giorno è davvero un regalo di Dio (e proprio di Dio dato l’elevatissimo numero di chiese che ci stanno, che, per altro, sembrano palazzi ultra moderni). Difficile che quando incroci qualcuno non incroci anche il suo sguardo. Mentre da noi, ricordo che le persone negli occhi non le guardi quasi mai.
E se vedeste i cantanti di strada. Sono degli artisti veri, hanno una voce fenomenale. Altro che Amici o X factor !
Questi signori o questi gruppi con tanto di bambini, hanno un dono e lo regalano a chi passa per strada e io vi giuro che fanno venire i brividi. Sono scalzi, vestiti di tuniche colorate, truccati secondo la loro cultura e cantano, suonando strumenti a prima vista di poca portanza, ma quando li agitano diventano ritmo che ti sconquassa le membra!
Ci sono tantissime persone che chiedono l’elemosina, tu magari dici loro di no, che non hai spicci anche se non è mai vero, ma magari l’hai appena fatta a qualcuno poco prima. Beh colui a cui neghi magari 4 Ran, che non è nemmeno un euro per intenderci, ti sorride, ti ringrazia, ti saluta e se ne va.
E’ così che va qui.
E non va mica tanto male.
Ebbene oggi è il 25 gennaio;
ho iniziato a vedere l’Africa che immaginavo.
Oggi abbiamo fatto un safari-fai-da-te e ci siamo avventurati nel Weast Coast Natural Riserve, o una cosa del genere. Ebbene dopo aver guidato per più di un’ora lungo una strada che sembrava davvero non finire più, o almeno sembrava come quella del Truman Show (tipo che alla fine bucavamo il cielo di carta), siamo giunti a destinazione.
Fantastico a dir poco. Ancora più fantastico il fatto che costasse solo 4 euro a persona l’ingresso. Dunque siamo entrati con la nostra turbo-tazz bianca (la famosa toyota a 4 marce) e ci siamo inerpicati per l’unica strada esistente all’interno di questa riserva alla ricerca disperata di qualche animale da immortalare, perché in quei momenti ti senti molto Mr. National Geographic in persona.
Ad ogni modo cammina cammina le uniche specie davvero eccitanti che siamo riusciti a vedere sono stati i falchi, ma non falchi normali abruzzesi, no ! Falchi dall’apertura alare davvero immensa che volteggiavano sulle loro prede (immagino sfortunati serpentelli che tentavano di carpire tutto il calore del famigerato sole di cui vi ho parlato che oggi era particolarmente potente).
Inoltre lungo la nostra strada ci siamo imbattuti in una tartarughina di terra, non proprio piccola come ve la immaginate voi.
Di fronte a tale situazione (sapendo che questi animali sono noti per la loro lentezza), ci siamo presi tutto il tempo necessario per cambiare l’obiettivo; nel frattempo l’astuto animaletto ha iniziato letteralmente a “piottare” e quindi, con la destrezza di un vero National-geographic-reporter, abbiamo sveltito tutte le azioni da veri professionisti e abbiamo immortalato quella corazza verde tutta bella rotondetta e tenerella. (In realtà dura più del marmo).
Emozionata (forse eccessivamente) da questo fortuito incontro, mi sono addirittura seduta sullo sportello con tutto il busto di fuori in cerca di qualche altra specie da catturare.
Ed ecco gli struzzi. Che, per altro, devono avermi preso per una pazza fomentata.
Davvero tanti struzzi che marciavano lungo la nostra strada come carovane circensi, senza la minima intenzione di spostarsi.
Comunque al termine di tale percorso, siamo finalmente giunti in una delle baie più meravigliose (perdonate l’inesattezza sintattica) che io abbia mai anche solo potuto immaginare.
La prima immagine che mi è venuta in mente è stato un paesaggio completamente primitivo, mi sembrava di essere tornata al paleolitico pur non essendoci mai vissuta.
Questa sterminata campagna che avevamo attraversato per kilometri, caratterizzata da vegetazione completamente secca, alberi aridissimi, erba alta e priva d’acqua, costeggiava a sinistra l’oceano con dune di sabbia chiara che andavano a incontro ad onde davvero poco invitanti, mentre a destra si apriva ai nostri occhi una baia di un colore che ho scoperto per la prima volta oggi: il color Puffo, venato di turchese, ma il turchese vero, quello delle pietre serie!
Ecco immaginatevelo in acqua. Una baia metà acqua metà isolotti di sabbia, talmente morbida che sembravano sabbie mobili. I piedi massaggiati da questa polvere bianca, gli occhi completamente rigenerati alla vista del nulla e del tutto.
C’eravamo solo noi, e dei gabbiani che si mangiavano una razza.
Un quadro di Monet non avrebbe reso l’idea. Non credo di riuscire neanche io a renderla adesso. La natura a volte ha un potere terapeutico, influenza la mente, la fa rinascere, la idrata.
E l’unico pensiero che aleggiava nella mia mente era quello di riempirmi gli occhi fino alla saturazione di tutti quei colori e rumori, di quel vuoto e di quell’universale che sapevo non avrei mai rivisto in nessun altro luogo.
Quando ti trovi in un posto del genere ti senti padrone dell’aria e nel momento stesso in cui senti questa padronanza senti anche la fragilità di ciò che ti sta intorno: senti che sei entrato a far parte di un equilibrio che dipende anche da te. In assenza di cartelli e di regole, ti senti responsabile di quel paradiso, sai che devi rispettarlo e onorarlo. Non faresti mai nulla per danneggiarlo perché acquisisci sempre più la consapevolezza di quanto possa valere e di quanto raro sia.
Ripeto, non mi sarei stupita a vedere dei dinosauri. Non c’erano case per migliaia di kilometri, nessun segno di vita umana. Questo lo rendeva a dir poco ammaliante.
In realtà non siamo padroni proprio di niente.
La verità è che siamo minuscoli esseri in balia di questa natura madre che ci ospita per un motivo imprecisato. Ci da la possibilità di vivere tutto questo, ci da anche la possibilità di distruggerlo, così come ci dà modo di rispettarlo.
Dobbiamo venerarlo. Perché non ci rendiamo mai conto a sufficienza dell’opportunità che abbiamo di vivere, osservare, di fotografare. Avete mai pensato al perché fotografiamo la natura ? Perché la natura è vita, ed è qualcosa di meraviglioso, degna di essere immortalata nei nostri ricordi per renderli spettacolari.
Non siamo noi i potenti.
E’ lei la madre di tutto.
E quaggiù la senti, oltre che vederla: la respiri davvero fino all’ultimo sorso!
26 gennaio 2011
Compleanno di Lorenzo.
Vorrei che non fosse pubblico questo diario, ma ormai lo è e quindi ci possiamo fare poco.
Oggi è la giornata della malinconia e forse anche un pò dello scoraggiamento. Almeno per quanto riguarda me.
Non c’è lavoro, è sempre più difficile ottenere un permesso se non come compagna convivente di Lorenzo, ovviamente dipendente da lui. Ed è proprio una possibilità che non voglio prendere in considerazione.
Tutto fantastico, la vita, le macchina, la benzina costa poco, il cibo non ne parliamo nemmeno, però manca qualcosa non so.
Quello che c’è qui, sembra comunque volersi chiudere dopo il nostro passaggio come un sipario di un teatro che tu attraversi: lo guardi, ti fai emozionare, ti lasci trascinare nella trans dello spettacolo che ti offre, ma poi il sipario si chiude.
Probabilmente questo è anche giusto. Probabilmente questo è il mondo.
Per questo motivo si nasce in un posto e, solitamente, ci si rimane a vivere.
Io sto osando, ci sto provando. Perché il posto in cui ho vissuto non mi ha mai promesso un futuro, una prospettiva genuina per gli anni che verranno. Ho osato perché ho pensato di non voler far crescere mio figlio in quella società di “magnaccioni” per davvero, di raccomandati e di politicanti secolari che sanno solo chiacchierare. Ho osato per davvero tante ragioni.
Mi rendo conto però che ci sono cose a cui ora penso non solo con nostalgia, ma proprio con il desiderio di riviverle perché le sento quasi indispensabili.
Non mi arrenderò certo a queste prima piccole malinconiche riflessioni, lo so che è normale. Non mi mostrerò capricciosa e immatura di fronte a questa situazione, so che a 23 anni è umano che pensi a cosa hai lasciato e cosa potresti lasciare. Rifletto solo su quanto importanti siano quelli che chiamavo “fastidi”, su quanto importante, A VOLTE, fosse il traffico di Roma con la mia migliore amica in macchina a cuocerci a luglio solo per raggiungere una spiaggia orrenda e inondata di gente poco elegante. Di quanto fosse divertente tutto questo, solo ora che non c’è.
Penso che so quello che ho lasciato; mi rendo conto che tutti quelli che vivono qui non erano felici oppure erano soli. E io non mi rispecchio in nessuna di queste due situazioni. Anzi. Sono stra felice!
Sono felice anche di avere questi pensieri ogni tanto, perché significa che mi sono portata dietro un pò di tutti voi, che siete tutte persone che si fanno sentire quando non ci sono. E, infine, si vede che mancate e che io provo emozioni ! E non sono uno robot, per bacco!! ! Come a volte mi piace credere.
Nulla toglie il fatto che mi trovo nel paradiso che sogno da quando mia nonna mi fece vedere “la mia Africa” e che qui, quando ti batte il cuore, ti batte per davvero, prende e parte da solo senza che tu lo controlli.
Provo, in minima parte a condividere anche se so che è impossibile regalarvi quello di cui io ora sto godendo.
L’universo è qui.
A volte mi sembra erroneamente che tutte le energie del mondo siano concentrate in questo posto; per essere più precisa, ho la netta sensazione di essere trascinata da un’onda davvero alta che, invece di portarmi giù in fondo al mare, mi solleva e mi permette di osservare tutto ciò che c’è intorno. Ecco.
Questo viaggio potrei paragonarlo al giro su di un’onda. Non credo di aver mai provato questa sensazione.
Ma tornando al discorso “energia”, a volte penso che è come se i riflettori del grande set-universo, siano puntati si questo posto. O forse è più qualcosa che desidererei.
E’ curioso notare come per moltissimi aspetti l’essere il terzo mondo sia qualcosa di palpabile.
E’ altrettanto curioso, al contrario, rendersi conto (e stupirsi purtroppo) di come qui, la civiltà sia una normalissima prerogativa e che sia propria di ogni cittadino.
Vi sono un’innumerevole quantità di chiese delle più diverse confessioni religiose, dal protestantesimo al cattolicesimo metodista (che detto tra noi non ho la minima idea di cosa sia), e, oltre ad essere tutte fornitissime di ultramoderni sistemi di allarme (come ogni abitazione del resto), convivono, talvolta, l’una vicino all’altra.
Quindi lo spettacolo che si presenta, oltre alla bellezza architettonica di questi deliziosi edifici, è una serie di “arterie” formate da persone di diversa cultura, che si diramano freneticamente per le strade, per onorare il loro dio. Una volta terminata la messa o la preghiera, centinaia di persone si dirigono al mercato, magari insieme magari no, e via di seguito.
Oggi abbiamo visitato uno dei mercati più famosi di Capetown, il mercato che si tiene in una vecchia fabbrica di biscotti (già solo questo elemento risulta molto inglesoide...) nel quartiere dove viviamo noi, ossia Woodstock.
Ecco, lasciatemi spendere due parole su questo posto.
Avete presente quelle strade che si vedono nei film americani, in cui vivono solo neri con le canottiere, in cui sono famosi i bar e i locali in cui di certo non si vendono caffè e cornetti, dove di bianco ci sono solo le strisce dipinte sull’asfalto ? Ecco riassumendo proprio ai minimi termini, Woodstock è così. Ha un fascino, a mio parere, sui generis. Di giorno è piuttosto frenetico come luogo, seppur sempre poco consigliabile - ci hanno detto.
La notte quasi rotolano le famose balle di fieno, anche se qui non si tratta di fieno, ma di buste di plastica volanti (credo sia uno dei pochissimi quartieri in cui le strade non vengono lavate ogni giorno e non ci sono netturbini ogni 100 metri; eh sì, perché anche se sarà una lunga parentesi, mi sono completamente dimenticata di dirvi che qui le strade le lavano ogni notte, ma proprio con l’acqua e tutti i macchinari del caso. Inoltre durante il giorno ci sono gli addetti ai lavori che in qualsiasi posto, dai luoghi esterni a quelli interni, puliscono a fondo e costantemente).
Comunque, a scanso di equivoci, noi di notte mettiamo le sicure quando siamo in macchina e cerchiamo di non lanciare sguardi provocatori. (Cosa che cerchiamo di evitare un pò ovunque).
Quindi, tornando al principio, il sabato mattina qui ha luogo questo mercato che ci è stato caldamente consigliato come tappa vitale perché quasi caratteristica di questa città.
Si rende necessario premettere che l’organizzazione del mercato è una vera chicca.
Ossia struttura di legno bianco, con canzonette francesi e dei Beach Boys di sottofondo, banchi di dolciumi che sembrano cartoni animanti da quanto sono colorati e perfetti, succhi di frutta e frullati prodotti al momento, cibi di ogni genere e specie, tutto curato nei minimi dettagli.
Dall’ala opposta del mercato, invece, si trovano oggetti d’arredo, d’abbigliamento e tutto l’immaginabile, molto stile classico-british, roba di pelle che di vintage, però, ha ben poco, abitini alla Meryl Streep, anche se più costosi dei suoi, scarpe di capretto fatte a mano, cappelli, borse, insomma una varietà infinita di roba.
Peccato che di caratteristico ci fosse ben poco. Tutto fantastico per carità, senza nulla togliere ai titolari dei banchetti deliziosi che ho visto.
Ciò che avevo in mente, però, era fare qualche regaletto che avesse a che fare con il contesto del posto, non so, orecchini di legno, foulard colorati, cose del genere ecco.
Invece in quel mercato c’erano solo bianchi stamattina. Ma credo che sia così ogni sabato mattina.
Insomma, facoltosi portafogli che si aprono per acquistare ogni genere di chincaglieria.
Poi sono uscita, priva di acquisti naturalmente. Ed ecco di nuovo Woodstock, alle ore undici e mezzo del mattino. Non più succhi di frutta e variopinti frullati, bensì uomini con bottiglie di vino rosso o whisky in mano che urlavano a squarcia gola cose incomprensibili; ecco Woodstock ! Pensavo di essermela persa.
Bambini scalzi che chiedono l’elemosina, parcheggiatori che non sanno più come aiutare per guadagnare qualche centesimo, e pulirebbero persino i cerchioni delle ruote (ai semafori lo fanno).
Parallelamente a questo mondo, ci sono le signore che con i loro pacchi in mano, i loro sgargianti cappelli di paglia, e la loro chiacchiera very british, si scambiano informazioni su quanto squisita fosse quella fetta di torta. E proprio lì fuori, nella “nostra Woodstock”, questi due universi coesistono e si ignorano.
I bambini fra i piedi delle signore.
Ognuno ha gli occhi per sé. Che vuoi farci, è così.
Questa è la terra dove tutto è possibile.
Ieri sera andavo in macchina con la musica nelle orecchie, finestrini abbassati. L’aria era calda, piacevole, sapeva di sale e di estate. E io pensavo che mi sentivo libera e pensavo a quanto può essere indescrivibilmente bello anche solo pensare alla meraviglia della vita. E pensavo anche che è una delle prime volte che mi capita.
Dico io, ma vi rendete conto?
Ora non che io voglia fare la solita rompi balle moralista positivista, però insomma, fermiamoci un secondo!
Io penso che alla gran parte di queste persone, mi riferisco a quelli che trascorrono le loro notti sui marciapiedi a dormire o sotto i ponti con dei carretti con le ruote sui quali raccolgono tutto ciò che credono possa tornare loro utile (a partire dai mozziconi di sigaretta che finiscono di fumarsi); e quando penso che l’unica cosa che rimane loro è il sorriso e la positività, ripenso costantemente a noi, alla nostra società e a quanto spesso siamo davvero poco realisti.
L’altra sera mi sono emozionata sentendo una canzone e vedendo la città di notte e meravigliandomi dell’unicità dell’estate, come fosse stata la prima volta che vivevo veramente. E in realtà non stavo facendo proprio nulla di chissà quale importanza. Però per me sono stati minuti unici, come se fosse scattato un meccanismo che ha liberato tantissimi pensieri immobili nella mia testa. E a quel punto ho iniziato a pensare che fosse tutto possibile.
Ma tutto sul serio. E allora mi è venuto in mente che paradossalmente anche mio nonno che ha 86 anni potrebbe andare in giro con la maglietta di Kurt Cobain senza problemi. E che potrebbe farsi i capelli rosa. Non so perché è iniziata la catena dei pensieri di questo genere, il che è finito con una grande risata e con l’espressione spaesata di Lorenzo che ovviamente non capiva.
Che ci sarebbe di male ? Certo lui con la maglietta si metterebbe la cravatta senza dubbio.
Magari è tutta un’illusione solo perché sono in vacanza e la mia mente è liberissima di vagare in ogni angolo del mio instancabile cervellino.
Ad ogni modo, che roba !
Non c’è niente da fare, l’estate sa di libertà, l’Africa sa di tutto e ti si fissa negli occhi, non te la dimentichi, stai sicuro.
E due giorni fa, tanto per coronare tutte queste sensazioni di freedom, siamo andati a Robben Island, una horrible experience, come dicono le guide.
Capita spesso quando si visitano musei come quest’isola, che quando entri dentro le celle, nei cortili in cui i detenuti passavano le loro giornate a fabbricare le scarpe o a picconare le pietre nelle miniere (soltanto perché erano considerati oppositori politici neri), di sentire delle voci, o per lo meno, di immaginarle. Un pò di brividi ti vengono se ascolti (e MAGARI CAPISCI) le parole della guida.
Quando sul finire del tour la guida pronuncia quelle che furono le parole di Mandela in uno dei suoi discorsi da “ribelle”, in cui Madiba parla di un’unica nazione, senza differenze di lingua, pelle o religione, quando parla di fratellanza, di un gruppo solido che forma un unico soggetto e non tante entità diverse, ti sembra di sentirne la voce e di vedere tutti i prigionieri tornare da questo esilio pochi metri al largo di casa, ti si accappona la pelle.
Sembrava che il clima africano si fosse sintonizzato con il nostro umore: sul finire, infatti, ha iniziato a piovere a dirotto e il grigio del cielo, che poco prima lasciava spazio a qualche flebile capello di luce, si è chiuso completamente.
Questo però non ha minimamente demoralizzato le enormi foche che continuavano la loro pesca in mezzo al porto e con la pinna sembravano salutarci.
Arrivederci isola triste, arrivederci scogli irti e ostili, arrivederci grigio.
Eh si arrivederci.
Perché il giorno seguente invece, abbiamo intrapreso una delle più avventurose escursioni che qui si possono intraprendere, forse anche un pò banale come esperienza, ma sicuramente immancabile.
Ossia il safari.
Tanto per iniziare ci siamo imbarcati con la nostra tazzina nel bel mezzo del sud Africa senza dare minimamente retta alle guide locali che ci consigliavano di acquistare pacchetti completi di trasferimenti, colazioni, pernottamenti.
Niente.
Abbiamo fatto di testa nostra.
Ad ogni modo, il viaggio è durato circa tre ore. La strada sembrava srotolarsi sotto la nostra macchina, infinita e deserta; abbiamo valicato la grande catena montuosa che circonda la provincia del Capo e siamo giunti in vallate la cui estensione non sembrava avere fine; traboccavano vigneti colorati proprio come fossero giganteschi grappoli d’abbondante uva. Da lontano vedevo chiazze di colore, e pensavo a Monet. Tanto per fare la sofisticata. Monet non c’entrava niente. Non voglio peccare di arroganza, ma non credo che avrebbe potuto rendere quei colori.
Ed ecco sul ciglio della strada che alcuni uomini a piedi, vestiti con poco, offrivano dalle loro mani cesti di uva alle macchine che, come noi sfrecciavano ad alta velocità. La strada che stavamo percorrendo poteva essere una delle nostre autostrade basandoci sulla velocità dei veicoli che la percorrevano.
Ed ecco, sempre sul ciglio della strada, decine di bambini che probabilmente tornavano dalla scuola: infatti allungando un pò lo sguardo, le zone adiacenti alla strada ospitavano “case” costruite con enormi pezzi di lamiera, spesso arrugginita, fissata sui tetti con dei sassi.
Caprette sparse qua e là. Cani randagi e bambini che si divertivano con vecchi copertoni.
A voi lascio immaginare le sensazioni.
Completamente ammutoliti da questi scenari, abbiamo proseguito verso la riserva tanto agognata. E dopo circa un’altra ora, si è aperta una vallata immensa, proprio come quelle che si vedono nei documentari; una scena incredibile, di quelle che pensi sempre siano fatte a computer e invece nemmeno per idea.
Il cielo sembrava più piccolo del solito tanto riuscivi a vedere lontano. Sembrava quasi che finisse oltre le montagne che limitavano questa valle; di conseguenza tutte le nuvole della pioggia che avevamo incontrata durante il tragitto, si stagliavano grigie alle nostre spalle, bucherellate dai fili del sole che, prepotente s’imponeva permettendoci di gustarci tutto quello spettacolo.
Una volta entrati nella riserva e sbrigate le faccende burocratico-economiche (infatti non era previsto che dei turisti raggiungessero quel posto autonomamente, bensì si organizzavano dei pernottamenti in loco, con colazioni, visite etc etc; invece noi volevamo fare tutto e subito), abbiamo conosciuto la nostra guida, accompagnata da un signore palesemente non sobrio, e ci siamo seduti su questa specie di camionetta tutta aperta, alta, verde e roboante.
Esperienza, questa qui, che la nostra tazz non avrebbe mai potuto sopportare.
Insomma, per farla breve il tizio inizia a guidare spiegandoci tutte le varie caratteristiche della riserva, degli animali e quant’altro, quand’ecco che raggiungiamo un piccolo laghetto a cui si stavano abbeverando zebre, gnu e springbok (una sorta di gazzelle che sembrano dipinte a mano). Cari ragazzi, altro che droghe e alcol: adrenalina a duemila, dopo tanti anni che certe cose le vedi solo nel televisore di casa tua, quando ti rendi conto che la natura è realmente così favolosa, il cuore ti batte davvero come quando ti innamori.
Almeno il mio.
Altro giretto per i sentieri poco lineari (non solo per le buche, ma anche per l’alcol che aveva in corpo il guidatore), poi ecco la fortuna che ci viene incontro: un piccolo rinoceronte di soli 3 giorni, fa la sua entrata da dietro il sederone della madre (in realtà ben poco contenta di vederci): che buffo era ! Dietro questa amabile coppietta (meno amabile il corno della madre), zebre, gazzelle e gnu; già proprio come in National Geographic. Stanno tutti li insieme, convivono tranquillamente, bevono la stessa acqua e partecipavano al grande ciclo della vita, chi più chi meno.
Dopo gli elefanti, dai quali ci siamo tenuti un pò lontano, arriva lo spannung del safari, quello al quale forse preferisci droghe e alcol. Scherzo naturalmente.
Per prepararci per benino a tale incontro, la guida con il suo fedele autista ci fa scendere nel bel mezzo del parco e ci offre spumante a volontà. Il sole iniziava a farsi sentire sebbene si era alzata una brezza bollente che, come ci avevano spiegato, preannunciava pioggia. Infatti, guardando quel cielo che sembrava non più immenso, vedevamo in lontananza dei nuvoloni grigi e blu che avanzavano.
Dopo questa estatica bevuta nel bel mezzo della semi-savana, ci hanno portato dai famigerati reali felini. E in quel preciso istante in cui si profila la cosa, (nonché tutto il film della tua vita) tu pensi che l’autista si fermerà un pò prima, dal momento che i leoni da lontano sembrano piccolini, ma mentre ti avvicini assumono sempre più le loro reali sembianze che tutto hanno tranne che del “piccolino”. E invece no.
‘Sto matto è andato proprio accanto ad una leonessa che si stava tranquillamente riposando nel mezzo del sentiero, sempre sorvegliata dal branco poco distante. La guida continuava a ripeterci che sarebbe bastato un loro gesto con le mani per farli spaventare. Ma quando ti vedi dieci leoni che ti guardano male e stanno a meno di un metro e, soprattutto, dopo che la guida si raccomanda di guardarli sempre negli occhi ( a tutti e dieci?!) e non voltar loro mai le spalle, il discorso inizia a farsi impegnativo. A maggior ragione pensando che delle due guide una è sobria, l’altra no.
Noi non proprio curanti del fatto che fossero gli animali che dominavano tutta la catena alimentare (probabilmente aiutati anche dallo spumante), abbiamo iniziato a scattare decine di foto come se nulla fosse, come se quelli che avevamo davanti fossero peluches.
A riportarci sulla terra ferma è stata una leonessa che si stava non poco innervosendo, seguita dal raddrizzamento di orecchie del branco, e dal nostro abbassamento di cresta.
Ah ah ah. Che roba.
E quando ti ricapita di bere spumante e di andare subito dopo a vedere i leoni?
Ad ogni modo, siamo sopravissuti tutti e più felici che mai abbiamo terminato il giro con coccodrilli, facoceri e giraffe. In ultimo i ghepardi che, ahimè, venivano tenuti in una gabbia per una sorta di riabilitazione (così dicevano i responsabili del parco). Ghepardi che erano più dei gattoni domestici, nel senso che si lasciavano accarezzare, e ci leccavano le mani. Fantastica esperienza, per carità. Ma a pensarci bene una grande tristezza.
Così ho fatto anche questa; sembravo una bambina con il suo primo gelato. Non sapevo proprio frenare l’entusiasmo che stavo vivendo in quel momento, era qualcosa che sognavo da tanto tempo.
Questi colori non escono più dai miei occhi.
Un giorno di febbraio
Ebbene me ne sto andando.
Ho una tristezza nel cuore che è ingestibile, inconscia, sottile e devastante allo stesso tempo; me ne vado da questa terra sempre gravida di vita, da questa terra che è vita!
Mi consola, però, la sensazione che ho dentro: questo sarà un arrivederci, non un addio.
Sento che ho qualcosa dentro che prima non avevo, qualcosa che appartiene alla terra rossa, al suo oceano, ai suoi monti, al vento che c’è qui, alla sua gente.
Quello che sono stata io qui equivale ad una briciola in un mare di pani; ma quello che questo posto è stato per me ha un valore unico, insostituibile.
E adesso ritorno, esco dal palcoscenico di cui siamo protagonisti quando permettiamo alla natura di coinvolgerci nel suo turbinio quotidiano.
Ci ho creduto, ho sognato e ho osato.
Provare non danneggia nessuno, tutt’ora non credo di sentirmi sconfitta.
Mi sento amareggiata perché so che tornerò nella terra del sonno, che poi è anche la mia terra; lì dove tutti vivono in un tristissimo torpore, dove c’è gente sola che si avvicina vicendevolmente per non mostrarsi nella solitudine di cui è vittima costante. Torno lì dove ciò che domina è l’apparire, l’ostentare ricchezza materiale. Dove domina la necessità di trasgredire sempre, per mostrarsi capaci di tutto, dove è importante categorizzare le persone, selezionarle. Torno lì dove il dio denaro è il signore del tempo, dove il sorriso si paga, mentre la rabbia è sempre gratuita.
Me ne vado Madre della Terra. Qui, ormai lo so e non è più immaginazione, il meccanismo si ribalta; qui si vive, non c’è sonno, ma gli occhi della gente sono vivi, esprimono, emozionano, luccicano !
Qui la gente sola rimane sola, non ha bisogno di mostrarsi a nessuno, non c’è vergogna nel non essere sudditi del denaro. Qui non domina il grigio, ma il colore sempre!
Chi vive per apparire sta da una parte, mentre dall’altra stanno coloro che vivono per vivere, ogni giorno con il massimo dell’energia. I sorrisi non si pagano e la rabbia è sporadica ed effimera, sebbene qui sarebbe più motivata.
Qui si fa amicizia al supermercato e per strada, non ci sono barriere. Non ci sono lamenti per la sofferenza, anche quella è vita, cosa che ancora non molti comprendono. Qui si è felici perché il sole nasce e si è felici perché si arriva al suo tramonto.
Potrei continuare, ma mi fermo perché mi rendo conto di cosa lascio e di cosa troverò.
Ma questa è la vita e dato che forse qualcosa l’ho imparata, non devo lamentarmi, ma solo portare con onore e orgoglio il ricordo di questa Forza che sa di inizio e di fine, sa di uomo e di donna, di semplicità e di meraviglia, sa di un pancione enorme di una donna sempre in cinta, che è l’Africa.
18 febbraio 2011
Sono a Roma, nella mia minuscola stanza. Che poi non è nemmeno tanto piccola, ma ormai tutto mi sembra microscopico.
Da quando siamo tornati mi sento un soggetto passivo, sento che non prendo più parte al turbine che lì mi circondava, mi invitava e avvolgeva. Qui non c’è nessun turbine, non sento niente, l’aria è ferma così come sembrano ferme le persone, le macchine. Che sensazione orribile.
Sento lo squallore che prima immaginavo e che ora lo percepisco forte e chiaro.
La perdita. La vacuità; mi sento vuota adesso, nonostante la mia mente sia colma di ricordi unici ed irripetibili, sento solo una grande eco dentro di me. Ho una gran voglia di tornare là, ma so che devo mettermi in marcia verso la mia strada, che per il momento deve snodarsi qui. Un pò perché non sono assolutamente milionaria, un pò perché non ho le conoscenze giuste.
Che gran peccato.
