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Ironia della sorte - di Gianluca Sarraino

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 23/12/2007 alle ore 15:44:00

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 



“ ....era così litigioso nella vita di coppia che una volta andò a puttane e riuscì a litigare anche con lei.....”

Non dire gatto....

Si chiamava jane. L’avevo conosciuta in un bar alla fine della 6° di Abraham street, quella dove vendono i giornali usati a 30 centesimi il kilo.
Le avevo offerto un bellamy e avevo tirato fuori il mio centone. Era il mio giorno di paga, ma lei aveva pensato che io fossi un ricco ereditiero bohemienne o qualcosa del genere.
Eravamo tutti disperati li dentro, anche il proprietario, frank. Era un prestanome, era alcolizzato. Un giorno si trovava a corto di grana e suo cognato si prese la briga di presentargli uno strozzino che prestava soldi con interesse al 35%. Chiese 15000 bigliettoni. Voleva fare la scommessa della sua vita puntando su un cavallo drogato, solo che era una settimana che questo cazzo di cavallo correva drogato finche’ tirò le cuoia proprio venti metri dopo la partenza della gara della vita di frank.
Era disperato già allora. Ma trovò quel giorno lo strozzino di buon umore perché era il giorno del compleanno di suo figlio mike. Allora decise che anziché darlo in pasto ai suoi avvoltoi di allevamento, decise di affidargli il bar stiky. Sapeva che frank era alcolizzato, e decise di farlo soffrire facendolo lavorare li, dietro al bancone. Installò delle telecamere a circuito chiuso che riprendevano tutte le 14 ore di lavoro di frank. Appena frank si fosse azzardato a bere un goccio di qualsiasi cosa contenesse alcol, un sicario lo avrebbe fatto fuori all’istante.questi erano i patti.
Lo strozzino era un pazzo sadico e spesso si recava nella sala di controllo per tirarsi una sega su frank che sudava da matti mentre serviva alcol ai disperati di Abraham street.
Insomma questa storia circolava da un sacco, e io mentre ordinavo da bere, manco ci pensavi a frank, pensavi a dimenticare il lavoro di merda che facevi il giorno e alla troia di turno che si faceva scopare per 20 bigliettoni o per 5 drink forti.
Jane era nuova del posto, era stata sfregiata al viso dal suo pappone e non poteva più lavorare per strada, ma solo nei bar dove l’alcol e la disperazione migliorano le visioni e le sensazioni.
Purgatori artificiali.
Jane parlava in continuazione, fumava in continuazione e si metteva in continuazione a posto il reggiseno che non riusciva a contenere le sue tette che strabordavano di fuori.
Forse questo era il massimo di sensualità che riusciva ad emanare.
Dopo 5 drink ciascuno finimmo per parlare ubriachi di cose insensate e senza un filo. Ma in ogni discorso che faceva riusciva sempre ad infilarsi in un discorso che riguardava la sola fortuna che aveva ereditato da un ricco vecchiaccio che aveva sposato: un vaso ming.
Ci ritirammo a casa sua perché insisteva che doveva farmi vedere una cosa troppo strana che le era successa al suo vaso ming la settimana prima.
Andammo da lei, era un palazzone ammuffito, abitava nei sotterranei.
C’era una puzza nauseante di animale morto. Più ci avvicinavamo alla sua porta e più si sentiva la puzza. Avevo i conati. Lei continuava a ripetersi: dai è questione di giorni e lo venderò il mio fottuto vaso.
Avanzammo nel buio. Arrivati davanti la porta, diede un calcio netto al finto lucchetto e la aprì. Venne fuori una cazzo di puzza che mi fece ammosciare tutto l’uccello. Pensavo solo a dove dovevo vomitare. C’era a pochi passi un acquario e ci vomitai con tutti i pesci dentro. Lei non mosse un capello. Voleva farmi vedere solo il vaso ming.
Mi prese per mano e mi portò in uno stanzino piccolissimo e mi disse di turarmi il naso. Accese la luce e vidi una sagoma di gatto morto in putrefazione in un vaso cinese.
C’erano mosconi nerissimi dappertutto. Si vedevano le larve delle mosche e i vermi che giravano tra le budella. Vomitai di nuovo nell’acquario. Bevvi qualcosa di forte.
Mi spiegò che aveva preso un gatto abbandonato per strada e se l’era portato a casa. Un giorno stava giocando a palla con il gatto. Per caso la palla finì nel vaso ming e il gatto per prenderla ci si tuffò dentro e rimase incastrato. Lei non riuscì per niente al mondo a disincastrarlo e per niente al mondo voleva spaccare il vaso ming.
Allora decise che l’unica soluzione era far morire il gatto e aspettare che si riducesse solo alle ossa. Ecco spiegato quella puzza.
Quella sera non riuscii a scoparmela, ma neanche volli più rivederla quella pazza furiosa. Feci fina di dover vomitare e me ne scappai da quella casa. Uscendo mi rubai una bottiglia di porto che stava sulla credenza e me ne andai al bar stiky. Raccontai tutto ai disperati e loro mi offrirono da bere perché gli avevo regalato un sorriso, una storia da raccontare ad un altro disperato. Da allora non ho mai saputo che fine abbia fatto la mia jane, le ossa del suo gatto ed il suo vaso ming.





Avvocazzi.

Mattew era un avvocato di successo. Si era laureato a pieni voti a Seattle. Seattle era conosciuta per aver dato i natali a jimi hendrix, kurt cobain e Mattew johonovic. Tutti lo conoscevano. Lo chiamavano lo squalo, la iena, il bastardo. Aveva 3 auto di lusso in garage, la colf 3 volte a settimana, l’amante segretaria, il televisore 30 pollici al plasma, la tv via cavo e il giardino.
A volte assumeva degli scagnozzi per far succedere disordini nella città in modo che si sarebbe offerto come assistente legale.
Si sentiva imbattibile, invulnerabile. Lavorava 14 ore al giorno, tirava coca per sostenersi. La prima cosa che faceva la mattina, era andare in chiesa a pregare il signore per fargli dare ancora più potere. Al mondo desiderava solo 2 cose: potere e la sua donna. La sua donna era sua e basta. Non perchè l’amasse, ma perché era sua e basta. Una questione di principio. Aveva 45 anni e non aveva tempo per cercarsene un’altra. Chi l’avesse avvicinata avrebbe fatto una brutta fine con la sua 9 millimetri. Era ossessionato da Lola. Le telefonava ogni 30 minuti. Sempre 3 domande: cosa fai?; dove stai? Con chi stai?
Un giorno Mattew andò al mercatino delle pulci per comprare qualcosa di contrabbando. Si travestì da povero per provare la sensazione illusoria di essere come gli altri. L’unica cosa che riuscì a trovare fu un pappagallino verde e giallo chiuso in una gabbia. Il proprietario aveva tanto insistito perché se lo comprasse. Quando riuscì a venderglielo scrisse su di un foglietto: “ la cattiva sorte non fa distinzioni di classe”. Mattew l’aveva presa come una sfida. Lo portò a casa e disse a sua moglie che da quel momento in poi non si sarebbe sentita più sola.
Mattew comprò una gabbia ancora più grande, una 5x5. gli dava da mangiare la migliore mangime che potesse offrire la città di Seattle.
Il pappagallo era molto intelligente. Il proprietario di prima gli aveva insegnato a fiutare le tragedie, gli uomini e le donne che portano tragedia.
Un martedì di settembre non si sentì tanto bene e fu costretto a rincasare molto prima dell’orario consueto. Rincasò alle 2 del pomeriggio. Appena aprì la porta di ingresso sentì il pappagallo urlare a squarciagola “ Mattew, Mattew, Mattew ”, “ Mattew GRAN CAZZONE, MATTEW GRAN CAZZONE” .
A sentire questo, Mattew si mise a ridere, si sentì lusingato, pensando che la moglie gli avesse insegnato qualcosa di cui andarne fiero.
Posò le chiavi di casa sul mobile di ingresso e andò in cucina a versarsi un jameson’s. gli si rizzò il cazzo, Stava per mettere il ghiaccio quando sentì la porta aprirsi e il pappagallo urlare
“ Mattew, Mattew, Mattew ”, “ Mattew GRAN CAZZONE, MATTEW GRAN CAZZONE” .
Mattew si indispettì e andò a vedere chi fosse. Arrivò all’ingresso e non vide nessuno, si avviò verso la stanza da letto e vide la sua cara mogliettina mentre prendeva il cazzo in bocca e allo stesso tempo urlare: “ Mattew, Mattew, Mattew ”, “ Mattew GRAN CAZZONE, MATTEW GRAN CAZZONE” .
Ci voleva talento anche per far questo.
Mattew-amante era un suo cliente che aveva fatto causa ad un cazzone che le aveva fottuto la moglie. Mattew-marito non era riuscito a vincere la causa. Si voleva vendicare in qualche modo.
Mattew-marito non riusciva a credere ai propri occhi.
L’unica cosa che riuscì a dire alla moglie fu: “ e ora sono cazzi tuoi a pagarmi la retta per il divorzio”.