In Linea - di Hino
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 19/03/2009 alle ore 15:08:42
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“No, non un’altra volta!”
Prendo in mano quello che forse è il quinto paio di pantofole che il mio cane, Zeus, ha scambiato per un osso succulento. Lo chiamo infuriata e lui, ben consapevole di ciò che ha fatto, si presenta davanti a me con la coda tra le gambe e con il miglior paio di occhi dolci che riesce a sfoderare. Resto lì a fissarlo alterata per un po’ e Zeus, vedendo che gli occhioni supplichevoli non servono poi a molto, si cimenta in una perfetta scenetta da “cane che adora la sua padroncina”. Strofina il suo muso contro la mia mano, scodinzola debolmente e, per concludere, guaisce. A questo proprio non posso resistere, così sorrido e, rassegnata, getto via le pantofole per fare un po’ di coccole a quel simpatico cucciolone.
Guardo l’ora: sono le quattro e mezzo e non ho ancora aperto libro. Domani ho interrogazione di geografia e devo assolutamente prendere almeno 7 per recuperare il 5 preso allo scritto. Geografia non mi è mai piaciuta, sin dalle elementari, e ancora oggi, in seconda liceo, mi ritrovo a non sapere quante sono le regioni d’Italia. Venti credo... o ventuno? È più forte di me, di fronte a capitali, stati, regioni, città, la mia memoria fa puntualmente cilecca. Vista l’interrogazione incombente mi decido a prendere dalla scrivania i libri che mi servono e vado in salotto, buttandomi sulla poltrona vicina al radiatore. Stare comoda mi aiuta nello studio! Dopo circa mezz’ora di studio so perfettamente chi ha scritto il mio libro di geografia, chi lo ha pubblicato e in che anno e so anche che disegnare cuori e stelline ai bordi delle pagine è davvero divertente. Ecco, in momenti come questi, mi odio. Sprofondo ancora di più nella poltrona e il libro cade accidentalmente a terra. Lo guardo e mi rendo conto che è inutile raccoglierlo, piuttosto mi allungo verso il tavolino, prendo il telefono e chiamo Valentina. Valentina è la mia migliore amica. Ci conosciamo da... be’ praticamente sa sempre! La prima volta che ci incontrammo fu il primo giorno dell’ultimo anno di scuola materna. La sua famiglia si era trasferita quell’estate in città e così lei dovette cambiare scuola. La maestra la presentò alla classe e ricordo che lei si guardò timidamente intorno per poi scoppiare improvvisamente a piangere. Non è mai stata molto socievole come persona! Così io la feci mettere a sedere accanto a me e le dissi:
“Ciao Valentina! Io mi chiamo Francesca, vuoi un po’ del mio pongo?”
E da allora nessuno ci ha più divise! Compongo il numero e, mentre aspetto di sentire il familiare rumore della cornetta che si alza, mi soffermo a guardare la foto che tengo come sfondo sul cellulare. La foto è di un anno fa e ritrae noi due che ridiamo esageratamente, forse per una battuta stupidissima, rivolte verso l’obiettivo...
“Pronto?”
“Ciao Vale! Che combini?”
“Ciao Fra! Ti stavo giusto per chiamare. Non indovinerai mai cosa mi è successo!”
“Fammi indovinare... hai preso l’ennesimo 10?”
Stessa scuola materna, stesse elementari, stesse scuole medie, ma diversi licei. Le nostre diverse passioni ci hanno portato a scegliere due indirizzi distinti, lei quello classico, io quello artistico.
Lei è una secchiona... ma secchiona forte! Di quelle che conducono una vita perfettamente normale, escono, si divertono, studiano, ma mai più del necessario, e il voto più basso che hanno in pagella è un 9... il contrario mio! Io posso passare giornate intere sui libri, e con giornate intere intendo varie riprese intervallate da altrettante pause, ottenendo come miglior risultato un 7 scarso.
“Sbagliato! È molto mooolto di più!”
“Dai spara! Mi stai incuriosendo.”
“Ok! Oggi... ho incontrato un ragazzo!”
Pensando di non aver capito bene le chiedo di ripetere.
“Ma sei sorda? Ho incontrato un R-A-G-A-Z-Z-O!”
Avevo capito bene: Valentina ha incontrato un ragazzo. Questa sì che è una novità! Nonostante Valentina sia una bellissima ragazza non si è mai minimamente interessata al “pianeta ragazzi”. La cosa, ovviamente, non è reciproca, il “pianeta ragazzi” si interessa, eccome, a Valentina, ma senza risultati! Rifiutò addirittura Mirko, il ragazzo più bello della scuola media. Cosa che io non le ho mai perdonato, ma come ha potuto farsi scappare un’occasione del genere?!? Voglio dire... Mirko!
Valentina, non sentendo nessuna risposta, chiede:
“Fra, ci sei ancora? Sei svenuta?”
“No, no... ci sono. È solo che... wow! È fantastico! Inchiodati al telefono e raccontami tutti i dettagli.”
I miei non ci sono e posso benissimo stare al telefono tutto il pomeriggio senza che nessuna mano, imitando un paio di forbici, svolazzi davanti ai miei occhi. E poi non ho niente da fare! Ok... forse geografia, ma viene sicuramente prima la mia migliore amica di qualche stupida nazione!
Così inizia a raccontare e mi dice che lui si chiama Luca e ha la nostra età. Si sono incontrati, o meglio scontrati, mentre lei camminava in centro per andare a prendere un libro in biblioteca. Aveva un po’ di fretta e attraversando la strada non si è resa conto del motore, sul quale ovviametne c’era Luca, che stava arrivando. Lui ha inchiodato giusto in tempo e lei è sbiancata per poi crollare a terra. Dopo il quasi incidente lui ha parcheggiato il motore e ha accompagnato Valentina su una panchina. Le ha preso un po’ d’acqua da una fontanella lì vicino e, quando finalmente lei si era ripresa, lo ha guardato. Mai nessun ragazzo era riuscito a far uscire dalle labbra di Valentina le parole “bello”, al massimo “carino”. Ora, al telefono, non fa altro che ripetermi quanto sia “bellissimo” questo Luca! Ma a quanto pare questo Luca non è solo bello, infatti, era talmente dispiaciuto per quello che era successo che non ha voluto lasciare sola Valentina fino a quando lei non è tornata sana e salva a casa. Ragazzo premuroso o anche lui avrà pensato quanto “bellissima” sia Valentina?!? Così i due piccioncini hanno avuto modo di parlare e di conoscersi meglio. Sono stati molto bene insieme e si sono scambiati i numeri di cellulare. Poco fa si sono scambiati dei messaggi e si sono messi d’accordo per rivedersi domani. Valentina è già stracotta, ma, tipico di lei, preoccupata perché non crede che lui ricambi.
Sto per risponderle con una sfilza di frasi cariche di positività quando mia mamma varca la soglia di casa. Corro in camera mia, saluto velocemente Valentina e riaggancio prima che mia madre si accorga che ero al telefono e mi chiedesse di mostrarle il timer che indica i minuti trascorsi. I lati negativi della tecnologia! Vado in cucina con aria innocente e saluto mia madre. Le faccio un breve resoconto della mia giornata e dopodichè vado in camera mia e mi butto sul letto. Penso. Penso a Valentina, sono così felice per lei! Ma perché allora mi sento così strana? Non sarà... sì. È la sua ombra che ritorna, Andrea... ancora lui! Perché? Basta! Fa male ricordare... ma ormai è troppo tardi e una serie di ricordi sfonda violentemente le barriere della mia mente. Io e lui per mano... ti amo... non mi lasciare mai... sorrisi... al mare... lacrime... anch’io ti amo... e poi... lei. Perché?
“Francesca?”
Sobbalzo sentendo la voce di mia madre e dentro di me le sono grata per avermi strappata a quel turbine di emozioni.
“Sì, mamma!”
“Scusa, ma mi sono appena accorta che è finito l’affettato e stasera vengono gli zii a cena quindi è assolutamente necessario! Non è che potresti andarlo a comprare tu?”
“Ok, non c’è problema”
Mi viene da ridere all’idea che mamma trovi “assolutamente necessario” il fatto che stasera ci sia l’affettato in tavola. Personalmente trovo “assolutamente necessario” che mio cugino, che ha tre anni, impari le buone maniere! Ogni volta che mi ritrovo in una stessa tavola con lui, finisco sempre con qualcosa di appiccicoso nei capelli. Prendo portafoglio, chiavi ed esco di casa. È una bella giornata nonostante sia inverno, e il sole mi riscalda piacevolmente il viso. L’alimentari non è molto lontano da casa, un centinaio di metri. Mentre cammino giocherello con il mio portachiavi, un cerchio di metallo con incise le parole: “Vale & Fra 4 ever”. Lei ne ha uno identico. Già... per sempre. All’improvviso uno stridore di freni...
Mi suona il cellulare, è un messaggio. Lo apro:
“Ciao Vale! Sono sempre io... Luca. Volevo solo dirti che... probabilmente ti sembrerò scemo... ma mi piaci! So che magari è presto e bla bla bla... ma ci tenevo a dirtelo... e se non c’è la minima possibilità che tu possa ricambiarmi... be’... ti risparmio l’uscita di domani! Ciao... L.”
Sorrido. Sorrido. Sorrido! Un po’ per quella buffa firma in fondo al messaggio, un po’ perché noto con piacere che non usa quelle stupide abbreviazioni, un po’ perché... perché mi piace! Mi piace! MI PIACE! Voglio gridarlo al mondo! Apro velocemente un nuovo messaggio e comincio a schiacciare i tasti con una velocità che non mi appartiene. Invio. È andata. Inizio a ballare, saltare, cantare per tutta camera. Devo assolutamente chiamare Francesca. Prendo il telefono e compongo il numero del suo cellulare, nel caso non fosse in casa. Il telefono squilla e squilla. Persino quell’insistente segnale di linea libera mi mette allegria. Dopo il milionesimo squillo sento un rumore dall’altro capo del telefono. Sono già con la bocca spalancata, pronta a raccontare tutto quello che mi è successo alla mia migliore amica, quando sento che c’è qualcosa che non va:
“Pro... pronto...”
Riconosco la voce, è la madre di Francesca. Ha la voce roca come se avesse pianto... pianto tanto, troppo.
“Sì... sono Valentina... c’è Francesca?”
Sbiascico queste parole cercando di sovrastare un fastidioso ronzio che ho nella testa. Dall’altra parte silenzio. Sento che più volte cerca di inziare a parlare per poi crollare in un pianto straziante. Sono pietrificata, ho il telefono incollato all’orecchio e mi accorgo solo ora che sto trattenendo il respiro.
“Pronto?”
Altra persona. Stessa voce. Voce sofferente. Questa volta è il padre.
“C... ci... ciao Claudio... sono Valentina... ma...” ho paura di ciò che sto per dire “cos’è successo?”
Silenzio.
Il ronzio si fa sempre più assordante. Cosa. È. Successo. COSA. È. SUCCESSO.
Senza volerlo ho ripetuto questa frase a voce alta. Con la voce sempre più simile alle due che avevo appena sentito. Dopo secondi, minuti, anni:
“Francesca... lei... lei ha avuto un incidente... è... e lei è... lei è morta sul colpo.”
Tutto si ferma. I rumori cessano. I colori svaniscono. Il tempo si congela. Vedo il telefono che cade lentamente a terra. Vedo le mie mani appoggiate a terra. Vedo le mie lacrime bagnare il pavimento. Vedo il buio. Poi tutto torna. I rumori più assordanti. I colori più accecanti. Il tempo più tiranno. E il dolore... il dolore più profondo che mai. Mi alzo di scatto e urlo. Urlo di tristezza, di dolore, di rabbia... di rabbia perché lei se n’è andata e con lei se n’è andata una parte di me. Gli occhi mi cadono sulla foto che tengo sul mio comodino. Due amiche sorridenti, vestite da streghe, per il loro primo Halloween insieme. Impulsivamente la prendo e la scaravento dall’altra parte della stanza. Il rumore del vetro frantumato in mille pezzi accresce ancora di più il turbine di emozioni che ho dentro di me. Urlo ancora. Urlo a piango. Piango e piango e piango. “Vale & Fra 4 ever”. Il mio portachiavi. Quante volte abbiamo scritto questa frase. Quante volte ce la siamo detta sorridendo. Che sciocche parole! “Per sempre”. Una promessa infranta già in partenza. Perché non hai mantenuto la promessa Francesca? Perché te ne sei andata?
Mi accascio a terra stremata, chiudo gli occhi e lascio che le lacrime escano senza opporre resistenza. Un rumore mi riscuote. Alzo la testa e vedo mia sorella che entra nella mia stanza, vede il disordine e i frammenti di vetro a terra, infine vede me, accasciata a terra col volto rigato dalle lacrime. Si avvicina preoccupata e mi accarezza dolcemente il viso.
“Valentina... cos’hai?"
Provo a parlare, ma dalla mia bocca non esce alcun suono e l’unica cosa che riesco a fare è ricominciare a piangere. Mia sorella si sdraia accanto a me e continua ad accarezzarmi. Rimaniamo per un tempo infinito in questa posizione e sono veramente grata a mia sorella per non avermi più chiesto niente e per starmi semplicemente vicina. Quando finalmente i singhiozzi non mi lacerano più il petto e non mi impediscono di parlare, dico:
”Francesca è morta.”
Queste parole sono uscite dalla mia bocca, ma è come se non mi appartenessero. Rimangono lì, sospese nell’aria, senza che nessuno voglia né pronunciarle né sentirle. Un sussurro di morte. Mia sorella sbianca, ma subito cerca di controllarsi. Non dice niente, mi dà un ultima carezza e dopodiché si allontana. Io non ho la forza di alzarmi, non voglio alzarmi. Come posso alzarmi senza Francesca che mi sorregge? Dopo poco mia sorella torna in camera.
"Ho parlato con Claudio... Valentina so che quello che sto per dirti ti sembrerà assurdo, ma pensiamo che sia meglio che tu vada all’ospedale... per... per vedere Francesca. So che è dura e che speri di svegliarti da un momento all’altro scoprendo che è tutto un sogno, ma non è così. Non accadrà... la cosa migliore è che tu riesca ad affrontare la realtà e che questo accada il prima possibile. Devi essere forte. Devi andare avanti. Passo dopo passo, a partire da quello che farai appena ti sarai rialzata. Questo è quello che Francesca avrebbe voluto. Ed è anche quello che noi vogliamo... che tutti noi vorremmo da te. Sappiamo che puoi farcela. Ovviamente non sei obbligata, sei libera di scegliere di fare quello che ritieni più opportuno e io ti sosterrò qualunque sia la tua scelta, ma sappi che aspettando e rimandando ti farai solo del male... perdonami se le mie parole ti fanno male, ma dovevo essere sincera... Vale, ti voglio bene!"
Mentre parlava gli occhi le si erano via via riempiti di lacrime. Ogni sua parola era penetrata dentro di me come una lama di ghiaccio e di fuoco allo stesso tempo.
"Anch’io ti voglio bene sorellona... e ti ringrazio... ma... io non credo di potercela fare... è... è più forte di me..."
"Ok... non ti preoccupare. Devi fare quello che ti senti di fare."
Detto questo mi abbraccia e mi stringe e mi avvolge. Io ricambio e questo abbraccio mi scioglie il cuore. E tutto avviene in un attimo. Qualcosa dentro di me, nella mia testa, nella mia pancia, nel mio cuore, non saprei dire con certezza dove, ma qualcosa scatta. E capisco che mia sorella ha ragione. Vedo Francesca, il suo volto, il suo sorriso, la sua aria determinata. E capisco che lo devo fare per lei. Per noi. Per me.
"Andiamo" sussurro e mia sorella mi stringe ancora di più per poi lasciarmi lentamente. Mi alzo e con passo malfermo esco di casa, seguita da mia sorella.
L’ospedale è di fronte a me. Scatola grigia e vuota. All’interno un tesoro prezioso. Mi soffermo davanti alla porta spalancata. Solo una soglia, una misera e sottile soglia, tra me e... il vuoto.
Un passo e avrei smesso di sperare. Un passo e la mia vita senza di lei sarebbe iniziata. Un passo. Una lacrima. Un passo. Un ricordo. Un passo...
