Il patrono, Santo - di Ivan Di Simone
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 02/11/2007 alle ore 17:23:29
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Nel tempo in cui madre natura creò l’uomo, nulla gli risparmiò di incontrare sul suo cammino. Spesso si sentono cose tanto strane ed impossibili da sembrare inventate.
Una leggenda raccontata per qualche motivo particolare.
La stessa leggenda che al tuo paese si racconta nei confronti di quello vicino, a centinaia di chilometri di distanza, un altro paese la racconta del limitrofo.
Così l’umanità insegue se stessa nel corso dei secoli.
Questa strana storia, difficile da immaginare, è realmente accaduta. Nessuna invenzione.
O meglio, l’invenzione c’è, ma all’interno della storia.
Si tratta di un ridente paese delle colline teramane. Colline dolci, verdi, dove matura l’uva del montepulciano, fieramente rossa, in sintonia con la dolcezza delle curve assolate che scivolano giù tra i calanchi, costeggiati da gialle macchie di ginestre, fino alle fertili valli che declinano al mare.
Vigneto è un paese di campagna, fatto di gente che coltiva la terra, che lavora nelle fabbriche o che mette a profitto il frutto dei propri studi.
Gente semplice, senza grosse pretese. Carne di maiale, brodo di gallina, agnello e pecorino, broccoli e patate.
Il paese è ben organizzato. Un comune di cinquemila abitanti. Un territorio piuttosto esteso verso est, con sei frazioni sotto la propria amministrazione.
Il sindaco è un veterinario del paese. Un uomo semplice, abituato a girare di stalla in stalla.
La stessa campagna elettorale fu portata avanti soprattutto tra il bestiame.
Chiamavano il dottore per degli interventi, e lui approfittava per conquistare qualche voto. Così, mentre si aspettava la nascita di un vitello, illustrava il programma elettorale.
Vigneto avrebbe tutte le carte in regola per essere il paese più bello del mondo. Un idillio.
Le chiacchiere della piazza sono sempre le stesse: la politica, le belle donne e l’odiata San Duilio.
Il fatto è che ad ovest, la ridente campagna vignetina, si fa più triste per via del confine con il paese rivale.
Tra le due cittadine non c’è una rivalità vera e propria ma solo una competizione campanilistica. Quando non si riesce a superare l’avversario, lo si colpisce inventando storie calunniose e ridicolizzanti.
Si racconta delle canne intrecciate messe sul campanile della chiesa di San Duilio per impedire che a Vigneto si sentissero i rintocchi dell’orologio. Storia antica come il mondo, sentita chissà quante volte.
A San Duilio si racconta sui vignetini del tentativo di spostare la chiesa per orientarla verso est, con la paglia sotto i piedi che dava loro la sensazione dello spostamento.
Il vero dramma di Vigneto si vive in maggio quando, il terzo giorno del mese, si festeggia il patrono della città: Sant’Antimo.
Antimo, nato a Vigneto diversi secoli prima, fu beatificato all’inizio del novecento e le spoglie furono traslate nella chiesa del paese di cui gli fu affidata la protezione.
Per l’occasione fu costituita la banda municipale formata da concittadini che, pur non sapendo nulla di note e pentagramma, s’impegnarono ad imparare alcuni pezzi a memoria.
La città fu addobbata con corone di fiori e drappi rossi alle finestre per salutare il suo patrono.
Per le strade furono sistemate lunghissime tavolate imbandite con ogni ben di Dio, e chiunque si trovasse da quelle parti, fosse esso del paese o di passaggio, veniva invitato al pantagruelico banchetto.
Erano stati indetti sette giorni di festeggiamenti.
Ma qualcosa turbò la felicità del paese al punto che, dopo quattro giorni, nessuno si sentì più di festeggiare per l’amaro che furono costretti a masticare.
Tra i concittadini correva voce che gli abitanti di San Duilio si rotolavano a terra dalle risa. Cominciarono a vedersi anche degli striscioni lungo il confine.
San Duilio, patrono dell’eponimo comune, era un santo in piena regola, mentre Antimo era solo beato, e i suoi devoti gli attribuivano la santità abusivamente.
Erano passati tanti anni da quel giorno, ma il problema era rimasto ancora irrisolto: San Duilio contro il Beato Antimo.
Un giorno, dopo la messa della domenica, si trovarono a parlare fuori dalla chiesa quattro amici.
Erano Carlo del Pero, Luigi dei Cantoni, Claudio Visso e Antimo Rosselli.
A parte Antimo, che era il più giovane del gruppo, gli altri tre avevano vissuto in prima persona il dramma dei festeggiamenti del beato, e nonostante il tempo passato, ancora non riuscivano a farsene una ragione.
Anche per Antimo era un fatto personale. Nato nel secondo giorno di festeggiamento, i genitori vollero affidarne la custodia al nuovo patrono del paese, chiamandolo come lui.
-Buongiorno a voi - disse Carlo, che era il più anziano del gruppo. Era un mezzadro in pensione già da qualche anno.
-Buongiorno,- fecero eco gli amici.
-Ci risiamo. Tra un mese sarà il tre maggio, festa del caro patrono.
-Proprio così,- rispose Luigi, macellaio del paese.
-Anche quest’anno sarà festeggiato con una messa in gran segreto,- aggiunse Claudio.
-Io mi vergogno di portare questo nome. Ne sarei orgoglioso se fosse un santo nelle grazie del Signore, ma così non mi và. Io mi attribuisco un nuovo nome,- concluse Antimo.
Rimasero zitti per qualche istante, poi Carlo parlò con tono fermo e deciso:
-Andiamo a conferire con il parroco prima che esca dalla sagrestia. Ci dev’essere un modo per aggiustare questa situazione.
I quattro si avviarono verso la chiesa.
-Sarà meglio non dare troppo nell’occhio, qualche innominabile potrebbe vederci, - disse Carlo riferendosi agli abitanti di San Duilio,- io e Luigi entreremo dal portone della chiesa. Voi due girate sul retro ed entrate per la porta laterale.
Così facendo si trovarono in sagrestia mentre Don Santino stava riponendo i paramenti nella cassapanca.
-Buongiorno figliuoli.
-Buongiorno Padre.
-Avete bisogno di me?
Carlo, d’autorità rispose:
-Sarebbe una questione un po’ delicata, se potessimo stare più tranquilli sarebbe meglio.
-Ma certo,- rispose Don Santino,- via ragazzi, andate pure a desinare, e comportatevi bene. Vi benedico.
-Si, Don Santino,- risposero i due chierichetti che tolte le tuniche bianche uscirono correndo.
-Ditemi pure. Vi ascolto.
-Padre,- riprese il saggio Carlo,- noi pensiamo, con tutto il paese, che sia giunto il momento di inoltrare richiesta di santificazione del beato Antimo.
-Non dire stupidaggini,- rispose il parroco,- la santità non si matura con il tempo.
-Non dite stupidaggini voi, Santino,- intervenne Claudio alzando il tono della voce, - trent’anni di beatitudine valgono bene una santità, eccome.
-Ma la santità non si acquisisce con l’anzianità.
-Voi parlate così- lo interruppe Antimo- perché non siete del paese e non vi interessa più di tanto l’amato Patrono.
-Non continuare a dire cose ridicole. Io amo il beato Antimo, e mi piace così. Non è un prefisso a cambiare la sua grandezza. Lui ha ricevuto la dignità del cielo ed è già al cospetto del Padre. Il beato Antimo ci vede e ci protegge.
-Io porto questo nome perché in paese è arrivato come santo,- sbottò Antimo con tono vivace e sostenuto,- altrimenti i miei genitori avrebbero affidato la custodia della mia persona, anima e corpo, al poverello di Assisi. Se così stanno le cose, da domani mi farò chiamare Francesco.
Don Santino si prese la testa tra le mani invocando l’aiuto del Signore.
Carlo riprese il suo discorso:
-Allora, quanto manca per dichiararlo santo?
Il prete sospirò profondamente e cominciò a spiegare tutto l’iter, partendo dal processo di beatificazione.
-Capite ora? L’essere beato significa aver superato la parte più difficile. Ora, per la santità, bisogna attribuirgli un miracolo accertato.
I quattro uscirono dalla sagrestia piuttosto delusi.. La procedura di sortita fu la stessa d’entrata: due dal portale e due dalla sagrestia.
Si incontrarono poco dopo sul belvedere della piazza, la splendida piazza pavimentata in porfido e travertino, dal cui margine si poteva ammirare tutta la vallata fino alle diverse tonalità turchesi che distinguevano il mare dal cielo.
I quattro ammirarono il paesaggio così suggestivo, senza dire una parola. Ognuno rifletteva fra sé e sé.
Carlo interruppe il silenzio dicendo con tono sicuro e deciso:
-Questo paese è il più bello del mondo. Non merita proprio tale grave calunnia. Se per essere proclamato santo ci vuole un miracolo, lo avranno.
-Ma Carlo,- rispose Luigi con tono stupito,- cosa possiamo fare noi? È Lui che deve farlo.
Rispose Claudio sorridendo:
-Intendeva dire, con la preghiera. Cosa avevi capito?- aggiunse Antimo.
-Ma quale preghiera, qui ci vogliono i fatti. Per la festa manca un mese. Il miracolo va fatto in fretta altrimenti anche quest’anno lo festeggeremo beato.
I tre lo guardarono con stupore, mentre lui, testa alta e schiena dritta, non distolse il fiero sguardo dalla vallata che in quel periodo verdeggiava per le vigne e le spighe.
-Buon appetito. Ne riparleremo questa sera. – concluse.
Tutti si recarono nelle proprie case per il pranzo.
Alla sera, poco prima dell’imbrunire, i quattro si ritrovarono sulle panchine della piazzetta. Carlo cominciò con i soliti discorsi, mentre i tre lo guardavano ansiosi di sapere cosa stava tramando.
Tra una chiacchiera e l’altra Carlo disse, passandosi la mano davanti alla bocca:
-Ci vediamo alle undici nel fondaco di casa mia. Vi lascio la porta aperta. Vi raccomando di arrivare alla spicciolata, senza dare nell’occhio.
Il gruppetto si dileguò.
Alle ventitrè in punto, dalla porta della cantina entrò Luigi. Dopo due minuti arrivò Claudio. Infine apparve Antimo.
-Vi ha visti qualcuno?- chiese Carlo
-No,- rispose secco Luigi,- nessuno.
-Bene, -riprese Carlo,- perché la faccenda è piuttosto complicata.
A quel punto, Luigi, che aveva una stazza da peso massimo, tanto che portava a spalla un quarto di vitello dalla cella frigorifera al tavolo della lavorazione, lo guardò serio e disse:
-Spero che tu abbia davvero qualcosa di importante da dirci per averci fatto fare queste cose da imbecilli.
-Certo, imbecille. Credi che mi diverta vedervi fare i cretini? Sentite cosa ho da dirvi.
La conversazione si fece fitta e il tono divenne tanto basso da sembrare un bisbiglìo.
Dopo qualche minuto, i tre amici uscirono alla spicciolata così come erano entrati. Carlo chiuse la porta della cantina, girò il chiavistello e salì la scalinata esterna che portava all’ingresso dell’abitazione.
L’indomani, alle nove in punto, mentre Luigi sceglieva le parti di un quarto di vitello, vide due ombre davanti alla vetrina. Erano Carlo e Claudio, che con aria indifferente fecero l’occhiolino al macellaio. Lui rispose con un cenno della mano che brandiva un gran coltello affilatissimo.
I due si incamminarono verso la piazza.
Arrivati al belvedere diedero un’occhiata alla valle. La giornata era limpida, senza foschia. Il mare si vedeva molto bene. Un’occhiata veloce alla piazza, deserta, e si avviarono verso il portale della chiesa.
Entrando, Carlo si tolse il cappello. Si avvicinò all’acquasantiera, bagnò le punte del medio e dell’anulare e si fece il segno della croce accennando ad un inchino. Si avvicinò alla panca più vicina al portone mettendosi in ginocchio. Giunse le mani portandole davanti al viso e si mise a scrutare la chiesa fingendo di pregare.
Claudio andò verso la navata di destra restando in piedi dietro una colonna.
La chiesa era vuota. C’era solo il povero Giacomo, sulla panca davanti all’altare maggiore, in ginocchio, che pregava.
Giacomo, noto come l’uomo più sfortunato del paese, era compatito da tutti.
Nel ‘46 fu chiamato a prestare il servizio di leva insieme a suo fratello. Trattenuto alle armi li spedirono in Grecia giusto il giorno prima dei bombardamenti.
Aveva appena diciassette anni, il lavoro nei campi con il padre, la ragazza che stava per sposare.
Furono dati per dispersi.
Tornò a casa dopo due anni in pessime condizioni e senza più niente di ciò che aveva lasciato. Il padre era morto, la madre aveva venduto le proprietà per andare dalla sorella in America, la ragazza aveva sposato un giovane di San Duilio, e i diciassette anni erano diventati diciannove. Anche la condizione fisica era disastrosa.
Ebbe giusto le forze per costruirsi un capanno sotto al ponticello del fiume per sistemarsi alla meglio.
Poi i tempi cambiarono. Una pensione come invalido di guerra e la casa del comune gli permisero di condurre una vita magra ma dignitosa.
Peggio andò a suo fratello, che dalla guerra non ebbe salva la vita.
Così Giacomo tutte le mattine alle nove si recava in chiesa a pregare per le anime dei suoi cari.
Dall’ultima panca Carlo riusciva a sentirne le preghiere:
-Ave Maria Grazia plena Dominus tecum.
Benedicta tu in mulieribus
et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
L’odore dell’incenso, la penombra della chiesa, l’eco delle preghiere del buon Giacomino fecero tentennare la volontà di Claudio. Stavano per fare una cosa ignobile e contro la volontà di Dio.
Guardò il suo complice intento ad aspettare il momento buono per intervenire.
-Et lux perpetua lucea eis.
Requiescant in pace, Amen.
In nomine Patris et filii et spiritus sancti. Amen.
Giacomo terminò le sue preghiere. Si drizzò dall’inginocchiatoio sollevandosi energicamente con le braccia. Le mani erano strette a tenaglia sul passamano della panca. Lo sforzo del sollevamento lo fecero gemere dal dolore.
Messosi in piedi, prese il bastone poggiato al suo fianco e si avviò verso l’uscio. L’andatura era lenta a causa della zoppìa. Era rimasto ferito sotto le bombe dei tedeschi, che in quel periodo, lungo le trincee del fronte, non si capiva se erano amici o nemici. La claudicanza era il suo personale ricordo dell’otto settembre. Ma era anche la sua unica fonte di reddito.
Carlo, vedendolo camminare verso la porta, si alzò in piedi.
Arrivato all’ultima panca Giacomo lo Guardò:
-Buongiorno,- disse
-Buongiorno Giacomino. Dove te ne vai?
-Attendo l’ora di pranzo prendendo qualche raggio di tiepido sole sulle panchine del belvedere.
-Anche noi stavamo giusto andando lì,- disse Claudio avvicinandosi,- per godere di questa meravigliosa giornata. Non prima di aver ringraziato il Signore, ovviamente.
I tre si incamminarono ed arrivati al belvedere si sedettero sulla panchina di legno.
Carlo fece gli ultimi tre passi accelerando la cadenza, per arrivare primo alla panca e sedersi ad una estremità. Poi, con un cenno al suo amico, gli fece capire di fare altrettanto in modo da lasciare a Giacomo, come unica possibilità, il posto centrale.
I tre parlarono per una mezz’ora del più e del meno, dei campi, del vino e delle cose di paese.
Ad un certo punto Carlo fece una domanda secca e decisa:
-Cosa ne pensi, Giacomino, del nostro patrono?
La domanda doveva apparire innocente e spontanea. In realtà sentirono calare il gelo su di loro.
-Cosa intendi dire?- chiese Giacomo corrugando la fronte.
-Intendo dire se ti sta bene così o se, come tutti noi, lo vorresti Santo.
-A me piace così com’è. Lo prego tutti i giorni.
-Ma il resto del paese lo vorrebbe Santo. E per far sì che ciò avvenga c’è bisogno di un miracolo.
Claudio abbassò lo sguardo. Non aveva il coraggio di incrociare gli occhi della povera vittima, così ferocemente aggredita.
-A proposito,- aggiunse,- Luigi il macellaio mi ha detto che ha due belle bistecchine di arista da darti. Mi ha chiesto di accompagnarti da lui a ritirarle.
-Ma che gentile. Andiamo subito?
Claudio balzò in piedi e afferrò il poveretto per il braccio. L’aiutò a sollevarsi e gli passò il bastone.
Il macellaio vide entrare uno dei complici seguito dal poveretto. Per ultimo entrò l’organizzatore che, dopo aver chiuso la porta della macelleria, fece due giri di chiave.
Giacomino vide Luigi, mastodontico, ritto dietro al bancone che brandiva un coltello da caccia grossa.
-Eccoci al dunque, caro Giacomino,- disse Carlo.
-Abbiamo bisogno del miracolo di cui ti accennavamo prima, e quel miracolo ce lo farai tu.
La vittima impallidì, non si reggeva più sulle fragili gambe e non sapeva cosa fare e dire.
-Per carità, lasciatemi stare. Cosa volete da un povero invalido?
-È inutile. Con noi non attacca. Sappiamo benissimo che è una farsa,- intervenne il macellaio, affilando tra di loro due coltelli con mezzo metro di lama.
-Senti, Giacomo. Noi ti vogliamo bene, e ti rispettiamo,- aggiunse Carlo,- ma come un tempo ti sacrificasti per la patria oggi ti chiediamo di sacrificarti per la tua città.
L’atmosfera cominciò a farsi pesantissima. Carlo cominciò a raccontare:
-Tanti anni fa, una notte, mi alzai per andare nella stalla a vedere come stava la brunalpina che doveva sgravare. Scendendo le scale sentii dei rumori provenire dal fondaco. Un ignoto malfattore aveva scardinato la porta ed era entrato per rubare.
Risalii le scale ed afferrai un manico di vanga che stava sul pianerottolo. Mi appostai in silenzio, al buio, fuori dalla porta violata.
Quando dai rumori capii che il ladro stava uscendo, alzai il bastone per colpirlo.
Rimasi interdetto dalla meraviglia del fatto di cui ero testimone, e non ebbi la forza di bastonarlo. Il ladro fuggì via senza essersi accorto di nulla.
-Ma perché mi racconti questa cosa,- disse Giacomino,- cosa c’entra con me?
-Il ladro eri tu, e l’oggetto del furto era un pesante prosciutto, portato a spalla e tenuto saldamente con le due mani. Ti ho visto correre via. Sembravi una lepre, tra i campi, mentre scappavi.
Il fatto in questione era successo molti anni prima, quando la povera vittima era sola e senza niente. Tutti sapevano della richiesta di pensione e del fatto che per mangiare, rubacchiava qua e là. Carlo fece finta di niente. Il giorno seguente aggiustò la porta e raccontò a tutti di essere stato derubato da ignoti.
Luigi spiegò al poveretto il loro piano.
Nella macelleria seguì un trambusto di voci sovrapposte. Giacomino gesticolava dissentendo mentre gli altri lo additavano minacciosamente.
-Se non farai quello che ti diciamo, ti denunciamo ai carabinieri. Diventerai il truffatore del paese,- diceva uno.
-Sì, dall’eroico soldato al truffatore mantenuto. Pensa che salto di qualità,- echeggiava un altro.
-Lasciatemi stare, io sto male davvero, comincio ad avere una certa età. No e no, non lo farò mai.
La cosa durò un’oretta. Dopodichè, la signora Norina, moglie di Agostino il falegname, vide Giacomino uscire dalla macelleria e scendere giù per la strada.
-Buon giorno signora.
-Buon giorno. Cosa ti è successo?- chiese con aria preoccupata,- sei pieno di lividi.
-Sapesse che male, signora. Sono caduto dalle scale. Mi ha ceduto la gamba. Maledetta guerra. Il macellaio mi ha dato due braciole di maiale dicendomi che mi avrebbero fatto rifare il sangue. Speriamo. Ne ho un gran bisogno. Ne ho perso tanto.
-Riguardati Giacomino. Mettiti qualche giorno al letto.
Il pover’uomo bastonato, corse dritto a casa. L’intera settimana seguente non lo si vide neanche per la preghiera ai cari defunti che recitava al mattino.
La domenica seguente, poco prima della messa, la piazza era gremita di gente profumata e pulita, pronta per la funzione.
Ai primi rintocchi delle campane la folla si portò sulle scale del portale e cominciò ad entrare per prendere posto tra i banchi.
Giacomino era dentro da mezz’ora. Sistematosi al solito posto pregava rigorosamente in latino perché, diceva, era la lingua di Dio, e voleva farsi capire meglio.
La messa si celebrò regolarmente.
Nel momento della distribuzione delle ostie, Don Santino scese dagli scalini dell’abside che ospitava l’altare maggiore e si avvicinò a Giacomo:
-Il corpo di Cristo.
-Amen.
Il prete era solito portare l’ostia a tutti coloro che camminavano con difficoltà per evitare di farli sforzare.
Dopo qualche minuto dall’altare fu impartita la benedizione ai fedeli:
-Vi benedico. Padre, Figlio e Spirito Santo.
L’assemblea rispose in coro:
-Amen.
-La messa è finita, andate in pace.
-Ite, missa est,- si ripeteva Giacomino nella mente.
Come d’abitudine, i fedeli aspettavano che il parroco scendesse dagli scalini dell’altare maggiore, per incamminarsi nel corridoio della navata centrale, tra le due file di banchi.
A metà del corridoio, sulla destra del parroco, lo spazio tra due panche era maggiore. Egli girava e andava verso la porta della sagrestia.
A quel punto tutti i fedeli, ordinatamente, si alzavano e defluivano in silenzio.
Questa volta le cose andarono diversamente.
Appena passato il parroco, Giacomino si alzò dalla panca e, dimenticando il bastone, si incamminò dietro Don Santino per raggiungere l’uscio.
Si levarono urla di gioia, di meraviglia, schiamazzi. Qualcuno svenne, altri cominciarono a recitare il rosario.
Il parroco si voltò e vide che il povero Giacomino lo seguiva con passo deciso e regolare.
Don Santino lo guardò a bocca aperta senza riuscire a parlare.
Il miracolato, fingendo di cadere dalle nuvole, si guardò intorno e disse con tono seccato:
-Cosa avete da guardare? Impicciatevi dei fatti vostri.
Solo allora il parroco trovò il coraggio di parlare:
-Giacomino, tu stai camminando senza bastone! Stai dritto sulle tue gambe! Come ti senti?
Il prete non poteva sospettare nulla di ciò che stava dietro a quel miracolo perché sapeva che il caro figliolo era tra i più fedeli e seri della parrocchia. Un uomo che nella vita aveva sofferto tanto.
Giacomino si guardò le gambe. Riportò lo sguardo sugli occhi del prete fissandolo a bocca aperta:
-Miracolo! Don Santino, è un miracolo. Grazie Beato Antimo, grazie,- urlò a squarciagola.
A quel punto ci fu qualche secondo di profanazione della chiesa. Urla, baci al miracolato, chi si accalcava per toccargli la gamba.
Subito dopo l’assemblea si ricompose. I fedeli si inginocchiarono e cominciarono con la recita del santo rosario.
Il fatto ebbe un’eco eccezionale. In paese arrivò gente, per lo più claudicante e con problemi alle gambe, da tutta la regione. Don Santino era preoccupatissimo. Il vescovo gli aveva chiaramente fatto sapere che era scettico e che non credeva a quello che era successo. Il parroco si trovava a dover difendere il paese nei confronti della chiesa, e la chiesa nei confronti del paese.
I quattro amici erano soddisfatti del risultato. Tutto aveva funzionato alla perfezione.
Ora facevano una maniacale pressione sul prete affinché il Beato Antimo potesse fregiarsi del titolo di Santo.
Il giovane omonimo disse agli amici:
-Come dobbiamo chiamarlo? Sant’Antimo suona male.
-Lo chiamiamo San Antimo, è meglio,-rispose Claudio.
-L’importante è che diventi santo. Il consiglio comunale ha già indetto una nuova settimana di festeggiamenti.
I processi di beatificazione sono molto più lunghi di venti giorni. Ma se mancava solo il miracolo, ora c’era e nessuno poteva negarlo. Tutti avevano visto.
Così arrivò il tre maggio. Essendo un venerdì i festeggiamenti iniziarono dal lunedì per concludersi la domenica sera.
Nella chiesa le donne addobbarono la statua lignea del santo per la processione solenne dell’indomani, giorno del santo patrono.
Ma durante il pomeriggio arrivò una notizia inaspettata.
Per l’accertamento del miracolo erano stati richiesti i documenti, lastre e referti medici, che certificavano lo stato cronico della malattia. Erano stati richiesti subito, e dal momento che non venivano prodotti, la santa sede aveva archiviato il caso.
Una nuova doccia fredda.
L’effetto fu l’ennesima sospensione dei festeggiamenti. Spoliazione della statua dai paramenti della festa, silenzio e sgomento tra i compaesani, e come se non bastasse, le risate a crepapelle degli odiati rivali.
La farsa aveva avuto un solo effetto. Se non si riusciva a dimostrare che Giacomino era stato ferito in guerra, si poteva dimostrare, allo stato delle cose, che godeva di ottima salute.
I medici certificarono che la gamba era sana e robusta, così la previdenza sociale provvide alla revoca dell’indennità mensile.
I quattro amici si trovarono sul belvedere . Nessuno aveva il coraggio di iniziare la conversazione.
Ad un tratto furono richiamati dal rumore dei passi di qualcuno che si avvicinava.
Era Giacomo, che per la comunità, ignara di tutto, rimaneva comunque un miracolato.
-Sentite,- disse avvicinandosi con passo svelto e deciso,- la pensione era l’unico sostentamento che avevo. Voi me l’avete fatta perdere, voi dovete mantenermi. Pretendo che mi diate la stessa cifra ogni primo giorno del mese, altrimenti vado dai carabinieri e racconto tutto.
-Siamo persone serie,- intervenne Antimo,- ci preoccuperemo di farti continuare a vivere come prima.
-Vediamoci stasera nel mio fondaco,- aggiunse Carlo,- alle nove. Arrivate alla spicciolata, senza dare nell’occhio. Ah, Giacomo, lascia a casa i ferri per lo scasso, la porta la troverai aperta.
Alle nove i cinque erano nel fondaco. Giacomo era pronto a ricevere la somma di denaro che aveva chiesto, in banconote.
Lesti, il macellaio e Claudio lo afferrarono ognuno per un braccio. Antimo gli sollevò la gamba che Carlo, con tutta la forza che aveva, colpì con un manico di vanga, dicendo:
-Se non potrai più essere invalido di guerra ti facciamo diventare invalido civile.
I quattro scoppiarono a ridere mentre il poveretto, zoppicando, scappò via.
L’indomani lo videro recarsi in chiesa, alle nove, con il solito bastone e la solita andatura. Di fronte alla chiesa c’era un gruppetto di persone del paese di San Duilio che volevano conoscere meglio la storia.
Vedendo arrivare Giacomino in quella maniera, rimasero a bocca aperta.
Buon giorno, Giacomo,- disse l’unico che lo conosceva,- ma il miracolo, c’è stato oppure no?
-Certo che c’è stato, ma è durato solo qualche giorno.
-Ma la gamba,- aggiunse l’odiato abitante limitrofo con tono beffardo,- non era l’altra?
Il gruppetto si fece una fragorosa risata e uno degli amici disse:
-E’ normale. La precisione di un Beato non potrà mai essere come quella di un Santo!
