Il divano - di Arcel Nis
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 12/07/2007 alle ore 15:30:48
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Dopo anni di vita in affitto, dopo innumerevoli traslochi e quando ormai avevo perso le speranze, lui ha bussato alla mia porta o, meglio, io ho bussato a quella che, in qualche modo, è la sua porta. Lo si può scorgere subito a sinistra, appena entrati nell’appartamento, ed è per lui che ho deciso di venire ad abitare qui. Tra vari alloggi possibili proprio qui, che non è certo zona residenziale. “Lui chi è?” viene ormai da chiedere, riecheggiando Renato Zero. Lui è un divano. Non nuovo e neppure lussuoso come quelli che troneggiano spavaldi tra le pagine di Casabella, Casaviva, Casafacile, Casatua, Casacara e così via. No, è un semplice, ordinario, tremendamente domestico divano. Ma è straordinariamente comodo e questo - per me che ho dormito su materassi di gommapiuma e che ho la schiena tatuata da vecchie reti (altro che doghe in legno!) - è ciò che conta.
Ad essere sincero, nella mia vita c’è già stato un divano. Una fugace apparizione che, tuttavia, mi ha lasciato il segno. uno straordinario esemplare in pelle nera al cui confronto il mio modesto pezzo d’arredamento fa una ben magra figura. Però, almeno, lui è mio: l’altro apparteneva ad una mia ex. La stronza l’ho lasciata perché aveva un altro. E’ stata una scelta sofferta: non era facile rassegnarsi a dire addio a quel tripudio di pelle e morbidezza. Ma salvaguardare l’orgoglio era più importante che gratificare il mio fondoschiena per cui mi feci coraggio e dissi basta. Il tipo - l’altro - era un idiota, uno di quelli per cui due più due fa cinque, di quelli che costruiscono castelli in aria e poi ci vanno pure ad abitare (qualche volta li danno pure in affitto). Mi ricordo ancora la scena:
io che le dico: - Dunque è lui.
Lei silenzio.
- Tra tutti quelli che ti potevi fare, proprio lui?
Ancora quel fottuto silenzio.
- Magari l’avete pure fatto qui, sul nostro divano?
(Perché per me quello era il nostro divano, teatro delle nostre migliori performances).
Lei: - E’ il mio divano.
- Ok, va bene, - le rispondo – metti pure i puntini sulle “i”: resti comunque una puttana.
Con quella frase dissi addio al sofà ed alla sua padrona. Chiaramente, andandomene, sbattei la porta perché così è previsto che si faccia in questi casi o , perlomeno, che si racconti di averlo fatto.
Comunque sia, ora un divano tutto mio ce l’ho. Fino ad oggi quasi tutti i miei amici l’avevano ed io no, peggio che compiere 18 anni e doversi accontentare di andare ancora in giro in motorino. Ho vissuto in appartamenti anche grandi,ma tutti in qualche modo monchi perché privi di questo fondamentale arredo. Mi vien da ridere al pensiero del primo appartamento preso in affitto. Era grande e luminoso, ma il proprietario era un perfetto imbecille. Era stato lui a costruire la palazzina, per cui ne andava fiero come se si trattasse dell’ottava meraviglia del mondo. – Palazzine così non se ne vedono qui – mi andava ripetendo ogni volta che ci incontravamo. In effetti, tolti quei tre o quattro palazzi di sei piani, la sua palazzina di tre piani era l’edificio più grande e maestoso del quartiere...
Il giorno del nostro primo appuntamento, terminato il giro di perlustrazione, tronfio come un pavone mi fa: - Bello, vero, l’appartamento?
Al che io abbozzo un timido sorriso di assenso perché chiedere ad uno che ha sempre vissuto in una villetta unifamiliare dislocata su due piani se trova bello un quadrivano è come chiedere ad uno che possiede una Ferrari di lodare una Golf.
Il mio attuale padrone di casa, invece, è molto più modesto e discreto, forse un po’ troppo assente. Ma almeno mi ha fornito un divano.
La prima sera che ho trascorso qui, dopo il trasloco, l’ho passata al telefono. Ho chiamato un po’ tutti: Mario, Gino, Edo, Andrea V., Andrea G., Luca... Per tutti lo stesso programma: stravaccamento collettivo sul divano con contorno di filmetti americani tipo “American pie”, birre gelate e rutto libero. Poi ho chiamato lei, Titti. Oh, tenera e candida Titti. Per lei una proposta un po’ diversa: film romantico tipo Pretty woman o – nella migliore delle ipotesi – Bridget Jones, coca-cola, pop corn e tante tante coccole, tutto da godersi rigorosamente sul divano... incrociando le dita per il bonus extra. Il mio divano è ormai il più fedele testimone della mia doppia personalità, sempre più pericolosamente prossima alla schizofrenia. Spero, però, non mi tradisca.
Del resto, per lui ho accettato di vivere in questo pittoresco quartiere di case popolari fatiscenti nei cui cortili i bambini giocano a pallone nudi e le bambine imprecano come scaricatori di porto. È un posto incredibile, comunque. L’altra sera, per esempio, verso le sei, forse le sette, si è levata improvvisa una melodia che non proveniva da autoradio o altoparlanti per animazione all’aperto. Era un violino. Capite?! Un violino in pieno Bronx (questo quartiere mi piace chiamarlo così). Imperterrito ed incurante dello squallido contesto, un musicista in erba si cimentava con un ostico esercizio. Son rimasto a bocca aperta come un pesce allergico all’amo. La stessa espressione con cui mi ha lasciato un giorno la mia cliente preferita. Lavoro in un bar e tutte le mattina lei viene da noi a fare colazione. I suoi colleghi sono simpatici, lei è splendida. Quando mi parla non posso che perdermi nei suoi placidi occhi verde nocciola e nel suo seno generoso. Un giorno faccio una battuta ad un suo collega che mi risponde brusco e lei con tutta naturalezza e con la sua solita espressione angelica mi fa: - Lascialo perdere, oggi ha i suoi cazzi.
Quando si dice che l’apparenza inganna...
Già, l’apparenza. Se Titti sapesse che, in realtà, non sono un principe azzurro tutto moine e delicatezze, ma uno di quelli che lei chiama trogloditi solo perché amano bere, fumano un po’ di tutto, dicono cose volgari e mettono il sesso al primo posto in un rapporto, penso non vorrebbe più vedermi. Si, potrebbe accadere un giorno o l’altro... Beh, poco male: resterei comunque in compagnia del mio divano.
