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Fobach e io - di Alessandro Borrini

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 15/08/2007 alle ore 20:42:48

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

FOBACH E IO

Il delirio nel quale avevamo passato la nottata andava scemando di mano in mano che il cielo si colorava del blu intenso che precede l’alba, quando le cose prendono nuove forme e i colori della natura cominciano a dipingersi nella penombra. Contemporaneamente all’esplosione del canto assordante di migliaia di uccelli le braci del fuoco si spegnevano lentamente, ormai dimentiche dei chili di carne arrostita e divorata selvaggiamente, in una sorta di rituale profano e godereccio innaffiato da litri e litri di vino di scarsa qualità. L’euforia nella quale ci piaceva lasciarci andare, in questa come in innumerevoli altre occasioni, continuava a tenerci in piedi in un barcollante succedersi di scoppi di risa tra battute di dubbio gusto, interrotte talvolta da repentini attimi di silenzio, o da lunghi discorsi mormorati con voce rauca che nascondevano profonde quanto squinternate osservazioni sul senso dell’esistenza, subito dopo dimenticate (sebbene non ci risparmiassero una certa commozione, pelle d’oca e come un fremito tra le vertebre) e sostituite da una nuova serie di battutacce. Se è vero che la contraddizione pensante-leggero è la più misteriosa e la più ambigua di tutte le contraddizioni, in momenti come questi la sintesi tra i due opposti rasentava il sublime.
Ragionavo su questo, o su qualcosa del genere, in un turbinìo di pensieri che creavano legami tra cose, ricordi e riflessioni che poco avevano a che vedere tra loro, quando intesi mio fratello bestemmiare nei confronti del suo cellulare. È un quarto d’ora che cerco di chiamare a casa ma nessuno mi risponde, mi disse. E perché cazzo devi chiamare a casa alle cinque del mattino, sbottai io, per lo più che mio fratello aveva ormai tagliato ogni ponte con i nostri genitori da lungo tempo. Sai com’è, mi disse con aria grave, quasi per farmi sentire in colpa, Fobach è morto! Questo mi disse, in un momento di silenzio generale, per cui tutti sentirono la frase “Fobach è morto” e tutti trattennero il fiato, anche gli uccelli sembrarono abbassare il tono del loro incessante pigolìo, anzi, per un istante si zittirono del tutto, e anche il lungo percorso che fa sì che il cielo spenga ad una a una le luminarie delle stelle per prepararsi ad accogliere l’ingresso dell’arrogante astro mattutino si arrestò, prima che cominciasse la sequela di Oh! Mio Dio, Ma sei sicuro?, Non è possibile! e quant’altro. Cercai Claudia con lo sguardo, la vidi letteralmente sconvolta, Com’è successo, chiese, Un’infarto qualche ora fa, rispose mio fratello, Mio Dio, mormorò Claudia che credo non avesse mai utilizzato, da atea incallita quale era, questa espressione in tutta la sua vita. La mia domanda gelò tutti in un silenzio irreale, ma non potei farne a meno, nonostante il mio imbarazzo « Chi è Fobach? » chiesi, e tutti mi guardarono con rimprovero, come a dire « Ti sembra questo il momento di scherzare? ». Claudia si mise le mani tra i capelli, Non è possibile, disse, non puoi essere così ricoglionito, e scorsi i primi sintomi di quella che in pochi secondi sarebbe diventata una scenata di rimproveri dalle proporzioni storiche. Dovevo correre ai ripari, ma non sapevo come, non avevo davvero la più pallida idea di chi fosse questo Fobach.

La chiesa era stracolma. Sembrava fosse arrivata gente da ogni parte del mondo. Tutti i popoli erano rappresentati per dare l’ultimo saluto a una persona, a quanto pare, conosciuta da tutti e di cui, ormai ero sicuro, non avevo mai sentito parlare (per quanto avessi assicurato Claudia del contrario, Caspita! Come ho potuto dimenticarmene! So bene chi è Fobach, ovviamente. Non sono mica stupido). C’erano anche tutti i miei amici, i miei genitori, dall’aria afflitta, e mio fratello, che, per la prima volta in vita mia vedevo vestito con un abito elegante e impeccabile.
Quella che scoprii essere la figlia di Fobach, forse la ragazza più pallida e magra che abbia mai visto, era, naturalmente, oggetto dell’attenzione di tutti. Non l’avrei neanche vista, in mezzo a tutta quella folla che la circondava presentandole le condoglianze in tutte le lingue conosciute, se non fosse che , chissaccome, scorse Claudia, e d’improvviso sembrò scordarsi di tutti e le si avvicinò facendosi largo nel marasma ossequioso degli astanti. Si abbracciarono e parlarono a lungo, rivelandomi che erano amiche da sempre, ed evitai di dire che, a mia memoria, Claudia non me ne aveva mai parlato. Accanto alla figlia di Fobach un giovanotto molto alto e stempiato la seguiva ad ogni passo, senza dire una parola, lo sguardo abbassato quasi a nascondere il proprio imbarazzo. Il suo ragazzo o, più probabilmente, un lontano cugino.
La profonda amicizia tra Claudia e la figlia di Fobach ci valse un posto in prima fila durante la cerimonia, onore che non fece altro che rendermi nervoso, come ogni volta che mi sento un pesce fuor d’acqua. E ad accentuare la sensazione di insofferenza verso tutto ciò che mi circondava era la vista di Claudia perfettamente a suo agio nel rituale di botta e risposta tra la il prete e la folla e nell’alternarsi dei differenti momenti seduti e in piedi e in ginocchio e scambiatevi un segno di pace. E dire che non era mai stata in chiesa e che neanche era stata battezzata. Ma ciò non era niente in confronto alla vista di tutta questa gente di culture e religioni differenti, senza neanche nessuna nozione della lingua italiana, eseguire all’unisono tutti i gesti necessari alla celebrazione del funerale.

Una fila interminabile di macchine seguì il carro funebre fino al cimitero, mani di tutti i colori si allungarono sulla bara per dare l’ultimo saluto prima della sepoltura, sopracciglia aggrottate e sguardi assorti accompagnarono le delicate operazioni degli elegantissimi impiegati delle pompe funebri, che nel silenzio assoluto calarono nella fossa la preziosa e rifinita cassa di legno. Sopra troneggiava una bianca lapide sulla quale era incisa in caratteri d’oro un’unica parola: "FOBACH", era scritto, e nient’altro, come se il solo nome di quest’uomo bastasse a dire tutto ciò che andava detto su di lui. Poi cominciarono i mormorii, e mentre tutti riguadagnavano le proprie macchine presero a parlare serenamente del più e del meno, e in pochi minuti la monolitica e possente sacralità di poc’anzi si sciolse in innumerevoli rivoli fatti di chiacchiere vuote. Uno dei maggiori argomenti di discussione era il testamento di Fobach, che si sapeva con certezza essere stato redatto e nascosto chissàddove senza essere stato registrato da alcun notaio. A quanto pare, nel caso di Fobach, non era necessaria alcuna formalità burocratica per riconoscere ed eseguire le sue volontà. Anche in vita era stato così, mi spiegarono, la sua firma bastava perché i suoi ordini venissero rispettati. Il problema, ora, era che nessuno sapeva dove questo testamento fosse nascosto, e in quale modo Fobach avesse previsto che dovesse saltare fuori.
Il lungo serpentone di automobili si ricostituì sulla strada che portava alla villa di Fobach, dove un banchetto ci attendeva per concludere la giornata in una solenne abbuffata.

La villa era enorme, un vecchio maniero restaurato e ingrandito dalla mente di un folle architetto, che aveva aggiunto al corpo principale della casa due ali laterali, dei lunghi porticati che si inoltravano oltre l’edificio nella campagna circostante, e, all’interno, una quantità di stanze e di corridoi che si succedevano in un inestricabile labirinto. Nella corte interna, sotto la pallida luce di un morente pomeriggio di autunno, tra le colonne dei portici e nel salone principale, cui si accedeva da un pesante portone di mogano intarsiato, la gente si riversava sui lunghi tavoli allestiti dappertutto per servire ogni sorta di leccornie e bevande a profusione. Della solennnità di poco più di un’ora prima non era rimasto niente, e di mano in mano che gli alcolici venivano consumati si sentivano più frequenti esplosioni di risate e voci che cercavano di sovrastarsi a vicenda, così che la confusione aumentava esponenzialmente. Entrai nel salone dove un’orchestrina suonava un Valzer allegro, sentendomi sempre meno a mio agio anche tra i miei amici, che quel giorno sentivo come estranei, tanto che desideravo restare solo a girovagare tra tutta quella baldanza. Ma mi sentii chiamare da Claudia, che ora aveva abbandonato l’aria grave che aveva indossato per il funerale, e con evidente sfoggio di allegria mi disse con voce cinguettante che dovevo seguirla. Naturalmente era insieme alla figlia di Fobach e al giovanotto stempiato, entrambi sorridevano e mi guardavano con aria maliziosa. « Andiamo di là » cinguettò Claudia, e ci incamminammo verso una delle tante porte che davano sul salone. Ci ritrovammo in una sala con un camino acceso, delle poltrone in pelle intorno a un tavolo di cristallo al centro e pesanti mobili di legno antico tutt’intorno. Un uomo dallo sguardo severo ci fissava da un quadro enorme sopra il camino. Pensai potesse essere Fobach, se non fosse che indossava un abito settecentesco. Claudia continuava a cinguettare con la sua amica, il giovanotto stempiato mi fissava in modo strano. « Adesso vi lasciamo soli » disse Claudia «credo proprio che dovreste conoscervi meglio ». Non avevo nessuna voglia di fare la conoscenza di questa persona che, tra l’altro, non aveva pronunciato una sola parola da quando lo avevo visto la prima volta, quel pomeriggio, ma in men che non si dica le due amiche erano tornate nel salone, ridendo forte per non so quale banalità urlata con voce da pinguino da una delle due. Rimanemmo un poco in un silenzio imbarazzato. Vedendo che osservavo il dipinto sopra il camino, il giovanotto esclamò « Indubbiamente è stato un uomo che ha lasciato il segno ». « Amava farsi ritrarre con vestiti d’epoca? », chiesi, non avendo ormai più dubbi sull’identità di quell’uomo che non sembrava staccarci gli occhi di dosso. « Chi lo sa? Fin da quando ero bambino quel ritratto c’è sempre stato. Quando ero piccolo mi dicevano che Fobach era nato quasi trecento anni fa, in pieno secolo dei lumi » Fece una risata da tacchino spennato « Ci pensi ?» continuò « Attraversare i secoli, assistere in prima persona alla nascita dell’età moderna, al concetto stesso di progresso. Ma naturalmente era solo una storiella che raccontavano a noi bambini ». Mentre parlava mi si avvicinava pericolosamente « La tua ragazza » disse sornione « ha detto che dovremmo conoscerci meglio, e se lo dice lei ... ». Mi accarezzò una guancia col dorso della mano, mi scansai bruscamente « No, guarda, Claudia dev’essere completamente ubriaca ». Ancora quella risata, il tacchino doveva essere sbronzo anche lui « Va bene, si può sempre essere amici ». « Basta che non ti faccia illusioni » replicai con veemenza. « Illusioni no, ma non ti garantisco che non tenti ancora di stimolarti » e rise di nuovo, avvicinandosi e passando due dita sul mio orecchio. Dovetti ucciderlo, naturalmente. Ha un bel dire, il mio psicanalista, che dovrei reprimere i miei istinti omicidi. Non sono io ad essere omofobico, misogeno, razzista, antisemita e quant’altro, è l’umanità intera che sembra essersi coalizzata per farmi innervosire. Certo, se evitassi di portarmi sempre dietro la pistola farei meno danni, ma tant’è.

Rientrai nel salone che ora sembrava anche più affollato di prima. In sottofondo si intuiva appena la musica dell’orchestrina, che ora sembrava essersi ridotta ad uno stridìo di violini in mezzo al frastuono di voci ubriache, a questo vociare scalmanato di gente che ora sentivo di odiare con tutto il mio essere. Incredibilmente, con mio disappunto, in tutta quella confusione incrociai i miei genitori, che ascoltavano attenti, in un crocicchio di persone a bocche spalancate, un grosso ed elegante fanfarone, dalla voce tonante e dal portamento di chi è convinto di incantare le folle con lunghi racconti. Cercai di dileguarmi ma mia madre mi captò con lo sguardo e mi attirò a se con un gesto affrettato della mano. Quest’uomo, mi sussurrò quando, mio malgrado, mi fui avvicinato, ha conosciuto Fobach. Nessuno sembrava notare le macchie di sangue sulle mia giacca. Avevo sparato a una distanza troppo ravvicinata.
« Dire che lo conoscevo è troppo » fanfaronava l’elegantone. Purtroppo ero giunto all’inizio del racconto « In effetti lo ho visto una volta sola. All’epoca ero amministratore delegato di una piccola azienda. Eh, eh eh! Piccola in confronto alla multinazionale di Fobach, naturalmente. La sua azienda doveva assorbire la nostra, e dovevo incontrarlo per concludere l’affare. Fobach si occupava personalmente di tutto, e non so come ci riuscisse senza doversi trovare contemporaneamente in diversi luoghi del mondo ».
Ci guardò con sussiego socchiudendo gli occhi e fissandoci ad uno ad uno prima di continuare.
« Lo incontrai in un piccolo ufficio a Tokio, o a New York, non ricordo più. Mi disse che aveva una questione da sbrigare in Argentina, che non aveva molto tempo e mi chiese se potevo venire con lui sul suo aereo privato. Avremmo sbrigato le pratiche in volo e poi mi avrebbe fatto riaccompagnare. Era estremamente gentile ma sbrigativo, quasi non aspettò la mia risposta, che comunque fu, naturalmente, affermativa ».
Mi resi conto che anch’io ascoltavo l’oratore con bocca semi-spalancata. Questo era dovuto al fatto che l’omone era così alto che eravamo costretti a piegare il collo all’in su per guardarlo.
« Giungemmo in qualche luogo sperduto dell’Argentina col suo Jet (lussuoso, ma senza ostentazioni di sorta) e atterrammo su una piccola pista dove lo aspettava un gruppetto di indios. Questi lo accolsero come fosse un vecchio amico, qualcuno addirittura gli diede una pacca sulla spalla, ed egli era perfettamente a suo agio e parlava loro nella lingua nativa, per me assolutamente incomprensibile. Mi chiese se volevo seguirli in quella che, mi assicurò, sarebbe stata un’esperienza indimenticabile. Capirete bene che non potevo rifiutare. Mi son sempre chiesto perché abbia scelto un povero diavolo come me. Credo che al mondo si contino sulla punta delle dita le persone che possano vantarsi della stessa cosa ».
Afferrò un bicchiere di Champagne da un vassoio portato in equilibrio su una mano da un povero cristo di cameriere che cercava di districarsi tra quella massa di corpi ammassati l’uno sull’altro. Io ne presi due,di coppe, tanto era evidente che il gigante avrebbe continuato ancora a lungo, e chissà quando sarebbe passato il prossimo cameriere.
« Montammo su dei lama. Eh, eh, eh! Da non crederci. Degli autentici lama. Gli indios ci circondavano e parlavano allegramente con Fobach, che sembrava essersi trasformato in uno di loro. Cavalcammo non so quante ore arrampicandoci sulle Ande, lungo stretti sentieri che si affacciavano su dirupi scoscesi ad altitudini vertiginose. Confesso che non fu un’esperienza piacevole, alla paura di capitombolare per migliaia di metri si aggiungeva un terribile dolore al fondoschiena dovuto alla scomoda cavalcatura. Ma Fobach, che già allora doveva essere parecchio anziano, sebbene nessuno abbia mai capito quale fosse la sua vera età, continuava a sembrare perfettamente a suo agio. Giungemmo infine all’imboccatura di una grotta, non so a quante migliaia di metri di altezza. Ci fermammo per rifocillarci e ripartimmo senza neanche riposarci. " Mi spiace ma non ne ho il tempo" mi disse " Ho tante di quelle cose da fare. Questo è tutto quello che posso concedermi come vacanza" ».
Si interruppe per bere, lentamente, un sorso di Champagne. Le sue pause ad effetto mi snervavano più del suo racconto, quasi quasi sparavo anche a lui.
« Entrammo nella grotta, al cui interno si snodava in un lunghissimo tunnel tutto in discesa. Cavalcammo ancora per molto tempo, nel buio appena rischiarato dalle rozze torce degli indios, le cui fiamme rendevano ancora più soffocante l’aria naturalmente viziata della stretta galleria. Non vi dico come era ridotto il mio fondoschiena. Eh, eh, eh!
« Infine giungemmo in un luogo che doveva trovarsi nelle viscere della terra, un luogo straordinario. Una grotta enorme, immensa, provate a immaginare una distesa sterminata, non so, un deserto, una pianura di cui non si vedono i confini, e immaginate di ricoprirla tutta con una cupola di roccia. E l’intera grotta era occupata da giganteschi ingranaggi di pietra, che ruotavano uno sull’altro lentamente ma inesorabilmente. Noi non eravamo che minuscole formiche di fronte a una montagna, macché dico!, a una catena montuosa, perché il più piccolo di quegli ingranaggi era grande quanto una montagna. Scendemmo dai lama e camminammo ancora a lungo tra gli ingranaggi, seguendo un percorso che Fobach, evidentemente, conosceva bene. Giungemmo a quello che doveva essere il centro del meccanismo, dove c’era un grande spiazzo, ma grande è dir poco. Su questo spiazzo, circondato da migliaia di tonnellate di ingranaggi, si muoveva in avanti e indietro, lentamente, una pendola, una sfera di pietra levigata grande quanto una città, legata al soffitto della grotta, troppo alto perché potessimo scorgerlo nell’oscurità. ».
Fece un’altra pausa ad effetto, bevve un altro sorso, ora era tutto rosso ed eccitato. Io avevo finito i miei due bicchieri in due sorsi e mi guardavo intorno nella speranza di avvistare un altro cameriere porta-vassoi. L’elegantone ci guardò di nuovo ad uno ad uno ponendo una mano avanti come a dire "calma, il bello deve ancora venire", e riprese, più concitato di prima. Per fortuna.
« Ovviamente ero sbalordito. Fobach mi guardava ridendo "Sorpreso di vedere il meccanismo che regola il mondo?". Un’ometto gobbo con un paio di occhiali dalle lenti troppo spesse da miope ci si avvicinò nella penombra "Ed ecco l’orologiaio" esclamò Fobach vedendolo, e lo abbracciò ridendo e dandogli forti manate sulle spalle. " Senza di lui le stagioni non seguirebbero sempre lo stesso ritmo, e gli anni non durerebbero sempre trecentossessantacinque giorni e cinque ore e vattelappesca". Ma l’occhialuto lo guardò con aria grave e sospirò "Purtroppo non è proprio così" disse "Sempre più spesso il meccanismo perde colpi, o addirittura si inceppa. E la pendola mi sembra abbia sempre più un moto irregolare. Si tratta di poche frazioni di secondo, certo, ma io le percipisco sempre più chiaramente. Faccio il possibile, Ma il moto delle cose diviene di giorno in giorno più imprevedibile".
« Allora Fobach si fece improvvisamente serio. Socchiuse gli occhi, cadendo in quella che sembrava essere una sorta di trance, e levò le braccia in aria, verso la pendola che si muoveva sopra le nostre teste. A poco a poco la velocità della pendola prese ad aumentare gradualmente e la pesante sfera di pietra cominciò a ruotare su se stessa. D’improvviso si accese di una luce sfolgorante, dovetti chiudere gli occhi, e quando li riaprii al posto del soffitto della grotta c’era un cielo azzurro nitido, e la sfera di pietra altro non era che un sole sfavillante, che ruotava descrivendo un circolo in senso antiorario ad una velocità sempre maggiore. Noi ci trovavamo su una piattaforma di ghiaccio circondata dal mare, azzurro come il cielo tanto che non si distingueva l’orizzonte, il cielo confondendosi con il mare. Il sole ora si moltiplicava per 10, per 100, per 1000, finché non distinsi chè un’unica striscia gialla che formava un cerchio di luce, facevo fatica a tenere gli occhi aperti. E poi vidi formarsi le trombe d’aria, dapprima poche e lontane, poi sempre più grandi. Dal cielo toccavano il mare trascinando tonnellate di acqua in vortici spaventosi. Correvano tutto intorno a noi, a velocità folli, in moti disordinati e imprevedibili, come di trottole impazzite. Si allontanavano e si avvicinavano, a volte puntavano dritte su di noi e, prima di deviare per riprendere il largo, arrivavano quasi a toccare la piattaforma di ghiaccio, sulla quale io tremavo di paura, il gobbetto rideva battendo le mani e Fobach restava impassibile. Era come se ci trovassimo nell’occhio di un ciclone formato, a sua volta, da centinaia, forse migliaia, di cicloni più piccoli. Onde alte decine di metri ci sovrastarono, mi vidi risucchiato dalla furia del mare, ma non uno schizzo d’acqua ci raggiunse. Poi arrivarono i terremoti, caddi a terra, e anche il nanetto, che, al contrario di me, continuava a ridere di una risata acuta, in falsetto, e snervante. Vidi sorgere continenti, e li vidi riinabissarsi. In pochi, lunghissimi istanti la tettonica delle placche sembrava essere stata sconvolta, e la morfologia della terra modificata radicalmente. Il fragore assordante mi sconvolse, portai le mani alle orecchie, e mi resi conto che sanguinavano. Gridavo ma non sentivo la mia stessa voce, eppure sentivo, chiara e distinta, penetrante come una punta di spillo che si infili a perforare un timpano, la risata del deforme orologiaio, che sdraiato a terra si dimenava sbattendo le mani e i piedi contro il ghiaccio levigato. Credetti di non poter sopravvivere a quell’incubo, quando finalmente l’uragano cominciò a placarsi, le trombe d’aria a dissolversi, e il sole a rallentare fino a fermarsi.
« Ora la pace era assoluta, il mare piatto come l’olio, anche la maledetta risata era cessata. Nel silenzio vidi sorgere dalle acque, quasi al rallentatore, le balene. Saltavano per alcuni metri sopra lo specchio d’acqua e si tuffavano lasciandosi cadere su un fianco o sulla schiena. Il mare si increspava appena sotto lo schianto dei superbi mammiferi, l’aria sapeva di sale e il silenzio nel quale eravamo avvolti mi diede un senso di tranquillità come non la ho mai provata in vita mia.
« Una balena sorse di fronte a noi, a pochi metri dalla piattaforma di ghiaccio. Ci guardava con uno sguardo intelligente, quasi umano. E a poco a poco dei pensieri cominciarono a sorgere nella mia mente, e mi resi conto che non erano miei, questi pensieri, che la balena stava comunicando con noi in forma telepatica. "Un nuovo ciclo è iniziato" diceva, anzi, pensava la balena "e questa volta Dio non ha commesso gli stessi errori del passato. Ora siamo noi balene il culmine della catena evolutiva. Mai più nasceranno sulla terraferma esseri in grado di dare inizio all’evoluzione dell’uomo, questo cancro che ha inferto al pianeta ferite così profonde che solo dopo milioni di anni si sono completamente cicatrizzate". Questo disse la balena, ed ebbi la visione della terraferma sulla quale, in effetti, non c’erano che muschi e licheni e poche sterpaglie.
« Il sole ricominciò, lentamente, a ruotare, questa volta in senso orario. L’incubo ricominciò, esattamente come prima, ma come in un film visto al contrario. Di nuovo le tempeste, le trombe d’aria, i continenti che riemergevano e si inabissavano.Credetti di non poterlo sopportare, forse svenni, i miei ricordi sono, comunque, alquanto confusi. Quando tutto fu finito, e mi ritrovai sul suolo freddo della caverna, avvolto nella semioscurità, Fobach, che in tutto quel tempo era rimasto immbile con le braccia levate, riprese in un attimo il suo umore di sempre. Ricominciò a sorridere, ma adesso nel suo sguardo c’era un velo di tristezza. Insieme all’orologiaio mi aiutò a rialzarmi. Ero stravolto, com’è naturale, ma gli ingranaggi tutt’intorno a noi e la pendola sopra le nostre teste mi davano ora un senso di conforto. Quello era il mondo concreto nel quale vivevo. "La lascio quì a riposare un po’ " disse Fobach "Io mi devo sbrigare, ho una giornata piuttosto densa di impegni che mi aspetta. Come sempre, del resto" sorrise e mi salutò, lasciandomi con due guide che mi avrebbero riaccompagnato al piccolo aeroporto e con l’orologiaio, che si mise a spiegarmi il funzionamento del meccanismo, argomento alquanto interessante se non fosse che crollavo dalla stanchezza ».
L’elegantone era decisamente soddisfatto di se e dell’effetto che il suo racconto aveva avuto sul suo pubblico. Ma peeensa, disse mia madre col tono sinceramente interessato di chi ha ascoltato una parola su tre, È incredibile che sia morto, disse mio padre, lo credevo indistruttibile, Più che altro, riprese il fanfarone con aria saccente, questo testamento dovrà saltare fuori prima o poi, e sinceramente ho una qualche idea su chi sarà il suo successore, o uno dei suoi successori. Evidentemente era convinto che avendo avuto il grande privilegio di assistere ad un’allucinazione col mitico Fobach aveva il diritto di aspettarsi una bella eredità. Chissà che droga si erano presi quel giorno in Argentina, ma più probabilmente si era inventato tutto.
Lasciai il crocicchio che ero furibondo. Ecco chi era questo dannato Fobach, pensai, non era altro che il presidente di una dannata multinazionale, e su di lui si raccontavano leggende, come fosse una sorta di divinità o di essere mitico. Quello che mi stupiva era come fosse possibile che Claudia e i miei amici, che in genere sputavano addosso su persone del genere, fossero così affascinati da questo quì.

Bighellonai a lungo, divincolandomi tra quella gente di tutte le razze e in quel vociare orrendo, quel miscuglio di lingue che a volte non sembravano neanche umane ma più simili a versi di animali esotici o preistorici (e nell’ascoltare questi suoni tremendi, partoriti da gole di esseri dagli occhi a mandorla o dalla pelle più scura del carbone, mi sembrava di vederne i corpi deformarsi in mostri da romanzo fantasy, le schiene si arcuavano all’indietro finché la testa quasi non toccava i talloni, nasi aquilini si trasformavano in becco d’aquila e enormi ali di pipistrello si spalancavano tra le scapole) tanto che il mio profondo razzismo, così radicato nel mio animo ma che in genere si manifestava solo con un forte senso di insofferenza o, tutt’al più, con qualche repentino scoppio d’ira che poteva spingermi, ogni tanto, a sparare un colpo di pistola, in quel momento sembrò essere sul punto di esplodere, e la mia arma, nella fondina poco al di sotto dell’ascella sinistra, sembrava premere sulle costole quasi a soffocarmi, e le costole chiedevano alla mia mano destra di liberarle da quel peso, e la mia mano destra chiedeva al mio cervello di lasciarla libera di agire, di afferrare la pistola e di scatenare un putiferio. Ma il mio cervello non faceva che ripetere che i colpi nel caricatore erano troppo pochi per tutta quella gente, con una mitragliatrice sarebbe stato tutto un altro discorso, immaginai il godimento nello stendere una persona dietro l’altra in pochi secondi, ma con una misera calibro quarantotto il gioco non valeva la candela. A ripensarci, mi resi conto che più volte avevo provato sensazioni del genere, in metropolitana, per esempio, o su un marciapiede affollato nell’ora dello shopping in centrocittà. Più che di razzismo si trattava forse di una qualche forma di claustrofobia. No. Non ero sull’orlo di una crisi isterica. Ero, anzi, fin troppo abituato a convivere con quelle sensazioni. Avevo solo bisogno di distrarmi, cercando Claudia, per esempio, mia suprema distrazione e allo stesso tempo il mio appiglio al mondo reale.
Incrociai mio fratello, che finalmente si era slacciato la cravatta. Hai visto Claudia, gli chiesi, L’ho vista uscire da quella porta laggiù con la figlia di Fobach, rispose, ma lasciala perdere, beviamoci un Campari. Ne bevemmo quattro o cinque, lo lasciai mentre litigava con un cameriere che non lo voleva più servire, giudicandolo, chissà perché, troppo ubriaco.

Imboccai la porta che mio fratello mi aveva indicato. Camminai per non so quanto tempo lungo corridoi contorti, attraversai stanze enormi e lussuosamente arredate, e su ogni parete ritratti di Fobach. Ritratti su ritratti. Sempre quello sguardo severo, che sembrava fissarmi in ogni istante come se mi avesse sempre fissato fin dalla mia nascita. E in ogni ritratto indossava abiti di epoche differenti, da cavallerizzo del settecento con camicia di pizzo, da gentiluomo dell’ottocento, da uomo d’affari del novecento, come se veramente avesse attraversato i secoli. Ancora una volta mi chiesi cosa ci trovassero tutti in questo arrogante egocentrico, dalla pelle grigia e dal naso ricurvo.
Disperai di poter trovare Claudia e di poter ritrovare la strada del ritorno. Dalla interminabile serie di finestre la grigia luce del giorno morente entrava nelle sale con una fredda umidità che penetrava, lentamente, attraverso le spesse mura del casolare, e da lì nelle mie ossa. Ero sperduto, e il senso di solitudine che mi accompagnava da sempre ora mi divorava insieme allo sconforto e al fallimento di ogni tentativo di trovare una strada che mi portasse in un luogo qualsiasi.
Finché non sentii, attraverso una porta semichiusa, un grido soffocato. Un grido, e un ansimare di godimento che conoscevo fin troppo bene. Spalancai la porta. Due corpi nudi, intrecciati in una posizione impossibile su un letto a baldacchino rosa, si presentarono alla mia vista. Un corpo era quello di Claudia, l’altro, scheletrico fino a darmi la nausea, era quello della figlia di Fobach. Il primo si alzò di scatto. Il volto che avevo tanto amato nonostante la mia congenita avversione per il sesso femminile ora sorrideva, con perfetta naturalezza. Conoscevo bene quel sorriso, avrebbe ingannato chiunque, ma sapevo bene che nascondeva un profondo imbarazzo e la paura, terribile, che in quell’istante il nostro idilliaco rapporto poteva essersi incrinato irrimediabilmente.
Furioso grido non so quali ingiurie. Ma amooore, mi dice sorridendo, è un gioco che facevamo da bambine, ci è solo venuta voglia di tornare indietro, per una volta sola. Mi si avvicina lentamente, con le braccia aperte. Sembra tranquilla, perfettamente a suo agio, ma so che vorrebbe implorarmi perdono, se non fosse che il suo orgoglio le impedisce di farlo. Il suo modo di chiedermi scusa è di ripetermi più volte "amooore" con tutta la dolcezza di cui è capace. Non essere stupido, continua ora con un pizzico di insofferenza, non hai da essere geloso, è solo un gioco.
La uccido, naturalmente. E questa volta gli schizzi di sangue non macchiano solo il vestito ma anche il mio volto. Punto la pistola sulla figlia di Fobach, terrorizzata, non ha neanche la forza di gridare. Ho l’impressione di colpirla su un fianco, ma non mi curo di verificare se è morta o meno. Lascio la stanza a grandi passi nervosi. Prendo a calci mobili e rovescio al suolo porcellane che forse hanno valore inestimabile. Ho eliminato l’unico appiglio che avevo con la realtà. Che stupida, grido, stronza, è proprio una stronza. Uno specchio va in frantumi contro il mio pugno. Questa volta grido di dolore. Mi sento un po’ ridicolo, come fossi il protagonista di un romanzo pulp riuscito male.

Ritrovai il salone principale. Ora non c’era più confusione, tutti erano immobili rivolti verso il centro della sala, in un silenzio rotto solo da qualche mormorìo. Lungo i muri, impalati, agenti di polizia arricchivano l’arredamento. Che succede, chiesi, Un nipote di Fobach è stato ucciso, disse uno, La madre era ebrea, disse un altro, quindi si tratterebbe di un omicidio a sfondo anti-semita, A quanto pare, disse un altro ancora, hanno già trovato l’assassino. Mi feci largo tra la folla, e giunsi quasi al centro della sala, dove uno sbirro in borghese, un commissario, probabilmente, interrogava ad alta voce, sotto gli occhi di tutti, il sospetto omicida: mio fratello. Questi teneva gli occhi abbassati, parlava a bassa voce ma i gesti nervosi delle mani rivelavano lo sforzo che faceva per reprimere la rabbia. Non lo conoscevo neanche, mormorava, non l’ho mai visto, non avevo motivo di ammazzarlo. Il commissario era un uomo basso e tarchiato, la mascella da mastino. Teneva i pollici infilati nella cintura e gonfiava il petto come un gallo cedrone. Guardava mio fratello con aria di scherno, ciondolando avanti e indietro tra le punte e i talloni dei piedi. « Non aveva motivo dice » ribatté il mastino « ma questo è il più insulso degli alibi, non immagina quanti omicidi senza movente ho incontrato nella mia carriera ». E sorrise con aria strafottente, socchiudendo gli occhi quasi a guardare mio fratello dall’alto in basso, impresa assai difficile dato che in tutta la sua statura non lo raggiungeva neanche al mento. Mi avvicinai all’inquisitore, Sono stato io, dissi cercando di dare alla mia voce un tono forte e deciso, ma quello che uscì dalla mia bocca fu poco più che un rantolo. Il mastino neanche se ne accorse, continuava a sfottere mio fratello. « Sono stato io » ripetei, questa volta quasi gridando. Il commissario si voltò, stupito mi osservò da capo a piedi, la folla intorno a noi trattenne il respiro. Non dovevo essere un bello spettacolo, con tutte quelle macchie di sangue sul volto e sul vestito, lo sguardo stralunato, e la mano sinistra a sostenere il polso destro, sollevando una mano insanguinata e dolorante per le scaglie di vetro che ne trafiggevano le carni. Dopo un attimo di silenzio lo sbirro cominciò a ridere sommessamente. « Dunque sarebbe stato lei » disse sempre con quel tono strafottente « eh, eh, eh! Ma per favore, è evidente che lei non è in grado di fare male a una mosca, eh, eh, eh! Non ha il fisìc diu rol» Qualche risata soffocata scappò a qualcuno del pubblico. Forse per la pessima pronuncia francese del commissario, ma sospettai che fossi io l’oggetto dello scherno generale. « Sono stato io, le dico » ora avevo acquistato sicurezza « faccia analizzare le macchie di sangue sul mio vestito ». « Macchie di sangue? Oh, oh, oh! A me sembrano, piuttosto, macchie di Campari » e dicendo questo si guardò intorno ruotando sui talloni per raccogliere il consenso del pubblico alle sue esilaranti battute. « Dannazione » dissi esasperato « ho quì la pistola ancora calda », e la estrassi dalla fondina sotto l’ascella sinistra, ma non fu impresa facile, perché la mano destra era inutilizzabile, e, dovendo utilizzare la sinistra, mi contorsi goffamente scatenando l’ilarità generale. Tutti ridevano di me mentre il commissario faceva finta di asciugarsi una lacrima per mostrare quanto si divertisse. Allargò le braccia a mezz’aria, mostrando i palmi delle mani al pubblico per invitarlo al silenzio. « Mio caro signore » disse con sussiego, col tono con cui si trattano i minorati mentali « l’omicidio è avvenuto più di due ore fa. Mi vuole spiegare come può, la pistola, essere ancora calda? » e si guardò nuovamente intorno, gonfio come un pavone, convinto di aver fatto colpo per la sua arguzia da detective consumato. « Il fatto è » dissi cercando di dare alla mia voce tutta la credibilità di cui ero capace « che poco fa ho ucciso altre due persone ». Ancora risate soffocate . « Ma beeene! Siamo dunque di fronte ad un serial killer. Eh, eh, eh!». Non ne potevo più, sbottai, dissi che avrei accompagnato il commissario nella stanza dove giacevano i cadaveri della mia (ormai ex) ragazza e della (udite udite) figlia di Fobach. Si vedrà se ci sarà ancora da ridere, perché se era vero che non ero tagliato per incutere timore alla gente e neanche, a quanto pare, un po’ di rispetto, era pur vero che ero perfettamente in grado di premere un grilletto, quando volevo, cosa che la maggior parte delle persone presenti in sala, e che ora tanto dimostravano di divertirsi di fronte alla mia confessione, non avrebbero mai avuto il coraggio di fare in tutto il corso delle loro bieche esistenze,. Il commissario mi fece cenno di calmarmi, assumendo un aria grave, sebbene velata sempre dal solito sfottò. « Il fatto che ci siano due cadaveri in un’altra stanza » disse « non prova affatto che sia lei l’assassino, ma sono comunque tenuto a vederli e a fare tutte le indagini che il caso richiede naturalmente, altrimenti non vedo cosa ci starei a fare quì » e mi fece cenno di fargli strada, non prima di aver ordinato ai suoi uomini di tenere d’occhio mio fratello.

Camminammo a lungo in quel labirinto, non riuscendo a ritrovare la stanza del duplice omicidio. Ma il commissario non sembrava darsi pena per questo, assorto com’era nella contemplazione dei ritratti di Fobach, di fronte ad alcuni dei quali si fermava esclamando un Oh! di meraviglia o schioccando la lingua in segno di ammirazione. Ormai era buio pesto e le luci che accendevamo in ogni corridoio erano fioche e spettrali. Faceva freddo.
« Fobach era lo spirito del nostro tempo » dichiarò ad un certo punto il commissario, assorto. Gli dissi, innervosito, che fino a due giorni prima non lo avevo neanche mai sentito nominare, e che comunque poco mi importava di ciò che era o che non era stato. Lo sbirro non diede peso alle mie parole, continuando il discorso appena cominciato, come parlasse tra se e se, seguendo il corso di pensieri che, probabilmente, rimuginava da anni. «Certo si esagera quando si dice che al mondo non si muovesse foglia senza che lo volesse lui. Ma è altrettanto certo che in ogni evento c’era il suo zampino. Tutto seguiva uno schema, che egli aveva quantomeno contribuito a creare, imprimendo alla storia un certo corso tra i tanti possibili. Creò la prima multinazionale quando questo parola non era ancora stata inventata! ».
E quì fece una pausa guardandomi di sottecchi, come se la cosa dovesse in qualche modo stupirmi.
« Ma ora » continuò sospirando « il mondo sembra essere impazzito, il corso degli eventi stravolto. Un tempo tutto seguiva una logica. Nell’ottocento la necessità ha voluto che contadini fossero trapiantati in squallidi borghi industriali per divenire operai costretti a lavorare dodici o quattordici ore al giorno in condizioni impossibili. È stato necessario per dare impulso all’espansione capitalista, per dare origine a una nuova società, che non è nè migliore nè peggiore di tutte le altre. In seguito i lavoratori hanno visto riconosciuto il proprio diritto a una vita dignitosa, ad essere liberi in una società libera. Ricordiamoci che prima erano poco più che cani al servizio di signori feudali o sudditi di monarchie assolute.
« Ma oggi i tre quarti del pianeta, la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, vive in condizioni peggiori di quelle del popolo operaio dell’ottocento. E non vedo come questa situazione possa avere uno sbocco positivo. È troppo! »
Non riuscivo a ritrovare la strada per tornare nella stanza dove giacevano i due cadaveri. Sentivo che il mio nervosismo stava per sfociare nell’esasperazione, mentre il dolore alla mano, sempre più gonfia, mi appannava la vista. I discorsi di quest’uomo mediocre non facevano che peggiorare la situazione. Ora camminava con la schiena curva e le mani nelle tasche, aveva perso l’aria tronfia di prima pur mantenendo la spacconaggine di chi ha tanto da insegnare su come va il mondo.
« Oppure pensi alle guerre. Un tempo anche quelle più cruente, quelle più devastanti, come le guerre mondiali, per esempio, erano seguite dalla ricostruzione. La storia era un’alternarsi di cicli di depressione e di rinascita, come la natura.
« Ora le guerre non hanno neanche una vera e propria fine. Piccoli paesi massacrati da potenze che, per quantità di armi e di uomini impiegati, dovrebbero poter ottenere una vittoria in mezza giornata o poco più, si trascinano per anni tra scontri, raid aerei ad alterne frequenze e autobombe ad ogni angolo di strada. Popoli in ginocchio per la situazione che non fa altro che deteriorarsi non vedono la minima via d’uscita, la possibilità di una ricostruzione è semplice demagogia di chi, per il momento, siede al potere. Si sta veramente superando il limite»
Finalmente tacque. No. Dopo qualche minuto un sospiro annunciò l’inizio di una nuova riflessione. La pistola ricominciò a premere sulle mie costole, chiedendomi di farla finita con questo sbirro filosofo che non si era neanche degnato di togliermela (« La tenga, la tenga pure » aveva detto ridendo prima che lasciassimo il salone principale « A meno che non voglia commettere un’altra strage. Ah, ah, ah! »).
« Sono da tanti anni nella polizia, sa? A cosa crede che serva, la polizia? Non certo ad eliminare il crimine, non completamente per lo meno. Se la gente per bene ha paura dei criminali, e ha paura che il suo prezioso piccolo spazio privato possa essere violato, allora non guarderà al di là del proprio naso, resterà chiuso nel proprio orticello, magari circondandolo con filo spinato e pensando solo agli affari propri. In questo modo non potrà mai desiderare di cambiare l’ordine sociale. È sulla paura che quest’ordine si fonda, sulla paura della violenza perpetrata ai danni della propria casa o della propria automobile prima ancora della propria famiglia. Ed è per questo che i criminali non devono scomparire, per alimentare questa paura. La polizia dovrebbe solo arginare il crimine per impedire che si trasformi esso stesso in sovvertimento dell’ordine, utilizzando anch’essa, perché no, una certa dose di violenza, tanto che la gente per bene dovrebbe avere una sorta di timore riverenziale nei confroti degli agenti. Ma oggi la gente, anche quella per bene, non esita ad aggredirsi ad un incrocio per una precedenza non data, o ad uccidere brutalmente i propri vicini perché sono troppo rumorosi. La violenza si giustifica nel quotidiano. È troppo! Il mondo sta impazzendo. Lo schema originario è stato stravolto ... e Fobach è morto! ».
Queste ultime parole, pronunciate in un sospiro con voce grave da melodramma, mi strapparono un sorriso. Quest’uomo presuntuoso, che si era burlato di me facendomi prendere in giro da tutta quella gente (gente, sicuramente, del suo stesso stampo) ora mi appariva come un patetico omuncolo perso nell’adorazione di una divinità moderna, questo "spirito dei nostri tempi" che non era altro, mi sembrava evidente, che l’ultimo arrivato di tutta una serie storica formata da papi, monarchi e dittatori, dal culto della personalità esacerbato, tanto da far presa sull’uomo comune. E nei confronti dell’uomo comune, in quel momento rappresentato da uno sbirro amareggiato dalla vita, tutto il mio razzismo raggiungeva il suo apice.
Ma cerchiamo di giungere alla fine di questa penosa vicenda. Finalmente riconobbi le stanze da cui ero passato. Mostrai con una sorta di orgoglio all’uomo comune i mobili e i cristalli devastati dalla mia furia distruttrice, per fargli capire che non ero poi una persona così innocua. Ma lo sbirro non sembrava affatto colpito, degnando di uno sguardo indifferente il risultato delle mie prodezze. Irritato, imboccai la porta dove avevo commesso il duplice omicidio. Claudia era lì dove l’avevo lasciata, sdraiata sulla schiena in una pozza di sangue, la bocca aperta in una smorfia e gli occhi spalancati a contemplare il soffitto. Ma la figlia di Fobach non era più sul letto a baldacchino. Non era morta sul colpo, evidentemente, e si era trascinata sul pavimento fino a raggiungere il centro della stanza. Aveva scoperchiato una falsa mattonella e dal nascondiglio aveva estratto un foglio di carta, che ora stringeva in una mano, nell’immobilità della morte.
Lo sbirro non sembrò darsi pena per i due cadaveri, al contrario non riuscì a trattenere l’entusiasmo. Cominciò a saltellare prima su un piede e poi sull’altro, come un bambino cui hanno offerto una caramella. Il testamento, gridò euforico, il testamento di Fobach, sono io ad averlo trovato. Battè le due mani una contro l’altra, ridacchiando e sciogliendosi dall’emozione. In due salti fu sulla ragazza e cercò di toglierle il foglietto dalle mani. Mi aiuti, mi disse, le dita sono troppo rigide, rischio di strapparlo. Non c’era niente da fare, l’uomo comune non era minimamente interessato a ciò che avevo fatto. E sì che uccidere due persone (più o meno) a sangue freddo non è da tutti. La cosa dovrebbe attirare un minimo l’attenzione di uno sbirro. Nonostante il mio disappunto ( e il mio dolore alla mano) aiutai il commissario, sempre più impaziente, a spezzare due o tre dita della scheletrica figlia di Fobach.
La stanza era fiocamente illuminata da due piccole lampade a muro. Il commissario si avvicinò ad una di queste per leggere il prezioso documento, che reggeva con una mano tremante mentre con l’altra cercava di asciugarsi il sudore che scendeva copioso dalla fronte. Lo lesse attentamente per svariati minuti, mormorando a bocca semichiusa ciò che era stato scritto di proprio pugno dal venerabile. Non capii nulla ma dubitai seriamente del livello di alfabetizzazione dello sbirro medio. Infine scoppiò in una potente risata. E così, mi disse, lei non ha mai neanche sentito parlare di Fobach, ah, ah, ah! Mi porse il foglietto stropicciato invitandomi a leggerlo e senza smettere di ridere come un folle.
Poche righe scritte a mano in un’elegante calligrafia dai caratteri gotici:
" Io sottoscritto, Sebastian Fobach, nato in un qualche luogo dell’Inghilterra nel bel mezzo del secolo della celebrazione della razionalità umana, poco prima del sorgere dei nuovi orizzonti spalancati dalla rivoluzione industriale, residente un po’ ovunque in questo pazzo pazzo mondo, con la presente nomino, nel pieno possesso delle facoltà mentali, il mio indegno successore:" e seguivano il mio nome e cognome, il mio indirizzo e i miei dati anagrifici. Non c’era possibilità di errore. Ero proprio io il successore di Fobach, il nuovo spirito dei nostri tempi. Mentre lo sbirro sghignazzava pensavo a quale futuro aspettasse lui e tutti quelli come lui, sottoposti ad una nuova forma di dittatura (la mia!). La dittatura del fatequelchevolete. Saranno torturati e condannati all’emarginazione sociale solo coloro che, ipocritamente, reprimeranno il proprio egoismo e la propria insofferenza verso il prossimo. Niente più leggi a salvaguardia di un presunto ordine sociale. Niente più compassione nei confronti di poveri e bisognosi, i quali, del resto, da questa compassione hanno ben poco da guadagnare.
Sono l’indegno successore, lo spirito di questi tempi. E con questa nomina il mondo ha firmato la propria, definitiva, condanna!