Farfalla leggera - di Frank Giuliani
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 23/11/2006 alle ore 10:35:50
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Sì, lo so, non sono cieca. Io li vedo gli sguardi della gente. Lo so che non sono una persona normale, che non sono una "di loro". Sono solo una bambina down. Ora lo so che vuol dire. Me lo hanno spiegato anche a scuola. All’inizio pensavo che fosse perché prendo tante medicine, o forse perché non riesco a correre come le mie compagne. Ma un giorno è arrivata in classe una nuova maestra. Credevo fosse venuta perché la signorina Massironi era ammalata. Ed invece è arrivata anche lei, subito dopo. Il mio posto è sempre stato nell’ultimo banco, vicino al muro. Non ho mai avuto una compagna di banco. Nessuna di loro mi ha mai voluta come amica. All’inizio ci soffrivo, è naturale. Ma con il tempo ci ho fatto l’abitudine. La nuova maestra, invece di stare alla cattedra, è venuta a sedersi sul banco vicino. I compagni si sono voltati verso di me, alcuni hanno riso, altri invece hanno fatto brutte smorfie. Io non me la prendo, ci sono abituata. Questa però non è una maestra come le altre. Si chiama Roberta e mi ha detto di essere la mia insegnante di sostegno per le bambine down, così ha detto. Si vede che ho bisogno di essere aiutata quest’anno che faccio la terza. Roberta viene a sedersi sul mio banco per tre ore al giorno. Io sono molto contenta perché in quelle tre ore mi sento un po’ come tutte le altre, con la mia compagna di banco. E’ stata Roberta a chiedermi di considerarla come una compagna, e non una maestra. Lei è piccola, come me. Non piccola di anni, è naturale, è una maestra, anzi, una insegnante come mi ha spiegato anche la signorina Massironi. Le maestre si chiamano insegnanti alla scuola media. Ma mi piace di più chiamarle maestre. Roberta è piccola di statura. Anzi, abbiamo fatto il confronto e ho scoperto di essere più alta io. Di poco, è logico. Lei però è magra. E mi ha detto di avere venticinque anni. Sono tanti, quasi dieci più di me. Sì, perché io ne ho sedici, di anni. Sono più grande delle mie compagne di scuola, che ne hanno tredici e qualcuna quattordici. Sì, sono più grande perché ho ripetuto la prima classe due volte, e una volta la seconda. La signorina Massironi ha detto che non è importante, che quello che conta è imparare, anche se ci metto qualche anno in più. A me non importa. Mi piace stare a scuola, mi piacciono i gessetti colorati, e le matite, e i quaderni. Mi piace soprattutto sentire il profumo dei colori nell’astuccio. Sa quasi di caramella, o di torta. E’ bello sentire il profumo delle cose. E’ uno dei miei giochi preferiti. Chiudo gli occhi e cerco di scoprire gli odori. Quello che mi piace più di tutti è l’odore che arriva dalla cucina di mamma, mentre sono in camera mia a fare i compiti. E’ bello stare sdraiata sul letto con gli occhi chiusi e cercare di indovinare quello che sta cucinando per cena. Se poi sento il mio profumo preferito, quello della torta di mele, allora provo una cosa strana, e sono felice. Anche se poi la mamma me ne dà una fetta piccola, troppo piccola per la mia fame, sono felice lo stesso. Mia mamma dice che dovrei mangiare meno, altrimenti divento quella parola strana ... come è che si dice ... ah sì... obesa. Non è una bella parola obesa... ricorda oh, come pesa questa qui. Io non voglio diventare obesa, è naturale. Già adesso mi prendono in giro quando facciamo ginnastica a scuola. Laura è la più cattiva delle mie compagne di scuola. Ogni volta che siamo in palestra mi chiama “scema”, o “mongoloide”. Ecco, questa è un’altra cosa che Roberta mi ha spiegato. Dice che è perché i miei occhi sono piccoli e fatti in una certa maniera, come quelli degli abitanti di una terra lontana, vicina alla Cina, la Mongolia. Non capisco perché sia una cosa divertente per Laura chiamarmi così. Perché allora non chiama Francesca, che è bionda bionda, “svedese”? Ma io credo che non sia come dice Roberta. Lei ha paura che mi offenda, ma non è così, ci sono abituata. Io credo sia perché sono diversa da loro. Non che abbia una mano in più, o una gamba in meno, o due teste. No, non è quello che intendo. Sono diversa perché ho qualche cosa che non funziona nella mia testa, dentro intendo, o nel mio sangue. Roberta dice che è solo colpa di un numero, di un cormosoma, o un cromosona, o qualcosa di simile. Ma quello non si vede da fuori.
Beh insomma, non è questo che voglio dire adesso. Io sono così, e come dice mamma l’importante è che io sia felice.
