Epico prologo dal sapore di epilogo - di Arcel Nis
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 07/04/2010 alle ore 11:36:21
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Il sole cominciava già il suo cammino discendente quando vennero ad annunciarle l’arrivo del comandante supremo. Ne aveva avvertito la presenza già prima che il messo irrompesse nella sua stanza, ma regole non scritte le imponevano di trattenersi dall’andargli subito incontro. Dopo la sua partenza, aveva trascorso giorni di grande agitazione e quando la mattina precedente la prima vedetta aveva mandato a dire di avere avvistato un uomo armato a cavallo, il cuore le era balzato in gola e tuttora le sembrava che non fosse ancora rientrato nel suo alveo. Tante volte ne aveva atteso il ritorno dalle battaglie, ma questa volta era diverso: quella che gli aveva chiesto di sostenere era una prova molto ardua e tremava al pensiero che lui potesse non averla superata.
Si fece passare i sandali, quindi il mantello, che agganciò sopra la stessa veste che indossava dalla mattina, ignorando l’ancella che gliene porgeva una pulita. Poi si fece sistemare la corona sui lunghi capelli semiraccolti. Lo specchio le rimandò un’immagine piuttosto sciupata, degno dono di dodici notti insonni, ma non se ne curò: preoccupazioni ben maggiori meritavano la sua attenzione.
Percorse i corridoi ed il cortile interno che dalle sue stanze portavano alla sala delle udienze con ricercata calma, al punto che il gran cerimoniere dovette fermarsi più volte per attenderla. Varcata la soglia, il viso del prode guerriero fu la prima cosa che scorse e così sarebbe stato anche se non fosse stata avvisata prima della sua presenza. L’ingresso della regina fu salutato da un centinaio di inchini, ma se anche qualcuno fosse rimasto ritto in piedi, di certo non se ne sarebbe avveduta e non l’avrebbe fatto punire. Con una lentezza che non le era mai appartenuta prese posto sul trono. Mentre il gran cerimoniere invitava tutti a rialzarsi, lei squadrò il cavaliere da capo a piedi in cerca di segnali che ne anticipassero il responso: vide dunque i calzari polverosi (li avrebbe subito fatti sostituire con un paio nuovo), l’armatura graffiata e opaca (niente, tuttavia, a cui gli abili fabbri del regno non avrebbero potuto porre rimedio), le mani graffiate e leggermente sporche che reggevano un elmo visibilmente ammaccato (evidentemente tra i due c’era stato un agguerrito scontro), i capelli sudati e scompigliati (quanto avrebbe voluto essere una serva per poterglieli lavare, pettinare ed acconciare!), infine il viso, che neppure quelle brutte occhiaie violacee riuscivano a deturpare. Quando ne incrociò gli occhi, un brivido freddo le percorse la schiena. Era uno sguardo vuoto quello che vedeva davanti a sé, privo di quella luce che dal primo istante in cui si era azzardata a guardarlo negli occhi le aveva agitato il sangue nelle vene. Per la prima volta in vita sua provò paura. E se avesse fallito la missione ? O se l’avesse portata a termine e per questo ora la odiasse ? Gli aveva chiesto troppo ed ecco che si presentava il momento della resa dei conti.
La malcelata impazienza del gran cerimoniere la richiamò ai suoi doveri così, dopo un silenzio che per tutti meno che per lei risultò imbarazzante, fece cenno al cavaliere di parlare. Il tono della sua voce era fermo, ma il suo mento era scosso da un tremolio che lei riuscì a distinguere chiaramente. Il suo saluto fu privo di quella nota di affetto che finora vi aveva sempre riconosciuto, tuttavia non ebbe tempo di interrogarsi in proposito perché le parole che udì da quella bocca la travolsero come una frana. Non aveva obbedito ! Non aveva portato a termine il compito che lei in persona gli aveva assegnato ed ora veniva a costituirsi ! Le si consegnava spontaneamente affinché lo condannasse al meritato castigo.
Un fischio sordo le invase le orecchie e si sentì mancare. Barcollò impercettibilmente ma – seppure vistosamente pallida - riuscì a restare in piedi. Chinò il capo per mascherare un respiro profondo, poi lo risollevò per pronunciare la sentenza che tutti, lui per primo, si aspettavano da lei:
- Guardie, arrestatelo!
Il protocollo in quella circostanza la salvò, perché nessuna regola imponeva alla sovrana di assistere al momento in cui, pronunciata la condanna, il prigioniero veniva portato via. Così voltò repentinamente le spalle a tutti e uscì dalla sala, non lasciando tempo al gran cerimoniere di far inchinare i presenti durante il congedo. Le ancelle si affrettarono a seguirla ma lei, sempre senza voltarsi, fece cenno con la mano di lasciarla sola. Percorse alcuni metri a passo deciso ma controllato, poi quando fu certa che nessuno più la seguiva con la vista, prese a correre. Oltrepassò il colonnato esterno e scese rapida i lunghi scaloni di marmo, abbandonandovi il mantello. Si addentrò tra le siepi del suo immenso giardino, inciampando nella veste e con la speranza che qualche vipera le addentasse il calcagno. Anzi, per propiziare l’evento, si disfò dei sandali. Con piacere avvertì sulle piante dei piedi, mista al solletico dell’erba fresca, l’ostile carezza di sassolini dai profili aguzzi. Fece il possibile affinché spine e rami ossuti le graffiassero la pelle e poiché la veste ancora resisteva, provvide lei a strapparsela di dosso. I fiori profumavano e si potevano udire uccelli cinguettare, quasi volessero prendersi gioco della sua disperazione. La regina superba stava scontando finalmente il suo castigo e la natura tutta esultava dinanzi a tale spettacolo, pensò.
Un esercito di interrogativi le stava alle calcagna: perché l’aveva fatto ? Perché non aveva portato a termine il compito che lei gli aveva affidato ? Sì, lo sapeva, era una missione gravosa, ma perché, allora, non aveva rifiutato subito ? Fino a quel giorno, lui era stato il più fedele servitore. Lui l’uomo che amava e che le aveva giurato amore eterno, anche se mai avrebbero potuto consumare quel sentimento. Mentiva ? O forse si era scoperto impreparato a compiere l’immane sacrificio: non abbastanza forte doveva essere in lui il dovere di fedeltà alla sua sovrana, l’amore per quella donna che, avendo fatto voto di castità, mai avrebbe potuto far germogliare il suo seme. Allora perché non era scappato in terre lontane dove avrebbe potuto costruirsi, impunito, un futuro diverso ? Perché era tornato, obbligandola a farlo arrestare (ché lui sapeva bene che non avrebbe potuto decidere diversamente) ? Era dunque quella la sua ultima, terribile prova d’amore e di fedeltà.
Il cuore le galoppava in seno come il più selvaggio dei destrieri e fu con grande affanno che raggiunse la sommità della collina sulla quale troneggiava il piccolo tempio. Entrò incurante dei piedi sporchi e sanguinolenti. Si avvicinò all’altare e accese i due ceri, poi fece bruciare dell’incenso. Quando l’aroma cominciò ad invadere l’aria, afferrò il coltello per i sacrifici e con un pò di fatica si recise la lunga chioma. Prese un braciere e vi gettò sopra i capelli, poi vi avvicinò un cero affinché bruciassero. Aveva appena compiuto un sacrilegio, ma nessuno avrebbe potuta punirla poiché lei sola aveva il potere di punire e perdonare. Uscì sul perimetro esterno del tempio e lì si inginocchiò, liberando finalmente il suo petto dal peso che lo opprimeva. Prolungò il suo urlo fino a che il cielo non si squarciò e venne giù un temporale: solo allora, bagnata, nuda e lievemente ferita, fece ritorno alla regia dimora.
