Epico epilogo con funzione di prologo - di Arcel Nis
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 10/04/2010 alle ore 17:01:28
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L’avevano portato nella cella mentre il sole stava per tramontare. “Quale scenario più adatto a incorniciare questo epilogo?” pensò. Le guardie non l’avevano neppure incatenato, tanto era il rispetto che continuavano a nutrire per colui che fino a poco prima era stato il loro legittimo superiore. Mai i suoi uomini mostrarono una tale sofferenza nel richiudere il portone di ferro alle spalle di un prigioniero. Ma lui non se ne avvide, perso com’era nei suoi tragici pensieri. Dal momento in cui aveva preso quella decisione niente avrebbe potuto ridare vigore al suo animo spento. Anche se nel vedere il volto della regina così sciupato, senz’altro dono di dodici notti insonni (le stesse che lui aveva trascorso senza dormire), provò un momentaneo turbamento e la fermezza della sua voce fu tradita dal leggero tremolio del suo mento, di cui sperò lei non si fosse accorta.
Guardava il cielo infuocato tra le sbarre quando sentì la coda di un urlo straziante. Diresse lo sguardo verso il piccolo tempio sulla collina e, pur non vedendola, ebbe la certezza che lei era lì, che fosse lei a gridare il suo dolore. Il cielo omaggiò il suo lamento con un temporale breve ma sufficiente ad agitare gli animi di coloro le cui vite continuavano pressoché incuranti del dramma dei due amanti.
Sul tavolino una caraffa piena d’acqua pulita, un bicchiere che attendeva d’essere riempito, un pane intero, un grosso pezzo di formaggio e una pera: una cena molto più generosa di quelle che venivano ordinariamente riservate agli ospiti delle celle. Però il suo stomaco era troppo chiuso ed il suo cuore troppo inaridito per accogliere quel generoso gesto. Stava per sedersi sul giaciglio quando un gufo si posò sulla finestra e così, come un qualunque matto, prese a raccontargli la sua storia.
La regina gli aveva affidato una terribile missione, tra le peggiori che possano capitare a un cavaliere. L’identità del capo dei ribelli, il primo ad aver tradito, era stata ormai appurata ed era giunto il momento di dargli la morte, così che facesse da esempio a coloro che ne avevano seguito i sediziosi proclami. A lui, comandante supremo, la regina in persona aveva chiesto di portare a termine l’arduo compito e senza alcun indugio egli avrebbe accettato, se la vittima designata non fosse stata il ramo cadetto dello stesso albero che l’aveva generato. Tuttavia, il giuramento di onorare il regno fino alla morte, rinvigorito dall’amore ostinato per la Reale Vergine, soffocò in lui il richiamo del sangue e, seppure con la morte nel cuore, accettò.
“Che non si creda, però, che lei sia donna dal cuore di pietra ! è vero, mi affidò l’impresa per mettere alla prova la mia fedeltà ed il mio amore, ma se io avessi rifiutato, non mi avrebbe punito e ad altri avrebbe chiesto di eseguire il suo ordine. Pensai, tuttavia, che se mio fratello era condannato a morte, per mano mia e non di altri avrebbe dovuto perire, ché almeno avrebbe avuto degna sepoltura. Cavalcai per giorni fino al luogo che ero certo gli fungesse da rifugio. Vi giunsi in pieno giorno, così che non mi potesse accusare di averlo sorpreso come un vigliacco ladro. Fare fuori la sua scorta mi fu molto semplice: non per nulla mi fu concesso il titolo di comandante supremo. Poi ci ritrovammo faccia a faccia.
- E così la Divina Sovrana ha mandato te ...
Non trovai parole per rispondere.
- Avanti, che aspetti ? Uccidimi ! Non opporrò resistenza: meglio morire che vivere sapendo che tuo fratello ti ha tradito.
- Sei stato tu il primo a tradire, fratello. Orsù, battiti ! Hai avuto il coraggio di infrangere l’ordine costituito, non avrai certo paura di sfidarmi in duello.
- L’ordine costituito ! – e qui scoppiò in una fragorosa quanto amara risata - Che razza di ordine è quello in cui a un uomo si può comandare di uccidere il suo stesso sangue ? Tuttavia, pur non condividendola, rispetterò la tua scelta di vita e, come tu mi domandi, mi batterò fino alla morte di uno di noi due.
Detto ciò, sguainò la spada e mi si avventò contro. Fu un combattimento faticoso, il più lungo che io ricordi o forse così mi parve, giacché fu, senza dubbio alcuno, il più doloroso. Infine, mi ritrovai sopra di lui, a un passo dal conficcargli la mia lama in pieno petto. I suoi occhi incrociarono i miei e fu come guardarmi allo specchio, come risvegliarmi da un sonno ammorbato. Senza dirgli una parola, mi alzai di scatto e, raggiunto il mio cavallo, partii al galoppo. Non mi voltai neanche per un attimo. Corsi come un pazzo, cercando di sfuggire alle sue parole: meglio morire che vivere sapendo che tuo fratello ti ha tradito e infatti da quel giorno io sono morto. Pur non condividendola, rispetterò la tua scelta di vita ed io, invece, per quella scelta ero pronto ad ucciderlo. Avrei potuto scappare in terre lontane e farla franca, ma neanche vivendo cent’anni sarei riuscito a cancellare questa macchia. Che razza di ordine è quello in cui a un uomo si può comandare di uccidere il suo stesso sangue ? Eppure, fino all’ultimo respiro non verrò meno al giuramento di fedeltà che mi lega a questo regno. Come si può amare una donna che ti ordina di assassinare tuo fratello, anche se traditore ? Eppure, fino all’ultimo respiro nel mio cuore non ci sarà posto che per lei. Per questo ho deciso di costituirmi, di andare incontro al destino che io stesso, liberamente, ho scelto per me. A coloro che si consegnano spontaneamente alla giustizia è concesso di decidere la propria punizione: trascorrere il resto dell’esistenza in prigione o porre fine alla propria vita, uccidendosi nella pubblica piazza, sotto gli occhi di tutto il popolo. Ed io farò ciò che tutti, compresa lei, si aspettano da me.”
Il gufo volò via prima che terminasse il suo racconto, ma neppure di questo egli si avvide: troppo colmi di lacrime erano i suoi occhi per vedere ciò che gli stava intorno. E quando l’alba giunse ad annunciare il nuovo giorno, ancora non aveva finito di piangere tutto il suo dolore silenzioso. Non per questo, tuttavia, al momento opportuno fu meno risoluto nell’annunciare la sua decisione.
