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Damon Gallagher in Inchiodato alla Morte - di Simonecensi

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 18/09/2009 alle ore 11:14:57

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Era notte fonda, avevo aspettato per non so quanto tempo in mezzo all’erba bagnata, dietro un cespuglio e l’umidità era stata assorbita anche dall’anima.
Concentrato, determinato, sguardo fisso.
Era da tanto che lo cercavo, era tanto che lo seguivo, era tanto che studiavo ogni sua mossa e adesso finalmente lo avevo in pugno.
Mi coprivo il volto per evitare che il vapore del mio respiro fosse troppo evidente. Niente doveva essere sbagliato in quella notte, era la resa dei conti.
Sapevo che non poteva mancare a questo appuntamento, ed infatti non mi deluse.
Al primo albeggiare lo vidi di ritorno, sinuoso come un gatto, il passo svelto che sembrava camminare un soffio sopra la terra, nessun rumore, niente di niente.
Dovevo stare attento, era letale come niente al mondo.
Ma lo ero anche io.
Aspettai ancora un attimo, soffocando in me la voglia di uscire allo scoperto e assalirlo così, dov’era.
Avrebbe avuto sicuramente lui la meglio, ed era un vantaggio che non potevo proprio concedergli.
Rimasi lì dov’ero, non battei ciglio, lo vidi sfilare davanti a me con aria furtiva, si guardò intorno e poi si infilò dentro la sua tana.
Non ritornava a dormire sempre allo stesso posto, ma per precauzione ne aveva più di un nascondiglio e li sfruttava in base a dove andava a colpire la notte.
Bastava attendere. Attesi quasi due settimana, ma ne era sicuramente valsa la pena.
Attesi ancora un po’ di tempo, in modo da dargli tempo di sistemarsi e stare sicuro di averla fatta franca un’altra volta, poi sarei entrato in azione io, l’avrei colto di sorpresa e l’avrei ucciso.
Mi mossi, tanta era l’impazienza. Mi avvicinai con la sua stessa premura, scivolai dentro senza far nessun rumore, solo un piccolo lumicino per indicarmi la strada ed evitare di fare rumori letali per me.
Tutto era tranquillo, il tempo a disposizione per agire abbondante e lui oramai era in catalessi e non sarebbe stato un grande problema ora avere la meglio.
Appoggiai il lume lì vicino, appoggiai la borsa da lavoro a terra e con entrambe le mani alzai il coperchio. Per eseguire l’operazione ci impiegai diversi minuti. Nessun cigolio mi doveva rovinare la festa in quel momento.
Era lì, davanti a me. Devo dire la verità, bello. Bello e terribile principe della notte con un rigagnolo di sangue ancora fresco al lato della bocca. Un’altra vittima immolata sull’altare del male.
Tirai fuori dalla sacca un punteruolo di frassino, che portavo dietro con me da molti giorni e lo posizionai sopra al cuore del mostro ma senza premere.
Presi dalla sacca anche un martello in legno, a testa grande, strinsi forte l’impugnatura e con un colpo deciso lo piantai fino in fondo, fino a sentire che era arrivato fin dove poteva.
Emise un urlo profondo, assordante, delirante, sovraumano.
Il sangue prese ad uscire dallo squarcio sul petto.
Abbassai lo sguardo, presi il machete che avevo al fianco e lo alzai dietro la mia testa per sferrare il fatale fendente.
In quel momento mi accorsi che tutto era ripiombato nel silenzio più assoluto ed irreale.
D’istinto sollevai lo sguardo che incrociò quello del vampiro.
Era strano, uno sguardo quasi umano avevo trovato in lui, ed un sorriso appena rivelato dagli angoli della bocca mi accoglieva.
Aveva posato la sua lunga mano sopra la mia, che ancora teneva il paletto conficcato sul suo cuore, ma non per toglierlo, mi aiutava a premere.
Guardandomi come chi aveva capito che era tutto finito, mi disse:
- Finalmente tu, che mi liberi da questa prigione. Non puoi nemmeno immaginare quanto è dura non poter morire.
Sai. Non riesco ancora a togliermi dalla mente i suoi straordinari occhi azzurri, grandi, lucenti, capaci di penetrarmi l’anima e scrutare negli angoli più reconditi della mia mente, senza lasciarmi via di scampo.
E così dolce era la resa ai suoi occhi, che mi cullavano e non perdevano mai quella angelica lucentezza o ancor meglio diabolica.
La incontrai la prima volta ad una festa popolare in un vicino paese.
La prima volta la vidi tra la folla in festa, che freneticamente si muoveva in quella piazzetta affollata. Mi colpì subito i dolci lineamenti del suo viso ed il corpo così flessuoso, che con divina grazia evitava le persone che si muovevano ad onde, per l’eccessiva devozione a Bacco.
Sembrava volare, tanta era la sua grazia ed i capelli, raccolti con un fermaglio sulla nuca, lasciavano scoperto il candido collo, come sembravano di avorio anche le braccia.
Non esitai a seguirla per riuscire ad incrociarla , ero come legato ad una strana sorte a quella figura e tanto mi affannavo per incontrare il suo sguardo, che mi veniva negato da persone che continuavano ad urtarmi, fino a quando lei si volse ed in quel preciso istante, quando naufragai nell’immenso oceano dei suoi occhi, ebbe inizio la mia triste odissea.
Avevo perso il senno, sragionavo tra me e me, esisteva solo lei e nient’altro vedevo, nient’altro udivo o respiravo. Era importantissima per me, divenne vitale, a quella misteriosa figura si legava la mia sopravvivenza, tanto che superati i primi timori andai a conoscerla.
Nonostante fossi scarso come ballerino, una volta presentati la invitai a ballare, e fui letteralmente scosso quando lei accettò senza troppo indugiare.
La sua voce così cristallina e pura, mi picchiava dritta nel cervello, tanto che fui plagiato da quella armonia.
Aveva una gocciolina di sangue al lato della bocca e gliela asciugai con il mio fazzoletto. Lei si scusò, dicendo che era un graffio di un rovo, mentre stava per venire alla festa.
Si avvinghiò a me, come l’edera al ramo, ed io persi ogni controllo, in piena balia di quel demone, che mi riempiva i polmoni del dolce profumo dei suoi capelli, a cui potrei paragonare solamente la fragranza della divina ambrosia, mentre contrastava la leggera brezza della sera con le sue labbra, che mi sfioravano il collo.
Non riuscii ad aprire bocca, la mia mente voleva esprimere l’emozione del momento, ma le mie corde vocali non modulavano niente, e d’altro canto anche lei non accennava a parlare.
Rimasi abbracciato a lei come ad un cespuglio d’erba, quando sotto i piedi hai solo un abisso, e questa specie di catalessi mi aveva staccato da ogni rapporto con il presente.
Mi prese la mano e mi portò in aperta campagna, dove sotto una quercia facemmo l’amore.
Indescrivibile il piacere che mi dava e caddi sfiancato accanto a lei.
In quel momento lei si mise sopra di me, inarcò la schiena in modo seducente, poi ricadde in avanti avvinghiandomi il collo, con una forza che sembrava al di fuori della sua portata.
Mi sembrava di soffocare.
Delle vorticose sensazioni mi attanagliavano, e sentivo veloce lo scorrere del sangue nelle vene.
Caddi in un profondo torpore e mi ridestai solo il mattino dopo.
Solo.
Fuggii lontano, vivendo di notte e dormendo di giorno, una creatura diabolica che succhia la vita.
Dopo un po’ di tempo la scoprirono. La riesumarono e le fecero quello che ora tu stai facendo a me.
Grazie -.
Il machete cadde senza pietà, andandosi a piantare solo dopo aver raggiunto la parte più dura del legno, sul quale quel demonio giaceva.