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Damon Gallagher in IL GUARDIANO - di Simonecensi

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 14/10/2009 alle ore 09:16:35

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

In pochi sanno per quale motivo abbia iniziato ad intraprendere questa professione, ma dato che questi racconti stanno pian piano prendendo la forma di un libro di memorie, allora penso proprio che vadano combattute tutte le ritrosie e che scriva anche di questo.
Bene, io fin da piccolo avevo una gran paura di storie di fantasmi, e se dopo tanti anni di onorato sevizio sono arrivato a scrivere un memoriale, significa che insomma questa paura, mi ha salvato in più di una occasione.
Ad oggi ripenso ancora quella volta, tanto è rimasta impressa a fuoco nella mia anima.
Poteva essere solo così, dato che quello era il funerale di mio padre e immaginate come mi potevo sentire.
Ero talmente indaffarato a sorreggere mia madre e mia nonna allo stesso momento, che quasi non avevo avuto ancora il tempo di commuovermi.
Andavo avanti e indietro come un forsennato, per far fronte ad ogni necessità, tanto che ad un certo punto, misi male un piede e caddi rovinosamente contro una lapide battendo la testa. Cosa più comica ancora, era che nessuno, per un bel pezzo, si accorse di niente e rimasi a terra, dietro una siepe, privo di conoscenza.
Non potevo muovermi e stavo a terra a pancia in su, ai piedi di quella lapide, e in quel momento ebbi il mio primo contatto paranormale.
Avanti a me, come se stesse lievitando, un ragazzo della mia stessa età, che galleggiava a mezzaria.
- Chi sei? – chiesi ingenuamente – cosa vuoi da me? –
- Vuoi sapere per quale motivo sono qui? Sono morto. Vuoi sapere anche perché? Ora te lo dico. –
Ero come paralizzato, nessun suono uscivo dalla mia gola. Come un urlo muto. Nel suo incalzare il mio volere era nullo. Così riprese:
- Schifosamente viscido e puzzolente, untuoso, rifiuto semi-umano, ubriacone, mentecatto, una orrenda serpe da schiacciare fino a fargli schizzare via gli occhi, con quella barba incolta e maleodorante che circondava quella bocca bavosa e avida di alcool.
Gli occhi sempre semi chiusi e i capelli unti e scompigliati, grassoccio, trasandato, vestito sempre con i soliti stracci, da una mano la bottiglia e dall’altra la pipa, riempita di mozziconi di sigaro trovati in terra, sempre seduto su quella sedia, dalla mattina alla sera.
Mi stava facendo impazzire, fin da piccolo lo odiavo, l’ho odiato sempre, repellente, con il suo sguardo assente, perso nel vuoto.
Ormai ero diventato un uomo, eppure ogni volta che lo vedevo mi investiva quella sensazione di disagio, di rifiuto che avevo fin da piccolo.
Il guardiano del cimitero, l’uomo in questione, aveva una carnagione chiarissima, cadaverica appunto, e non potete immaginare quante volte ho auspicato la sua morte, era diventato il mio incubo più grande.
Non lo vedevo mai parlare con nessuno, non avevo mai sentito la sua voce, tranne qualche rantolo ogni tanto, quando l’alcool aveva ormai raggiunto la saturazione.
Ogni volta quella bestia da macello, riusciva a mettermi addosso un tale stato di depressione, da arrivare a stare veramente male.
Ma il punto più alto dello schifo lo toccò quella volta, ai funerali di mio padre.
Quel puzzolente ammasso di putrida muffa rimase immobile, non solo non si fece il segno della croce al passaggio della cassa di mio padre, ma non si voltò nemmeno.
Era la sua condanna a morte o forse la mia.
Quel viscido porco doveva pagare con la sua inutile vita un tale affronto, il giorno atteso stava per arrivare, avrei finalmente eliminato quella spiacevole presenza dalla mia vita, avrei strappato quel neo al mondo.
Preparai tutto alla perfezione, avrei agito la notte stessa e lo avrei immolato su quella sedia che tanto amava.
Continuavo con estrema cura a lucidare il lungo stilo, che quella notte si sarebbe fatta strada tra le viscide carni di quel porco.
Il sole aveva lasciato il posto ad una pallida luna piena e dalla finestra del bagno che dava sul cimitero, la putrida carnagione chiara di quel verme rifletteva la luce lunare.
Scesi le scale sicuro di non essere scorto, con lo stilo tra le mani mi avviai per la strada che porta al cimitero, con il passo di un vampiro assetato di sangue.
Arrivai nei pressi del cimitero e mi nascosi dietro un cipresso, per controllare la situazione.
Il lurido porco era ancora seduto là sul suo seggiolone, testa chinata sul petto, le braccia a penzoloni, con la sinistra ancora reggeva la pipa, mentre la destra aveva mollato la bottiglia che giaceva semi vuota a terra.
Come una furia cieca mi avviai verso quella bestia, i miei passi erano leggeri sulle ali dell’entusiasmo, la vendetta si stava per compiere, nessuno avrebbe potuto togliermi il piacere di eliminare quello schifoso.
Di fronte a lui non esitai un attimo, ogni movimento meccanico, alzai lo stilo al cielo, che brillò dei raggi lunari fino a quando lo infilai nel ventre di quel maiale.
Lo colpii più volte, con estrema violenza.
Mi arrestai un secondo, dalle ferite nel ventre non usciva assolutamente niente, il suo corpo faceva una strana resistenza ai colpi.
Con ribrezzo gli toccai una mano, era gelida.
Gli alzai il berretto che gli copriva il volto.
Era Morto.
Era morto, ma da chissà quanto tempo con quella pelle oramai diventata putrida e per il puzzo che abitualmente emanava, nessuno se ne era ancora accorto.
Gli occhi quasi penzolavano dalle orbite e formiche e vermi ne uscivano dalle cavità.
Preso dal terrore mi voltai e cominciai a correre.
Corsi a perdifiato, finché non mi sentii afferrare ad un braccio.
Mi voltai. Era una guardia. “E’ morto, gridai. E’ morto” tenendo ancora in mano lo stilo.
Non riuscii a dire altro.
Mi giustiziarono - .
Mi ripresi, come da un apnea, e intorno a me vidi un crocicchio di parenti miei, che si chiedevano se dovevano celebrare due funerali o soltanto uno.
Parenti serpenti.
Ogni anno, porto i fiori sulla tomba di mio padre e su quella di quel ragazzo.