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CAGLIOSTRO - di RoRì

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 28/07/2008 alle ore 08:13:07

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Il Cagliostro

Spesso passava le sue serate da sola, al massimo in compagnia del suo migliore amico, presenza discreta, sorridente e costante nella sua vita fuori dagli schemi, in costante ricerca dell’ignoto ed in perenne insoddisfazione, a sorseggiare un bicchiere di primitivo rosso rubino, naturalmente con una gradazione alcolica medio alta, e decidendo se mangiare una tagliata di manzo all’aceto balsamico o un filetto di Angus Argentino, forse un’insalata.
Il posto era sempre lo stesso: un pub, un’enoteca, un ristorante, un po’ tutto, a volte con ottimo jazz nelle serate live, ma comunque con una magnifica musica soft di sottofondo, conciliante riflessioni e pensieri, nella luce soffusa delle candele, avvolti dall’abbraccio delle volte e della magia che quel locale sprigionava.
Spesso sognava di comporre i suoi capolavori immersa nel tepore di quell’atmosfera, proprio lì, seduta accanto al pianoforte, ad ascoltare in silenzio le chiacchiere della gente e immaginare volti nuovi per i suoi personaggi, storie confuse e intrecciate.
Spesso discuteva dei massimi sistemi dell’esistenza umana, dei misteri dei sentimenti e della bellezza di uno sguardo, scambiando battute con Sandra, la sua amica che serviva ai tavoli o con uno dei proprietari del locale, Gianluca, che continuava a offrirle Pampero a ruota libera, confondendole idee e pensieri, annullando anche la poca razionalità che le restava.
Spesso si scopriva concentrata su una frase, su una sensazione e se la portava addosso tutta la notte ed anche la mattina seguente.
In una di queste sere frequenti, vide entrare una coppia, come tante apparentemente, eppure...Si tenevano per mano, giocavano con le parole, ma...Avevano scelto il tavolo accanto al suo: - bene, così potrò studiarli. Che tipi strani!-
-Fatti gli affari tuoi!- aveva commentato il suo amico.
-Guardali: sono stranissimi. Sicuramente avranno qualcosa da raccontare. Stai zitto che non sento!.-
- Pettegola!-
E tra un bicchiere di Amativo ed un boccone di carne, Sofia catturò i loro dialoghi.
- Se ci vedono stasera è finita: questo posto è troppo frequentato. Che guaio se ci beccano!- iniziò la giovane donna, bella, elegante, due occhi verdi che squarciavano la luce delle candele, e giovane, tremendamente giovane, una ragazzina ai primi anni di università probabilmente.
- Di cosa hai paura amore? E che ci devono dire? Ci amiamo, stiamo bene: questo conta!- sentenziò lui, attempato, che le penetrava lo sguardo irresistibilmente, affascinante nell’aspetto maturo, sulla quarantina o poco più.
- Tu parli perché domani parti di nuovo e chi resta sono io. In fondo che ti importa: magari per te è un gioco! Con una ragazzina vent’anni più piccola: che fortuna vero?- e gli lasciò la mano di scatto, impulsivamente.
- Smettila Caterina. Non fare la bimba stupida: questo discorso dovrebbe essere superato ormai. Ci frequentiamo da mesi, di nascosto e tra noi due sei tu quella che non vuole farsi vedere con me, che si vergogna forse della mia età.-
- Ma che dici? Qui però non è mica come a Firenze, dove vivi: rischio di essere bollata come puttana, a 22 anni. Bisogna fare le cose per bene!-
- E che vuol dire? Per fare le cose per bene dovrò aspettare anni? Vieni via con me: trasferisciti a casa mia e cambia università. E’ uguale: mi prenderei cura di te e ti aiuterei, lo sai!_
-Si, si, lo so. La fai facile: e chi lo dice ai miei?-
- Lo diciamo noi, a cose fatte. Sei maggiorenne e responsabile delle tue scelte: è il tuo futuro, il nostro!-
- Hai ragione professore: il nostro futuro!-
E interruppero la conversazione soltanto per darsi un lungo, intenso, appassionato bacio, giurandosi amore eterno.
- Ma vedi quelli: che storia incredibile. Sfidano le leggi bigotte del paese in nome dell’Amore che non ha tempo, età e spazio. Che meraviglia: sono rimasti in pochi così coraggiosi!- sbottò Sofia, e Ale, il suo amico, continuò:
- su questo siamo d’accordo. Ci vuole coraggio e tanta pazienza: ma li vedo uniti e ce la faranno.-
- E se lo dici tu, guarda. Che ti ostini a restare single e ne sei felice!-
-Senti chi parla: miss libertà. Vabbè, brindiamo: all’indipendenza!-
Si, all’indipendenza: il posto era perfetto per un inno del genere, bicchieri in aria, ottima bevanda, aria rarefatta nel candore delle pareti finemente dipinte e nella melodia lenta. E poi era facile sognare e perdersi nell’illusione che ogni essere umano può assolutamente vivere da solo, senza bisogno di un compagno/a accanto. Cosa voleva di più dalla vita? In una frazione di secondo poteva costruirsi nuove esistenze assimilando quelle altrui, narrandole in fogli bianchi come fossero note di un pentagramma e snocciolare drammi, gioie, dubbi sulla sua pelle, con il potere della fantasia.
Non aveva davvero bisogno di nulla: aveva i suoi amici, il bene più prezioso, la creatività che le permetteva di respirare aria pura e volare libera ovunque volesse, ricordi, sentimenti. Poteva ritenersi fortunata: eppure si sentiva così vuota. E cos’era poi questa solitudine strana che le incupiva il cuore, offuscandole la bellezza delle emozioni? Perché si sentiva così triste?
- Che hai amichetta?-
- Niente...pensieri...-
- Mmmm...Sandra, due bicchieri di Passito: così passa tutto. Ti aggiusto io!-
E naturalmente arrivarono quattro bicchieri, e poi l’amaro.
E la mente viaggiava serena finalmente, sospesa in un limbo piacevole a metà tra l’ebbrezza e la totale perdizione, oscillando come un’altalena divertente, gradevole.
- Guarda Sofia, se ne vanno!-
E la ragazza si voltò di scatto, incrociando lo sguardo di quella bimba falsamente cresciuta, così triste.
- Quella storia non durerà a lungo. Caterina è piccola, immatura e lui non rinuncerà alla sua vita, così diversa da quella di lei. Guardala, sa già tutto: in quello sguardo si vede la fine!-
- Ma che ne sai tu? Sempre a costruire favole o guai? Piuttosto bevi, così non pensi!-
La verità era che Sofia rivedeva negli occhi di quella giovane i suoi: pieni di lacrime e dolore per un passato ancora bruciante, mentre il suo cuore batteva forte per una passione nuova a cui non riusciva a rinunciare, sebbene a volte si imponesse di mandare tutto al diavolo e concentrarsi solo su se stessa, sulle sue esigenze, sul suo futuro.
- La vuoi smettere di pensare? Finiscila. Gianluca, un Pampero alla signorina. –
- Subito. Così bevo pure io. Pausa no?-
- Voi mi farete stare male...Ma si, che me frega: meglio, almeno dormo stanotte. Mi ubriaco e mi corico. –
- Hai visto? Soluzione trovata!-
Meno male che c’era Ale a seguirla nella sue follie: il suo migliore amico, che non aveva mai amato il vino ed aveva iniziato a bere bottiglie intere insieme a lei, un po’ per gioco ed ora condividevano un’altra avventura, un’altra cosa in comune.
E come lui, tutti gli altri suoi amici erano speciali, legati da sentimenti veri fin dall’infanzia, nelle corse folli verso la maturità e poi l’Università, l’estate, le feste, le pazzie, i pianti e le consolazioni, in un tour perenne tra Salento, Roma, Milano, mentre lei cercava riposo tra quelle braccia sincere e riusciva soltanto con loro a esprimersi veramente, affidandogli tormenti e rabbia per rasserenarsi, ragionare finalmente.
Il Cagliostro era davvero tra i suoi locali preferiti: nonostante i pensieri, in un periodo incasinato della sua vita, tra decisioni da prendere, un amore da amare e nomi da cancellare o da valutare, riusciva, seduta a quel tavolo, con le candele, il vino rosso, la carne alla brace con quei fantastici, coloratissimi contorni, e i sorrisi della gente, in mezzo a volti sconosciuti, a ritrovare la bellezza di parole assaporate, masticate, viventi nelle espressioni divertite, nelle carezze sospese di un uomo che era trasparente, eppure così forte nel suo cuore, fatto di velo di seta ma così caldo da avvolgerle l’anima, e non lasciarla andare più.
Poco importava se avrebbe dovuto alzarsi barcollando, indossare il cappotto, esausta, e tornare a casa desiderando solo il letto: si sentiva piena, felice quasi per una serata. Era l’atmosfera forse, l’aria che aveva respirato in quella sala, la musica che penetrava il cervello con dolcezza e l’abbandono dei sensi che il vino procurava, ma tutto era servito a Sofia per rinascere, in una sera, in un locale, per decidere di riprendersi in mano la sua vita, in un giorno qualunque, e ricominciare a sperare in un destino migliore. Le venne in mente a cantilena una canzone che ultimamente ascoltava spesso e che la faceva ridere, convinta della sua originalità, ma soprattutto della sua benedetta verità:
“Le cose che abbiamo in comune, ricordi, sei tu che prima l’hai detto dicevi -ma guarda, lo stesso locale (il Cagliostro, pensava!), le stesse patate lo stesso brachetto- e ad ogni domanda una nuova conferma un identico ritmo di vino e risate e poi l’emozione di quel primo bacio le labbra precise, perfette, incollate. Abbracciarti, studiare il tuo corpo, vedere che in viso eri già tutta rossa e intanto scoprire stupito e commosso che avevi le mie stesse identiche ossa
e allora ti chiedo, non è sufficiente? Cos’altro ti serve per esserne certa?Con tutte le cose che abbiamo in comune l’unione fra noi non sarebbe perfetta?” (Daniele Silvestri, LE COSE IN COMUNE)
Si, l’unione perfetta tra due esseri umani dall’incastro giusto, combaciante: poteva esistere, lei ci credeva. Avrebbe trovato il pezzo mancante, ne era certa. Forse esisteva già, ma era necessario del tempo per rendersene conto; tempo e pazienza.
- Andiamo ubriacona! Che mo’ crollo!-
Il solito amico poeta che le interrompeva i pensieri.
- Ok. Poveri noi. Seriamo di arrivare!-
E buonanotte al mondo.


Roberta Rizzo