Blackground - di Fabio Forcelli
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 12/12/2008 alle ore 22:14:19
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Tienimi stretto, non osare allentare la presa. Il silenzio è troppo caldo per poter spogliarsi delle parole.
Tu sai benissimo quello che ci unifica e le differenze che ci assottigliano i sentimenti.
Quelle che ci avvicinano all’ira, alla passione senza sforzo di sofferenza. Impeto e nient’altro.
Erano le prime luci della sera, le ombre gia si susseguivano lente sulle scale, sulla ringhiera in nero ferro battuto,
sui lampioni, sul piscio dei cani all’albero di fronte al viottolo, tutto era racchiuso in quelle ombre.
Non avremmo fatto in tempo ad accorgercene che già avremmo dovuto cercare un posto nuovo dove passare la notte.
Che ormai per l’appunto nel pieno del da farsi non era più la sera.
Se n’era andata anche lei e solo lei era rimasta insieme a noi che ormai non eravamo più soli.
Così entrammo nel cunicolo del primo sottoscala polveroso che ci si presentò. Un jazz club, robusto.
Le parole erano diventate fredde, ci si stava male adesso da soli e ora che il whisky aveva riscaldato il cuore.
Il silenzio s’era fatto di nuovo troppo freddo per poter bastare, farci sentire sufficienti.
In fondo alla sala, su un palco rossiccio e intorpidito dall’usura qualche figura del vecchio blackground spifferava
leggeri riff accompagnato da un sax. ‹‹ Se potessi le darei tutta la vita, se potessi il vento le racchiuderei in un
bacio, se potessi le darei tutta la vita ››.
Non era quello il tempo per i respiri profondi, il calore mi teneva il fiato corto.
Presi il mio ultimo sorso, fissai il vuoto che mi si sbatteva davanti agli occhi e non mi mancò il coraggio di darlo a
vedere. Ero parte di me adesso. Gli altri non c’erano più. Partiti, avevano disertato la mia apatia.
Mi alzai quando ebbe finito di suonare, tirando il cappello su per la testa, ricominciai a dondolare. C’era freddo,
quella notte, dentro e non solo.
