Amore e mazzate - di Mariodepascale
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 12/05/2009 alle ore 21:58:25
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Non passava giorno che Carmela non mostrasse qualche nuovo segno di violenza sulla persona: una volta il labbro spaccato, una volta l’ematoma sulla guancia, e ancora, poiché si sa che anche l’occhio vuole la sua parte, un giorno la lividura con rigonfiamento sotto il sopracciglio destro, casomai il giorno appresso sotto quello sinistro; né si contavano i segni sulle braccia e nelle altre zone visibili del corpo che lasciavano chiaramente intendere che le parti coperte non potessero certamente ritenersi immuni dal fenomeno.
Eppure Carmela era felice: rideva e cantava tutto il giorno quando la signora Adelina, la padrona di casa nell’abitazione dove la giovane prestava servizio come cameriera (a quei tempi si usava ancora questo orrendo vocabolo, sinonimo dello stato quasi di schiavitù in cui veniva tenuto il personale di ausilio tra le mura domestiche), le ordinava di andare fuori per le spese di casa, di pulire a terra, di preparare la tavola, servire e sparecchiare, lavare, stirare e svolgere le mille faccende domestiche quotidiane.
La ragazza certamente non si risparmiava, sempre indaffarata ma sempre allegra.
La signora Adelina non riusciva a capacitarsi che una donna che veniva così evidentemente maltrattata dal suo uomo potesse prendere la vita così allegramente. Evidentemente, concluse tra sé, la poveretta doveva essersi rassegnata al suo triste destino e cercava di affrontare al meglio l’esistenza, non rendendosi neppure conto che la legge le poteva fornire i mezzi per sottrarsi a quello stato umiliante di assoggettamento alla volontà ed ai modi di quel bruto.
Allora, a tutela della sventurata ragazza, la signora decise di dover provvedere da sé e si rivolse alla sua amica Elvira, una azzimata zitella che svolgeva l’attività di assistente sociale, pregandola di intervenire per risolvere la tragica situazione di quella vittima della violenza.
Alla signorina Elvira, che si vedeva nelle vesti di pietosa ed indispensabile ausiliatrice per porre riparo alle sciagure dell’umanità, taumaturga delle situazioni disperate almeno di quelle altrui non avendo potuto salvare se stessa da un infausto zitellaggio, non parve vero di poter intervenire nelle vicende di una moglie torturata ed immediatamente si recò il giorno appresso a casa della signora Adelina per parlare con Carmela.
Veramente, non ci si può nascondere che la zitellona ci sguazzava in cose del genere, che dimostravano con tutta l’evidenza possibile la vera triste realtà del matrimonio, eppure, forse proprio per affrontare meglio situazioni di questo tipo, diciamo per poter intervenire con conoscenza di causa, lei avrebbe fatto volentieri il sacrificio di sposarsi, ovviamente solo per poter svolgere al meglio quella che considerava la sua missione su questa terra.
Naturalmente, non potendo realizzare le proprie mire matrimoniali (che, lo poteva giurare, avevano il solo scopo appena detto) ed avendo il massimo astio verso questa istituzione specialmente se realizzata dagli altri, lei non vedeva l’ora di scombinare definitivamente la situazione di ogni coppia che fosse appena traballante.
In questo caso la signorina Elvira si sentiva proprio come il cacio sui maccheroni, come il Messia inviato apposta per salvare quella donna dolente.
Come ebbe a tiro la povera Carmela, cominciò a sottoporla ad un fuoco di fila di domande, sul come e perché la trattasse il marito e sul come mai avesse quei lividi sul corpo. La poveretta tentò di difendersi affermando che si era fatta male scivolando, che aveva urtato lo stipite della porta, che le si era rinchiuso lo sportello dell’auto sul volto, ma l’altra era implacabile ed incalzante, fino ad arrivare a chiedere alla povera ragazza se non riteneva che fosse il caso di lasciare il marito e di denunciarlo alla polizia.
A questo punto Carmela non ne potette più e sbottò: “Sì, è vero, questi segni me li ha fatti mio marito, ma proprio perciò non lo potrò mai lasciare: me le suona sì, ma lo fa per gelosia e perché mi vuole bene!”.
La cosa, però, non finì né poteva finire così: quelle dichiarazioni d’amore insite in ogni lividura che spuntava sul corpo di Carmela erano, a considerarle meglio, un tantino troppo per un amore così sviscerato, anche per come lo intendeva la ragazza.
Il suo bello, però, quell’uomo tanto virile da riuscire persino a conciare in quel modo la sua donna, in realtà nascondeva nell’intimo qualcosa di diverso, anzi, diciamolo pure, di perverso.
Non per fare la spia, ma per puro dovere di cronaca, si deve innanzitutto riferire che per questo egregio signore non si può dire proprio, come si fa per la stragrande maggioranza delle persone, che rispondeva al suo nome di battesimo (che, per la precisione, era Rosario), ma si deve più precisamente affermare che grugniva quando qualcuno lo chiamava, essendo per buona parte del suo tempo ubriaco o pressappoco.
D’altra parte, il soggetto aveva saputo dell’ estrema cura con cui Carmela serbava nel suo scrigno affettivo le botte che riceveva quasi quotidianamente e se ne faceva un vanto, perché andava affermando in giro che egli teneva in pugno la sua donna perché l’aveva domata e che lei era ormai talmente sottomessa ai suoi voleri che avrebbe accettato senza obiezioni che lui se la intendesse anche con altre donne.
Anzi, per dimostrarlo a tutti, cominciò a frequentare un’ altra ragazza proprio dello stesso quartiere in cui egli abitava con la sua donna.
Ma su queste cose non bisogna mai scherzare, né fare affermazioni avventate.
Ad una, diciamo così, amica di Carmela capitò un giorno di udire le affermazioni che quel bell’elemento andava facendo in giro sulle corna che lui aveva saputo far crescere sulla testa della ragazza senza che questa avesse osato ribellarsi.
Naturalmente, l’amica se ne fece un dovere di riferire la faccenda alla diretta interessata, che accolse la cosa con la più grande incredulità e volle sincerarsene di persona.
Si appostò, perciò, la sera nei pressi del portone dello stabile dove sapeva che abitava la rivale. Non dovette aspettare molto: dopo nemmeno una ventina di minuti, vide il suo bellimbusto che, con tutta evidenza in preda ai fumi dell’alcool, arrivava sul posto in compagnia di una masnada di compari suoi amici.
“Vorrei proprio che ci fosse Carmela qui!” andava dicendo. “Vedreste un cagnolino, un giocattolo, un burattino nelle mie mani! Ma cosa faccio io alle donne, cosa faccio! E’ che, quando stanno con me, le porto in Paradiso, sono capace di fargli vedere la luna e le stelle!”.
Alla ragazza che, infuriata come una belva, stava per uscire dal nascondiglio per graffiarlo in tutto il corpo, queste parole fecero sorgere in testa un’idea che riuscì a frenarla proprio nel momento più difficile.
Il mattino del giorno dopo, attese impazientemente che Rosario si presentasse a bussare al suo palazzo. Quando lui le citofonò da giù, lo pregò, senza mostrare la minima agitazione, di raccoglierle le mollette per i panni che le erano cadute giù dal balcone mentre le ritirava.
“Va bene, oggi te lo faccio perché mi trovi con la vena buona, ma dopo dovrai farti perdonare!” fece lui, da impunito.
“Amore mio, lo sai che mi sei sempre nei pensieri al sommo della testa!”
“Se sapessi sulla tua testa cosa ci ho messo stanotte!” farfugliò lui senza farsi capire distintamente.
“Sapessi cosa arriverà adesso sulla tua testa! Adesso sarai tu a vedere parecchie stelle!” fece invece lei gridandolo ad alta voce, mentre lasciava cadere un gran vaso di fiori sul capo di Rosario che si era chinato a raccogliere le mollette.
