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Ricominciamo da zero! - di Piantedosi Giuseppe

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 21/04/2009 alle ore 11:58:17

 

L'autore si assume la responsabilitΰ di quanto pubblicato.

 

Nic Scottie, ex poliziotto del reparto investigativo, oramai ritiratosi a vita privata, fra abusi di alcool e droghe varie, passa i suoi giorni stancamente, fra pub a bere senza contegno, oppure, quando è a casa, sprofondato lascivamente nella sconquassata poltrona dinanzi alla tv.
Vive in compagnia di Nessy, una ex tossicodipendente, con qualche precedente per spaccio e prostituzione ed attualmente impiegata part-time come cameriera presso un piccolo ristorante di terza serie, frequentato da avventori di passaggio e gente locale di ceto basso.
Nic contribuisce al triste bilancio con qualche lavoretto, sempre nell’ambito delle investigazioni, che gli passa sottobanco il capo del reparto investigativo al quale apparteneva, in nome della vecchia amicizia che li legava, ed anche perché, in fondo, si sente in parte responsabile del suo declino, ridottosi in quello stato a causa della scomparsa violenta di moglie e figlia per mano ignota.
Quando, dopo circa sei anni dal tragico evento, il caso si riapre, con il ritrovamento degli esecutori materiali degli omicidi, entrambi cominciano ad indagare, con la complicità di amici e colleghi, fino a scoprire il mistero che avvolge la vicenda, e delle tristi e scottanti verità vengono a galla.



TITOLO

RICOMINCIAMO DA ZERO!

Come tutti i giorni, Nic, era logoro sulla vecchia poltrona di pelle scura, ormai consunta dal tempo e dall’uso, davanti la tv.
In sottofondo echeggiava il commento del giornalista sportivo del TG della sera, che commentava il successo della locale squadra di football: ma Nic non ci faceva caso.
La sua testa, riversa da una parte, con la bava che formava un rigagnolo sul lato della bocca, era offuscata dai sentori dell’alcool che aveva ingerito in quantità spropositata, dopo l’ennesima birra doppio malto che aveva tracannato quasi un’ora prima.
Ad aggravare la sua condizione, poi, si erano sommati una decina di spinelli che aveva fumato fra una birra e l’altra.
La casa puzzava di fumo. Ed aveva anche uno odore di muffa e chiuso.
Difficilmente Nic si dedicava alle pulizie. Al massimo, quando era sobrio, buttava via i vuoti di birra sparsi per tutta la stanza. Vuotava il posacenere, ma poi riprendeva a oziare sulla poltrona senza curarsi minimamente di ciò che gli accadeva intorno.
Chi si impegnava, cercando di dare una scossa alla propria vita e un sentore di civiltà all’alloggio era Nessy, la compagna convivente in casa di Nic.
Era una bella ragazza, nascosta sotto i segni del passato e della fatica. I capelli biondo scuri, che avrebbero avuto bisogno di un parrucchiere chissà da quanto. Portati sempre con la coda; Occhi scuri e sempre tristi; Il viso tondo ma bello a vedersi, ed un fisico, nonostante l’età ed i patimenti trascorsi, da far invidia alle casalinghe più curate.
Oramai erano le due di notte e Nessy era rientrata a casa dopo il turno al Nesty Rider, il ristorante dove lavorava part-time.
Il lavoro gli era stato dato nell’ambito del programma di reinserimento nella società degli ex tossicodipendenti.
La ragazza oramai era fuori da ogni tipo di utilizzo di droghe.
Con infiniti sacrifici ne era uscita, e tramite questi progetti statali cercava di ridare anche la dignità persa alla sua vita.
Entrò in casa.
La grande stanza, come al solito, puzzava di fumo:
‹‹ Ciao Nic ›› - nessuna risposta – “ come al solito ubriaco “ – mormorò sbuffando.
Si avvicinò all’uomo. Prese il telecomando e spense la tv. Lo afferrò per il maglione unto e bisunto. Un paio di strattoni che non ebbero risposta. –“ Fanculo Nic! Resta pure a marcire! Se può interessarti sono nelle mia stanza.”- pensò tra sé –
In fondo al piccolo corridoio, lungo un paio di metri al massimo, si apriva la stanza di Nessy.
A differenza del resto della casa, quella stanza sembrava tutt’altro che appartenere a quell’ambiente logoro e trasandato.
L’habitat era pulito e profumato. Nessy non era una fumatrice, aveva smesso quando aveva cominciato la disintossicazione. Il letto era in ordine e rifatto con cura. Su di esso vi erano un paio di pupazzi fra i cuscini.
Si sedette sulla sedia dinanzi il mobile che comprendeva uno specchio, un po’ demodè, ma tutto sommato accettabile.
“ Che vita di merda!” – Prese la spazzola e cominciò a passarla fra i lunghi capelli fino alla spalle – “ Anche oggi è passata...Speriamo che domani sia migliore”
Lentamente cominciò a spogliarsi. Aveva un bel corpo.
Prese l’accappatoio, lo infilò con calma pregustando la doccia calda che si accingeva a godersi. Un rito che si ripeteva puntualmente ogni qual volta Nessy rientrava dal lavoro, come se volesse lavarsi di dosso la fatica, se non proprio la giornata trascorsa, nella speranza che alla fine di quella consuetudine, come una magia, la sua vita finisse giù dal tubo con l’acqua, lasciandole sulla pelle bagnata una nuova esistenza che le desse l’opportunità di essere una persona migliore di quello che era.
Intanto Nic era sempre sulla sua poltrona, non si era accorto di nulla, come accadeva nove volte su dieci.


* * * *



Quella mattina Nessy si era alzata di buon ora.
Dopo essersi preparata, questa volta anche con un filo di trucco che le illuminava il viso rendendolo ancora più piacevole del solito, si apprestò ad uscire, ma con sua somma sorpresa non trovò Nic.
‹‹ Nic?...Nic?... ›› - In camera non c’era. La poltrona era vuota. La tv era spenta. – “ Sono le sei e mezza...Uff... che fine avrà fatto quell’ubriacone idiota! Spero non si sia infilato in qualche casino! L’ultima volta meno male che Justin lo ha riportato a casa, sennò marciva in galera fra gli avanzi peggio di lui!” – prese le chiavi di casa e si avviò verso la porta quando la sua attenzione fu colpita da un foglio che era sul pavimento, evidentemente scivolato a terra dal tavolo con un movimento provocato da lei stessa.

“ Ho preso questo derelitto per dargli una svegliata a modo mio. Se mancherà un po’ di giorni non preoccuparti, spero vivamente di riuscire a rimetterlo in sesto. Ti sarei veramente grato se in questo periodo dedicheresti un po’ del tuo tempo a dare una ripulita a questa topaia. Anzi se vuoi, ti manderò un paio di persone di mia conoscenza per fare il lavoro. Ti saluto con affetto.
P.S. Se hai bisogno, sai che sono sempre a tua disposizione”

Justin Cross

‹‹ Meno male che c’è Cross...E’ proprio il suo angelo custode!››
Si ricordò che Cross aveva le chiavi di casa; Se le era fatte dare proprio per tali evenienze.
Si avviò verso la sua scassatissima Ford rossa , prese il cellulare dalla borsa, e con il tasto di selezione rapida, compose il numero diretto dell’ufficio del tenente Justin Cross, capo del reparto investigativo della polizia. Ex capo, amico fraterno, padrino della figlia, e oggi, angelo custode di Nic Scottie, ex sergente ritenuto una delle punte di forza del reparto investigativo di cui Justin Cross, è tuttora alla guida.
‹‹ Cross..›› - rispose una voce all’altro lato del telefono
‹‹ Buongiorno tenente, sono Nessy Parker.››
‹‹ Ciao Nessy come và! ››
‹‹ Bene tenente, grazie. Volevo chiedere di Nic. E’ successo qualcosa?›› - chiese con un filo di preoccupazione.
‹‹ Spero che stavolta riesco a farlo ragionare, Nessy. Sta pure tranquilla. L’ho messo al fresco a smaltire la sbronza. Appena si riprende devo fargli un discorsetto. Nulla di complicato. Tu stai bene?››
‹‹ Si grazie ››
‹‹ Già in piedi di buon ora...››
‹‹ Ho la visita ed il colloquio mensile e non mi va di fare tardi. Ci tengo a fare bella figura.....Tenente,..non sono più la persona di una volta, c’è la sto, mettendo tutta e non ho voglia ne di tornare indietro e ne di raschiare di nuovo il fondo... Ho imparato... ››
‹‹ Sai che ti voglio bene e ti apprezzo ›› - la interruppe - ‹‹ e questo è uno dei motivi per il quale ho chiesto a te di occuparti di Nic ›› - continuò compiacendosi.
‹‹ Devi andare al lavoro dopo? ››
‹‹ No. E’ il mio giorno di riposo ››
‹‹ Allora ti aspetto per il pranzo. Fatti un giro, pensa a te stessa, alla casa penso io. Mando un paio di persone a fare pulizia. Goditi la giornata. Te lo meriti Nessy. A dopo.››
Si udì nitidamente il “clic” del ricevitore del telefono che chiudeva la comunicazione.
Intanto Nessy lasciava il vialetto di casa. “ Se non ci fosse Cross, Forse io sarei nella merda, ma Nic sarebbe già un uomo morto. Meno male che esistono ancora persone che danno una seconda possibilità...”


* * * *



Oramai era pomeriggio inoltrato. Nic stava lentamente riprendendosi dalla sbornia e dal torpore provocato dagli spinelli e dall’alcool.
Si Guardò intorno. Scorse le mura bianche, imbrattate da scritte e disegni di ogni genere della cella di sicurezza della stazione di polizia. Quel luogo, oramai familiare, visto che negli ultimi tempi ci si era svegliato diverse volte, lo fece riprendere più in fretta del solito. Dalla branda fissata al muro, sulla quale era steso, imbacuccato sotto una coperta di lana nera molto pesante, non riusciva ad udire nessun rumore, ma sapeva bene che se avesse urlato, la guardia sarebbe arrivata a prelevarlo:
‹‹ Crooc!!!....Crooc!!!...›› - La porta di fronte alla cella si aprì cigolando.
La sagoma di un omone familiare si stagliò nella luce. - ‹‹ Ciao Ally! Apri le sbarre e portami da Croc! ›› - la voce impastata.
‹‹ Buongiorno!! Quanta fretta di vedere il paparino! ››
‹‹ Falla finita Ally!››
Ally Bonserse era un poliziotto anziano, provato da molti anni di servizio e quasi pronto al congedo per andare in pensione. Era un omaccione di colore, di corporatura grossa, e con due grossi baffi che gli nascondevano le labbra e che facevano sembrare che non ridesse mai. Anche quando era di buon umore.
Nic si appoggiò alle sbarre nell’attesa che Ally le aprisse, ma l’uomo si avviò verso un armadio di metallo posto in un angolo dello spazio antistante la cella, lo aprì, e tirò fuori degli indumenti intimi puliti, un paio di jeans, una camicia ed una giacca, e tutto l’occorrente per una toletta personale riposto in una borsetta di plastica con la cerniera.
‹‹ Ha detto il tenete Cross che devi renderti presentabile ›› - Nic si guardò approssimativamente - ‹‹ Perché cosa ho che non va! ››
‹‹ Puzzi da far schifo, non ti radi da almeno una settimana e Dio solo sà, da quanto non ti lavi...››
‹‹ Il vero uomo puzza!! ›› - rispose battendosi il petto come fa un gorilla per dimostrare la sua forza.
Ally lo guardo con fare indulgente - ‹‹ Il vero uomo si lava, si rade ed ha un aspetto decente....Da qualche tempo tu somigli più ad un essere primitivo...E non sono l’unico a pensarlo! ››
Aprì la cella e passò all’amico le cose che aveva prelevato dall’armadio.
In quell’attimo lo guardò dritto negli occhi. Sapeva che oramai aveva smaltito sia la sbronza che i postumi dell’erba che aveva fumato, e che era in grado di ragionare.
Dall’alto dei suoi quasi due metri, Ally, appena Nic ebbe fra le mani gli indumenti, gli mise una mano sul petto. Lo spinse lentamente facendogli sentire la pressione dei propri muscoli.
Lo spostò fino a farlo sedere sulla branda.
Sempre guardandolo dritto negli occhi, prese la sedia di legno che era alle sue spalle. La portò dinanzi a se con un fare da giocoliere.
Si sedette a cavalcioni poggiando le braccia possenti sulla spalliera che si frapponeva fra loro.
Un silenzio di qualche secondo sembrò a Nic Scottie lungo un secolo. Si sentiva inquisito.
Ally respirò lento. ‹‹ Eri il migliore...›› - cominciò a dire con tono severo.
‹‹ Sono il migliore! ›› - ribattè secco Nic .
‹‹ Stà zitto e ascolta idiota! ›› - Lo apostrofò Ally, fulminandolo con lo sguardo.
‹‹ Eri ›› – sottolineando con la voce “eri ”- ‹‹ il migliore!... Capisco bene che quello che hai passato può distruggere un uomo. E capisco anche che la tua famiglia ti manca. Ma è arrivato il momento di smetterla di scappare! ››
‹‹ Che cazzo capisci tu di sofferenze e cose varie!›› - lo interruppe Nic con un fare da bullo di strada.
Ally balzò in piedi. Lo aveva imparato quando era al reparto mobile e faceva le pattuglie per la città. Guardare le persone dall’alto in basso mette suggestione in chi è in basso. Specialmente se chi è in basso, sa di avere torto marcio.
E Ally sapeva bene, che Nic, aveva torto marcio.
‹‹ Pezzo di idiota che non sei altro! Oramai è finito. Passato! Lo capisci che ti stai rovinando. L’alcool ti stà distruggendo il fisico, e la maria ti sta spappolando il cervello. Senza considerare poi tutta l’immondizia allucinogena che ti fumi! Stronzo!››
Nic era intimorito. Non riusciva a reagire. I suoi occhi si stavano gonfiando di lacrime. Gli erano rimasti gli atteggiamenti da duro, ma al momento dei fatti era diventato un debole.
Tentò di ingoiare il groppo che si era formato in gola e per respingere l’emozione che lo assaliva.
Quante volte, l’amico ed ex collega lo aveva accolto ai suoi risvegli in cella con parole gentili e amichevoli. Questa volta qualcosa era cambiato. Ally lo aggrediva. E lo faceva a muso duro.
‹‹ Non lo so cosa hai provato quando sei tornato a casa e hai trovato l’inferno! Non lo so!... Quello che so io, e lo sappiamo tutti, tu, amavi tua moglie, amavi tua figlia! Ma adesso non ci sono più; Avevi giurato vendetta; Che avresti sbattuto in gabbia chi aveva fatto loro del male.
Che non ti saresti mai arreso fino a quando non avresti avuto giustizia.
Di quell’uomo ora c’è solo il relitto. Mi fai pena Sergente Scottie. Di questo passo schiatterai presto. E ne sarò felice. Perlomeno non dovrai ubriacarti e drogarti per trovare pace.... ››
Nic abbassò lo sguardo e comincio a piangere. In fondo era un debole. Dell’uomo duro e intelligente di una volta, erano rimasti solo il modo di comportarsi. Non aveva la forza di dare una spiegazione a quanto gli succedeva. Ne la voglia di trovarla. Il suo intelletto oramai aveva ceduto. Era come un’auto col motore ingolfato. E farla ripartire comportava un lungo e laborioso lavoro.

Finita la doccia, rivestitosi, rasatosi, Nic Scottie aveva acquisito un aspetto alquanto dignitoso e umano. Solo le vistose occhiaie tradivano la persona che sembrava esserci sotto quei vestiti puliti. Uscito dal locale docce riservato al personale di servizio, si ritrovò faccia a faccia con Ally Bonserse.
Lo guardò torvo.
Il vecchio poliziotto ricambiò lo sguardo senza accennare ad un minimo di pena o risentimento per la discussione appena avuta.
Nic lo guardò dritto negli occhi: ‹‹ Quanto tempo abbiamo prima che mi presenti da Croc? ›› -
‹‹ Hai paura di far tardi?›› - rispose secco Ally quasi canzonatorio.
‹‹ Ti ho chiesto se è urgente ›› - ribattè ancora più stizzito Nic.
‹‹ Tutto il tempo che vuoi... non sa ancora che ti sei ripreso...e poi si chiama Cross e non Croc!››
‹‹In non so quanti anni di servizio con lui, l’avrò chiamato Cross, si e no, dieci volte.››
Il silenzio scese fra i due, mentre Ally Bonserse, sotto i folti baffi che gli nascondevano la bocca quasi per intero, forse sorrideva.
Nic si avvicinò alla panca che correva lungo il corridoio formato dagli armadietti metallici. Si sedette a cavalcioni su di essa. Si prese la testa fra le mani. Strinse forte i palmi sulle tempie, e con un gesto lento fece scivolare le mani lungo i capelli. Quei pochi rimasti.
Alzò lo sguardo verso Ally.
Fece un gesto con la mano invitandolo a sedersi di fronte, nel chiaro intento di voler intraprendere un discorso. Ally lo accontentò.
I due si fissarono. Nic abbassò lo sguardo e con un gesto istintivo, come a convincere ulteriormente se stesso di aver preso una decisione grave, si battè il pugno destro nel palmo sinistro.
Fece scroccare le nocche:
‹‹ Dov’eri la sera che è successo? ››
Ally lo guardò stranito. Capì, e dopo qualche secondo rispose: – ‹‹ A casa; Donna era a letto con la bronchite ed io non stavo meglio. Così sono rimasto a riposo un paio di giorni. Sai che a quel tempo facevo il turno di pattuglia...››
‹‹ Io ero in questo cazzo di ufficio!›› - lo interruppe - ‹‹ Stavo scrivendo il rapporto sulle ultime novità che avevo scoperto per darlo a Croc. ›› - tenendo gli occhi bassi, quasi a volersi nascondere.
‹‹ Lo so amico. ›› - La voce di Ally si fece carica di compassione. - ‹‹Ti ammazzavi di lavoro. E grazie a te che molti casi sono stati risolti in passato››
‹‹ Lascia perdere la retorica...››
Chiuse gli occhi. Prese fiato. Ingoiò il groppo che gli si era formato in gola e continuò:
‹‹ Croc mi chiese di restare. Non era nuovo a questo tipo di richieste. Il Procuratore ed il capitano Sarnese premevano che volevano notizie fresche, o mezze verità, da dare in pasto ai giornali.
Quel leccaculo di Bluster era nel suo ufficio, appostato come un avvoltoio che aspettava il rapporto per passarlo al capitano Sarnese e prendersi i meriti, senza che Croc potesse intervenire.
Loro pressavano Justin, e lui pressava me; Sai bene come vanno queste cose.
Così restai fino a notte fonda a scrivere cazzate per loro e i loro giornalisti del cazzo!
Quando finii, Justin si offrì di portarmi a casa visto che la mia macchina di servizio ormai era sputtanata con la storia del gatto morto, e non volevo farmi vedere in giro con l’auto privata.
Il procuratore aveva chiamato tre volte Sarnese, che aveva chiamato Bluster, che di conseguenza rompeva me e Croc per avere anticipazioni ed assicurarsi che l’indomani avesse avuto scartoffie nuove sulla sua scrivania.
Arrivati da me abbiamo trovato la porta aperta. Forzata da un professionista, credo. Mia moglie Christine era nuda sul divano. In una pozza di sangue, l’avevano picchiata a morte. Aveva bruciature, che la scientifica identificò, fatte da uno sverniciatore, che era il mio.
Lo presero dal garage. Tagli sulle parti intime e su tutto il corpo. La seviziarono fino allo spasimo. Alla fine delle pene le tagliarono la gola da parte a parte. E solo Dio sa a quante atrocità era stata sottoposta prima di chiudere le sofferenze con la morte.
Aveva trentasei anni.
Al piano di sopra trovai mia figlia Anna. Stessa sorte.
Aveva quattordici anni...
Adesso tu, vieni a farmi la predica....››
Il sangue si raggelò nelle vene di Ally Bonserse.
‹‹ Certi dettagli mi erano oscuri Nic... non sapevo.... ››
‹‹ Lascia stare... Adesso sai.... Portami da Croc e facciamola finita.››



* * * *



La porta di vetro, con l’intelaiatura di alluminio bianco, si richiuse con delicatezza.
Il tenente Cross era di spalle, dietro l’enorme scrivania di metallo, stracolma di carte e faldoni di ogni genere, seduto sulla poltrona di pelle girevole. Fra la spalla sinistra e la testa aveva la cornetta del telefono incastrata e parlava a voce sommessa. Le mani erano impegnate a prendere appunti su un notes.
Accortosi del visitatore, posò la penna e fece cenno con la mano di sedersi all’ospite, senza guardare chi fosse quest’ultimo, e continuò il discorso al telefono e prendere appunti.
Terminò la conversazione e si voltò.
Con sommo piacere trovò Nic Scottie seduto. Lo guardò. Uno sbuffo col naso misto ad un sorriso ruppe il ghiaccio fra i due.
‹‹ Vedo che hai acquisito una parvenza decente ›› - disse
‹‹ ..Fanculo Croc! ›› - rise Nic.
‹‹ Bel modo di dire buonasera. Sei stato ad Harvard ultimamente?›› - continuò Cross canzonandolo.
‹‹ Vaffanculo ›› - scandì nitidamente Nic - ‹‹ Cosa vuoi? ››
Cross taceva e guardava Nic come a studiarne il più intimo segreto celato negli occhi.
‹‹ Smettila di guardarmi e dimmi che vuoi. Non ho tempo da perdere! ››
‹‹ Questa è bella! ›› Il volto di Cross, nero come la pece, si illuminò come ad una battuta del comico più in voga.
‹‹ Cosa avresti da fare; Andare a casa a bere, o a comprare maria da fumare? ››
‹‹ Vaffanculo ›› - Lo interruppe Nic, sempre più stizzito dalla situazione creatasi.
‹‹ Ok Nic ! ›› - tagliò corto Justin Cross - ‹‹Facciamola finita con le stronzate e vediamo in che stato sei!››
L’esclamazione colse Nic Scottie di sorpresa. Non capiva dove il suo ex capo volesse andare a parare. Non era il solito pedinamento che gli stava per chiedere. C’era troppa serietà in quelle parole.
‹‹ Mi sento bene Justin.›› - intervenne Nic, quasi a rompere quell’alone di mistero ed imbarazzo venutosi a creare. ‹‹ Stò bene. Sono lucido, ho smaltito la sbronza. Mi sono lavato, rasato e cambiato. A proposito chi devo ringraziare per gli abiti?›› - Si guardò da capo a piedi passandosi le mani sui baveri della giacca - ‹‹ Mi stanno veramente bene! ››
Cross lo guardò quasi disperato passandosi una mano fra i corti e ricci capelli neri.
‹‹ Da quanto tempo è, che non apri il tuo armadio: Sono tuoi idiota! Sono stato a pranzo con Nessy, e me li sono fatti portare! ››
Nic non rispose. Non ricordava da quando non cambiava look. Si era troppo abituato ai jeans e le felpe, e non sapeva davvero di avere stipati certi indumenti nell’armadio.
‹‹ Bhe! Se lo dici tu ..ci credo ›› - fu l’unica cosa in grado di rispondere .
Il tenente Cross, intanto, lo stava guardando. Quasi lo studiava come se Nic fosse un alieno. Forse non era ancora pronto per compiti più gravosi.
Nel silenzio più incomprensibile che i due si stavano scambiando al posto delle parole, il tenente Justin Cross, doveva prendere una decisione.
Forse Nic non era più in grado di reggere certi argomenti. O forse si. Quello che doveva o semplicemente voleva riferirgli, impauriva di per se, un uomo non provato dalla vita più di tanto, come se stesso.
Ma gli eventi di quei giorni avevano riaperto vecchie ferite mai sanate del tutto. In fondo lui era il padrino di Anna Scottie. E se non avesse trattenuto Nic in ufficio forse le cose sarebbero andate diversamente quella maledetta notte.
Intanto,combatteva con il suo giudizio e quello dei suoi capi.
Per lui Nic Scottie era perfettamente in grado di reagire e dare una svolta alla sua vita. Forse; Lo aveva dimostrato, anche se non più con la lucidità e l’intraprendenza di una volta, quando, qualche anno prima, aveva sostenuto con successo l’esame per l’abilitazione di investigatore privato.
Ma per i capi, in primis il capitano Sarnese, Nic non era altro che l’ombra di se stesso, e l’unica cosa che poteva fare era starsene fuori dai piedi e non dare altri problemi.
Intanto Cross, mentre questi ed altri pensieri turbinavano nella sua mente, si rigirava fra le mani un fascicolo in copertina rossa con un numero di serie scritto con pennarello nero, in caratteri chiari e leggibili a chiunque.”020672/ 4 JOHN DOE - RICHIAMA 17175/05/2003”.
Nic lo notò. Ma non ci dette peso più di tanto. Se le cose non erano cambiate negli ultimi tempi, quello era un fascicolo che scottava. Ai suoi tempi i fascicoli di un certo rilievo venivano catalogati in quel modo. In particolare quando si trattava di omicidio. Sapeva tutto ciò per istinto, ma l’acume di una volta era sopito.
‹‹ Cosa stai pensando?›› - Nic ruppe il silenzio
‹‹ Pensavo a te ››
‹‹ Grazie del pensiero. Sono qui. Puoi parlare! ›› - prima che Justin potesse rispondere continuò - ‹‹ E se stai pensando che non sia lucido, ti sbagli. Sai non sono tenero....e restio ad ammettere certe cose.... Ma Ally... ››
Cross alzò gli occhi per guardarlo in faccia - ‹‹ Continua ›› - Lo invitò:
‹‹ ...Si ... Ally Bonserse... Quello che era con noi alla pattuglie ... mi ha fatto una bella ramanzina.... Non che gli dessi retta ... ma è servita a farmi prendere consapevolezza che per oggi basta birra e.... ››
‹‹ Ok ! va bene così! Non devi giustificarti con nessuno!››
Respirò forte dal naso. Poi aggiunse:
‹‹ Dimostrami che posso ancora fidarmi di te e che la ramanzina di Ally almeno non ha trovato il vuoto fra le orecchie, e che è incappata in qualcosa di grigio.
Quindi adesso vai a casa. Ti fai un giro nell’armadio, e trovi qualcosa di ancora più decente di quello che hai addosso. Prendi Nessy e vai a cena fuori con lei. Domattina ti ripresenti qui alle otto spaccate e vediamo come sei messo! ››
‹‹ Hei Croc! Ma per chi mi hai preso! Non ho bisogno del tutore che mi dice quello che devo fare!››
‹‹ Queste sono le mie condizioni. Prendere o lasciare....›› - Si alzo in piedi e cominciò a guardarlo dall’alto in basso come aveva fatto Ally nella cella.
‹‹ A proposito se decidi di lasciare, ricordati che hai chiuso. Nessy ha quasi terminato il programma di reinserimento. Sai? Un successone: Promossa a pieni voti. Oggi le ho parlato. Come ti ho detto abbiamo pranzato insieme. Da lunedì comincerà un corso serale di stenodattilografia. Appena prende il diploma la farò assumere qui. Vuole andarsene da casa tua, è stanca di farti da baby-sitter. Se non l’hai notato è ancora molto carina e vorrebbe rifarsi una vita!
Quindi se non ti dai una smossa resterai solo. E nella merda!
Inoltre, con questa cosa che voglio fare con te potrei giocarmi la carriera. Se non di più. Quindi dimostrami che sei ancora un cavallo vincente degno di fiducia.›› - Nic annuì - ‹‹ Queste sono le regole del gioco Nic! Siamo alla resa dei conti!...Sei ›› - sottolineando la parola sei, puntandogli l’indice al petto - ‹‹ alla resa dei conti! Ti aspetto domattina! ››
Nic si alzò con calma dalla sedia. Guardò l’amico con un sorriso beffardo. Voltò le spalle e si avviò verso l’uscita, senza curarsi delle imprecazioni del tenente.
In fondo diceva sempre così quando si rivedevano.
Lo salutò con il dito medio rivolto verso l’alto - ‹‹ Ciao Croc.. A domani ››
‹‹ Mi chiamo Cross!!!›› - Ringhiò fra i denti.
La porta si richiuse, questa volta sbattendo e non delicatamente come quando era entrato.
Si fermò per un attimo spalle alla stessa, per sincerarsi che l’effetto del dito non avesse fatto arrabbiare più del solito l’amico, ma si rese subito conto che le imprecazioni erano già finite. Conosceva bene Justin Cross. La prematura fine delle imprecazioni fece accendere una scintilla nel cervello di Nic.
Si era accorto che stavolta non era il solito lavoretto di rutine. Qualcosa era cambiato.
Non ci pensò più di tanto. Si sfilò la camicia dai pantaloni. Infilò le mani in tasca. Abbassò la testa nelle spalle incurante degli sguardi dei suoi ex colleghi, e si avviò verso l’uscita.
Lungo le scale scroccò una sigaretta ad un giovane poliziotto in borghese tutto impettito.
Se la poggiò sull’orecchio destro come fa un carpentiere con la matita. Un gesto che era solito fare. Alzò gli occhi verso l’altro lato della strada.
“ Il bar dell’italiano” – pensò tra se – “ vediamo se mi fa credito ancora. Ho la gola secca”



* * * *



Il taxi si fermò all’indirizzo che Nic gli aveva dato. Scese e pagò con un biglietto da cinque.
Il tassista indiano si stava frugando in tasca per dare il resto.
Nic era già andato via, senza dire neanche una parola. L’uomo rimase interdetto e visto che non aveva ricevuto ulteriori istruzioni, tenne il resto come mancia, ingranò la marcia e si avvio per una nuova chiamata.
Come da abitudine, non si era fatto lasciare all’indirizzo di casa, ma qualche isolato prima. Le vecchie abitudini per alcuni, sono dure a morire.
Mentre camminava verso casa, gli tornarono in mente le parole di Cross: “Adesso vai a casa. Prendi Nessy e vai a cena fuori con lei. Domattina ti ripresenti qui alle otto spaccate e vediamo come sei messo..... Dimostrami che posso ancora fidarmi di te.... Queste sono le mie condizioni. Prendere o lasciare....se decidi di lasciare ricordati che hai chiuso. Nessy ha quasi terminato il programma di reinserimento. Sai? Un successone. Promossa a pieni voti..... Vuole andarsene da casa tua, è stanca di farti da baby-sitter. Se non l’hai notato è ancora molto carina e vorrebbe rifarsi una vita...Potrei giocarmi la carriera. Se non di più. Quindi dimostrami che sei ancora un cavallo vincente degno di fiducia”.
Si fermò un secondo sui suoi pensieri - “ Fanculo pure Nessy!” - pensò sbuffando.
Non era convinto sulle sue scelte, di sicuro le parole dell’amico gli avevano messo un senso di inquietudine.
Era andato al bar subito dopo l’uscita dalla stazione di polizia, e aveva ordinato una birra.
In nome della vecchia amicizia, il vecchio titolare non si era fatto pregare, e la aveva offerta lui, ma dopo aver dato un paio di sorsate alla bottiglia, l’aveva lasciata sul banco.
Mentre rimurginava nei sui pensieri, camminava a testa bassa. Non si accorse di essere arrivato a casa.
Si fermò di scatto e senza pensarci su due volte, infilò la mano dietro la cassetta della posta in un anfratto che se non si conosceva non si sarebbe mai trovato. Ne cavò via una bustina con dell’erba e una confezione di cartine per sigarette.
Ne prese una manciata.
Sfilò un paio di cartine dalla confezione, e ripose il resto dove l’aveva preso.
Si avviò verso il portico antistante l’ingresso, dove un vecchio dondolo cigolava spostato dalla leggera brezza.
Non aveva le chiavi. La macchina di Nessy non c’era, segno che neanche lei era in casa. Quindi essendo nell’impossibilità di entrare nell’alloggio, si sedette sul dondolo.
Prese la sigaretta dall’orecchio, ne estrasse il tabacco gettando via il resto. Mischiò l’erba con lo stesso, e con mani sapienti ripose il tutto in una delle cartine.
Ne fece uno spinello dalla forma quasi perfetta.
Lo mise fra le labbra e si frugò le tasche in cerca di un accendino o fiammifero. Non lo aveva.
Si guardò in giro e non vedendo niente che potesse servire al caso cominciò ad imprecare:
‹‹ Maledizione!›› - Alzò gli occhi al cielo - ‹‹ Non ti sembra che adesso ti stia accanendo un po’ troppo? ›› - c’è l’aveva con Dio - ‹‹ Mi hai fatto prendere dagli scrupoli davanti una birra! Adesso non mi lasci neanche fumare in pace! Che cazzo ti ho fatto di male per avercela con me in questo modo! ››
Si alzò dal dondolo, e si avviò verso la strada. Ripose lo spinello in tasca e senza pensare a chi o cosa, cominciò a camminare senza meta.
Aveva percorso circa tre isolati.
Stava pure cominciando a piovere.
Si fermò sotto l’insegna sporgente di una ferramenta. Alzò il bavero della giacca cercando di non far finire le gocce nel collo. Si sfregò le mani per asciugarle e le infilò in tasca imbronciandosi sempre di più.
Alla fine del marciapiede, all’angolo della strada, sotto la copertura a mò di veranda di un vecchio ristorante ormai chiuso da anni, alcuni giovani, che dall’aspetto dovevano essere sudamericani, parlavano fra di loro.
Nic si avvicinò. Prese lo spinello che aveva in tasca e lo porto alla bocca:- ‹‹ Hai da accendere?››
‹‹ Hei amico! Ne hai uno anche per noi? ›› - fu la risposta di uno dei quattro.
‹‹ Ti ho chiesto se hai da accendere ›› - incalzò Nic facendo il duro.
‹‹ Ehi fighetto! La mamma non ti ha insegnato l’educazione! Si offre agli amici!››
‹‹ Ti ho chiesto se hai da accendere! Se poi ne avessi anche per offrire, di sicuro non lo offrirei ad un bastardo figlio di puttana come te!››
A queste parole Nic fece come per andare via, ma i quattro non si lasciarono impaurire. E neanche pregare.
Nic si ritrovò accerchiato. Cominciarono a volare spintoni. In un attimo calci e pugni.
Si difese come poteva ma in breve fu sopraffatto dai quattro.
Dopo aver ricevuto una buona dose di pugni al viso, al ventre e in tutto il tronco scivolò in terra. Nel cadere si aggrappò ad uno dei quattro ed istintivamente gli mollo una testata sul naso che lo fece barcollare.
Gli altri tre si fermarono un istante a guardare l’amico che, con le lacrime agli occhi, sanguinava copiosamente.
‹‹Guarda cosa hai fatto! Figlio di puttana! Ora la pagherai cara!››
Uno dei quattro, il più alto, tirò fuori un coltello che teneva nascosto sotto il giubbino di pelle nera.
Altri due afferrarono Nic per le braccia e lo tenevano fermo.
Il quarto continuava a contorcersi dal dolore con le mani in faccia.
Il teppista menò un fendente che colpì Nic al fianco sinistro.
Si accasciò sopraffatto dal dolore. Le gambe non lo reggevano più.
I tre raggiunsero l’amico sanguinante e insieme si diedero alla fuga.
Nic era steso a terra sanguinante.
Si portò le mani a coprire la ferita in un gesto istintivo.
Il tutto era accaduto sotto lo sguardo attonito dei passanti. E nessuno che fosse intervenuto a dividere gli avventori.
Aveva lo sguardo perso. Cominciava ad avere paura
Una copiosa macchia rossa di sangue si presentava da sotto le mani, anch’esse bagnate dalla copiosa emorragia che si era creata.
Gli si avvicinarono due passanti. Un terzo prese il cellulare e chiamò aiuto.
‹‹ E pensare che non avevo neanche tanta voglia di fumare...›› - L’unica cosa che riuscì a dire.
Perse i sensi. Scese il buio e si spense la luce.



* * * *



‹‹ Tenente Cross! ››
Si presentò al banco della reception del pronto soccorso, entrando come una furia.
L’infermiera, molto carina, con i capelli neri che fuoriuscivano dalla cuffietta bianca, ad incorniciare un viso dolce e ben truccato, alzò lo sguardo verso l’uomo
‹‹ D’accordo›› - abbassò lo sguardo a sfilare una lista di nomi sul banco.
‹‹ Cerca qualcuno in particolare? Non mi risulta nessun “Cross” ricoverato››
Stizzito Justin, la guardò dritto dall’alto in basso. Si soffermo sulla targhetta di identificazione che portava sul taschino del camice bianco –“ Romina Dressender” – lesse in mente sua.
Alzò lo sguardo fino negli occhi azzurri come il mare della giovane.
‹‹ Ascolta Romina: Forse non ci siamo capiti: Sono il Tenente Cross! ››
‹‹ Mi scusi. Non avevo inteso subito...››
‹‹ Ok. Ci siamo presentati. Adesso dimmi per favore dov’è Nic Scottie. E’ stato portato qui ieri sera. Vittima di aggressione.››
La ragazza, resasi conto del malinteso arrossì, e per non farsi scorgere abbassò il viso e cominciò nuovamente a scorrere la lista di nomi sul banco della recepition. Dopo qualche istante rialzò lo sguardo, ma stavolta i suoi occhi del colore del cielo avevano uno sguardo teso.
‹‹ Lei è un parente?›› - chiese con una voce grave, quasi distaccata, pronta a dare una qualche notizia importante.
Cross sospirò. Prese coscienza e coraggio. Riunì le idee pronto a tutto; Anche al peggio. Chiuse gli occhi e disse: ‹‹ Sono il suo capo. E’ un poliziotto...››
Romina sorrise - ‹‹ Il signor Scottie, adesso è in terapia intensiva. Credo che potrà parlare col dottor Shatton che lo ha preso in cura.›› - continuò con il sorriso abbozzato, forse forzato, per tentare di tranquillizzare il tenente visibilmente scosso.
Con la mano indicò la direzione e disse: ‹‹ In fondo al corridoio. Sulla sinistra troverà una porta a vetri. Di fronte c’è una sala d’attesa. Si accomodi lì. Penserò io ad avvertire il dottore che lei è fuori che attende ››
‹‹ Grazie ›› - fu l’unica cosa che riuscì a dire Cross, con voce sommessa.
Si sedette sulla poltrona di plastica verde stile retrò, presagendo già un’attesa lunga.
Erano passati circa cinque minuti e la porta fece udire uno scatto di serratura elettrica.
Dopo pochi secondi né uscì un uomo anziano, col viso rugoso, di carnagione chiara e capigliatura bianca, ma ancora molto folta. Leggermente stempiato, portava il camice bianco aperto sul davanti. Gli occhialetti piccoli con una montatura sottile, gli conferivano un aria grave tipica dell’uomo esperto.
‹‹ E’ il dottor Shatton? ›› - chiese Cross, schizzando letteralmente in piedi dal punto in cui era seduto.
‹‹ Si sono io... Lei è?›› - chiese con molta cortesia l’uomo
‹‹ Tenente Cross.. Justin Cross, distretto di polizia. Sezione investigativa. Sono il capo di Nic Scottie. Piacere!›› - tese la mano verso il dottore, il quale rispose porgendo la sua e stringendola con benevolenza.
‹‹ La famiglia è stata avvertita? ›› - fu la prima domanda del medico
‹‹ No...Non ha famiglia.›› - rispose Cross con fare timoroso - ‹‹ Può dire tutto a me. Prenderò io tutte le decisioni necessarie. Come stà? ››
‹‹ Se è così sediamoci devo parlarle ››.
Queste parole suonarono come un pugno nello stomaco di Justin. Si era già preparato al peggio alla reception, ma la magra consolazione che l’amico stesse bene, si era spenta nel momento esatto in cui aveva sentito quelle parole.
‹‹ Dottore, la prego, sia il più onesto possibile. Lo chiedo per favore, metta da parte la professionalità e sia schietto.››
Pronunciò queste parole con un tono così rassegnato da sembrare quasi patetico
‹‹ Mi mette in difficoltà, tenente. Da ieri, lei è l’unica persona che si è presentata a chiedere lumi di quest’uomo, quindi, a questo punto devo avere delle notizie chiarificatrici.››
Prese un foglio dalla tasca.
‹‹ Dalle prime analisi che abbiamo fatto risultano gravi problemi epatici dovuti all’abuso di alcool.
Abbiamo inoltre rilevato tracce, in un quantitativo non da destare allarmi, ma alquanto concreto, di sostanze stupefacenti. In conclusione, quest’uomo è ai limiti dell’alcolismo, e fa un uso costante di droghe. Non dico che sia un tossicodipendente, ma di sicuro si può definire un assuntore continuativo di stupefacenti.›› - posò il foglio sulle gambe e continuò - ‹‹ Adesso io dovrei accogliere il suo accorato appello e fidarmi di lei.
Mi dice che è un tenente della polizia, ed io le credo. Vedo il suo distintivo. Ma che l’uomo sotto sedativi che ho nel mio reparto, sia un poliziotto, stento a crederlo.
Si metta al mio posto e mi dica cosa farebbe.››
Cross restò interdetto a quelle parole. Era la verità. Poteva mentire con una infermierina della reception, ma non poteva mentire al medico.
Inoltre a confermare la verità assoluta, erano le analisi di rito che avevano svolto al momento del ricovero di Nic.
Non ci pensò su due volte, si alzò in piedi e cominciò a guardare il medico con il fare da agente.
‹‹ Non mi intimidisce tenente. Sappi, che come lei, sono tenuto ad osservare delle regole. Può dire e fare ciò che vuole. Ho già avvertito chi di dovere, pertanto se il suo amico è davvero un poliziotto, saranno i suoi superiori a decidere. Per la sua salute immediata ne disporrò io. Adesso!››
Cross capì che il medico era un osso duro e che non avrebbe mai ceduto di un passo se non avesse saputo la verità e con chi aveva a che fare.
Il silenzio piombò sovrano fra i due.
Secondi interminabili, mentre Cross picchiettava nervosamente con le dita sul suo fianco destro, all’altezza della nove millimetri che portava alla cintura, sotto la giacca, accanto al distintivo del dipartimento.
Doveva prendere una decisione. Ed in fretta. Stavolta stava rischiando davvero troppo.
Se voleva salvare il culo di Nic, doveva assolutamente fidarsi del medico. E nello stesso tempo, quelli dei piani alti, e il Procuratore prima di ogni altro, non dovevano sapere nulla.
Aveva appreso la notizia del ricovero, grazie ad amicizie fidate negli uffici più disparati.
Era riuscito a fermare il messaggio con la notizia su Nic indirizzato all’ ufficio accertamenti, ma ora doveva fare qualcosa di più.
Si sedette con calma respirando lento e pensoso
Aveva deciso.
La posta era alta. Doveva giocare tutto, fino alla fine. “ Siamo in ballo e balliamo”. Si disse fra se.
Guardò dritto il dottore che attendeva paziente una risposta e cominciò:
‹‹ L’uomo che è in un letto dietro quella porta è un poliziotto in congedo volontario.››
Il medico fece un cenno con la testa, come ad incitare il suo interlocutore a continuare nell’esposizione dei fatti.
‹‹ Era uno dei migliori uomini che avevo nel mio reparto.
Stava seguendo un filone di inchieste su appalti truccati, corruzione di ogni genere e coinvolgimenti di alcune persone con la malavita. Aveva subito qualche pressione e alcuni avvertimenti ma era sempre riuscito a stare attento. Fino a che non gli hanno ucciso moglie e figlia.
Dopo questi eventi e andato via di testa e non si è più ripreso, fino a lasciare la polizia e ridursi in questo stato.
Sono il padrino della sua bambina. E’ un mio carissimo amico, oltre ad essere un ex collega.
Ha preso la licenza di investigatore privato, e qualche volta riesco a fargli avere qualche lavoretto per arrotondare la sua misera pensione.
Questo e Nicolas Scottie. L’uomo che lei adesso deve salvare. Sono corso qui appena lei, o chi per lei, ha notiziato il comando della polizia denunciando il ricovero per aggressione, com’è vostra consuetudine. Ho bloccato la pratica prima che arrivasse ai piani alti.
Nic, oltre a me, può contare ancora su tanti amici al dipartimento.
Molti nei piani alti lo vorrebbero internato o altro. In fondo ne ha combinate troppe ultimamente, e a certi livelli meno rogne si hanno meglio è.
Ma io, adesso ho bisogno di lui. Mi serve sano e vigile.››
Fece una pausa. Poi con voce grave chiese con decisione -‹‹ Lei può fare qualcosa?›› - sospirò e continuò a parlare - ‹‹ Mi sono fidato di lei. Faccio appello al suo buon cuore, o se vuole, al suo senso civico. Oppure faccia lei. Ma lo aiuti. Adesso tocca a lei. Cosa ha intenzione di fare? ››.
Il medico sorrise. Poggiò le mani sui braccioli della poltroncina sulla quale era seduto.
Guardò il tenente con fare paterno. In fondo, se si sarebbero raffrontate le rispettive età, escludendo il colore della pelle, facilmente, il dottor Shatton, sarebbe risultato poter essere il padre di Cross. Anch’egli prese una decisione, che aveva, in fondo al suo animo già preso.
‹‹ Come medico, non mi sarà affatto difficile provvedere alla salute del suo “protetto”.
Mi sono ricordato, mentre lei parlava, di aver letto sui giornali, anni orsono, della triste storia di questo poliziotto. Non auguro a nessuno di trovarsi in quella situazione. Spero abbiate preso i colpevoli. Non mi sarei mai aspettato, un giorno, di ritrovarmelo in ospedale, e di doverlo curare. Non ho nulla in contrario, ma deve essere prima lui a volerlo. Quando si riprenderà lo invierò a delle strutture adeguate che lo seguiranno nella sua ripresa. Fino ad allora però, resterà qui, anche contro il suo volere.››
‹‹ Io non ho nulla in contrario. Anzi se posso essere utile in qualche modo....basta che lo dica››
Il medico non rispose ma sorrise col suo fare grave, ma paterno:
‹‹ Ogni cosa a suo tempo.›› - fece una pausa poi continuò - ‹‹ Nic, se mi permette di chiamarlo in questo modo ›› - Cross annuì - ‹‹ è stata vittima di aggressione. Ma credo che già lo sappia questo. Si è preso una coltellata al fianco sinistro che per fortuna non ha leso nessun organo. Qualche centimetro più in là e il rene sarebbe stato trapassato come niente.
Ma ha perso moltissimo sangue. Prima che chiamassero un’ambulanza e trascorso del tempo.
Ha rischiato grosso. Adesso è sotto sedativi. Ad aggravare la situazione c’è una grave forma di insufficienza epatica. Il suo fegato è messo male, ma non del tutto fuori uso.
Di conseguenza dobbiamo andare cauti con i medicinali, onde evitare di aggravare la situazione. Tutto sommato il quadro clinico non desta ulteriori preoccupazioni.
Abbiamo suturato il taglio e medicato il tutto.
Ha anche ecchimosi, contusioni, escoriazioni e tagli un po’ ovunque. E’ stato pestato per bene, ma non sono gravi quanto il colore che assumeranno fra un po’ di giorni.
Per il resto ha una costituzione robusta e recupererà in breve. Se vuole vederlo si accomodi con me, ma per parlargli se ne parla fra un paio di giorni.››
Cross ascoltò il dottor Shatton con attenzione, senza perdere neanche una virgola delle parole dette dal medico. Si rilassò con la mente avendo saputo che in fondo l’amico non era messo male come aveva temuto fino a qualche secondo prima.
Meditava però, che appena ripreso, una ramanzina di quelle fatte bene, non l’avrebbe evitata neanche se fosse venuto un qualche Santo in suo aiuto.
Si alzò dalla poltroncina. Il medico fece altrettanto. Si cavo via dal taschino della giacca un bigliettino da visita e disse:
‹‹ La ringrazio dottore. Qui c’è il mio numero, sia dell’ufficio che del cellulare. Appena potrà parlare mi chiami per favore.››
‹‹Lo farò, ne sia certo. Vuole vederlo?›› - chiese nuovamente.
‹‹ Meglio di no ›› - rispose chinando il capo - ‹‹ E’ in buone mani. Va bene cos웛.
Si strinsero la mano con vigore e Cross fece per andare via. Ma si fermò sui suoi passi e disse:
‹‹ Dovrebbe venire una donna. Si chiama Nessy Parker. Diciamo che è l’angelo custode di Nic.›› ‹‹ Pensavo fosse lei tenente ›› - fece eco il medico - ‹‹ Facciamo che lei è l’angelo ed io il Padreterno, senza offesa ovviamente... Dicevo verrà Nessy e porterà qualcosa per Nic, può fare riferimento a lei per qualunque cosa. Mi fido di Nessy quasi più di Nic ultimamente.››
‹‹ Va bene tenente. Stia tranquillo penserò io a tutto. Ci risentiamo fra qualche giorno. Arrivederci!››
Andò via con la testa immersa in mille pensieri. “ questa non ci voleva proprio” bofonchiava tra se.
Intanto era montato in macchina e si avviava in ufficio. Riaccese il cellulare che aveva spento appena entrato in ospedale.
Dopo qualche secondo lo stesso cominciò ad emettere alcuni trilli che indicavano alcuni messaggi in segreteria.
Guardò il piccolo schermo a cristalli liquidi, e con il pollice cominciò a pigiare i tasti in sequenza per vedere chi avesse lasciato i messaggi. - “Procuratore,...ufficio,...ufficio,...ufficio,... Frenky”. Si fermò su quel nome. “ Bene forse ha trovato quello che gli avevo chiesto”.



* * * *


Frenky Rider era l’addetto all’archivio della stazione di polizia. Un tipetto mingherlino con un visetto da giovanotto. Capelli neri, corti, portati con stile. Vestiva sempre in divisa, indossata in perfetto ordine. Si vedeva lontano un miglio che aveva dimestichezza con il computer.
Era entrato in polizia dopo la laurea in informatica, ed aveva preso il posto del vecchio Andy che aveva tirato le cuoia sotto una prostituta di alto borgo, diventando così un mito, in senso goliardico, per tutti i colleghi.
Archivista già prima dell’avvento dei computer, il vecchio Andy Bennet, aveva lasciato l’archivio in un modo corretto da far invidia alle più zelanti segretarie.
Oggi il giovane Frenky Raider non doveva far altro che riportare tutti i chilometri di dati, scritti a mano da Andy, su supporto tecnologico, inserendo poi, anche i dati attuali, quindi aveva davanti a se, una mole di lavoro da far paura ai più, e nonostante ciò, quando Cross lo aveva chiesto, gli era bastato qualche giorno per recuperare tutto il fascicolo sull’omicidio della famiglia di Nic.
‹‹ Ciao Frenky!›› - lo salutò Cross entrando nell’archivio.
‹‹ Salve tenente! ›› - Rispose il giovane poliziotto alzandosi in piedi.
‹‹ Ho visto che hai lasciato un messaggio in segreteria. Non l’ho ascoltato. Ero qui vicino ed ho pensato di passare di persona.››
‹‹ Beh! Nel messaggio le chiedevo di passare. E’ quì...quindi...messaggio ricevuto.››
Si avvio verso una scrivania posta in modo defilato sulla quale c’erano due scatoloni, di quelli classici che si utilizzavano per archiviare i documenti relativi ad indagini ed i casi di cui si erano, o si stavano occupando, i vari reparti di cui era composto il dipartimento.
Passando fece scattare la serratura, in modo da far entrare il suo interlocutore: Cosa che non era permessa a nessuno, a parte il personale addetto.
Stava commettendo una infrazione grave. Ne era consapevole. Ma sapeva bene che in qualunque caso il tenente Cross era pronto a coprirlo.
Era una situazione di dare ed avere. Uno scambio di favori al quale era ben lieto di prendere parte. Non conosceva il sergente Nic Scottie. Ne aveva solo sentito parlare. In fondo lui era entrato da poco in polizia, ma sentendo dai colleghi del lavoro svolto da Scottie, ne aveva dedotto che doveva essere un poliziotto con un fiuto ed un intuito eccezionale, degno della fama che ricopriva, e si sentiva ben contento di entrare a far parte di quella schiera di persone che stavano, a tutt’oggi, aiutando l’ex collega; Anche senza le necessarie autorizzazioni.
‹‹ E’ stato un lavoro abbastanza difficoltoso tenente.›› - Esordì Frenky.
‹‹ Molti documenti erano sparsi. Andy aveva fatto un ottimo lavoro con tutto, ma in questo caso, non capisco. Erano tutti alla rinfusa. Come se qualcuno li avesse rovistati alla ricerca di qualcosa. Eppure qui sotto non dovrebbe entrare nessuno. Ho controllato i registri ma, oltre la firma sua e di qualcuno che fa parte del suo reparto non ci sono altre richieste per questi fascicoli.››
‹‹ Hai fatto un ottimo lavoro ragazzo.›› - tagliò corto il tenente.
In fondo non voleva aprirsi troppo. Era pur sempre un novellino.
‹‹ Mi raccomando tieni la bocca chiusa. So che posso fidarmi. Vero? ››
‹‹ Stia tranquillo tenente. Io non l’ho vista ne sentita. E poi se serve a far luce su qualcosa di oscuro sarò ben orgoglioso di aver contribuito. Anche se in minima parte.››
Cross lo guardò con un’espressione carica di ammonimento, prese le due scatole e andò via senza dire una parola.
A suo modo aveva risposto con lo sguardo.
E a volte il silenzio dice più cose di mille parole.



* * * *



Rintanato nello studiolo, ricavato da una stanza della piccola casa dove risiedeva, lascito della madre oramai defunta da tempo, Cross stava studiando i fascicoli che aveva preso dall’archivio grazie alla complicità di Frenky Rider.
Leggeva e rileggeva tutti i resoconti, rapporti, articoli di giornale e quant’altro fosse contenuto all’interno delle due scatole, ma non riusciva a trovare nessun accenno, nessuno spunto che potesse illuminare la sua mente e dargli una qualche traccia da seguire.
Oramai li conosceva quasi a memoria.
Eppure i quattro cadaveri ritrovati qualche giorno prima, non lasciavano dubbi.
Erano legati in modo indissolubile all’assassinio della famiglia di Nic.
Ripose i fogli ordinatamente nella scatola dalla quale li aveva presi. Spostò alla sua destra il tutto, e prese il fascicolo rosso che aveva in mano il giorno che Nic fu obbligato a presentarsi nel suo ufficio.
Sulla facciata capeggiava una scritta in nero molto chiara “ 020672/ 4 JOHN DOE - RICHIAMA 17175/05/2003”.
Rilesse quella scritta più volte in mente sua, ripassandosi il fascicolo fra le dita.
Aveva quasi paura di aprire la copertina. In fondo questa storia aveva riaperto una vecchia e dolorosa vicenda alla quale non era stata posta la parola fine.
Quasi ad esorcizzare il demone che poteva rappresentare quel fascicolo, cominciò ad analizzare la scritta;“ Matricola 020672 .4John Doe. - Quattro soggetti non identificati. Collegato al caso Scottie.”
Aprì quasi con riluttanza l’involucro esterno. Spostò alcuni fogli dattiloscritti e prese le fotografie dei soggetti non identificati.
Cominciò a passarle in rivista con lentezza, cercando di coglierne i particolari.
Primi piani del viso, particolari dei fori di entrata e di uscita dei proiettili, tatuaggi, contusioni, escoriazioni.
Prese uno dei tanti rapporti del medico legale presenti nel fascicolo. Lesse:
“ John Doe n° 3. ...Causa della morte: Colpo inferto con oggetto contundente alla base del cranio...Colpo di arma da fuoco postmortem alla testa...Traiettoria: Dall’alto verso il basso...
Sono praticamente la fotocopia l’uno dell’altro”. – pensò senza staccare gli occhi dai fogli. – “Un’esecuzione in piena regola”.
Confrontava le fotografie, mentre leggeva il rapporto per ogni soggetto. Alla fine spostò tutto da un lato e prese il risultato delle analisi delle impronte digitali e del DNA.
Era proprio quello che già conosceva a si accingeva a rileggere che lo turbava.
”... prelevate le impronte digitali dei soggetti, le stesse venivano confrontate con quelle in possesso negli archivi informatizzati dello Stato. Risultate essere positive con quelle rilevate sulla scena del crimine informatizzata ed archiviata con il n°17175/05/2003......
......Il Dna dei soggetti, prelevato da componenti organiche, in sede autoptica,confrontato con campioni stipati negli archivi informatizzati dello Stato, risulta essere compatibile senza margine di dubbio, con i campioni rilevati sulla scena del crimine informatizzata ed archiviata con il n°17175/05/2003......
Sono gli esecutori materiali della morte di Christine e Anna Scottie”.
Poggiò i fogli sul petto mentre si poggiava sullo schienale della poltroncina ammortizzata sulla quale sedeva. Portò la testa all’indietro e stendendo le gambe, stirò i muscoli intorpiditi dal lungo tempo passato nella stessa posizione. Riprese la posizione corretta. Posò i fogli sul tavolo, e facendo attenzione a non macchiare nulla, prese la tazza di caffè e bevve un sorso.
“ Che schifo! È freddo!”
Si alzò dalla sedia, che era munita di rotelle, spostandola con il retro delle ginocchia, in un unico movimento, e si avvio verso la cucina.
Su di un piano da lavoro, alla sinistra del piano di cottura, c’era la macchina per il caffè.
Ripristinò, aggiungendo acqua, il livello. Mise una cialda nuova di caffè e spinse il pulsante di avvio. La macchina emise un rumore sordo, simile ad una vibrazione.
Qualche secondo dopo il caldo e profumato caffè cominciò a riempire il contenitore posto in basso.
Buttò via il caffè freddo e versò il nuovo nella tazza che aveva con se. Si avviò verso lo studiolo e senza pensare ad altro che ai fascicoli, tornò a sedersi dov’era, mentre sorseggiava la bevanda calda.
Assorto nei pensieri, si ciondolava sulla sedia, mentre gustava il calore, che dalla tazza passava alle sue mani.
Riesaminava mentalmente tutti i fatti di sua conoscenza e che aveva appreso dai documenti. Ma nulla gli faceva accendere la famosa lampadina delle intuizioni. Cominciò a fare ipotesi, ricostruzioni, ma sempre con un esito poco confortante.
Mentre continuava a pensare, le gambe, quasi come se fossero comandate non dalla sua volontà, si portarono sulla scrivania incrociandosi l’una sull’altra.
Si sposto col corpo sulla poltrona facendola scricchiolare. Rilassò la mente e ricominciò a pensare:- “ Riordiniamo le idee...Facciamo il punto della situazione...Ricominciamo da zero...
Nic stava seguendo il filone che, dallo spaccio di droga, da collegare alla famiglia Li Gotti, ma che probabilmente non collega i Li Gotti agli appalti truccati, portava dritto alla disgrazia al cantiere del nuovo centro commerciale, al quartiere S.Thomas.
Dalle indagini precedenti e dall’evolversi dei fatti, viene fuori che la ditta appaltatrice era stata aiutata ad avere il contratto non si sa da chi. L’unico che poteva sapere della corruzione, è morto in un incidente di lavoro cadendo da un impalcatura che aveva ceduto in circostanze misteriose. Mancano le prove, perché chi dava le dritte a Nic ad un certo punto ha fatto perdere le sue tracce portandosi le prove che doveva fornire.
Da questo punto in poi, vuoto assoluto. A parte qualche lettera anonima di minacce a Nic, la macchina con il gatto morto, e il tizio che manda a dire a Nic tramite Anna di farsi gli affari propri.
Due giorni dopo Nic mi dice di aver parlato con Sarnese, e che aveva trovato alcuni legami con pezzi grossi, che aveva dei testimoni che potevano suffragare la sua ipotesi, e dovevamo parlare col Procuratore per avere i permessi necessari. Due settimane più tardi Christine ed Anna stuprate ed uccise....” – sbuffò forte col naso – “...la settimana scorsa vengono rinvenuti i cadaveri di quattro sconosciuti. Impronte digitali e dna li inchiodano come gli esecutori di Christine ed Anna.
Che gli eventi siano collegati e palese. Oltre ciò non abbiamo altro.
Chi era il destinatario delle tangenti? Chi e perché ha forse creato un incidente al cantiere? Chi è il mandante della strage da Nic? Era così vicino alla verità da volerlo morto? Chi, secondo Frenky ,era sceso nell’archivio e aveva spulciato la documentazione?....Possibile mai, che ci fosse una talpa al dipartimento?...”
Tante altre domande senza una risposta erano vive nella mente di Justin Cross. La faccenda era una matassa ingarbugliata da non vederne mai il capo.
Aveva bisogno di Nic. Solo lui, poteva aiutarlo a trovare il bandolo della matassa.
Di sicuro Nic, sapeva qualcosa che non aveva ne detto e ne scritto. Lo sapeva lui e basta. Ne era più che certo, ed era giunta l’ora che si aprisse con Cross, se volevano scoprire tutto il marcio che quella storia nascondeva.
D’altronde lo aveva sempre fatto. Prima o dopo aveva discusso con lui di tutte le mansioni affidategli, e risolte sempre nel migliore dei modi.
Il tempo passava.
Non si era accorto che si era fatto tardi.
Guardò l’orologio sulla parete. “ Le due”. Ripose tutto ordinatamente nei vari raccoglitori. Gli stessi li mise nelle scatole che a loro volta, furono portate nell’armadio in camera da letto. Conservò tutto con cura coprendo con degli abiti. Tornò a spegnere la luce nello studiolo.
Ritornò alla camera da letto. Si spogliò e restò solo con gli slip. Si avviò al bagno. Una doccia calda era quello che ci voleva per rilassare la mente ed il corpo.
Finito di lavarsi, infilò il morbido accappatoio di spugna di cotone.
Si sdraiò sul letto e prese sonno senza accorgersene.
Gli ultimi pensieri: “Domani è un altro giorno. E speriamo che Nic si sia ripreso.”



* * * *



La porta dell’ufficio di Cross si richiuse con calma quasi spasmodica.
Il segretario del procuratore era appena andato via. Gli aveva fatto una lavata di testa di quelle da far rabbrividire, e Cross, con i nervi a fior di pelle mugugnava parole incomprensibili.
D’altronde erano diversi giorni che l’aveva cercato, e lui, preso dalla vicenda, non si era fatto ne vedere, ne sentire.
Inoltre, qualcuno al dipartimento, due giorni prima, aveva spifferato alla stampa dei quattro cadaveri non identificati, ed il procuratore si era indiavolato, smuovendo le alte sfere, in quanto voleva spiegazioni sul perché non fosse stato informato sulla vicenda.
“ Adesso che cazzo gli racconto a sto stronzo”- era il pensiero predominante nella testa di Cross. Senza perdersi d’animo, cominciò a riflettere su quale argomento portare a sua discolpa.
In primo luogo al suo capo, e di conseguenza al procuratore.
Decise di andare di persona dal procuratore, senza passare da Sarnese. Infondo il capitano Sarnese, di chiare origini italiane, lo conosceva bene, e sapeva che se Cross non aveva proferito parola, vuol dire che aveva le sue buone ragioni, e che di sicuro, non avrebbe parlato con nessuno, di una questione senza cognizione di causa, e che lo avrebbe messo al corrente di tutto appena avrebbe avuto fatti concreti in mano.
Giunse poco prima dell’ora di pranzo alla sede della procura.
Sapendo che non era il caso di piombare nell’ufficio alle ore più inconsuete, come il suo solito, decise di passare prima al Nesty Rider da Nessy a mangiare un boccone. Il ristorante era solo a qualche isolato dalla sua meta.
Nessy non c’era, aveva fatto turno la sera prima, quindi quella mattina era di riposo.
Prese del bacon con uovo e una cola senza zucchero.
Si trattenne più del necessario proprio per far si che sbollissero i nervi della mattina.
Prese il telefonino, e richiamò dalla rubrica il numero della segreteria del procuratore.
Annunciò la sua imminente visita e si avviò verso l’ufficio.
Giunto all’ottavo piano del palazzo, sede degli uffici dirigenziali del dipartimento di giustizia, si avviò verso gli uffici.
Lo incontrò nel corridoio che stava accompagnando delle persone impettite. Fece un cenno con la testa.
Il procuratore annuì e disse: ‹‹ Si accomodi nel mio ufficio. Accompagno questi signori e sono da lei ››.
Cross si avviò lentamente, preparandosi alla sfuriata, intanto ripensava ai tizi impettiti che erano col procuratore. “ mamma mia che facce!” – pensò – “ se non fossero stati col capoccia avrei chiamato la sicurezza!”
Si sedette sulla sedia imbottita di stoffa