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NEFAS - di Geronimo Madrigali

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 04/04/2008 alle ore 17:54:35

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

NEFAS

Roma. Parco Centrale. Domenica mattina ore 2,00 circa.

Un uomo distinto e magro con un cappello sul capo, si alza dalla panchina sulla quale siede, estrae una pistola dalla tasca e spara in testa all’uomo di fronte a lui. Afferra un piccolo oggetto dal tavolo e se ne va nella notte.

Roma. Domenica. Ore 00,30

Fuori dal Teatro molte persone affollano l’area antistante l’uscita. Chiacchiericcio e commenti alla prima dell’Opera appena conclusa. Si nota una coppia in particolare. Lui è alto, lineamenti duri, occhi penetranti, molto elegante e ben vestito, sui 50 anni. Lei, una bella donna, longilinea, capelli lunghi, castani, sui 45 anni. Sono Sergio Bonacina e la moglie Carolina Verdi.
Dopo pochi minuti si dirigono a casa in auto. Salgono nel lussuoso appartamento del centro. L’uomo prende il cane, bacia la moglie e si dirige alla Stazione per comprare le sigarette.

Roma. Parco centrale. Domenica ore 09,30 del mattino.

Un uomo, viene trovato morto da un anziano nel parco centrale. Una folla di ogni età attornia l’area del delitto opportunamente isolata con nastro bicolore bianco e rosso. I bambini numerosi vengono tenuti lontani con difficoltà da agenti e da genitori preoccupati. E’ una bella giornata invernale di sole. Clima secco e temperatura di 6°C.
Il corpo coperto dalla brina, viene rinvenuto seduto su una panchina con tavolo vicino al canaletto perimetrale che delimita la piazza al centro del parco. Il capo è reclinato in avanti con le braccia incrociate sotto di esso in una posizione da riposo. Il sangue è ormai raggrumato sulla pelle e sul tavolo.
L’uomo è vestito in maniera elegante. Un cappotto nero lungo copre uno smoking. Calza scarpe nere lucide. Il cane legato veglia il padrone.
Un ispettore di polizia e due agenti seguono le indagini, fanno domande all’anziano, ancora sotto shock.

Roma.Domenica ore 00,45

Di ritorno dalla stazione, B., trascinato dal cane, devia il suo percorso in un vicolo angusto, uscendone dopo pochi secondi. Il cane è agitato, abbaia. Il cellulare suona, Bonacina risponde acconsentendo alla richiesta del suo interlocutore. Passa davanti al proprio palazzo, ma decide di proseguire. Dopo pochi passi si accorge di essere seguito, ma non è preoccupato. Si accende una sigaretta e si dirige, guinzaglio alla mano, all’interno del parco.




Roma. Parco centrale. Domenica ore 09,45 del mattino.


Le indagini sono condotte dall’ispettore Sandro Pierelli e da due agenti più giovani: Franco Magni e Filippo Pane.
E’ subito chiaro che si tratta di omicidio. Non viene rinvenuta l’arma. L’ipotesi più probabile è che si tratti di una resa di conti tra organizzazioni malavitose della città. Bonacina infatti è ben conosciuto dalla polizia, per i suoi traffici illeciti e per la sua violenza, ma non è mai stato possibile dimostrarne la colpevolezza. Egli era a capo della maggiore cosca criminale di Roma. Le indagini vengono subito indirizzate alla ricerca, perquisizione e interrogatorio delle cosche rivali.
I due agenti si chiedono cosa ci potesse fare un personaggio tanto in vista a quella ora in un posto così buio, pericoloso e isolato all’interno del parco, ma Pierelli molto più pratico, liquida l’argomento dicendo che quel tipo di soggetto non teme niente e che probabilmente aveva da risolvere qualche questione urgente.

Domenica ore 1,30 circa

Lunghi anni spesi al di fuori della legalità hanno temprato Bonacina nel coraggio. I passi riecheggiano sulle facciate dei palazzi, per poi diventare sordi e cupi all’entrata del parco. Un uomo, magro, vestito di nero segue S.B. da 15 m di distanza. I due si fermano al centro del Parco sedendosi uno di fronte all’altro su una panchina con tavolino. S.B. accenna ad un sorriso amaro, si accende un’altra sigaretta mentre l’uomo si toglie il cappello per farsi riconoscere. Il viso è in penombra, ma la figura segaligna e la testa calva sono inconfondibili.
Si accende una discussione pacata quasi rassegnata, da resa di conti di vecchia data. Parlando sottovoce, Bonacina si accende una sigaretta e saluta sorridendo l’ispettore Pierelli.
Il poliziotto è vistosamente a disagio. E’ la prima volta che vede in faccia il suo aguzzino. E’ nervoso e livido in volto. Ha paura che qualcuno lo veda con quel personaggio poco raccomandabile.
B. lo ricatta da tempo, da quando nel suo enorme giro di sporchi affari è finito pure Lui, corrotto e al soldo dello stesso S.B. Anche questa sera il malvivente deve chiedere di indirizzare una gara d’appalto verso le sue società, e’ una cosa grossa e Bonacina è venuto a trattare di persona. Pierelli però si rifiuta, non vuole più soddisfare le sue richieste, si sta esponendo troppo, proprio in questo momento. Tra poche settimane sarà nominato capo della Polizia della Città. La reazione del poliziotto notoriamente remissivo, timoroso e avido di denaro, sorprende non poco il malvivente. Questi va su tutte le furie e minaccia S.P. di far saltare fuori episodi molto compromettenti sulla sua doppia vita, ma sa che così facendo esporrebbe anche se stesso al rischio di essere ingabbiato. Allora il malvivente capisce di dover usare un’altra tattica. Estrae dalla tasca un oggetto bianco laccato con uno stemma stampato sul coperchio, un piccolo carillon. Lo appoggia sul tavolino e solleva la parte superiore. Da anni aspettava questo momento. Una melodia mesta e lenta si diffonde nell’aria. Pierelli rimane paralizzato. Lo sguardo terrificato fisso sul piccolo oggetto. Bonacina spiega che il carillon è un dono di loro padre, di Giorgio Pierelli, Sua madre Giovanna Bonacina, era stata l’amante di questi, ma un figlio illegittimo in una famiglia così importante doveva essere nascosto,e quindi si era messa da parte insieme al figlio, a lui.
Pierelli non parla. Quello è lo stesso carillon con lo stemma di famiglia che il padre gli aveva regalato per la sua Prima Comunione, identico a quello che ascoltava nella sua cameretta. Ora sa di essere in trappola. Sa che il fratellastro può far uscire questa storia e rovinargli la reputazione, la cosa che ha più valore per lui. Rancore, rabbia e gelosia lo accecano.
Estrae la pistola, spara dritto in faccia al fratellastro e se ne va, con il carillon in tasca. Bonacina ricade in avanti con la testa sul tavolo. Un rivolo di sangue fuoriesce dal cranio.


Domenica Mattina

Mentre Pierelli è impegnato a chiedere in giro se qualcuno avesse visto niente, sopraggiunge la vedova del defunto, Carolina Verdi. La Signora è sconvolta, la faccia del marito è irriconoscibile; racconta che la sera prima insieme al compagno si sono recati alla Prima dell’Opera. Verso mezzanotte e mezzo sono rientrati a casa. Il Sig. Bonacina è uscito col cane dopo pochi minuti a piedi per andare a comprare le sigarette alla stazione che dista 400 m e non ha più fatto ritorno. La moglie a quanto pare ha fatto partire le ricerche verso le 5,30 avvisando la polizia.
I due agenti le rivolgono diverse domande, riguardo alle abitudini del marito, se fosse a conoscenza di qualcuno che voleva ucciderlo che lo stava minacciando.
Pierelli cerca di consolare la povera donna. Estrae un fazzoletto dal taschino della giacca. Lo porge alla signora che non lo afferra e cade a terra. L’ispettore si piega per raccoglierlo e dalla giacca gli cade un piccolo oggetto. Un Piccolo Carillon. Pane si china e lo raccoglie. Sulla parte posteriore è ben visibile un’incisione: “ 1967.A Sergio. Tuo padre Giorgio”. Magni riconosce subito il carillon. E’ uguale a quello che si trova sulla scrivania del suo capo. La vedova si sviene. Non sarà difficile dimostrare che il proiettile proviene dalla pistola dell’ispettore. Pressato dalle domande dei due agenti, Pierelli crolla quasi subito. È una confessione intrisa di rabbia e senza nessun pentimento. La Signora viene riaccompagnata a casa da una volante con il cane.

Domenica ore 00,45

Un uomo alto e ben vestito fuma una sigaretta appoggiato al muro di un vicolo in centro. Dopo poco giunge un altro uomo vestito alla stessa maniera con un cane al guinzaglio, è Sergio Bonacina. Questi ripone nella tasca della giacca del primo un piccolo oggetto bianco dicendogli di seguire le istruzioni già concordate. Pochi secondi e il primo uomo afferra il cane e se ne va.

Bonacina lo osserva da lontano. Lo segue fino ai margini del parco. Assiste a tutta la scena e all’omicidio. Quando Pierelli se ne va, si avvicina al corpo agonizzante di quello che e’uno dei suoi scagnozzi più fidati, di uno di quei “sosia” che da tempo usava per non farsi seguire dalla polizia. Si avvicina all’orecchio sussurrando le sue scuse, una lacrima scorre sul viso. Ripone dei documenti falsi con il suo nome nel portafoglio del compare, e brucia quelli originali. Afferra il telefono chiama la moglie, avvisandola che sta per rientrare a casa, che è morto, quindi libero. Si accende una sigaretta e saluta il cane, promettendogli che passerà all’addiaccio solo una notte.



Geronimo Madrigali