Un foglio bianco e il ticchettio dei tasti - di Carlo Garofalo
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 04/09/2006 alle ore 12:29:51
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Il ticchettio dei tasti è l’unico suono che rompe il silenzio.
Come per magia i pensieri fluiscono dal cervello alle mani e direttamente si proiettano sullo schermo.
Non lasciare che la pigrizia ti prenda e ti sbatta sul letto. Rimani ancora un po’.
Scrivi perché è bello. Ti carica e ti scarica.
Oggi ho visto una macchina, poi due, poi tre e infine cento, o forse mille. Una puntava il Nord, una il Sud, altre Est, Ovest o Nord Est. E tutto il resto.
Tante luci impazzite che si muovono e lasciano il vuoto, riempito da altre luci impazzite che poi si muovono e lasciano il vuoto, riempito da.....
Quante volte ti sei chiesto perché le formiche vanno in tutte le direzioni senza motivo? Perché non ti fai la stessa domanda sulle macchine? Perché tu pensi che esse siano guidate da persone intelligenti. Pensi.
Non è detto che sia vero.
Ma tu non pensare, perchè il peso dei pensieri grava come un macigno sull’animo sensibile. Il mondo è superficiale, la vita supera ogni immaginazione e la morte ti affronta quando meno te l’aspetti, senza chiederti un parere. Non farti problemi più grossi del mondo. Non pensare cosa potrebbe succedere, io ti dico che la realtà ti stupirà comunque.
Non fare come tutti quegli uomini che ho visto nelle macchine oggi. Pensavano. A che? A niente. Perfettamente niente. Ma pensavano.
Per impegnare il tempo. Per riempire lo spazio.
Pensieri vuoti ma grandi. Più grandi di loro.
Ora accendi la radio che hai dietro le tue spalle, ascolta buona musica, fissa lo schermo bianco e lascia che le dita scorrano sui tasti lasciando un ticchettio qua e là. Vedrai le tue emozioni prender corpo e diventare materia. Materia indistruttibile. Incancellabile. Indimenticabile, e l’hai creata tu.
E’ arte. Sei un artista. Sei un genio.
Quando le dita fanno male, gli occhi pizzicano e la gola è secca, stappa una birra, bevine un sorso, accendi una sigaretta e quando sarà spenta ricomincia.
Ti basta scrivere una parola, poi un’altra e di seguito a non finire. Saranno le mani a fare il resto. Non potrai più arginare il fiume di parole in piena.
Questo non ti cambierà, non ti riconosceranno per strada, non ti chiederanno autografi, non ti faranno favori. Come tu non ne farai. Tu gli devi solo quei fogli con su delle parole.
Questo non ti cambierà. Sei una piccola testa di cazzo in mezzo a tante piccole teste di cazzo e qualche rara gran testa di cazzo. Rimarrai una piccola testa di cazzo in mezzo a tante teste di...eccetera eccetera. Ma quando sarai vecchio accarezzerai la tua barba bianca ringraziando le tue dita e commuovendoti al ticchettio dei tasti. E se arriverai ad esser vecchio sarai finalmente libero. Nessuno potrà più dirti niente. Lascia libere le tue mani e tutto questo sarà più facile. Non pensare che fumi troppo e che bevi molta birra.
Guarda avanti. Non pensare, guarda.
Potrei continuare per ora a parlarti, il foglio non è più bianco(o grigio), c’è una frase scritta in nero. L’ho scritta io. Un foglio bianco e il ticchettio dei tasti. Poi c’è una parola e un’altra ancora. E di nuovo altre ed una frase. Due frasi. Tre frasi. Cento frasi.
Non le ho scritte io, ma le mie mani. Tutto quello che ho fatto è lasciarle scorrere libere come vorrei essere io e fissare lo schermo ammirando il miracolo della creazione. Lettere veloci che appaiono e si inseguono. Non si raggiungono mai e continuano ad apparire ed inseguirsi. E io dietro con gli occhi da bambino. Quando avrò novant’anni avrò gli occhi da bambino. Che vedono e seguono lettere che appaiono e si inseguano.
Potrei continuare per anni.
Ma gli occhi pizzicano e le dita scricchiolano. Andrò a sorseggiare una birra con un toscano acceso.
Cosa volevo dirti non lo so. Anzi lo so, ma mi vergogno a dirtelo. Non volevo dirti niente. Ma so che hai capito tanto.
Anche quello che non volevo dirti, quello che ti eri nascosto dentro. Anche qualcosa che io stesso ancora non so e chissà quando capirò.
Non ringraziarmi. Io non ho fatto niente.
Ho solo lasciato uscir fuori quel che avevo dentro. Tu hai fatto lo stesso.
Non l’avresti mai fatto se te lo avessi consigliato. Dovevi capirlo sa solo. Come l’ho capito io. L’hai capito da solo. L’hai capito senza che io volessi dirtelo.
Io non volevo dirti nulla. Mi sono limitato a lasciar andare un fiume di parole verso la propria meta.
E a tirare le somme.
Mio padre, Charles Bukowski, un giorno disse:‹‹- Qual è il consiglio che darei ai giovani scrittori? - Gli consiglierei di bere, scopare e fumare un mucchio di sigarette - E a quelli più anziani? - Se sono ancora al mondo, non hanno bisogno di consigli.››
