Paura - di Giada
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 31/07/2006 alle ore 12:44:03
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Ho paura, da sempre.
Del resto se mi guardo indietro vedo una ragazza così timida e fragile, da suscitare infinita tenerezza o commiserazione, non so.
Avevo sempre lo sguardo basso, mi stringevo nelle spalle per farmi piccola e passare inosservata, non pronunciavo mai una parola se non direttamente interpellata. E poi, chiusa nella mia cameretta, davo libero sfogo all’ immaginazione e sprigionavo il mio soffocato bisogno di comunicare dando vita a lunghe conversazioni alle quali io sola prendevo parte, recitando vari ruoli.
Mi nascondevo dietro spessi occhiali da vista che per lungo tempo mi hanno fornito l’alibi per non concedere alcun interesse alla mia femminilità, aiutata da un fisico esile, con braccia e gambe magrissime e il seno inesistente. A quattordici anni non giocavo con i trucchi o le scarpe dal tacco alto della mamma, leggevo pirandello e trattati di psicologia. Il mio rifugio dal mondo non erano i giochi, ma i libri e il mio diario, che a rileggerlo adesso rabbrividisco per la tetraggine che domina in tutte le pagine.
Ho avuto paura e per questo non ho seguito l’istinto, il cammino che il cuore mi suggeriva, sono rimasta confinata in una vita anonima dove i giorni si susseguivano nel loro spietato grigiore, dove tutte le emozioni erano compresse e gli affetti aboliti.
Mi sono laureata e ho continuato a seppellire le aspirazioni e i desideri, spaventata come una ingenua provinciale, quale ero, che si era ritrovata di colpo in una città immensa e caotica. Tutti sembravano più esperti, più energici e motivati di me. E allora mi sono convinta che per stare bene mi era sufficiente guadagnare quel tanto che mi permetteva di vivere con tranquillità .Dal momento che la mia vita mondana era praticamente inesistente mi riusciva anche di mettere da parte qualcosa così che in pochi anni ho accumulato un bel gruzzoletto e anche questo non riuscivo a spenderlo ancora per paura, seguitavo a tenere i soldi da parte senza concedermi nulla più del necessario. Mai un errore, un affronto, un discostarmi dalle aspettative degli altri e dei miei in particolare, che proprio questo volevano per me: una vita piatta, senza capricci, senza battute d’arresto, senza mai sgarrare.
Ho sempre avuto contratti a termine ma i miei non l’hanno mai saputo, come avrebbero sopportato il fallimento di tanti anni di studio e sacrifici da parte loro? Trincerandomi dietro il pretesto che non volevo deluderli, non li ho mai fronteggiati e non li ho mai resi partecipi della mia paura. E ho continuato a nuotare nella mia mediocrità. Non mi sono mai permessa il lusso di restare a casa un giorno, per riflettere e chiedermi cosa davvero volessi dalla mia vita, cosa mi aspettassi. Il primo lavoro che mi offrivano lo prendevo e andava bene così, finchè il tempo cominciava a passare e nuovamente si riaffacciava la paura di restare senza lavoro in uno scenario sempre più difficile.
Da più di tre anni lavoro all’interno di una grande azienda dove mi hanno sempre apprezzato per la mia umiltà e la mia disponibilità a svolgere qualsiasi mansione mi affidassero e io mi sono sempre sottomessa perché avevo bisogno di sentirmi essenziale, dal momento che la paura di perdere il posto era ormai un’idea fissa che riaffiorava ogni notte nella mia testa, rendendomi inpossibile sonni tranquilli. E ora tutto si sta avverando, come una profezia: l’azienda è in forte crisi, tra qualche mese probabilmente mi lasceranno a casa. E io sono caduta nel panico più assoluto. Maledetta paura, mi ha condizionato per tutta la vita e io ci sono rimasta intrappolata come in una prigione.
Giorni di ansia si sono susseguiti uno dopo l’altro, senza riuscire a toccare cibo, in preda a forti emicranie, fino a quando un dì qualunque sono tornata a casa, la mia casa, la nostra casa, quella che io e il mio compagno dopo tanti sforzi siamo riusciti ad acquistare , mi sono buttata sul divano e mi sono guardata intorno: quello che vedevo lì davanti ai miei occhi era meraviglioso, l’ambiente che mi avvolgeva con il suo calore era la mia prima importante realizzazione. Una casa che ci assomiglia , che riflette i nostri gusti, la nostra fatica e il nostro amore. Ho sentito che era come una figlia, era il frutto di ciò che desideravo. Per la prima volta ciò che desideravo. Era un sogno tradotto in realtà.
Ed è stato come se una catena si fosse spezzata dentro di me o almeno una parte di essa. Ho compreso che il mio lavoro monotono e poco creativo non era parte essenziale di me, un lavoro che non ho mai sentito nelle mie corde, che non teneva conto dei miei studi. Ho cominciato a chiedermi per la prima volta cosa non mi piacesse e la risposta non è stata una novità perché in realtà ero già a conoscenza delle mie frustrazioni, facevo solo finta di non vederle:
ho ammesso che non mi piace la mia vita, noiosa, regolare, sempre uguale all’inverosimile, nonostante l’orario flessibile arrivo in ufficio tutti i giorni allo stesso orario (!), non mi piace vestirmi come una bambolina, non mi piace essere servile con i potenti, non mi piace timbrare tutti i giorni il cartellino, non mi piace ingabbiare la mia creatività.
E allora mi sono tornate in mente le parole del mio docente di italiano al liceo, "non calpestare il tuo talento, coltivalo, tu scrivi con l’anima, non tutti ci riescono" e mi sono chiesta se lo avessi rivisto negli anni e se lui mi avesse chiesto che lavoro fai come avrei fatto a dirgli "lavoro con i numeri, anche se ho sempre odiato la matematica ne ho fatto la mia professione"......e come avrei fatto a dirgli che le mie inclinazioni le avevo volontariamente calpestate...le avevo rese inesistenti, inesistente come la ragazzina timida e fragile che si celava dietro occhiali spessi. La verità e che non riuscirei a guardarlo negli occhi,così come non sono mai riuscita a guardare negli occhi me stessa davanti allo specchio. Ho sempre odiato specchiarmi e vedere di riflesso una immagine malinconica, priva di qualsiasi forma di entusiasmo. Non volevo confrontarmi con essa. E ho sempre odiato comparire nelle foto, le poche che ho le ho sempre osservate di sfuggita, superficialmente, evitando di approfondire.
Mi chiedo, ora che ho preso coscienza di ciò cosa faccio? Non posso cambiare la mia vita, le mie abitudini, così da un giorno all’altro...e per fare cosa poi........non ho coltivato abbastanza il mio amore per la scrittura e non so se la mia anima sentendosi trascurata abbia deciso di tradirmi e di abbandonarmi al mio destino.
Non so cosa fare, io non so come si fa a vivere volendosi bene, senza frustrazioni, senza chiedermi se ho messo abbastanza soldi da parte per questo mese, se ho svolto correttamente la tabella richiesta, non so lasciarmi andare alla vita, senza tormentarmi con la paura di non farcela.
E ora non so........
