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Mantra Di Maggio - di Domenico De Ferraro

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 02/05/2010 alle ore 13:42:19

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

MANTRA DI MAGGIO


“E io sono il Re di maggio il quale è amore, attività in eloquenza
e azione, e io sono il re di maggio il quale ha capelli lunghi di Adamo
e la barba del mio stesso corpo, e io sono il Re di maggio, il quale è Kral majales nella lingua cecoslovacca, e io sono il Re di maggio il quale è la vecchia poesia umana, e 100.000 persone scelsero il mio nome.
Allen Ginsberg


Quando l’amore ebbe trascinato il dolore oltre il muro
dell’odio l’albero del loto chiacchierino fiorì in silenzio
in un crescendo di note e sospiri.
Alcune anime erranti apparvero per strade silenziose
vennero danzanti insieme alle loro dame
ridendo del poveretto di corsa contro il suo destino.
Ci fu una gran danza a ritmo di tamburi battenti e altri strumenti parlanti
che presero a cantare nella loro musicale lingua .
I suoni si mischiarono nell’aria, alcuni giovani dai lunghi capelli
soffiarono in lunghe canne, apparvero così i mostri della ragione.
Che spaventarono un pò tutti i presenti, compreso l’Alberto
che si trovava di lì a passare con la sua bicicletta.
Ma quella confusione il signor del quarto piano di professione guardia giurata
non la poteva sopportare, usci fuori al balcone gridando:
smettetela ò scendo giù e faccio una strage.
Una colomba precipitò a terra con un filo d’erba chiuso nel becco.
Alcuni giovani udito l’avvertimento raccolsero i loro indumenti
e i loro strumenti musicali e senza voltarsi indietro andarono via.
Presagi oscuri, piegano la realtà schiava della sua logica mentre passanti distratti in attesa osservano passare i loro giorni, la loro vita.
Perché ridi chimera disse l’uomo vestito di nero passeggiando sotto la luna
non vedi come ti morde le zampe, la tua coda di serpente .
Ma ella non rispose e continuò a fumare la sua pipa di teschio
sbuffando nell’aria nuvolette colorate che affumicarono
l’ignaro spettatore. A nulla valse ogni pretesto, il narrare gesta,
il ripercorrere lirici itinerari filosofici.
Cavalcare draghi e cavalli alati in leggende metropolitane.
Nella popolosa città in festa passarono per strade
soldati e spose, vecchi e bambini, il vetusto campanile
oscillava nel vento sotto il peso del tempo.
In quel paese delle meraviglie risorgevano spiriti della gioia
e delle fiabe, le filastrocche delle fate, le avventure di pinocchio
la rinascita d’un popolo nella sua festa di primavera.
Nobildonne con ventagli e lunghi abiti strascinanti lussurie e coiti
accompagnate da loro virili amanti, entusiasti e divertiti
uscire dal retro del teatro dell’opera dei pupi.
Lungo i tetri vicoli s’udiva l’eco d’un canto novo
che divenne un urlo disumano al calare della sera
ai confini tra il bene e il male di questo sordo mondo .
Orrore che terrorizzò l’uomo all’ombra d’una palma
macchiata d’inchiostro ove si riposava solitario
nell’aria calda d’ un metafisico pomeriggio rincorrente con la mente versi
e conoscenze d’altri tempi. Perduta esistenza, veggenza d’una voce
profana nella breve stagione di nostra conoscenza si consumò
l’omaggio al Re di maggio, messaggio di un lungo viaggio chiuso in una bottiglia e gettata via in questo mare di sogni ove naufraga l’arte si trascina a riva.