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Lungo la via del ritorno - di Vito lorenzo Dioguardi

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 28/03/2007 alle ore 19:44:34

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

La vita è fatta di momenti magici che però ad un certo punto sembrano dividersi, nel cammino. Non so voi ma io brivido ad ogni separazione, ad ogni distacco di coloro che restano con me senza che io resti con loro.
E così si aspetta ore ed ore, giorni e giorni, affacciati ad una finestra, aggrappati ai sogni più belli che l’età e l’amore ci fan fare. Si aspetta un ritorno, ed il ritorno, la possibilità che lungo la via del ritorno il Sole infranga un corpo e l’ombra di qualcuno che ci viene incontro è, penso, una poesia dolcissima. Mi ricorda molto la parabola del "figliuol prodigo"... e dell’amore che si ha nel recuperare ciò che si disperava perduto. Capitato anche a voi, eh? Così sia.

DANIELE

Daniele, inquieto come me e più verace,
chiede perché le canzoni alla radio
parlino tutte d’amore, amor sfortunato.
- Perché l’abbandono – gli dico
- è parte del gioco. Certo fa male
ma le tante sere a sospirarsi baci
ed aver alle stelle alzato giuri eterni
e la ferita, in mezzo al petto,
ed il pensare a lei ogni momento
non possono dissolversi all’aurora
del novo giorno che ti sorprende, solo -.
Egli mi guarda, esterrefatto.
Io, che sembrava parlassi di lui
di me parlavo e di colei
che tanto bene ha sconfitto un giorno
davanti a parole di ghiaccio
ma belle come la primavera.


RITORNO

Se lei tornasse
appena prima di recitare le dolci
bugie, io le sfiorerei la labbra con un dito,
e col palmo pallido tra i suoi capelli
fissando belli gli occhi sereni,
luce divina che sembra di stelle,
paradisiaca pace, fonte d’Amore,
le direi, abbracciandola,
cancellando così la sua interminabile mancanza,
tutta la gioia del suo ritorno direi
in un bacio appassionato che non ebbi cuore
di inciderle tra gli anemoni e i biancospini
di provincia alla sua partenza
ma che la nuova stagione,
ch’è all’ amante felice riamar l’amato,
dà vitale circostanza;
quel bacio che confondesse il sangue
e la piccola rossa fatata bocca
col grande sogno dei nostri domani
sul filo dell’ultimo tramonto insieme
in cui mi disse: - Io parto! -
in cui le dissi: - Io t’aspetterò -
in cui mi disse: - Potrei non tornare! –
in cui le dissi, guardandola ammutolito
e raggelando, ferito, folle: - Lo so, lo so! -.



FORSE CAPIRAI

Ti circonfondeva un’aura
che sole, stelle, mar, luna taceva
e quando sorridevi primavera
pure tra il freddo di Novembre sentiva
il cuore dondolandosi le volte
talvolta che ricambiavi lo sguardo.
Ti confessai il turbamento e tu lieta
mi paresti un dì.
Poi partisti e lievemente
scivolò nell’ombra il piacer mio
ed un altro, un altro ancora ora
ti guarda e chissà quanto freme
e fremer ti farà dentro quel letto
di desiderio e di capriccio usato.
I tuoi vent’anni sono esuberanti
e la serietà dei miei ragionamenti
non scardinò l’anima.
Pure però io non ti avrei mancato
affetto e amore,
ore intramontabili di risa, gioia,
consecutive di passione
da non saper più se alla finestra
sarebbe stata luna o sole ...
ti agghindava un’aurea
coscienza che hai perduto
a parer mio; con quel taglio nuovo
così moderno, così spregiudicato
la tenue semplicità d’un tempo
obliando usti.
Ti sospirava un’ascetica
presenza, la mia, nel solco timido
dei vomeri di marzo. E se domani
ti volgerai indietro io potrei non esserci
ed allora tu troverai tutte
tutte le poesie che t’ho scritto
i giorni a cercarti,
i voti, i sogni, i resti del fuoco,
mazzi di fior sfioriti,
ampolle di profumo evaporate
e capirai, forse, l’Amore che hai perduto
troppo in fretta una sera di Dicembre.



LA PRIMAVERA PROSSIMA

Ho spolverato il pulvinare,
controllato l’olio nella lampada
preparato il talamo frigido
coperto di petali la via che percorrerai,
pregato Iddio,
ripetuto i bei momenti insieme
da mentovare,
e le tue chiome nerissime di carbone,
imparato i versi dannunziani
e nascosto il libro sotto i cuscini,
arieggiato la stanza
e apparecchiato tavola.
Tutto questo ho fatto per te,
che sei il mare che muore sul cuore,
l’infinito degli occhi in cui mi perdo,
la leggiadra iride del cielo,
la rossa Venere in trigono
nelle sere avvenire e la poesia
del vento nel viale che annuncia
la primavera prossima.
Tutto questo ho fatto per te
che non verrai!



L’ULTIMO NOI

Lungilucente l’alma s’orizzontò
una sera del Capricorno
verso di me, un’ultima volta
ed io scrivevo dentro,
nella parte di me solo a me nota,
la conquista d’un baglior diverso.
Non fui percipiente, com’or nella miseria.
e quella riverenza che sortì
l’inquieto mio non volerti perdere
ha ottenuto che il dramma
si compisse rapido e improvviso;
e ciò mi tiene insonne
pensando a come tu possa dormire.



IL FIGLIUOL PRODIGO

Non tormentarti, Vito; ben più ha lei che te pensare.
Ha un bel Marcantonio per i suoi sospiri
stretta al cuscino, parlando lieve di lui
la sera alle amiche assorte e variopinta,
equanime, fragile, insuperabilmente dolce,
falsa ogni sdrucciolo sentimento di verità
nell’abile gioco d’un sorriso che tanto
commuove quanto governa
i miei pensieri clandestini e la fede
chiusa nel muto cuore di rivederla alla porta
dell’anima; e così, non tormentarti, Vito,
spera ma vivi, e quando un’alba, se sorgerà,
arrivar vedrai tra le luci ancestrali il suo nome
allora, già lo so, tu sussulterai come
a salutare il figliuol prodigo il padre.



I NOSTRI OCCHI

Miseri gli occhi miei rimasero
dove errarono gran tempo prìa di te,
luce angelica, e rimarono
con i fuochi cristallini e fulvi
dentro l’anima d’un giovane
uomo che non sa ancora schivare
il fulmine venereo che Dio
nasconde, me inerme, in grandi stelle,
preludio di mondi superiori,
in cui guardando un dì
miseri gli occhi miei rimasero.



REGNO PARADISIACO

A me che non posso che amarti
chiedi di essere libera?
A me che nulla ti avrei anteposto
quando su un prato a far l’amore
tra betulle e farfalle giocherellando
il vento ci avrebbe ricordato il tempo
bello dei baci
e quando l’inconfondibile attimo in cui
l’Universo si ferma,
l’attimo che oramai riconosco
quando poco prima di parlarmi
i tuoi occhi si colorano di cielo
e le tue labbra si assottigliano
per sedurmi del tuo immortale fiato,
a me che non faccio che amarti
imponi di dimenticare?
A me che avrei atteso la luna,
le stelle, le albe e i tramonti,
le cime dei monti nella primavera
dei ciliegi e dei mandorli,
le orbite dei mondi
che sarebbero restati a guardare
con quanti baci avrei infiammato il tuo cuore
e raffreddato il mio.
Tutto è reciso il sogno di noi.
E tu con lui chissà se qualche volo
hai preso a ghermire quel luogo
paradisiaco che avevo preparato
con cura per noi.


SE ...

Se respiro fresca l’aria di mattina
e il Sol vedo salire l’Empireo
e per gli Appennini ondulati
breve l’anima canta lontananza
il mondo più povero m’appare
la vita mia più vuota
ed io penso: - Maria! -.


Se penso il pomeriggio invernale
e del cuore investigo il tenace tacere
e sento in gola fremermi un sorriso
appena abbozzato e che attende pure
la pioggia dei tuoi sguardi per sbocciare
mi fingo cosa stai facendo
con chi, quando, dove, perché...
e poi respiro: - Maria! –.


Se vivo un po’ più pio all’orizzonte
e spero che un po’ di me ti sia accanto
e lieto rechi ristoro alle tue ore
i libri, i sogni, il futuro che hai
il sentir dentro un dolce fuoco che ho
ed io che chiamo: - Maria! -.