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Lofoten 2008 - di Fabio Forcelli

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 26/08/2009 alle ore 20:05:47

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Ondeggiando d'un moto impetuoso mi avvicinavo alla roccia vulcanica d'Efesto nera, invincibile.
Questa è l'unica immagine che mi resta di quel giorno,
una terra d'altri tempi, redisenza di orchi ubriachi.
Chi allora si affaccendava nella ricerca di un immenso
era solo uno di passaggio, uno dei tanti giunti alla scoperta.
Qualcuno che ci ha provato ad ogni modo.
Ricordo il filo da pesca indistrittubile, aggrovigliarsi su se stesso e tra le dita
fino a far fuoriuscire qualche goccia di sangue.
Tenni duro per un po'.
Poi sopraggiunse l'ingrossamento,
l'acqua gravida di una presenza inconsueta
ci richiamava agli abissi gelidi del Nord,
era richiesta una sottomissione.
Non ci siamo arresi.
Un'onda da destra, un'altra da sinistra,
il vento dava fiato alle correnti,
al gelo tumultuoso dell'Artico che cominciava a mandare in assideramento
le membra e il cuore. Quest'ultimo aumentando il battito imponeva un ancoraggio.
Dev'essere stato per caso
che siamo rimasti in vita quel giorno.
Ricordo che tra il gelo e l'acqua patiti,
mi sorse il rammarico per la lenza sciupata.
A mani nude, non avevo tirato su nessuna creatura dagli abissi.
Fu invece appena sufficiente portare la vita in salvo, al riparo d'un camino.
Sono stato il primo a perdere il controllo e il primo a riprenderlo.
Se così non fosse andata mi sarei tuffato per tentare un approdo a riva.
A volte il caso si mette con impegno a confondere ogni sintetica visione della nostra onnipotenza.
Quel giorno,
su un'isola al confine con l'Artico ho imparato il significato dell'attesa.
Quel giorno ho imparato che anche in punto di morte vale la pena essere paziente.
Non avere fretta di salvarsi e neanche di morire.
Per essere colti da un rimedio che non esiste a volte bisogna solo aspettare.