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L'attimo e l'essenza parte quinta - di Guido Mazzolini

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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 17/11/2006 alle ore 08:36:05

 

L'autore si assume la responsabilità di quanto pubblicato.

 

Io non so più

Io non so più
se tutto è immobile
oppure
in danze cadenzate e circolari
potrei osservare le movenze
di quest’apparente
bugiarda confusione.
Io non so più
l’immane respiro del tempo
il rapido incedere
di echi ovattati
oltre i miei passi.
A volte nel sogno
vorrei essere foglia
portata da un fiume.


A mia figlia

Spezzai quel confine
tracciando con te
linee infinite di sogni.
Figlia.
Sorgente di gioia
avverto nuove emozioni
che sfiorano rapide
le parole.
Ho bisogno di te.
Io ti ho chiamato
tu regali la vita.


Per Sara

Lascia le eterne promesse
le eterne domande e risposte
le immagini stanche di pallide mani
di bianche fanciulle.
Le false virtù
che incrostano gli occhi,
i tuoi occhi
dischiusi sul mondo.
Lascia tua madre e tuo padre
le cose più care,
le tenui luci
di tragiche albe
i lampi di sere d’estate
che appaiono rapidi e feriscono il cielo.
Lascia le folli passioni
le torbide ire di sangue
la pace.

Vivi.


Mai più oltre la sera

Solamente imprecise
traiettorie di ali
congiunsero ai miei passi
terra e aria, per sempre.
Nel gelido avanzare
di un tempo accurato
immane il cielo sparve,
abbracciando frontiere e vuote speranze.
Figlio di troppe madri
mai più getterò sguardi
al di là del presente.
Non fisserò lontano,
mai più oltre la sera.


Cantico

Chi siamo, angelo mio?
Io non so più e attendo il giorno ultimo
paziente, rassegnato.
Parole abbiam cantato a cieli bui
seminati di stelle come campi.
Chi siamo, angelo mio?
Cerchiamo forse lucide risposte,
come bambini persi dentro sogni
che portano certi a bianche rive
assolate di mari solitari.
Chi siamo, angelo mio?
Soltanto nulla e quello che vediamo
domani sarà polvere nel volo
di rondini impazzite, dense nebbie,
fumiganti inverni nei ricordi.
Chi siamo, angelo mio?
Di vecchio navigante, sempre quelli
nei giorni interminabili del tempo
conterò malinconico i miei passi
verso lidi lontani e sconosciuti.
Chi siamo, angelo mio?
Io non so più e cerco le tue mani
sicure in questi attimi di pace,
rifugio per chi migra nella notte
senza sapere quale sarà la meta.


Dona

Languidi, dolci baratri io bramo.
Ancora amo il tuo esistere
ancora odio, impetuoso,
il tuo turbare placide acque
senza più vita.
Vattene da notti inquiete,
da insani pensieri.
Siamo frutti di opposte stagioni,
immortali amanti
senza pace.


Corale ( per Nicolò )

Volgi lo sguardo
sorgono pallide luci,
aride frontiere tra la notte e il giorno
s’aprono piccoli cuori, fragili mani si toccano.
Volgi lo sguardo
ai bagliori di albe
la vita trascina il tuo passo
è voce sonora.
Volgi lo sguardo
tuffa i tuoi occhi in torbide fosse
di miti che cambiano
simboli eterni che mutano forma,
che nutrono gli uomini.
Volgi lo sguardo
spalanca le porte di antiche passioni
atavici riti, sublimi
davanti ai tuoi occhi l’Immenso.
Apriti Vita, inconoscibile
che tutto diventi più piccolo, polvere, nullità.
Volgi lo sguardo
agli eroi di guerre e di pace
eletti da uomini senza risposte
ascolta le loro parole
risuonano vuote
come echi lontani si perdono.
Volgi lo sguardo
brucia per sempre le maschere
che offuscano volti
irremovibili verità
di uomini stanchi.
Volgi lo sguardo
su candide dune di sabbia che acceca
su cieli di piombo
su vele lontane che sfiorano rapide
ignote memorie.
Cogli ogni attimo
come fosse unico
infinito
abisso
di verità.