L'attimo e l'essenza parte terza - di Guido Mazzolini
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 17/11/2006 alle ore 08:34:22
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Tu sei solamente (frammenti)
L’istante che più non rivedrai trascorrere nei sensi,
nella malizia di giorni quando notturna campana
suonava rintocchi squillanti;
mai sazio d’esistere, mai stanco di essere
immagine sacra di sacro demonio che striscia,
che rotola e latra.
Tu sei solamente.
Agiti e gemi. Attendi che notti dispaiano e svelino albe
infuocate, corpi che avvinti su corpi trasudino vita,
magnifico esistere, artefice ignoto innalza lo sguardo e delira;
disegna preciso lo spazio con strani ricami,
le tue geometrie corrispondono a gesti,
echi ovattati di voce già tua seppure smarrita
nei labirinti dei sogni.
Ti vedo e diventi icona sbiadita: lo sguardo che amai
come stessa mia vita è vuota finestra e vuote le mani
non serrano più la tua imperfezione,
il gioco o l’essenza sublime di donna.
Hai scalfito la maschera che un tempo serrava il mio viso,
infelice del mio essere pegno, bisogno e risposta al tuo niente,
seducendo quell’ingenuità che desiderasti assetata di me,
al tuo povero sempre, simbolo e meta incostanti,
precarie comparse di tua giovinezza.
Tu sei solamente.
Tomba dei miei desideri,
gelido marmo di ombre venato sul quale
marchiare per sempre epitaffi dorati,
tela consunta che io come pazzo pittore con schizzi di vita dipinsi,
tracciando preciso fragile linea per separare i miei occhi,
me stesso da mia perdizione.
Così trascorse il tempo ( per A.M.)
Così trascorse il tempo,
divenne inganno di un’attesa
dal lento appassire, inesorabile.
Non odi suoni, non hai parole;
i gesti più non avvicinano alla poesia dell’estasi
al ditirambo folle che ingenua danzavi
nei giorni tuoi di tragica purezza
ove cielo spietato, incapace di perdono
è vuota stanza di desideri irraggiungibili.
Urla il tuo folle cuore, prigione dei poeti
di sentimento minuzioso e muto.
Urla la sete tua di amore immenso,
di semplice candore.
Urlano i tuoi versi splendenti
affamati d’aria. A te vicino
io accolgo mani che stringono la gola.
L’urgenza che senti è solo bisogno di vivere
schietto nutrimento, linfa vitale.
Null’altro.
Canzone
Lo specchio rimanda un’immagine ardita
di me che non sono null’altro, ombra di un’ombra.
Osservo impietoso e sono di nebbia e di polvere,
avvolto in parvenze di cose che addito, ubriaco di nulla.
Ipotesi forse di altra esistenza,
non sono reale o di mondi diversi
ove dispari amanti s’inseguono.
Soltanto il silenzio, nei miei labirinti fumosi, dispersi.
Credi davvero possibile una simile attesa?
Credi davvero al sembiante che geme?
Lo specchio rimanda un’immagine ardita
osservo paziente i miei occhi, i graffi dei giorni
ad uno ad uno perduti e simmetrici.
Non sono che io, immobile e vivo.
Di nuovo il viso smemora
Nei quotidiani assensi
muovo il passo di chi timidamente
una parola urlata o sussurrata
mai disse. Amore a chi raccolse
il tetro biancheggiare della luna.
Fui mestamente avvinto
in ragnatele di ricordi, vivide
immagini del tempo andato
volti che più non affiguro,
parole come musica cantai l’assenza.
Di nuovo il viso smemora
nel gocciolio di attimi rapaci
sfioro una mano e ancora
non rammento il terroso
sapore dell’inganno.
Il tempo di un’attesa
Non finirà il migrare
nel tempo di un’attesa
bianche ali avrò
sottili e pallide
di agile libellula
airone senza nido
in lucido cielo
diamante azzurro
senza una meta certa
felice del mio essere
migratore eterno
io questo solamente
e non ambire ad altre
mutevoli sembianze
di uomo o semidio.
Non chiedere al poeta
Non chiedere al poeta il senso degli
eterni voli ambigui di nave
senza porto ove ancora calare,
il significare preciso di eventi,
delle idee che come
ragni velenosi il loro nido
nella memoria hanno intessuto.
Non chiedere al poeta, egli trascina
nei corridoi dell’anima passi
moribondi e trame goccianti
sensazioni che mai nessuno scrisse
come uno spettro inquieto: ciò domanda
ai propri versi maledicendo il giorno
in cui parola nacque in altro sole.
Non chiedere al poeta, egli ha soltanto
infami scritti e schizzi da portare,
macabro trofeo alla propria mensa
racchiude in versi solo il proprio niente,
non crede a nulla fuorché al bisogno
alza lo sguardo al cielo e stancamente
traccia parabole che non comprende.
Non chiedere al poeta il risultato
del proprio scrivere cieco e disperato
non ti fidar di lui e di certi versi
soltanto endecasillabi dispersi
son frutto di un inutile operato.
Padre
Ritrovo ogni attimo sconfinate dolcezze
negli occhi di chi si domanda
e più non conosce verdetti.
Io so, non comprendi i miei giorni
che come animali randagi invadono i tuoi
di vecchio, di saggio che ormai si riposa
e ammaina le vele dell’ultimo viaggio.
Padre per sempre
così come sono
io, che cavalco quest’anni
e un poco trascino più incerto il mio passo
su estremi orizzonti
di te che sei Sogno
ed io Sognatore
di folli miraggi.
