L'attimo e l'essenza parte prima - di Guido Mazzolini
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 17/11/2006 alle ore 08:31:59
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Non essere mai
Non essere mai
visione di cosa
che schiva rapita,
simile a tuono
sommessa s’annuncia,
prelude il boato
insieme scompare.
Non essere mai
pensiero che danza
ma solo, di sguardi
già morti al proscenio
avanza impacciato;
nemmeno più attende
che scenda il sipario,
l’eterno ripete.
Non essere mai
l’inganno di rughe
sottili, di ombra
appena accennata
sul viso già stanco
che più non riposa,
atteso nell’attimo
prepara la sera.
Non essere mai
la voce di un altro
respiro: diventa
soltanto il tuo sangue,
tuo fragile corpo
che pulsa, s’accende
s’affievola, muore
e piano scompare.
Ballata
Terra io vidi in abissi di mondi, nei sogni
che ancora rievoco serrando quest’occhi
imprecisi che vitrei, umani orizzonti hanno lambito.
Morte è collare di piombo che serra la gola
implacabile e taglia il respiro
vita è infinito distare e sorrisi e lamenti.
Noia è misura di vivere, unico metro
che traccio e congiunge più incerti i punti
nell’aria che muovono e danzano.
la mente ogni simbolo può significare
ma nulla comprendere; è solo inutile
correre di nostri pensieri, delirio febbrile
che notti preziose ha macerato lasciando
soltanto al risveglio l’amaro sapore del poco,
giorni che seguono a giorni, attimi a istanti più brevi.
Mi vedo e non sono che più, giullare attendendo
l’assenso di splendide corti, reami e contrade
un tempo di ori e di sfarzi già colme e preziose.
Mi vedo e non sono che più, impronte di passi
e fluire costante di immemore stirpe che solchi
ha lasciato nel tempo.
Mi vedo e non sono che più, randagio animale
io rotolo e impregno i miei sensi di polvere
acre che brucia la gola.
Mi vedo e non sono che nulla, riflesso del nulla
e piano sorseggio impassibile il nettare tuo
o vita di gioie e di strazi, di pace e di scempio!
Parlavi sommessa
Parlavi sommessa.
Celata la voce e fragore
di suoni sgarbati
a sera inoltrata.
In mille parole,
zelante, ti confidai
al gesto preciso di un’ansia già tua
rimorsi e passioni che timidamente
giocavano nei nostri sguardi.
Ancora rivedo quei gesti:
io immobile consumando
rabbia di averti lontana,
a un passo da me, incolmata distanza
mai raggiungibile; tu a fingere
gioie, affetti precisi che io percepivo
odorare di antico e di chiuso,
meticolosamente riposti
e da te ingenuamente additati
come unica via.
Perché non comprendi?
Perché non permetti che ali maestose
dei sensi s’involino alte, dove nulla è sicuro?
Squillante è il richiamo che cerco.
Instabilità come strada maestra
percorro serrando i miei occhi, che nulla
mai vedano se non movimento,
liquido gioco di forze ed estremi;
baluginare incostante tra fuochi
lontani che incidono il buio con sprazzi
imprecisi di luce, appaiono rapidi
per poi scomparire.
Ultima
L’alba arrivò come ogni giorno
anche quello soffuso di luci e suoni,
impercettibilmente bui
nei gesti decisi di uomo.
Odore di terra divelta di gelo,
sarà ancora inverno a tagliare le mani?
Gli occhi fissarono lontano
e un poco si persero.
Un’altra rinascita
attende paziente nei secoli.
Imparerò a digiunare.
Monològo
Quale libertà fuggisti di bianche ali e memorie
sconfinate, uomo cieco in una sola esistenza?
La mia, la tua, le nostre vite
che incerti eroi hanno additato
assaporando il miele dolce della ribellione.
Eco di mille voci non udisti nel frusciare del ricordo;
epigono di chi, di quale idea?
Hai cavalcato bianchi destrieri, immagini e memorie
come scudieri folli al seguito tuo di condottiero
che più non raccoglie l’essenza del viaggio
o del riposo, l’esistere di un tempo per migrare,
il senso del coraggio e il suo sapore.
Stringi soltanto nel pugno le poche cose che già
t’appartengono: crolla l’orgoglio che muta e non coglie
del cambiamento pallidi riflessi di luce.
Un tempo sei alba che sorge e prelude
di tinte sfumate rimbalza nel giorno e labile mai si rinnova;
diventi poi notte di gelo e stupore, incubi vividi
appaiono e scorrono immagini, la fronte rivesti di lucida brina.
E’ il tempo che sgretola tempi.
Avanzano eserciti, armate invincibili
io più non combatto; ho alzato le mani che appaiono
bianche nel buio e mi arrendo, ostaggio di troppi ricordi.
Mi arrendo e misuro, soppeso gli istanti che gocciano lenti
e che piano fluiscono. Non perderà nulla chi nulla possiede
tempo non è di precise intuizioni, non più sfavillanti utopie
che balenano rapide, non più l’inarcarsi maestoso dei sensi,
il tronfio addrizzarsi dell’Io.
Sensualità
Sensualità, ti cerco nei recessi
nell’intimo più osceno
del mio stare folle e imperdonato,
miserabile, esecrabile agli sguardi
compiaciuti e al giudizio
di chi non ti conosce.
Sensualità, desidero carezze
preziose ai miei bisogni,
che trasudando vita innalzino
precisi sacrifici di commiato
a muti sensi.
Sangue che tiepido fluisci
in me che sono carne e umori
di elevato animale
randagio e vagabondo
io migro nei tuoi regni,
sensualità dolcissima:
spalanca le tue porte.
Sarò per te scudiero,
imperdonato e folle.
Diventerai me stesso.
