Il teatro apocrifo - di Amedeo Bruni
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SILVIA
Eccoti
Di voce vacua
malinconia dipinta a gabbiani
Dono a te
natura floreale
d’impolverate parole
anime e ardimenti
in penombre silenziose.
Eccomi
vergine tela
pittura orgogliosa
vanesia carme
stolto cantastorie
giullare stridore
di poemi senza assonanze
Narrerò
sonorità corvine
veraci profondità abbaglianti
selciati reconditi
e di casto spettacolo
destato
Silvia.
LA FORMA DESIDERATA
Essere la forma desiderata
fresco giaciglio
elegante prostituta
addobbata da balocchi
mille colori neri
diamanti smeraldi e rubini.
Mi vidi passeggiare
sui viali dell’amore
vestito da acerbo fiore
fiore dell’est
o come cane randagio
vagare ubriaco di tristezza.
Ero innocente
quando lessi la legge è uguale per tutti
e fui eterno ergastolano
dall’armatura romantica
cercando suicidio
dentro stracci di carta.
Vidi mio figlio
forse era sogno alcolico
mi assomigliava molto
forse era incubo.
Basta un niente per il suicidio
un niente che dura una vita
e intanto di soppiatto o come per maledetto incanto gira forsennata la ruota
tra tutti i perché mai capiti
mescolo te ed ira
ed attendo
mentre il cursore lampeggia
e di rado leggo il giornale.
INTINGO
Di nuovo intingo
in calamai
di tristezza salata
scalare muraglie di pensieri.
Sovviene e nell’imago
come nebbia scompare
segni duri brillano
nel biancore angelico
del volto.
L’uomo si incamminò
arcano sentiero
lasciando scarpe accanto a rose.
Mai si voltò
chilometri
divennero pensieri
pensieri
apparvero amici.
Mai si voltò
da tasche bucate
perse ricordi e briciole,
abbandonò le mani
strappò le ali
per assaporare dolore.
Mai si voltò
si tolse i vestiti
scordò l’odore
uccise la voce
per non poterla chiamare.
Le tentazioni erano sempre maggiori
Afferrò
il cilindro
di magico velluto
poggiò i suoi occhi dentro
e oplà
solo cenere.
E camminò all’infinito.
Il pubblico sbigottito rimase in silenzio.
OCCASO
In quale strano occaso
di sfumature scure
il mio senno fuggì
per lontani infiniti di passato
in cerca del suo posto di fuoco.
Da quale nuova pazzia
fu invaso il mio sterile corpo
Oh poeti
che di vizi fragili
fate virtù
anche per voi la vita
è romita dimora
in questa valle silente.
NON TREMARE
Non tremare madre
non credere che siano lacrime
è l’egoistico sole
con aridi raggi
che ferisce l’alveo della mia iride.
ANIMA DOLENTE
IMPETO FUGGIASCO
in quale avido crepuscolo
s’eclissa inaspettato
dolce riposo.
E torna ancora
con veste consunta
a dolore segue dolore.
Che empia malattia la decisione
marcisce il fluttuare del tempo.
Mi dondolo e crogiolo
in culle di rovi
m’immergo in pianti di pargolo
PERDO IL RESPIRO
SOFFOCANDO TORNA IL SONNO.
OPERAIO D’IMMAGINI
La scena fu occupata
In sonoro ambiente
cornice invasata
fastosa cena opulente
atto primo
effigie di un paradosso.
Dissetante recita estiva
RAGGI CONSERTI
BAGLIORI AVVINTI
il sole giace
MEGALITICA STONEHENGE.
Frigido Goldoni
riemerge al Sant’Angelo
poeta di compagnia
come principe d’Arcadia.
Simmetrica disarmonia
equilibro
incoronò
atto secondo.
Mansueto Abramo
Attimo nero su alveo innevato
monte Purgatorio
espiatori di anime
regista
scadente operaio di immagini.
PROFANA
Profana
RIVERBERO LUMINOSO
arcate monolitiche
tempio d’ostinazione
parvenze di ninfe e sculture d’arbusti
alternano
densi boschetti naif
terso viluppo vegetale.
Sontuosi inni verticali
entro goffe mura
grinte cortesi
scorsero da questo spaccato
35 fiorini
acclamò
l’uomo oziato in platea
vale
l’avido volto borghese.
Fragilità eterna
incusse l’anima
come pioggia da chine
scrosciarono Lanzichenecchi.
Sisifo
pendio di dolore
eterno vincolo
a ripetizione ciclica
alla ribalta
il dramma umano.
PALCOSCENICO
Palcoscenico
Frantumi
di sipario
Ironia della sorte
smezzo parole
alla scena
giudizi e profumi.
Sorveglia il vuoto
aggiunse
con ghigno mordace
da dietro le quinte
Tramonto.
Indugio rinvio
trafelata solerzia
azione
si gira
Annuisce regista muto.
MEGALOS
Megalos
arcaico obelisco
liturgia solare
torre emarginata
nel deflettere di secoli.
Atrio
soffice arenaria arrendevole
pregiato calcare
granito sanguigno
conci di sudore
diedero lustro
a loti e papiri.
Cosmologica
sapore colossale.
Calchi di gesso
calcio idrato
sagoma carbonizzata.
Toro marino
ardore di Pasifae
Minosse
labirintica edilizia.
PLUMBEO
PLUMBEO
accorta nota
sagace rivestimento
refi dimessi da trama
in estera cabala
ossatura cartacea
annega in solvente.
VOCIARE DI CHIAVI
claudicante evoluzione
perfetta sincronia inveterata
Agghiaccianti croci
RICORDI FAMILIARI.
PENSIERI
PENSIERI
d’infinito numero
STIRPATA LA GIOVINEZZA
nel suo bisogno
LO SCONOSCIUTO CHIEDE AIUTO
ridicoli amplessi vengono consumati in bagno
Streghe senza fuoco
tinte da formule magiche
profumo di vergini splendori argentei
in pittoreschi sterrati obliati
Ascolto i suoi occhi
STRIMPELLIO DI VIOLINI
catene fluttuano
oscillando nel cuore dei miei sogni
Fastosi cerchi
di vanità e miasma
feraci
danzano sul mio feto.
Lettere poco cristiane
rimbalzano su alfabeti muti.
POVERO DIAVOLO
di una menzogna estetica
trasudata emozione
in veste romantica
stille di rubini salati
OMEGA
crudele pietà
marmoreo michelangelo.
OCCIDENTE
OCCIDENTE
Stalli prescelti
ANTEPOSTI
ognuno è padrone
prego accomodatevi
EMERGE
voce svilita.
Proiezione all’infinito
ostentata
corrosa e sbiadita
vespro in sala.
Lunato
declino d’acciaio
assaggiando
acri sapori stantii
PRILLANO
giunchi in cattività
prone marionette di carta.
Ingegno d’illusione
in scena
la compagnia degli errori.
Vecchio film
detto e ridetto
in orbita
pioggia carnivora
di stinte sfumature.
Invertebrata pellicola
sfinita
si perde
dentro popcorn.
Impressa perversione
nastro perfetto
incide
voci tamponate.
Svegliati
babilonia dal tuo etere.
Sul retro
leggere attentamente libretto d’istruzione.
REGINA DI CUORI
Regina di cuori
trafugata al finire della notte
voce blues
tenue suono
di un languido piano.
Delicata folla
in dolce parata
ALLEGRE MASCHERE PASSEGGIANO.
Fiochi tratteggi
rivelano
una eterea perla
dal pallido sorriso.
SILENZIO
Invoca
una voce strozzata.
Qualcuno sorride.
Un piano
intona
un quadro di Monet
solitario sax
ultima questa filastrocca.
LA SERA
Venne presto la sera, fatta di consuetudini e colorati dolori.
Talmente facile scrivere quasi come piangere,
disse il giullare con tono indulgente.
L’armata entrò nella città, miniera di vizi. Il sole si arrestò nel suo crepuscolo.
Sbocciarono le ferite. Raggiante aridità il mio vascello, imbarcazione di passaggio.
Spietata cadenza il mio ordinato caos.
Non guardai mai il tempo, non ebbi mai cura dei suoi lamenti.
Arriverà l’ora come inaspettato temporale estivo. Controllerò il battito,
scenderà la pioggia a rinfrescare il paesaggio assopito.
PROFUSIONE
Di voce vacillante narrerò note stonate,
aspro squilibrio vinto da un rosso vessillo.
Scivolerà via di soppiatto
consumata festa
questa lacrima di inchiostro.
Schiumano sulla riva delle follie
candide nuvole di sapone
assonnati apostrofi
alchimie strazianti
stentate geometrie ridicole.
Improvviso nimbo
chiudo i miei occhi.
ALL’ORIZZONTE IL BOSCO NEREGGIAVA.
Scartai il giorno
dai colori fieri
consumai il sorriso
tra arcani compagni
poi una sera
ubriaco
SMARRII TUTTI I SOGNI.
Venere lesbiche e diavoli viziosi
invasero il mio sonno.
Rovi secchi e uomini neri
accolsero il mio risveglio.
Canto l’età
di ingenui anni
in cui dio osservò senza far nulla
le truppe assassine avanzare.
La goccia zampillò
dalla fontana della moralità
oltre la collina
un orbo sole
apparve stanco.
MA TUTTO FU REALE.
Il vero assassino è colui che giudica
Veloce la ruota gira
senza ordine e tempo
fermi gli schiavi ad osservare
pensierosi i mercanti
Tristi giochi
e veli di falsità
nei palazzi dell’ordine.
Mostra i tuoi muscoli disse
freschi ornamenti apparvero in cielo
pitture organiche
arcobaleni cristallizzati fuggono
dietro l’armatura.
Che sarcastica visione
colata di stagno
bronzo armonizzato
sferzanti cere atmosferiche
policromia di colori scemati
persi valori
remota solfa orgasmica
PROFUSIONE.
CHI
Chi è sprovvisto d’invito
torni a casa
vieto a cani e plebe
volgo incolto
zotico avvenire
becera sorte.
Nell’austero salone
nobili blasonati
illustri incantatori
cortigiane meretrici
mescevano parole
canto del gallo
con vino d’annata.
Menestrello folle
giullare viandante
di corte in corte
giunse alla reggia
claudicante.
Applauso scrosciante
dall’ingresso primo
drappeggi scarlatti
tappeti persiani
florido traffico minorile
accedono
re e regina.
Peccato e vizio
dal regno dei vivi
fanno comparsa
annuncia
voce narrante
Ovazione assordante.
Prét-à-porter
sfila anoressia
longilinea veste d’invidia.
Entusiasta gala
per svendere corpi.
Tutto intorno
creatori d’immagini allusive
ciechi relatori
purgatori di parole
evacuate lettere
prendono nota.
EQUIVOCO
Destato dalla tomba divenni sprazzo, ala angelica filtrata nella selva.
Divenni goccia sudore condenso, vile risveglio scortato incesto.
Il mercante di sesso consacrò il baldacchino.
La merce fu allestita.
Uomini - spaccio carne fresca - e spense il megafono.
La scena fu farcita in ogni angolo, occhi al cianuro invasero la contea.
S’incrinò l’ottuso diaframma, l’argine scese dalla croce e si mostrò.
La grande truffa diede gioco, materia ramificata, radice di Saturno.
Scaraventato sasso dal cavalcavia, vagone merci deragliato, spenta metafora.
Comparsa in cerca di parte fui modellato come migliore vendetta.
Divenni sinistro equivoco.
CONTINENTE
Fui scoperto fresco continente
frugale parsimonia, regola imprevedibile
nessun perché distorto in bocca
impacciata roulette
tra pensare e sapere
in mondovisione
smunta ottica virtuale.
Spada di Ettore
dichiarai la realtà
barbarico occhio cristallino
passo breve
rassegna di deliri
lama di combustione.
Discesi l’età
scandendo il pensiero
orologio spento,
fondai il presente
volente o nolente
diceria
l’estasi familiare.
Volsi in esilio
angusta dimora d’ostello
torrente di porpora
letto del lago
bordello di periferia.
ODE
Ode alla sordità del monte
ridicolo suono
china avvezzata nel rudere del tempio.
Sfiorai pendii d’essenza
lambii il disordine
una prolungata arsura
scultura di neuroni.
Li osservai, nel Salone della Birreria,
cosparsa di sigilli le sanguisughe rocciose.
Imbianchino
frutto acerbo del Reich
scrutò la scienza, ricetta ebrea,
luce gammata
varcò la soglia apocrifa,
pietra acquosa
distillato di libri e preghiere.
Entusiasmo angelico,
in esso cristallino movimento universale
conobbe Asmodeo e fu compagno di sbornie.
Arti metalliche
carezzevole intaglio di travagli
membra floreali
innesto contorno di piume
tessero filamenti
perversi ricami
d’incastonate foglie e cordogli.
Io fui alloggio declamato
stagione di transito
di una situation comedy.
LA SOGLIA
Varcata la soglia
prua erta
sibillina flora
mi ritrovai
parola al vento
smarrito
nella bizantina selva.
Un sentiero di pochi spicci si mostrò.
Fui processione fallica.
Intrapresi la fuga delle idee
tra arbusti swarovski
groviglio d’affanni.
Melme d’amici
abbandonai nel vano
dell’ipocrita carrozza giornaliera.
Trovata l’agonia di fuggenti rumori
sdraiata su scoglio dal muschio rossastro riposava.
Oh antica Grecia
tragedia orchestrale
celeste Dionisio
serenità perdute
invasero il teatro
ascoltando i suonatori di flauto.
Io volli il morbo
disegnai lo strazio
nel cuore ospitai il malanno
inchiodai Prometeo
e divenni rupe del Caucaso.
Inventai il dramma e orgoglioso misi nome peccato.
Elusi palafitte di voci bianche
raggirai
argini di coralli alati
carri eburnei
assassinando i capitani d’avorio,
cavalcai il promontorio
e prostituta degli dei
violentai l’apogeo.
Un folletto mi avverti,
consumato gli occhi, che ero giunto solo al fondo della sommità.
Barcollando trafugai calore dal grembo.
Riposando accolsi il respiro.
Tutto intorno astratto capovolto
lo sguardo si scoprì inabissato
in un covo spoglio di prole.
Belzebuch
con smoking e frac rosso
trasmise ininterrottamente
pubblicità occulta.
I CARNEFICI
Pervenne la tragedia
antefatto a temporale
eco svigorito
affidato a più attori.
Il sipario schiuse le sue gambe.
I coreuti brandirono piede
nella menzogna teatrale
evoluzione danzante
si rivolsero attorno l’altare.
Il popolo fu velato nell’urna
e scisso in tribù di formiche.
Irruppi a braccetto con Dionisio,
il guardiano
ubriaco custode di albe
mi fece pagare 2 oboli.
Osammo
pellegrini derubati
nella depressione di granito,
la cavea dei folli ascoltatori.
Scena impietrita
glorioso proscenio
retroscena abbigliata a drappi
fu stappato champagne dei tabù.
Dall’Ade creature occorsero per brindare.
L’arconte eponimo
vagliò la mia domanda
e fui carità
foglia turgida
al patibolo dei carnefici.
INDUGIO
L’armatura esausta fu accolta in ottomane di ruscelli,
tra capezzali alchemici e lenzuola rocciose.
Origami di spettri annidarono l’astro,
le pingue api rombanti marciarono su Al Quaida
la sobria ampolla approdò a stento nell’aulico regno.
La carcassa natante balzò a rombo di tuono
vibrando il fiore
fuggì d’accorte maglie
e fiorì la primavera convulsa nel ciclo bucolico.
La luna pece sfaldò il pendice dorato,
il bracconiere di dio depose la faretra,
si bagnò la vergine ancella
ed impugnai la viola di Apollo.
L’affresco si fecondò di recondite monocromie grottesche
istigando il dissidio
vigile filatore di babele
pudica sposa
guazzo tracimato da croce.
L’austero gallerista di ortensie
mi spalancò l’uscio.
Entrai senza indugio.
PUNTO DI FUGA
Sprofondò Costantinopoli armonia femminile
l’angelo imperioso, tumefatto corporeo
arcuata rupe bronzea
rimase prostrato sul lembo del cespo.
Genesi incompiuta
lancinante mosaico levantino
lo spettatore incastonato nelle clavicole accese una sigaretta
mentre nelle sale retrocesse
patetici incroci di sguardi
si smarrirono nella vacuità
di una corona debordata da angoli infranti.
Il tripudio religioso di quei giorni
enfatizzò i profeti
la favola di corte divenne orfana di coerenza.
Il testimone famelico s’immerse in un boschetto di vergini
in lontananza
scorse alberelli intarsiati di realismo,
a stento trattennero il flagellato
mentre i superstiti furono condotti sul reliquiario.
Sotto un nicchio pestai la virtù.
Il suono di un liuto divenne punto di fuga.
ACCOVACCIATA
Accovacciata su screzi recisi
l’eclettica prudenza s’invaghì del lusso
e si erse su piedistalli di latta
scevri di verità.
Il cancelliere
tre braccia conserte
accese il cero nel vano nuziale
vigorosa pubertà fertile,
è tempo di festa
recitò l’oratore,
sagra degli incarnati
trittico sbranato
versione giudea.
Il raggio
coniuge del dì
deviò nel podere dei prigionieri,
a sinistra aleggiarono falene di folla.
Caronte offrì l’imbarcazione
solcammo i musei dell’iride
pilastri d’Ercole
lapidi di sfingi
epitaffi piramidali
al cospetto di gallerie in rovina.
Penetrammo nella rada.
I LORO NOMI
Rimasi imprigionato nel sistema numerico.
Consapevole oziai nell’idioma del suburbio,
elfi e folletti rimasero impigliati nel villaggio degli idioti.
L’immagine alloggiò relegata nella società dei consumi,
tacitamente i campi d’eliso apparvero rivelati alla platea
trepidi veglie di stordite vocali,
sconnesse consonanti allibite
giunsero da ogni dove.
Caldei del Sinai maghi dell’aridità affrettarono il passo,
profeti inverecondi si misero in viaggio,
oracoli di venie e vizzo
archibugi di oneste guerre
indovini dell’ accaduto
pervennero puntuali alla prima nazionale dell’opera.
L’armata celeste nutriva un lieve ritardo,
le odalische scesero in corteo in vesti succinte,
il dc9 sorvolò il muro di gomma
la Uno bianca sostò nella rimessa della superbia statale.
A Nabucodonosor
tenebre celato
di ritorno dal santo assedio,
fu assegnato il seggio dei lauri.
Pasolini di passaggio mi svelò tutti i loro nomi.
VITA
Lo sfondo fu incarnato da danzanti bagliori,
la farsa si assuefece nel battistero arlecchino
i sette scalini mi condussero all’abside.
Flash fotografico sporse una gotica atmosfera,
in balia della valenza emotiva
la fallace speranza imbarcò acqua plebea.
Il becchino misurò le repulsioni
scioperò l’opificio della bizzarria esteta
capitano Nemo fu stringa del carro alato,
l’araba fenice franse il vaso alchemico
io bevvi l’orfico assenzio
nel tetro avello della ragione.
L’apostolo gitano
mi donò il frutto dell’ermetica sapienza,
rivoluzione della ragione
fui corrotto
ottavo vizio capitale.
La fantasia apparve delitto perfetto.
Ansimai vita.
IRIDE
Mentre inseguivo una lepre tra i pruni agitati d’ira
scorsi da lontano
tra punte d’ago
un cavallo alato
e la falange greca ritrarsi dietro ubbie dipinte.
Fu in quell’ordine corinzio
che predai l’idea di foggiarmi iride di ferro
Gog e Magog
atomo accluso al concilio degli dei.
Assistetti in silenzio.
Ritmi perfetti
giardini di sole e statue d’aria,
suadente alternarsi di cortei nuziali
ornarono le labbra dell’anima
lambendo i lidi taciuti dello spirito.
Oh le chimere svolazzare le utopie in fiore, le foglie avvolgere,
le acque risalire i solenni pendici d’assillo.
Sarà mai questo - mi domandai - l’amore cantato dai balconi del vento
scritto dagli steli arcaici
viole del pensiero dal polline democratico,
tra sprazzi virenti di felci assennate e muscari vellutati.
Saltellando da un acquitrino all’altro
la rosolida invitò insetti nel luccichio dei suoi peluzzi,
la fata oriunda annidò sull’ambrosia,
tra licheni, vischi mortali e verghe d’oro
presi il sentiero delle carpine e dei salici
nella ricerca mai affannosa di corolle di rugiada,
argentei ricami di brina tra veli verdi
tinti da ombre di vita.
LO SPECCHIO
Racconto il misfatto dal muscolo romantico, l’anello dell’innocenza
usurato nei secoli, attecchirà punizione
bulbo nella giara di un sorriso.
L’osservatore giunto al valico inciampò negli inni di una parabola evangelica
e rotolò, scordato violino nell’orchestra dei cannibali.
-Sarà mai l’africa!
Traccianti nel clima apparvero segni di un giorno dimesso,
andato a letto senza cibo,
nella culla della prosa pascolai le eresie, tutte in fila indiana.
Solo ora ripongo i giochi del baro, le carte viziate e le notizie taciute.
E perché tutto questo alle porte dell’inverno!
Lo stupido ronzio di una mosca affidò a me il destino dei suoi moti,
instancabile passeggero dei miei metri. Fresco prigioniero del mio aratro!
Le petulanti donnette che un tempo ballavano nei miei lidi! Gli arcobaleni!
Si gli arcobaleni zampillare al tepore della tempesta!
Tutto divenne antico.
Tornò poi il mattino, nella veste prodiga a svegliarmi
stridulando sulla caminiera
urlatore nelle tundre di Lesbo.
L’eccezione prese paura. Possa il principio accogliere la sua supplica!
Ed io, che in quelle note,
amavo radermi il viso
rimasi immobile a fissare lo specchio.
IL TEMPO
Ah il tempo! Misera occhiata languida
Quante lance e disonori! Mille le bandiere, mille le voci soffocate!
Confusi il cammino con il progetto ma poi quale progetto! quale guarigione cercata!
I colori e tutte le sfumature andranno via dai campi dei miei nonni. In silenzio.
A voi tutta l’industria, amante, veloce e cieca. Addio! Addio impulso!
Tu mio caro compagno, vento del passato, il reinventare!
A noi la giustezza del supplizio e nella fermezza la tenacia dello strazio.
Desiderio, il silenzio come fu per te, angelo caduto, l’Africa!
Rincorro senza sospiro le spine dell’altro! Ah il tempo delle mele! Fallisco...
Qui non riposa in pace l’ombra e l’anima del figlio che partorì sofferenza da dolore
Qui giace dimenticato dalle serenità mai vedute e sempre orinate!
Io il colpevole voi gli artefici! fabbri delle comodità e degli indici rivolti.
Ho lo sconforto di dieci vite, il sonno di mille ere glaciali! L’avverso divenne ostile.
Andate a casa spettatori il teatro sta per chiudere. Stabili del declino mentale.
Questo sarà sempre, presente e per sempre.
LA FISICA
La fuga fu nel principio dell’idea, la luce
sospirando il verso inatteso e depredato
degli amanti....Gli amanti! Insensata bellezza!
Il governo del sentimento
Re del vanto!
viaggia dalle stazioni carnali. Turbinio!
nelle periferie delle delusioni.
Lo sconforto dei sensi! Lo sconforto...
L’innamorato rimase imperituro.
La fisica perenne nel moto.
SI ACCALCARONO
Si accalcarono
forme sintetiche e riprovevoli
adattando l’amore a tutti gli amori
schiudendo il guscio del significato
visibilio di un occhio marino
pirata di contrade.
Vidi ciò che in lettera non fu mai pronunciato
ciò che sguardo negò
ne i sensi ne la fermezza,
decadendo il regno approfittò per fuggire.
Fu la coincidenza dei miraggi
nella contemporaneità meccanizzata
confabulato di chimere
dal braccio fermo
indicativo e sdegno
dall’occhio rugiade
dal guazzo asserito.
Verbi clandestini! Inni ribelli fluirono nelle metropoli.
Ogni mistico segregato
nel pensiero anacoreta
dalle vie sconosciute ai teatri decorosi
dai focolari fremuti ai timbri dell’idioma
si lasciarono sopraffare
dall’aria inclemente
di un dolce temporale.
Spuntò il sole e tutto divenne lucente.
L’OCCHIO IN POSSESSO
L’occhio in possesso mi avvertì un giorno,
- uno strano periodo di luce, lo definì l’ego -
la policromatica sfumatura di un clima babelico
millenovecento alla metà del cammino
il fermentò raro dal candore generativo,
il vanitoso orgoglio delle divise della dominazione
la cavalcante prospettiva dell’on the road
la coscienza in diretta televisiva
dalla stazione dello spazio,
l’esalata onda dell’underground elettrificata
correre sui fili di un Lampo Sud,
alle finestre del quotidiano tranquillo e moderato
la città sommessa dalla sua stessa minaccia
nei balconi della morte celebrale
del ricordo impigliato la sua viva ferita,
alle mensole d’inquieto incastonato
ineffabili viali di Lowell
illuminazione jazz d’una domenica pomeriggio -
nella saggia barba metropolitana
Colui-che-conosce a Paterson -
l’affliggente qualunquistica emotiva
nel denso verbo angosciante
delle Coney Island of the Mind -
Nella fitta incoerenza del duemiladue
Sovrapposi la contemporaneità carnevalesca
Allo squarcio delle contraddizioni remote
E nel curioso silenzio
Aggiunsi alla valenza vate di quelle urla
Lo strepito passo dolente dell’oggi dinamico
A lui che per primo fece straripare dall’alveo i fiumi!
