Genova - di Fabio Forcelli
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© Testo pubblicato su autoriemergenti.it in data 12/11/2008 alle ore 20:13:45
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Sono arrivati, a salvare l’impero,
cancellando i muri e innalzando specchi che impediscono comunque di vedere.
Sono arrivati,
con molta fretta ma anche con tanta sobria distensione.
Sono arrivati, senza bussare.
Loro hanno il diritto di entrarvi quando vogliono nei templi del sapere.
Autorizzata eleganza che si batte contro il folklore dell’esigenza indispettita.
Freddezza armata che si batte contro il calore della paura.
La colpa è quella di aver auspicato
un cambiamento dell’ordine mondiale.
Non ci si può salvare.
Le torcie entrano fulminando la tensione.
Le prime pioggie rigano i primi volti che non la reggono.
Ecco, ora li allineano.
Serrati in fila, in un cantuccio al buio di un metro per un metro,
non c’è fuga dai calci, dalle spranghe
dalla necessità vigliacca di detenere su scale locale
l’intero ordine mondiale delle cose.
Ecco, ora tocca a una ragazza dai capelli bruni,
di fianco c’è già chi è accovacciato.
Già in terra nel sangue della carne.
Ora è il turno suo.
Cade anche lei a terra, senza volto.
Anche lei non ha la forza più della disperazione.
Ecco lo squadrismo sfavillante
strappare, lacerare, fendere, aprire, tagliuzzare.
E mentre nel bel palazzo i grandi si rinnovano gli auguri,
all’esterno, nel fumo della strada,
sotto una pioggia di ragioni,
qualcuno spira.
